Il buco nel muro

Part 3

Chapter 33,772 wordsPublic domain

Corse e saltò gli scalini a quattro a quattro, ma giusto nello aprire l'uscio di casa si accorse di due cose, ch'ei giudicò nella diversa loro importanza ugualmente necessarie, pigliare il cappello e dire addio a Betta. Però da storici fedeli qui dobbiamo narrare come innanzi tratto egli pensò a Betta; ond'egli accostossi alla cucina, aperse piano piano l'uscio e sporgendo il capo vide Betta, la quale, malgrado la buona volontà, era stata vinta dal sonno, e con la faccia abbandonata sopra le spalle dormiva. Marcello si peritò svegliarla ed ebbe ragione, perchè sarebbe stato proprio peccato; tanto appariva piena di beatitudine; pareva che, come il patriarca Giacobbe, ella nei suoi sogni contemplasse gli angioli andare su e giù per la scala, che dalla terra arrivava fino alla botola del paradiso, a mo' di guardie del fuoco, che si affrettino a spegnere lo incendio; e se il signor Bersezio criticando osservasse che Betta non poteva rassomigliare il patriarca Giacobbe, perchè questi portava la barba e Betta no, gli risponderei, la si dia pace, caro signor Bersezio, che anche Betta la sua brava barba l'aveva, e se non se la faceva radere, non era certo per obbedire al divieto della legge delle dodici tavole, che probabilmente Betta non aveva letto mai e il signor Bersezio nemmeno[2]. Pertanto Marcello richiuse l'uscio, ed appoggiò il capo al pannello, giusto in mezzo al lunario che Betta ci aveva impastato sopra. In cotesto atto esclamò:

— O Betta, a te non correva debito amarmi, e pure mi amasti come madre; tu nel tuo cuore di donna hai trovato sempre una parola di conforto pei miei dolori, e nelle tasche del tuo grembiale uno scudo alle mie matte spese; tu benefica come il sole, senza curarti se ti avessi preso in uggia, tutti i giorni ti sei levata per me, mi hai schiarito e mi hai riscaldato. Quando ti sveglierai e mi saprai partito, tu certo mi accuserai di cuore sconoscente, e pure non è così; non potendoti fare adesso, come non ti ho fatto mai, verun bene, non mi è bastato l'animo di torti la pace del sonno! O Betta, ecco io piango per te, io, che non ho pianto nello staccarmi dallo zio; ma tu queste lacrime non vedi e non le crederai. O Santi, che formate tutto questo lunario su cui appoggio il capo, se durate in paradiso ad essere quei fiori di virtù che già foste in terra, deh! siatemi testimoni voi presso Betta della sincerità delle mie lacrime nel separarmi da lei.

E staccò il capo dal lunario, ma il lunario non si staccò da lui: come il Crocifisso, dicesi, si sconficcò dalla croce per istrignere nelle amorose sua braccia (bisogna avvertire per ogni buon rispetto ch'egli rimase sempre inchiodato nei piedi) santa Caterina da Siena, così il lunario si spastò dall'uscio per unirsi a Marcello, il quale lo rimise al posto per benino dicendo: Sta al tuo posto, che dei lunarii da qui innanzi parmi che io ne avrò da rivendere. Essendosi accorto poi di avere lasciato il cappello in camera dello zio, salì nella sua, ne prese un altro, e se ne uscì di casa, abbottonandosi il vestito fino al mento; e proponendosi di non tornarci finchè non avesse messo insieme quattordici milioni. Una voce interna si attentò obbiettargli: — O se fossero dieci non ci torneresti? — No signore, hanno da essere quattordici: cascasse un quattrino, non se ne fa nulla.

Betta, svegliatasi di soprassalto, corse nello studio di Orazio, e lo trovò sul pavimento svenuto: non si smarrì di animo la buona femmina, lo fece rinvenire, lo spogliò, lo sovvenne a coricarsi a letto, lo vegliò tutta la notte e per altre sei consecutive, finchè non si fu rimesso in piedi di cotesta batosta.

CAPITOLO TERZO

Dove si fa conoscere chi fossero Orazio e Betta, non che le gravi considerazioni di Orazio sul consorzio umano in proposito del gatto Maccabruno vestito da Gesuita, e nel cane Tobia vestito da Giandarme.

Adesso che Marcello viaggia e Orazio è a letto custodito da Betta, parliamo un po' dei nostri personaggi, e cominciamo da questa, dacchè ultima ella ci cascasse dalla penna.

Bella era l'angiolo di Orazio; però voi non vi avete a figurare che Betta fosse buona come le pecore o le vitelle sono, mai no. Betta aveva conquistato valorosamente la sua bontà, aveva combattuto e aveva vinto le male passioni; i travagli della lunga contesa le si leggevano in volto: quantunque queste passioni ormai stessero rassegnate a non levare più il capo, tuttavolta Betta dal piglio risoluto e da una certa tal quale trucezza dello sguardo si mostrava pronta a riappiccare la battaglia dove occorresse. Questo tornava in massima lode di Betta, per mio avviso, imperciocchè che cosa valgano le innocenze o non tentate, o ineccitabili, o fuggitive, io non so vedere. Allora le cause del tenerci ritti paiono, e sono, poste piuttosto fuori che dentro di noi, mentre all'opposto per le virtù battagliere le cause stanno barbicate dentro l'anima nostra. Delle prime, dove il tentatore trovi modo di appoggiare le scale, novantanove su cento puoi giudicare che saranno espugnate, muraglie e cassero tutti di botto, mentre le seconde sono capaci di attendere il nemico ai merli, e, agguantatolo pel collo, scaraventarlo a capo fitto nel fosso. Insomma, quelle ti si mantengono oneste finchè la campana del furfante non le chiami a refettorio; per queste l'ora del ribaldo non viene mai, o l'orologio è scarico; per le prime tu hai il simbolo in Eva, prima che le si faccia davanti il serpente, per le seconde tu l'hai in Ercole bambino, che, trovatisi sotto mano nella culla due serpenti, senza cerimonie gli strozza. Tale è Betta, la quale essendosi condotta dagli anni primi della sua gioventù a vivere in casa del signor Orazio, mostrò possibili a stare insieme due cose dall'universale reputate contrarie, voglio dire reverenza ed affetto tra uomo e donna, e, quello che sembrerà eziandio più difficile, tra padrone e serva, anzi tra intelletto esperto in ogni maniera di sapere ed intelletto che dalla natura in fuori non pigliò mai insegnamento nè ispirazione da nessuno. I lunghi anni vissuti insieme da Betta e dal signor Orazio facevano fede che i cuori non sanno di ragguagli, non conoscono misure; e che quando essi sono coppe di oro il più o meno di oreficeria non cresce nulla al valore intrinseco della materia. Tutto questo quanto allo affetto: circa lo ingegno, Betta era la battuta che rimetteva in chiave i pensieri discordanti di Orazio; il piombino dell'archipendolo, che gli faceva ritrovare la linea retta smarrita per la copia dei pensieri o delle immagini che ribollivano nel cervello di lui: in una parola Betta era il buon senso in gonnella.

Di Marcello toccai abbastanza: importerà meglio dire dello zio, uomo proprio nato apposta per essere a suo tempo impagliato e messo nel museo di Storia naturale; egli nasceva di padre generoso, per colpa degli avi ridotto al verde di ogni bene di Dio; tuttavolta questo uomo per virtù di pertinacia trasse la famiglia della miseria con istento ineffabile, talchè il cavare la pietra dal pozzo non gli sembrava paragone bastevole ai travagli sofferti: quando, il forte uomo morì, se avesse lasciato ai suoi figliuoli retaggio così ricco di facultà come di esempii lodevoli, i figliuoli avrieno potuto condurre i Rotscildi per mozzi di stalla; ma dall'accurata educazione e dalla benedizione in fuori, più poco essi poterono raccogliere della eredità del padre, che non per questo venerarono meno come santa memoria.

Quando la disdetta piglia a perseguitare vogli popolo, vogli famiglia o individuo, tu ti potrai accorgere ch'ella procede a modo delle tempeste di mare, le quali non cessano mica da un punto all'altro; bensì, calato il vento, continuano a nabissare le onde, che a mano a mano scemano il mareggio e per ultimo quetano: pertanto, giusto a quel modo, la sventura, che infuriò nel padre, rallentava nei figli, ma non troppo, i quali per maggiore stroppio morirono tutti immaturi, eccetto Orazio, e senza lasciare altra discendenza da Marcello in fuori. Orazio, quando accadde l'accidente infelice, contava ventiquattro anni, ed era di corpo ottimamente composto e di aspetto gentile; adesso lo vediamo arrivato a cotesta età, che si può dire che stia a cavallo al fosso della morte e della vita, come sarebbe la cinquantina, con forse qualche altro anno per giunta, e nonostante ciò, a guardarlo bene, si sarebbe giudicato subilo che la bellezza doveva essere passata di costà: ma ciò poco rileva. Orazio, al pari del padre suo, era stato da madre natura scolpito nel porfido; rimasto solo superstite della famiglia, come la colonna del tempio della Concordia in Roma, si ficcò in testa rilevare la sua casa: veramente, pensandoci sopra, parve anco a lui una faccenda seria e difficile a un dipresso quanto pretendere che cotesta colonna unica, ritta, intendesse sollevare su la base le gemelle rovesciate e ricostruir il tempio: tuttavolta avendo sbandito dall'anima sua ogni altra passione ne commise il governo a due amori, o piuttosto ad un amore solo applicato a due cose distinte. Patria e famiglia. Una senza dell'altra egli tenne che non potessero stare; che questa venerò come il tempio, l'altra come la divinità. A che allevare figliuoli, educarli, tirarli su nello esercizio delle buone arti, ammaestrarli negli esempii magnanimi, eccitarli alla pratica della virtù, se poi avessero solo a limitarsi nei traffici o a perigliare sui campi? Ei tornerebbe lo stesso che mandare cappelli nell'isola (alcuni opinano che sia terra ferma e giaccia da queste parti), dove gli uomini per testimonianza di santo Agostino nascono senza testa. E per altra parte qual pro travagliarci nei negozii pubblici, sostenere contese, affrontare odii, patire di ogni ragione disagi, rilevare ferite, dalla stessa morte non rifuggire, se la lode e l'utile di tali fatti noi non potessimo, se superstiti, goderceli in casa co' nostri consanguinei e defunti lasciarli ai posteri pegno perenne di riverenza e di affetto? E' sarebbe lo stesso che sonare il violino dentro un campo santo. Orazio trovò la Patria serva, e più dei tiranni assai gli increbbero i popoli servi della propria viltà; oscuro e solo dapprima, poi con pochi eletti cominciò la terribile iliade di odio, da un lato barattato in tanto odio a misura di carbone; di amore dell'altro non ricambiato da amore se non che tardo e scarso; ond'egli, quando lo assaliva l'umore nero, diceva, ripeteva e tornava a ripetere il verso:

— Ho servito a signor crudele e scarso, —

ma s'egli apponesse cotesto verso, come fece messere Francesco Petrarca, all'amore, o se piuttosto a qualche altra cosa, _come sarebbe il popolo_, non lo lasciava capire.

Pari allo Anteo della favola, quante volte egli picchiò di uno stramazzone in terra, tante si rilevò più gagliardo di prima; e più destro di lui ei procurò di non farsi sollevare per morire soffocato nelle braccia di Ercole. Sembrava fatto dalla natura di panno di lana il quale per mantenersi immune dalle tignuole ha mestiere di essere battuto almeno una volta la settimana: nelle prigioni studiava quanto un benedettino, e ritemprava i ferri ed altri ne fabbricava, per tornare subito più infesto alla guerra sì dell'odio e della pietà; ma di ciò basta, che di Orazio a noi preme discorrere come privato.

Fu sempre sua ferma opinione che l'uomo, il quale non si affatichi a uscire di miseria, meriti di essere schiavo; se la ricchezza genera vizii, il bisogno è padre di viltà, onde le moltitudini, anco da cui le ama, chiamansi vili, e meritamente; chi non le ama loro contende persino le nozze e rinfaccia la prole! Certo all'uomo uscito dal bisogno si apre tuttavia immenso innanzi a sè il campo per peccare, chè la cupidità lo tira co' desiderii smodati, e le lusinghe del lusso allettano infinite; ma il bisogno gli è proprio la Cibele dalle cento mammelle, che allatta la infinita famiglia dei delitti: alla più trista esci dal bisogno, e ti scemerai mezze le cagioni della infamia: però chi potendo procurarsi agiata la vita si mantiene indigente, egli reputava che se non era ancora tornato di casa dentro un articolo del Codice penale, e' fosse ito per le chiavi e a fissarne la pigione. Anzi teneva per fermo che il popolo, per provare se quelli che gli si profferivano tutori dicessero davvero, aveva una pietra di paragone infallibile in mano, la quale egli pregava volesse, almanco d'ora in poi, adoperare più spesso, e questa pietra aveva due facce, la prima se i suoi protettori, essendo ricchi oltre i termini del bene ordinato vivere civile, presumessero durare così e peggio se aspirassero a dovizie maggiori; la seconda che, messi da parte statuti, leggi, assemblee, dicerie e franchigie, pensassero a sicurare, migliorare e allargare il pane del povero, redimendolo dalla necessità o dalla tentazione di farsi schiavo ed infame. Se la prova tornava, il popolo si gettasse pure a chiusi occhi in balìa del tutore, chè allora egli lo avrebbe sperimentato Agide, o Cleomene o Gracco; se non tornava, rispondesse al tutore quello che disse la tortora al gatto Mur, quando questi spasimandole al lume di luna sotto le finestre la supplicava di scendere ad aprirgli la porta, tanto ch'egli potesse chiarirla più da vicino del gran bene che le portava.

Rispetto a lui, il dì che potè fare incastrare i suoi bisogni dentro la cornice della rendita, chiamò Betta, la invitò a inginocchiarsi insieme con esso e levare le mani al cielo per rendere grazie a Dio proprio col cuore, e questo egli fece perchè in casa sua non permetteva immagini per reverenza al Padre della natura; se non che Betta, a ridosso di queste sublimità, trovandosi in mezzo della stanza con le mani e con gli occhi levati in su vide un ragnatelo, e riavviata com'era, di un tratto rizzassi in piedi, e presa la spazzola lo levò, e poi appoggiata sul manico ammonì Orazio tuttavia genuflesso:

— Che sia benedetto, noi abbiamo l'aria di raccontare le nostre ragioni ai travicelli. —

— In ginocchio, Betta; di là da cotesti travicelli ci è Dio. —

— Badi a quello che dice, signore Orazio; oh, non sente che sopra i travicelli i figliuoli del casigliano fanno il diavolo a quattro? —

— Non importa, Betta, giù in ginocchioni; sopra quei ragazzi che fanno il diavolo a quattro ci è Dio. —

Orazio un tempo passò per avaro e non lo fu mai; superbo era molto, e soleva dire in proposito che se non ci fosse stato Cristo, il quale gl'insegnò la dignitosa alterezza della natura umana, egli avrebbe acceso le candele al diavolo perchè padre della superbia; ed aggiungeva che in difetto di altro, per salvare l'anima dalle tignuole, egli giudicava la superbia canfora unica al mondo. Per questo egli sovvenne sempre il suo simile in secreto, e studioso della soddisfazione della propria coscienza, la lode altrui non cercava nè curava; le repulse poi erano clamorose, e non contento a negare, voleva con lunga diceria chiarire il postulante che a cagione delle sue pessime qualità avrebbe avuto tutto al più diritto ad una fune che lo impiccasse. Certa volta domandarongli l'elemosina pei bambini chinesi, allegando ch'egli era per riscattarli dai cani; egli si abbattonò precipitosamente fino all'ultimo bottone delle vesti e rispose.

— Nè anco un quattrino; la mia carità somiglia ai cerchi cagionati dal sasso che si butta nell'acqua; il primo cerchio comprende me e la mia famiglia, il secondo i parenti e gli amici, il terzo i compatrioti; altri cerchi non sa fare e dentro questi rimango. Ipocriti! siete pieni di carità pei chinesi, e veruna ve ne piglia pei vostri fratelli italiani. Ipocriti! pietosi pei morti, potreste vedere un vivo stramazzare dalla fame senza porgergli un boccone di pane. —

L'amore suo per la Patria si mostrava così esclusivo, che durò un pezzo a insegnare la geografia al nipote con la carta d'Italia unicamente ritagliata alle alpi, e così impastata sopra un foglio bianco, e quando Marcello gli veniva domandando:

— E di là a sinistra oltramonte che cosa ci si trova, zio?

Egli borbottando arruffato rispondeva:

— Dicono che ci si trovi un paese, il quale si chiamava la Francia. —

Se per disgrazia il fanciullo lo interrogava su i paesi a destra di là dalle alpi, egli si rizzava in piedi co' capelli ritti gridando:

— Ci è il diavolo che ti porti. —

E per cotesta sera non si faceva più lezione; e' fu pertanto dall'amico Bastiano che il ragazzo seppe coteste contrade essere abitate da una gente perversa, odiatrice nostra, e da noi più che mortalmente odiata, che aveva nome di austriaca; e fu eziandio per intercessione del signore Bastiano che egli pure ottenne dallo zio l'atlante intero e il mappamondo.

Orazio non solo non era capace di commettere mala azione per volontà, ma per natura gli sarebbe riuscito impossibile; e tale pretendeva lo estimassero non solo i conoscenti, ma altresì quelli che non lo avevano in pratica; onde riusciva talvolta gioconda la sua meraviglia, se comprando egli qualche cosa per via e non si trovando danaro allato, il venditore non si contentasse delle sue parole:

— Galantuomo, vi pagherò domani, — e agguantatolo pel braccio non lo lasciasse andare.

In questo fu irremovibile, che non volle mai giuocare, e chiamato un dì per testimone, e negando il giuramento, a cui gli notava ciò imporre la legge, egli rispose:

— Ma lo nega Cristo; ora io non conosco legge che vinca il vangelo; — e poichè minacciavanlo restringerlo in carcere, egli crollate le spalle soggiunse:

— Mi ci hanno messo tante volte per cause meno sante che adesso mi parrebbe andarmene a nozze. —

La ipocrisia aveva virtù non solo di voltarlo sottosopra nel morale, ma gli cagionava le convulsioni: pietoso era e magnanimo, aborrente dal sangue; pure senza tema di aggravarmi la coscienza affermo che se la ipocrisia avesse avuto persona, egli per finirla a un tratto, l'avrebbe appostata al cantone, e quivi ammazzatala di una coltellata nel cuore; ma poichè la ipocrisia non vestiva persona, e di lei solo apparivano i portati, egli sgomento di poterli sperperare si rimaneva; imperciocchè se si fosse trattato unicamente dei tartufi neri, col tempo e la pazienza avrebbe sperato di metterci buon sesto: ora poi che pullulavano su a miriadi anco i tartufi bianchi, che a paragone degli altri pizzicavano due volte tanto, gli erano cascate le braccia e si era dato per vinto. Soleva rammentare sovente come il padre suo gli avesse lasciato per ricordi, primo di non avere che fare con gli _uomini_, co' _cavallini_ e con tutta la robuccia _piccina_; secondo: se hai da comprare, compra giovane; perchè gli anni non fanno cascare solamente i denti e i capelli, bensì ancora le virtù; il diavolo appunto è cattivo perchè vecchio. In obbedienza al primo ricordo fuggiva come peste ogni luogo frequentato da insetti, ed una volta che gli accadde di passare accosto ad una botte di vino guasto, si cavò il cappello salutando rispettosamente i moscerini, e a cui sorridendo lo domandò che cosa intendesse con cotesta burla di significare, egli con volto scuro e vista paurosa rispose:

— _Terribile è la potenza del piccino. Fra le fatiche di Ercole tu non ci trovi quella dei moscerini; guai a lui se l'avesse tentata, egli ne sarebbe uscito a capo rotto!_

E fu creduto dai più ch'egli intendesse accennare ai mediocri in lettere, ai moderati in politica, alla turba dei giornalisti ebrei battezzati e cristiani circoncisi, i quali al mestiere antico di tosare le monete avevano aggiunto quello moderno di tosare le reputazioni dei galantuomini.

Si dilettava di arti; amò la poesia, ma più d'abaco, per modo ch'ei stava dietro ad una scrittura, con la quale intendeva dimostrare per via di operazioni aritmetiche, piane, facili e da stamparsi nei lunarii a luogo dove mettono i numeri del gioco del lotto, che i delitti rispondevano ad altrettante somme sbagliate. Ma se i modi suoi apparvero bizzarri, bisogna dire che per la favella si era ridotto a tale, che chiamare pane il pane, e sassi i sassi, ormai non sapeva più nè poteva.

Cotesto suo spirito, che ritraeva alquanto dello Sterne e moltissimo del Montaigne, un po' per imitazione dei begli umori italiani dei secoli decimoquinto e decimosesto, un po' per naturale propensione, si era fabbricato un linguaggio grottesco, a riboboli, che non immeritamente si potrebbe paragonare a quella maniera di pittura che si chiama _raffaelesca_, e nondimanco è più antica di Raffaelo assai: per essa in cima di uno stelo lunghissimo miri uscire da un fiore leggiadro a mo' di insetto anche più leggiadro una ninfa; più sotto un amorino che avendo alle spalle invece di ale un nicchio di chiocciola striscia su di melo granato e ride; là di mezzo a un canestro di fichi e di mele sbuca la testa barbuta di un filosofo; qui ai manichi di un candelabro stanno appese a guisa di spegnitoi due sfingi con la coda mezzo squame di serpe, mezzo foglie di acanto; in altra si corrono dietro sistri e crotali, lire e nacchere in compagnia di uccelli, di farfalle, di rose, vero stravizio di cervello ebbro di bellezza; ma forse il linguaggio di Orazio talora ritraeva piuttosto la follia del quadro di sant'Antonio dipinto dal Callotta, dove i diavoli fanno da artiglieri e da artiglierie, le quali accese alla bocca sparano tentazioni _da un'altra parte_, che non importa dire quale, contro il povero santo, e più spesso altresì rammentavano i dipinti di cotesta scimmia delle stranezza umane Hogarth: nè basta; vi era dei giorni che Orazio adoperava costantemente per esprimere i suoi concetti immagini e vocaboli desunti dall'architettura: così quella tua proposta gli pareva _fuori di squadra_; — questo discorso _strapiombava_, l'altro era _cubo_ come un _piedistallo_, un ragionamento mancava di _base_, un concetto di _capitello_, qui tu mettevi l'_architrave_ prima del _cornicione_ e via discorrendo; un altro giorno dalla pittura; un terzo dalla chimica: in somma egli era cosa da farne strabiliare i cani, e ciò che riusciva giocondo egli era ch'ei si stizziva co' servi se non lo capivano di colta. Tu puoi ben credere che questo aere di bizzaria, diffondendosi intorno a lui, aveva a lungo andare viziato tutta la famiglia, tranne Betta, puritana settatrice delle cose semplici semplicemente significate; sicchè i suoi domestici si mostravano tutti uomini nuovi favellanti per via di traslati, d'iperboli e di metafore nelle più bizzarre maniere del mondo; le guali cose o per contradizione o per altro avevano abilità di rallegrare mediocremente Orazio, e qualche volta lo affliggevano, come accadde un dì, che uscendo di casa in compagnia del signor Bastiano gli si pararono su l'uscio acculattati il gallo Maccabruno e il cane Tobia, dei quali quello i domestici avevano vestito da _gesuita_, questo da _giandarme_. Orazio si fermò a guardarli tutto arruffato, e al signor Bastiano che ne sghignazzava disse severo:

— _I miei servi mi hanno oltraggiato, perchè mi credono capace di aprire canova di civiltà, avendomene messo la insegna su l'uscio. — I poli della civiltà, almeno per ora, sono il gesuita e il giandarme._