Part 4
Egli aveva composto parecchi libri, e quasi tutti o scritti o meditati in prigione, cui egli levava a cielo e metteva in cima di ogni altro istituto letterario; affermava, che messere Francesco Berni, nel suo capitolo del Debito, non era giunto a dire nè manco mezzo dei mezzi i grandi beni, che ci si trovavano dentro, e questo non per difetto d'ingegno, che il dabbene uomo aveva sortito dalla natura pari al cuore, bensì perchè ai tempi suoi la prigione non era arrivata al perfezionamento che tocca oggi. E poichè la materia lo merita, non fia grave udire come un tratto sponesse questo suo concetto. Accadde un dì che il signor Bastiano gli portasse a casa un diario inglese dove occorreva narrato il fatto seguente: in Londra la pubblica carità aveva istituito certa consorteria, di cui lo scopo consiste sovvenire alle fanciulle traviate; preside di questa una gentildonna, proprio di quelle che hanno la prima tacca sul mille, alla quale certa volta si presentava una meschina che con le lacrime agli occhi e il viso rosso espose: lei e la madre sua trovarsi ridotte a miserie estreme; fin lì essersi schermita lavorando giorno e notte; adesso, mancato il lavoro, non avanzarle altro scampo che accettare il prezzo della vergogna, la quale con insistenza diabolica le veniva offerendo una rea femmina: quanto a sè avrebbe preferito annegarsi nel Tamigi, ma la tratteneva il pensiero della madre inferma e vecchia... deh! per lo amore di Cristo la salvasse dalla disperazione. La gentildonna, continuava il diario, avere ascoltato la desolata con uno stringimento di cuore da non potersi dire, ma osservando le regole dello istituto averle dovuto rispondere: figliuola mia, a me non è concesso soccorrere altro che le pericolate, e tu sei pericolanda; fa una cosa, va prima a pericolare e poi torna, e credi che non ci sarà aiuto, che tu non possa sperare da me; tanto mi hanno tocco la tua modestia, la tua verecondia! — E qui Bastiano non rifiniva di pestare mani e piedi imprecando alla stravaganza inglese, alla pedantesca ipocrisia, alla crudeltà dei cuori saccenti e a un flagello di cose peggiori, se peggiori tu puoi immaginarle. Ora pensa com'egli avesse a rimanere, quando al termine della sua filippica, e giusto nel punto in che si asciugava il sudore, sentì esclamare Orazio:
— Grullerie! grullerie!
— Come grullerie! urlò il Signor Bastiano fuori dei gangheri.
— Ma sicuro, grullerie, perchè, Bastiano mio, se intendi crepare arrabbiato, non hai mestieri di uscire di casa: tu avresti dovuto arrabbiare già da un pezzo e per cose domestiche: questa sarebbe stata almeno rabbia patriotica. Dà retta, che io ti vo' chiarire, a patto che tu cessi di farmi gli occhiacci e ti ponga a sedere. Conosci tu il giardino dove la Filantropia coltiva i suoi fiori con lo studio, che altra volta mettevano gli Olandesi a educare i tulipani? Lo conosci?
E siccome Bastiano s'impazientiva, Orazio si affrettò ad aggiungere:
— Parlo della prigione in genere e dei penitenziarii in specie. La civiltà gli ha ai giorni nostri ordinati in modo, che il popolo, se vuole essere tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello degli altri fratelli del genere umano, per anima insomma, bisogna che si risolva ad ammazzare una mezza dozzina dei suoi simili, senza premeditazione s'intende, o per lo meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto; cammina la notte co' piedi nella neve, e sopra il capo ha neve, nè alcuno lo ricovra sotto il suo tetto; ha le mani crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi...? Certo, certo qualche cuore che non sia di pietra il poverino così di tratto in tratto lo trova... Diavolo! non siamo mica tutte bestie. Ma nota la diversità che passa tra il ladro e l'onesto, il ladro, che ignudo e assiderato dal freddo rubò nel bel mezzo di un giorno di gennaio, venuto in mano dei giandarmi, veri angioli custodi della società per evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza dandogli il posto di dietro, e questo è già un diletto che in vita sua il meschino non aveva provato mai; condotto al penitenziario, cominciano a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere; poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado per opera altrui giammai; gli tagliano i capelli; quando era onesto, per non avere di che pagare il barbiere gli toccava andarsene zazzerone; lo rivestono, ed ecco la veste, che non gli avevano mai dato la carità e il lavoro, gliela dà il delitto: ha stanza, ha letto ed oh maraviglia! strapunto ancora e lenzuoli e coperte; all'ora debita pane, minestra, carne e vino. Ch'è questo mai? Pargli sognare, si frega gli occhi, e torna a guardare; sì signore, egli non s'è punto ingannato; cotesti sono veri e vivi, pane, minestra, carne e vino. Allora piglia al cuore del disgraziato un pensiero molesto: che avesse proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di sua madre, ai rimproveri del padre ed agli ammonimenti del parroco? Il cammino del galantuomo fosse quello appunto che menava dritto dritto alla rovina? Sente la contrizione, che gli si abbriva addosso, e cascando giù di sfascio recita il _confiteor_, e al _mea culpa_ si dà botte nel petto da spaccare un muro maestro per avere resistito fin lì alla vocazione che lo tirava al ladro. E dopo il primo giorno le facende vanno di bene in meglio; da un lato pigliano a educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole e più gliene versano; in qualche bella arte l'istruiscono ancora, dandogli agio di perfezionarsi col non curare il guasto che si mena della roba sul principio, però che chi non fa non falla, e dove onesto e libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e dato un calcio che lo spingesse a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso che è ladro gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con carità. Anche i suoi buoni maestri di morale non mancano, veramente e' stanno lì per rammentare il proverbio: chiudere la stalla quando sono fuggiti i bovi; ma non fa caso, tanto glieli danno; nè basta ancora; letterati di conto, e _insignis pietatis viri_, come sarebbe a dire preti e frati, che incontratolo onesto per la strada lo avrebbero fuggito come il bufalo che cozza, adesso si degnano trattenersi in geniali colloquii con essolui, sostenendo l'assalto così delle cimici come delle pulci annidiate dentro le celle dei ritenuti; quanto granatieri della vecchia guardia la mitraglia di un ridotto; e non si fermano nè anco qui; chè uscito di carcere il nefario è messo sotto la protezione di qualche valent'uomo, il quale lo accomoda presso operai di sua conoscenza, perchè apprenda utili mestieri, e col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo e persuadere i maestri a tenerlo con garbo, s'industria a farlo diventare persona agiata. Che se i padroni non riescono, non si può dire, senza ingiustizia, che la colpa sia loro. Dunque cessa di arrovellarti, e vedi come la migliore strada anco tra noi per diventare qualche cosa nel _consorzio civile_ (per dirla co' Dottori) sia appunto il passare per la trafila della prigione; di tanto poi mi piacque chiarirti, Bastiano, come per chiosa a quel detto del santo evangelio, che non bisogna montare su i trampoli per isbeffare il fratello che ha il bruscolo nell'occhio, mentre nel suo ci sopporta una trave maestra: il meglio, Bastiano, che possano fare gli uomini consiste nell'adoperare carità gli uni verso gli altri, e pregare Dio che ci renda tutti più buoni, o per lo manco meno tristi.
I libri, che Orazio stampò, furono mai sempre volti ad accendere i petti degl'Italiani allo amore della Patria e della Libertà, e in questo meritavano lode non fosse altro per la intenzione; gl'incresceva avere a mescer l'odio nei suoi inchiostri, e più nell'anima sua; ma con Vienna e con Roma e con certi amici suoi peggiori di Vienna e di Roma messi assieme, e fattone tutto un pesto, non sapeva quali spedienti, oltre quelli suggeriti dall'odio, potessero giovare, però picchiava e picchiava forte, quale incudine sul martello, e certo non era stato per lui se, all'ora che faceva, Vienna e Roma non si trovavano ridotte in cenere; quanto ai nemici suoi avrebbe desiderato vivessero e si pentissero, ma non ci vedeva verso; però gli raccomandava a Dio o al Diavolo secondo il merito; comecchè andasse più che persuaso che quanto a raccomandarli a Dio gli era fiato perso. A parte il concetto, furono celebrati sopra modo i suoi libri per la vaghezza dello stile colorito, e per la lingua a quando a quando popolesca e vispa, o curiale e solenne, e anch'egli dalla corrente fu portato al Campidoglio, e salutato anch'egli da plauso infinito, e davvero tanto ei fu sciaguattato, che se non dette la volta e diventò aceto fu miracolo, e fece prova di essere vino di Chianti, ma non di Broglio, chè questo è fumoso e sfonda lo stomaco. — Non si ha però da credere che in questo suo trionfo mancassero le scede i vituperii come nei trionfi romani, ma tanto non sapevano o non potevano dire in biasimo suo, che egli non ne dicesse due volte più da sè.
«O povera, povera Patria, egli sclamava talora smorto in viso e con voce piagnolosa, a quali stremi condotta! Ora conosco sì che tu se' prossima al fallimento, e in procinto proprio di dare del sedere sul lastrone, se ti tocca mettere fuori questi fondi di magazzino pel tuo meglio! E dove prima ponevi in mostra nelle tue bacheche broccati d'oro, velluti finissimi o per lo meno damaschi, ora hai di catti e sporci bigelli e frustagni.» Ciò non pertanto aveva in uggia i critici, anco i buoni; perchè aveva visto di rado che non patissero tutti il vizio del mestiere, ch'era la _saccenteria_; o non si poteva capacitare come cervelli, che alla prova del fare riuscivano male e poco, presumessero insegnare altrui le ragioni del far bene. Se poi il critico, oltre al mostrarsi benevolo spettava alla specie di Brunellesco, che, sfidato da Donatello a scolpire meglio il Cristo, glielo lavorò tale da fargli cascare per istupore le uova dal grembiale, allora gli si cavava di berretta e gli baciava la mano.
Però, giudiziose o no gli apparissero le censure, benevole o maligne, non se ne tormentava mai: se ci era di cavarne costrutto le notava, se no, lasciava correre tre pani per coppia; quanto poi alle presuntuose, alle gaglioffe o alle maligne, una volta gli vidi pigliare con le molle del caminetto cento fogli della _Gazzetta Piemontese_, e, buttatigli sul fuoco, non disse altro che questo: — Scorpione! —
Potrei aggiungere molte cose sul conto del signore Orazio, ma se non giudico male, quelle che ho dette penso le abbiano a parere anche troppe e fo punto.
CAPITOLO QUARTO
Vita e miracoli del Romanzo: della morte ne parleremo più tardi.
Miei amabili lettori — prima di mettere un altro passo protesto che nel nome di lettori intendo e voglio comprese anche, ed anzi principalmente, le leggitrici, tanto più che trattandosi di lettori maschi soltanto non si sarebbe potuto assegnare a tutti l'addiettivo amabili, almeno senza le debite riserve. Perchè poi adoperi così vorrei tacerle, ma sforzato dirò che lo faccio, perchè, secondo lo insegnamento antico, tutto quello che occorre nel mondo di savio e di gagliardo hassi a distinguere con nome _maschile_...
— E chi sono questi barbari, i quali si concedono commettere siffatte enormezze?
— La non m'interrompa, madama; veda, i romani costumavano così e non erano barbari; questi usavano la parola _auctor_ a modo dello indovino Tiresia, ch'ella come sa, fu maschio e femmina, da bosco e da riviera; e noti ancora, Virgilio, che fu l'elegantissimo dei poeti latini, disse _ducente Deo_, e parlava di Venere; scrisse _Deus impare gaudet_, ed accennava a Proserpina....
— Virgilio non fa testo perchè e' si mostri sempre parziale pel genere mascolino, come ne fa fede la sua egloga di Coridone.
— Non mi tagli a mezzo le parole, madamigella; veda anco Macrobio, che per quanto io sappia non consentiva con Coridone, parlando di Venere detta: _pollentemque Deum Venerem_....
— Ad ogni modo furono latini e noi siamo italiani, essi antichi e noi altri moderni.
— Anzi, mia gentile marchesina, ella può vantarsi modernissima stando alle fedi del suo battesimo, e meglio alla freschezza del suo amabile volto; ma che però? Gl'italiani le danno torto non meno dei latini; quanto agli etruschi io non saprei; consideri, di grazia: «Madonna Cia degli Ordelaffi (Matteo Villani scrive) che rimase _guidatore_ della guerra»; e altrove — che il re Roberto di Napoli lasciò la giovane reina _governatore_ del suo regno, — nella vita di santa Maria Maddalena si afferma che ella era molto bellissima _parlatore_ — e avverta che gli esempii non finiscono qui....
— Non finiscono qui davvero gli esempii, e tanto è vero, che nelle favelle latina e italiana tutto quanto occorre nel mondo di savio e di gagliardo piglia nome dal maschio, che il Cavalca, parlando di donna, le affibbia la qualità di _peccatore_, così mi salta su a dire una sorella del Sacro Cuore, ed io...
— La non si sbracci, mia dilettissima sorella in Cristo, perchè consideri che lo esempio le sia proprio contra; di fatto volendo significare il Cavalca come la donna nel peccato sia piuttosto sghangherata che rotta, la qualificò con l'aggettivo maschile, mentre, trattandosi di doti lodevoli, il femminile come più parco bastava, e ce n'era di avanzo.
— Ella è un insolente.
— Può darsi, signora contessa, ma la cosa sta com'io gliela conto.
— Niente affatto: anzi le cose brutte o fiere o maligne per la massima parte pigliano nome dal maschio; mi dica l'inferno di che genere è? Mascolino o femminino?
— Che vuol'ella? anco compare Matteo domandò al sole s'egli si fosse maschio o femmina, ma quei non gli rispose.
— La non si sbracci di uscirne pel rotto della cuffia, risponda in chiave:
— Lo inferno è maschio, ma la dannazione eterna è femmina.
— Il peccato e il vizio portano calzoni o vestono gonnella? mi dica in grazia?
— _Fragilità_, il tuo nome è donna, e badi che lo ha scritto quell'omaccione del Shakespeare.
— Nell'inferno ha mai letto che ci sieno demoniesse?
— No, signora: e la ragione è chiara, perchè elleno stanno tutte in questo mondo.
— Chi tentò Eva non fu serpente? lo può negare?
— Diamo un taglio al serpente; egli è certo che Eva tentò Adamo.
— Qui bisogna finirla: datemi un codice, un codice, dico, criminale; tutte le mie _crinoline_, per un codice criminale; venga qua, legga: il furto è maschio o femmina? Il parricidio, il fratricidio, l'omicidio, l'uxoricidio, maschi tutti; maschio l'assassinio; maschio l'adulterio...
— Si fermi lì, chè mi ha convinto, le sue ragioni mi avevano scalzato, ma gli esempii, massime l'ultimo, mi strozzano, e poi considero che le donne con le delicate loro dita talora si dilettano a sfilacciare un uomo come un pezzo di tela, e Orfeo informi; però chiedo a tutti perdono, e mi affretto a fare ammenda del fallo. —
Miei lettori dunque e amabili leggitrici, io vi prego a immaginare nello svolgere questa pagina che sieno passati due anni dal punto in che vi lasciai nel mio racconto; vedano non facciano greppo, non aggrinzino il naso; le ho compiaciute qui sopra, ora qui sotto compiacciano di grazia, un po' me: e poi pensino che la eternità di petto alla sua durata pone meno tempo a consumare due secoli, che le signorie vostre di faccia alla loro a fingere passati due anni nel voltare di una pagina. Non mi parlino di unità chè altramente butto via la penna e lascio in tronco la storia.
Dove ci ha maggiore inverisimiglianza, di grazia; nello immaginare trascorsi due anni nello svolgere di una pagina, ovvero nel capacitarmi che tante e sì strane vicende sieno accadute nel medesimo giorno, e per lo appunto in un medesimo luogo? A mo' di esempio vi sembra che stia a martello, che l'Oreste del massimo Alfieri, avendo avuto tanto tempo di palesare nella reggia di Strofio allo amico Pilade, dove crebbero insieme, quello che mulinava nella mente; avendolo avuto nella nave mentre veleggiavano; avendolo avuto allorchè dal lido s'incamminavano in Argo; si decida a spifferare il suo proponimento di ammazzare Egisto giusto dentro la usurpata reggia, di cui i muri, a senso del tragedo illustre, vanno intonacati di spie?
E poi il romanzo, io ve lo voglio dire dentro un orecchio per la reputazione _del sacro collegio_[3] (e intendete delle Muse, non già di quello dei Cardinali, che reputazione non ha da perdere), è figliuolo illegitissimo di una Musa. Non tentennate il capo; io so quello che mi dico: le Muse in Olimpo, come accade di tante altre, che non sono Muse, in questo mondo, godono riputazione di vergini, e si hanno a predicare tali; quanto allo essere, gli è un altro paio di maniche; però una tradizione credibile racconta come certa Musa, affermano fosse Tersicore la ballerina, sviatasi dalle altre, andasse un dì su l'ora dell'_Angelus Domini_ a visitare Bacco, che trovò assettato a tavola con un branco di Sileni e di Satiri; ci erano anco dei Fauni, ch'è quanto dire tutti elettori, i quali avevano votato per lui per mandarlo deputato al parlamento dei cieli; la Musa a contemplare cotesto spettacolo nuovo per lei, tôrse vereconda il passo e sì fece:
Della mano su gli occhi una visiera.
Felice lei e noi, se la visiera fosse stata più fitta! ma, no signore, ella si parò gli occhi come la vergognosa del campo santo di Pisa; onde scorgendo due satiretti che pigliavano a saltare, vinta dalla passione dominante pel ballo, ed anco per vanità, rimase.
Cessato il ballonzolo, la pregarono di mostrare un po' di che cosa fosse capace, ed ella, che pure aveva voglia che la vedessero dieci volte maggiore di quella ch'eglino avevano di vederla, si fece tanto e poi tanto pregare, che ormai come disperati stavano lì lì per cessare: della quale cosa ella spaventandosi, di sfascio saltò in mezzo alla sala, spanta, e briosa come vino che spilli fuori dalla botte lasciata per negligenza priva di zipolo. E' fu un delirio mirarla; andavano in visibilio Sileni e Satiri; per allegrezza agitavansi, baciavansi, qualcheduno piangeva alla dirotta, i più ridevano ed abbracciandosi co' nappi pieni in mano, venivano col barellare a versarseli sul capo, senza avvertire da lunge mille miglia che un giorno le anime si salverebbero dalla eterna dannazione a quel modo, e per di più adoperandoci non mica vino, ma acqua schietta. Quando la Musa fu stanca le porsero a bere; ella se ne schermì dicendo, ch'era solita spegnere la sete sua nell'acqua chiara delle fontane di Parnaso. Bacco le rispose che l'acqua era buona per fare i bucati; gradisse una tazza di nettare, e non credesse che fosse vino del piano di Pisa; e poi soggiunse che per compagnia aveva preso moglie un frate. La Musa bevve e dopo tornò a ballare; ribevve più tardi, e quindi col più snello dei satiri menò un gentile minuetto, e per l'ultimo un ballonchio da casa del diavolo, dove entrarono tutti; così produssero la veglia innanzi della notte un pezzo; e le guardie di sicurezza, che passarono e ripassarono sotto le finestre di casa Bacco, l'avrebbono fatta smettere di prima sera, se non li tratteneva il pensiero che i signori pari a Bacco in prigione non si mettono mai, bensì ci mandano spesso; però crescendo il baccano, e temendo i rapporti di qualche pezzo non meno grosso di Bacco, come sarebbe stata Minerva, la quale desiderava per le sue elucubrazioni la notte tranquilla, o vogli Venere che anch'ella ama quiete le ore notturne per un altro genere di lavori, sforzarono l'uscio ed entrarono in casa.
Egli era un mucchio di corna, di code, di orecchie asinine, di zampe di capra, di cosce pelose e di qualche altra cosa ancora; e sotto a quel mucchio (orribile a dirsi!) trovarono la Musa concia. Dio ve lo dica per me. Col favore della notte, la portarono a casa; Apollo, che fu per darsi del capo nel muro, buttò via di capo il berretto di cotone, spezzò le corde alla cetra e cantò un lamento senza accompagnature, che chi lo udì ebbe a dire: Apollo non avere mai fatto di meglio. Il peggio fu, che indi a pochi giorni pigliarono alla povera Musa le nausee, gli stomacucci, i capogirli, _eccetera_; onde ebbe a mettersi in letto; le sue sorelle mandarono per Esculapio, a cui dissero, le ingenue! che temevano forte Tersicore fosse caduta inferma pel male dell'idrope, per colpa di una famosa bevuta fatta a sangue caldo nel fonte di Aganippe. Esculapio visitò la inferma per di sopra e di sotto, e poi sentenziò che la Musa idropica veramente era; però di quella certa idropizia, che così in cielo come in terra guarisce nello spazio di nove mesi: non sbigottissero, non correre la sorella pericolo di sorta alcuna; però medico più adattato di lui per questa specie di malattia essere una donna: facessero capo a lei: egli _designava_ loro _madama Reale_, la più famosa levatrice di Torino, donna capace e sopratutto segreta; ma se conoscessero di meglio, quella adoperassero.
Tersicore, ahi! Tersicore in capo a nove mesi partorì un fanciullo più bello del giorno, almeno Tersicore diceva così; e a questo fanciullo fu imposto il nome di Romanzo. S'egli, appena messa la testa fuori dal materno alvo, non chiese da bere come Pantagruello, secondo che ci racconta il _Rabelais_, storico veridico quanto il signor Ranalti e il signor Gualterio, marchese e intendente, che piglia possesso di Orvieto _sotto il fuoco_ (stile di gala dei giornali _moderati_) gli è un fatto che a lui appena nato spuntarono le ali e si mise a volare; e vola e vola, ora si posò sul naso a Giove, che credendolo una zanzara, ci diede un picchio di ammazzare un cavallo, ma non lo colse, ora su la lancia a Marte, un dì stette con Ercole, un altro con Amore, ond'egli incominciò a raccontare le guerre dei Titani, le galanterie di Venere, le fatiche del figliuolo di Alcmena e le vicende di Psiche gentile; finchè aveva dei fatti veri si serviva di quelli, quando gli mancavano egli ce ne annestava di suo; diventato più adulto, derise li Dei, prese a bazzicare gente perduta, scrisse coi Greci le favole _milesie_, a Roma strinse amicizia con Apuleio, anco a Tito Petronio Arbitro resse la penna; insomma una ne faceva e un'altra ne pensava; per ultimo, tante commise scapestratezze, e tanti dolori arrecò a quella povera donna di Tersicore, che sovente tutta in lacrime, la meschina, ebbe a dire che ben per lei se dava retta a Momo, il quale, quando gli nacque il figliuolo, la consigliò a muso duro di metterlo nella ruota dei Trovatelli. Il peggio poi fu, allorchè il Romanzo si fece cristiano, e un dì scappando di casa alle muse portò via a Melpomene i coturni, a Talia la maschera, a Clio lo stile, ad Urania il compasso.
Tersicore andò a Roma alla cerca del figliuolo, e da quella via, per fare un viaggio e due servizi, baciare il piede al Papa, dacchè ella, come ballerina, una grande devozione pei piedi se la sentiva; però non se gli faceva baciare; ma a Roma le dissero che il Romanzo si era fatto turco; allora corse affannosa a Costantinopoli, e costà seppe come da parecchio tempo, ridottosi nella China, seguitava la credenza di Budda: non lo trovò neppure a Canton, perchè ito in America a farsi mormone; gli corse dietro invano per le terre degl'idolatri, a Londra, a Madrid, a Ginevra, alla fine lo trovò a Parigi, dove aveva aperto bottega di rigattiere di tutte le religioni del mondo. Magazzino sterminato di Numi smessi e da smettere, presso cui l'antico Panteon di Roma appariva un vero guscio di noce!