Part 14
Orazio accennò col capo non avere altro, e rizzatosi in piedi, preso il capello, salutava e partiva. Omobono, o sia che l'allegrezza di essere liberato dal fastidio di dotare ed alimentare la figliuola lo levasse di sentimenti, o sia, come credo piuttosto, per istrazio del signore Orazio, recatisi in mano due doppieri, e quelli incrociati, lo precedeva rischiarandogli il cammino fino alle scale. Se fu suo disegno di dare la berta a Orazio, bisogna dire che ne rimase scottato fino all'osso, imperciocchè questi fingendo di stare sopra pensiero non mostrò accorgersi dell'atto servile, glielo lasciò compire fino all'ultimo, e sul punto di congedarsi, tratto fuori la mano di tasca, gli porse uno scudo; senonchè qui facendo le viste di rientrare in sè, disse:
— Oh! perdonate, vi aveva scambiato per un servitore.
Onde, come vedete, dall'una volta che si erano visti e trattenuti insieme questi due uomini avevano cavato argomento di detestarsi per due vite lunghe come quelle di Matusalemme.
E' non ci ha dubbio; quello che era avvenuto fra il signore Orazio e suo padre umiliò profondamente la signora Isabella, l'afflisse, la fece piangere, ma per ultimo tanto più si persuase che sarebbe un mostrarsi ingrata alla Provvidenza, se ostinandosi a proseguire un affetto che la respingeva, non avesse accolto due cuori, ch'ella nella sua misericordia le mandava.
Epperò alla dimani Isabella in compagnia di Orazio se ne andò a Torino: colà rompendo gl'indugi, in breve ora venne apparecchiata ogni cosa necessaria a celebrare l'atto del matrimonio. Orazio, secondo lo persuadeva la sua natura bislacca nello accompagnare in chiesa il nipote, gli andava susurrando dentro le orecchie:
— E va in regola, ti ho cavato di prigione per menarti al patibolo.
Io vorrei porre qui una similitudine, ma pendo in sospeso se la metto o non la metto, però che dubiti forte di sentirmi sgridato dai maestri miei, i quali mi appunteranno di certo che male si accorderebbe con la semplicità dello argomento: ora però che ho pagato la gabella al giudizio dei maestri miei mi avventuro a porla.
Come l'ape immersa nel calice dei fiori attende alla dolce fatica, immemore del sole che si leva o che tramonta, così questi miei personaggi, chiusi negli affetti domestici, per un tempo non curarono sapere, anzi non pensarono nè anco se il mondo durasse tuttavia fuori di loro. E' fu una vita tutta baci, tutta risi, e se piansero, ell'erano lacrime di celeste voluttà; rugiada divina, che raddoppia il profumo delle gioie dell'anima! Taluno ripiglia l'uomo felice di avaro perchè nasconde il tesoro della sua contentezza: veramente così l'uomo quando è infelice espone indarno agli sguardi altrui il fascio delle proprie miserie, che non è giusto accusarlo di serbare la sua gioia per sè. E bisogna anco dire che il felice accomunerebbe le più volte invano le caste gioie dell'anima; imperciocchè un cuore non senta dolcezza di altro cuore che sia, se prima di tutto non si disponga alla grazia di Dio, allora egli vi sparge con mano benefica il seme della pace, e ne lascia intera la messe ai suoi figliuoli in caparra di quella infinita che serba loro nei cieli.
Due anni trascorsero, e non si vedeva comparire frutto da cotesto matrimonio; per quanto un volto umano può prendere la somiglianza di un punto interrogativo, la faccia di Orazio domandava ora a questo, ora a quell'altro sposo: ed ora che figure sono queste? La faccia sola però interrogava, che quanto a lingua, anzichè farla parlare, se la sarebbe svelta. Ma anco qui vennero consolati, ed un bel giorno Isabella gittandosi in grembo allo zio, e nascondendo la faccia nel seno di lui, gli susurrò sommesso nelle sue viscere agitarsi una creatura. Orazio le cinse con mani tremanti il capo e lo baciò attorno attorno, esclamando:
— Fossero stelle io te le darei del pari, e del pari te le meriteresti, figliuola mia. Grazia del cielo e tua mercede, hai messo il colmo alla tua perfezione di donna: perchè che cosa è mai una donna senza prole? Per leggiadra ch'ella sia, e di costumi santi e amorosa, parrà sempre un fiore senza odore. La donna senza prole somiglia alla camelia; questa superbisce nella pompa delle sue foglie bianche, o vermiglie, o incarnate, o variegate; si profferisce a tutt'uomo, bazzica le liete brigate, frequenta i festini, folleggia e muore senza compianto come senza memoria; fiore di baccanale! fiore da femmina senza vergogna come senza figliuoli! Perano le camelie! Ma la donna giocondata di figliuoli è pari alla rosa, che lieta dura su la spina nativa quivi educando i suoi bottoncini, e allorchè il tempo l'avvizzisce, lascia le sue foglie rimedio ai mali, sollievo ai sensi ottusi, sicchè sovente, quanto più il verno si discosta dalla dolce stagione la rosa ti manda all'improvviso un saluto di odore, che ti ricrea il corpo e ravviva l'anima richiamandola ai dì della primavera, a quelli della gioventù, primavera anch'essa, ma che passata una volta, non si rinnova più! Non importa, purchè si rinnovi nei figli o discendenti nostri, ben venga la memoria della irrevocabile primavera. Vi ha chi rinfaccia lo studio di procreare nipoti, e lo calunnia come istinto di animo vanitoso o superbo; le sono grullerie, per non dire peggio, Isabella. Innanzi tratto la creatura umana propagandosi salda il debito di riconoscenza a cui le dette la vita; inoltre esercita a benefizio dei figli le cure di nutrirli e allevarli, che i genitori esercitarono in pro suo, e come chi si versa in cose male diventa iniquo, all'opposto chi si trattiene fra cose buone riesce buono; il cuore nostro, Isabella mia, vedovo di affetti è una lira senza corde, uno anello senza pietre, e comecchè si possa amare scevri del fine di procacciarsi figliuoli, questo amore, come ispirato più dalla Venere terrena che dalla celeste, o dietro sè lascia amaro, o per lo manco passa senza traccia di dolcezza; perchè se amore non si trasforma muore; egli dura immortale, se a mano a mano ch'ei muda le penne terrene si circonda di raggi attinti alla fiamma dell'anima. Tu come donna leggiadra potrai scadere affaticandoti nelle cure materne, nel desiderio del tuo marito; non isgomentarti; per dieci che tu perda a questo modo, acquisterai cento di riverenza e di adorazione come madre. Per ultimo la creatura umana riproducendosi risponde allo scopo della creazione: vuol'egli sedere a mensa e non contribuire alla spesa? Non vanità nè superbia ci hanno a movere nello studio di procreare figliuoli, bensì la idea di non morire intieri. La vita è una battaglia: da secoli e secoli noi combattiamo la tirannide e l'errore; non cessarono i giorni delle prove, succederanno altre contenzioni, altri patimenti; ora se in cotesti tempi che io vedo con gli occhi della mente, il mio nome sarà chiamato come quello di un soldato, che non mancai mai alle battaglie della umanità, e se un uomo uscito dal mio sangue risponderà gridando: presente! scavatemi quanto volete profonda la fossa, copritemi di terra quanto vi piace, io non morirò intero. La vita è un cammino verso la perfezione: ogni nome porta la sua pietra per la fabbrica di questo tempio; certo la opera si conosce lunga; la calce che lo mura spesso è spenta col sangue del popolo; talvolta eziandio la opera rimane interrotta, o pare, ma io credo fermamente che un dì sarà compita, e vedo in cotesto tempio raccolta la umanità a lodare Dio padre: sciolta dalla servitù e dell'errore si riconosceranno intero padre e figliuoli e cuore palpiterà su cuore senza prete fra mezzo. In quel giorno, se una voce che sia del mio sangue si aggiungerà al coro delle laudi dell'Eterno; se un raggio della benedizione celeste si poserà sul capo di uno dei miei discendenti, esulteranno le mie ceneri, e non potendo in altro modo manifestare il proprio compiacimento, io penso che lo faranno rendendo più verde l'erba che le copre. La presenza dei figli rende i buoni migliori, rispettivi i tristi, che anco il demonio si periterebbe a guastare questi fiori d'innocenza. Cristo amò i fanciulli; non senza consiglio i pittori cristiani rappresentano i santi e le sante circondati da pargoletti, poichè come presso i gentili l'olezzo dell'ambrosia dava indizio della presenza del Nume, presso di un nembo di angioletti annunziano prossimo Dio. Grande ed arcana è la gioia di considerare come l'intelletto nei sensi dello infante, massime negli occhi, si riveli a mo' del giorno per il cielo sereno in un mattino di estate; prima da oriente appare un grigio perlato, di subito si muta in bianco, quindi a breve in rosso, in rancio, in croco: all'improvviso spunta il sole e in un attimo la gloria dei suoi raggi si diffonde per lo emisfero, che di lui s'innamora; ma non sono questi unici i diletti che reca un pargolo; ce ne ha altri ancora; che io vo' pur dire, e questi spettano affatto alla materia: io confesso sentirmi gratamente commosso dal lato della seta finissima dei capelli di oro, dal calore pregno di vita di coteste rosse guancie, dalle carezze di quelle manine più morbide della piuma del cigno; renunzio a descrivere la delizia un po' troppo acuta, che suscita il riso del pargolo quando la mamma in un estro di amore materno lo leva in alto come per accostarlo meglio a Dio, o quando il babbo lievemente vellicandolo nel mento, gli procura il piacere, che l'uomo forse unico gusta senza scontarlo in rimorso o in dolore.
E questo Orazio disse tutto di un fiato, con tanta efficacia di gesti che Isabella, Marcello e Betta ne rimasero attoniti e commossi; anzi quel benedetto Marcello pure piangendo, per nascondere il pianto, si fece in furia a pigliare il cappello mostrando uscire, e siccome il zio gli corse dietro gridando:
— E ora dove vai?
— Mi lasci andare, che io vo a pregare l'arcivescovo che non impegni il pulpito della cattedrale per questa quaresima.
E Orazio stringendosi nelle spalle soggiunse:
— Non date il santo ai cani e le margherite... ecc.: però Isabella, piglia tutto il mio discorso per te.
Nè qui solo si restrinsero i benefizii derivati dalla presenza d'Isabella in cotesta casa, chè Orazio, di Marcello non se ne parla nè meno, mano a mano addomesticossi con lei; smise la stramberia del discorso, e qualchevolta degli atti, onde sovente Orazio ebbe a dire:
— Dacchè mi si fece ospite Minerva, è mestieri che tutto intorno a lei pigli le forme regolari e severe del Partenone.
Faceva ad un punto tenerezza e ilarità come Orazio, messi in un canto i suoi libri di politica, di storia e di poesia, si circondasse di trattati di medicina, e quelli giorno e notte leggesse per attingervi norme a mantenere sana l'amatissima figlia; quanto a tenerla divertita già non aveva bisogno di pensarci, pure ci pensava e molto. La mattina si levava per tempo a remuovere dal viale qualche ghiaia male fra le altre sporgente, perchè quando sul mezzodì ella scendeva a passeggiare, a caso non le offendesse i piedi; egli moderava la luce dei lumi, egli solerte persecutore di ogni effluvio odoroso che pungesse più acuto della violetta o dell'ireos; che più? Prima che sonassero qualche musica in qualche camera a Isabella, egli andava a sentirla provare fuori di casa e là dove gli paresse in qualche punto un po' troppo vibrata, egli per amore dei nervi della figliuola faceva, se potevasi, moderarne i tuoni; diversamente ne sceglieva un'altra; per lo più stava al Bellini, vero Tibullo dell'arte dei suoni. — Povero vecchio! Egli era un miracolo di amore; veruno, e per avventura neppure egli, avrebbe sospettato che la sua anima serbasse tanto tesoro di affetto.
Finalmente venne il giorno in cui da un capo all'altro in cotesta casa fu inteso dire: un figliuolo è nato: ridevano i servi, e Betta come gli altri; poi saltavano, e palma battevano a palma. Per istrano caso Orazio e Marcello si abbandonarono l'uno nelle braccia dell'altro, e piansero dirotto così che Isabella con piccola voce domandò:
— Signore, questo pianto mi dà cattivo augurio per la mia creaturina....
— Oh! no... no.... rispose Orazio asciugandosi gli occhi, io rido subito.... figliuola mia... io piango... io piango... perchè quando il piacere è troppo, vedi... non si può sopportare... e diventa quasi dolore. —
E qui da capo proruppe in pianto. Lacrime dì gioia e pioggie di primavera accrescono la giocondità del volto e dell'erba che bagnano, sicchè sfogato alcun poco cotesto ardente affetto, essi non avrebbero, Dio li perdoni, permutato un'ora della gioia presente con tutte le future del paradiso.
Orazio entrava venti volte l'ora nella camera d'Isabella, e se trovava il pargolo sveglio non rifiniva di supplicare la puerpera di posarglielo un po' su le braccia: e quando ce lo aveva, era più contento di uno imperatore che stringa nella mano la palla dello impero.
— Babbo, me lo renda, via, ella me lo sciuperà...
— Io?
— Eh! che ci è da fare le meraviglie? Forse non mi sciupò anche il mio Marcello?
— Sì, ma allora non possedeva in casa la _via del paradiso_; ora caso mai si sbagliasse, presto tu ci rimetteresti sopra il buon cammino.
— Quando lo battezzeremo noi?
— Quando vorrai. Che ne dici Marcello?
— Mettetevi d'accordo voi altri; per me quello che volete voi voglio io.
— Direi da qui a tre giorni.
— E perchè aspettare tanto. Isabella?
— Perchè... perchè... io penso... io credo che sarebbe bene avvertire mio padre della nascita del suo nipote...
— È giusto, e lo farò subilo, ma come entra lo annunzio collo aspettare tre giorni?
— Non so... vorrei m'indovinasse... sono figlia alfine... ed egli padre mio sempre... e il torto è mio.
Ho capito; sentite figliuoli; io proporrei di scrivere al signor Omobono annunziandogli che fra tre giorni battezzeremo la creatura; anco, Isabella, se lo vuoi, potremo aggiungere che tu lo preghi a darti la consolazione di venirti a vedere; caso mai dentro cotesto termine non comparisse, senza lui abbiamo fatto il matrimonio, e senza lui battezzeremo il figliuolo.
La proposta del signore Orazio venne con gradimento di tutti accettata non solo perchè ottima, ma anco per essere l'unica, che la congiuntura offeriva. Allora nell'animo d'Isabella incominciò a manifestarsi una trepidazione, che non era senza danno della sua salute; ad ogni romore di carrozza che si udisse dalla strada allibiva, voltava sollevata la faccia verso la porta, e poichè quinci non vedeva comparire persona sospirava.
— E lettere da Milano, ella interrogava, ne sono venute?
— Non se n'è viste ancora.
Così passarono tre giorni; cadde la disputa se i tre giorni avessero a decorrere interi, oppure se dovessero reputarsi compiti nella sera del terzo giorno: prevalse la prima opinione, come quella che forse era più giusta, e perchè Orazio, secondochè gli persuase la gentilezza, non ci volle insistere sopra; ma sul termine portato dal quarto giorno non vi era modo da gavillarci sopra. Lieta sì ma pure offuscata da tenue velo di malinconia, Isabella sovvenuta da Betta si accinse a detergere e a vestire la sua creatura; e vi so dire io se fossero sfoggiati a belli i guancialetti cospicui per trine, per ricami e tutti infioccati di nastri di raso; davvero cotesta faccia vermiglia in mezzo a bianchi pizzi se non rassomigliava per lo appunto, ricordava il bottone della rosa brizzolata dalla brina. Vestito che lo ebbe, Isabella baciò il pargolo, lo ribaciò, tornò a baciarlo ancora, e poi lo commise nelle braccia del signor Orazio; sentiva in questo momento la povera donna sorgersi in petto una voglia infinita di sospirare, ch'ella però valse a reprimere fino al punto di convertirla in un lungo respiro.
Orazio col pargolo su le braccia disse:
— Ed ora qual nome gli daremo noi?
— Orazio, disse Marcello.
— Orazio, soggiunse Betta.
Isabella piegò il capo, e non disse nulla, per la quale cosa Orazio a lei volgendo il discorso riprese:
— E la mia figliuola non aprirà bocca in occasione tanto solenne?
— Sono una reietta da casa mia; poichè mio padre non vuole accettare me nè il figliuolo mio, è ragione che io ed egli siamo tutti e unicamente vostri.
— E noi non ti respingeremo mai, se tu non respingi noi, stanne sicura, Isabella: solo dimmi se ti rincresce o no che il tuo figliuolo porti il mio nome. Su, parla franca...
— Come vuole che mi rincresca? Solo avrei desiderato ne portasse un altro, o almeno due... mi compatisca, sa!... ma adesso che mio padre lo rifiuta... lo vedo ancora io... non è possibile...
Orazio considerando che il colloquio affliggeva Isabella, reputò opportuno troncarlo, ed uscì per andare in chiesa con la balia, il pargolo e Marcello.
Forse potevano avere scorso metà della contrada, quando videro venirsi incontro un'altra carrozza tirata da quattro cavalli stimolati a correre dallo strepito delle fruste dei postiglioni; allora il signore Orazio, divenuto timido peggio di una femminuccia, cavò il capo fuori dello sportello per avvertire il cocchiere di scansarsi, ma il cocchiere non ebbe bisogno di farlo, imperciocchè si udì dall'altra carrozza una voce che disse:
— Ferma!
E subito dopo si aperse, uscendone a precipizio un gentiluomo vestito di nero. Orazio lo riconobbe, e a posta sua fatta fermare la carrozza, ne scese pure egli. Il sopraggiunto gli mosse incontro dicendo:
— Signore Orazio, eccomi presente ad accettare lo invito....
— Signore Omobono, è troppo tardi. Gl'idi di marzo sono venuti....
— Ma non passati.
— Anzi venuti e passati.
— Signore Grazio, voi che fate professione di cristiano vogliate ricordarvi che Gesù Cristo accolse l'operaio della sera col medesimo viso col quale accolse quello della mattina, e li giudicò meritevoli di mercede pari.
— Signore Omobono, io ricordo ogni cosa, ma vedete Gesù Cristo era Gesù Cristo, ed io son Orazio; voi non siete un operaio, bensì il signore Omobono, che non può mutare in buono uomo; e poi, a dirvela all'aperta, quella degli operai era una parabola, nè qui si tratta di piantare vigna, sibbene di battezzare un figliuolo.
— Oh! allora esclamò il signore Omobono levando ambedue le mani al cielo, la troppa felicità vi ha indurito il cuore, come a me la troppa ricchezza: perchè respingete l'assetato? Datemi un sorso della vostra felicità... Signore Orazio, signore Orazio, pensate che l'uomo può essere avaro non di danari soltanto. Anco voi come gli altri!.... Vi giudicava diverso.
— Tolga Dio, rispose Orazio, che io vi compaia minore della estimazione che voi fate di me; nè questo dico per superbia, no davvero, ma perchè chi tolse il carico di custodire la onestà ha obbligo di operare in guisa che per colpa sua non iscapiti di reputazione, ed io tuttochè indegno, questo carico me lo sono tolto. Venite dunque, voi siete padre d'Isabella, e questo è sangue del vostro sangue: voi siete più prossimo a lei per parentela; io mi contenterò di starle più prossimo per amore... che se vi ci accosterete come me, non io... non io ve ne porterò astio... volendo sperare che Isabella abbia in sè tanto affetto da consolare ambedue.
— Ed ella lo possiede in copia da bastare anco a me, mio caro zio.
— Sicuramente che lo possiede! E chi si attenterebbe a negarlo? Ah! capisco... ho detto voglio sperare; e' fu un discorso fuori di squadra, ella pena a amare quanto il sole a riscaldare.
— Il nome della creatura quale ha da essere? interrogava il prete con voce che sembrava si fosse fatta imprestare da qualche raganella, che suona l'uffizio nella settimana santa, allorchè le campane stanno legate — e avvertano bene a scegliere nomi di santi che si trovano sul calendario romano, perchè questo mal vezzo di pigliare nomi di gentili, i quali per certissimo andarono tutti a casa del diavolo, io non potrei patire... gli avviso che non mi troverebbero arrendevole fino a questo punto.
— Ma entrò a dire il signore Orazio, il nome di questa creatura aveva ad essere Orazio... e mi sembra che sia un nome ortodosso come qualunque altro, che gode il benefizio di trovarsi sul calendario romano...
— Non dico diversamente... e può benissimo battezzarsi col nome di Orazio.
— Però dubito forte ch'ei possa ormai battezzarsi col nome di Orazio.
Il curato lo guardò sbieco per di sopra gli occhiali, sospettoso che avesse patito ai mezzanini.
— E dunque come si chiamerà egli?
— Non costuma che il battezzando pigli nome dal compare?
— Giusto; massime poi se il compare sia parente.
— Dunque a voi, Omobono, voi siete il compare del vostro nipote; e sì dicendo gli pose fra le mani il bambino che aveva preso egli, intantochè volgeva altrove la faccia per nascondere il suo turbamento.
Senza dubbio Omobono non era più quello di prima; se lo aveva punto l'affetto per la figliuola, ciò accadeva in grazia di uno strano sconvolgimento avvenuto in lui; nondimanco rimescolavansi tuttavia nel suo spirito passioni impure come l'orgoglio, la smania che assale i vecchi avari di vedere perpetuato il proprio nome, il tedio delle ricchezze, la vanità di una vita ormai priva di scopo, ed altre parecchie che qui non fa mestieri rammentare; però nel cuore gli era rimasta una tal quale durezza; ma la bontà infinita di Orazio, il dolore immenso che soffriva, la semplice grandezza con la quale lo reprimeva, il sacrifizio che sopportava ebbero virtù di voltarlo sotto sopra, la terra gli mancò sotto le ginocchia, e due rivi di lacrime gli sprillarono fuori dagli occhi quasi vena di acqua che di botto sbocchi dal fesso che si è fatto nella rupe.
— Grazie, diceva, grazie, signore Orazio; se avessi un regno ve lo donerei: se non fosse peccato, mi prostrerei dinanzi a voi per adorarvi. Se non lo sdegnaste... e non lo sdegnerete di certo, io proporrei a voi ed anco qui al signor Marcello, che al bambino s'imponessero due nomi: Omobono e Orazio.
— Fate voi.
Così il figliuolo d'Isabella fu chiamato al fonte battesimale Omobono e Orazio.
Orazio e Marcello di ritorno a casa entrarono soli in compagnia del pargolo in camera della Isabella, che rivide loro e il suo figliuoletto con tali dimostrazioni di gioia, che se fossero stati reduci da lunghi viaggi o scampati da pericoli formidabili, ella non avrebbe potuto fare minori.
— Ecco qua il tuo bimbo; guarda se te lo rendo come me lo confidasti: guardalo bene, veh! perchè consegnato che io lo abbia, non garantisco più nulla.
— È tutto sano, tutto vispo, tutto amoroso il mio Oraziuccio.
— Oh! senti, Isabella, ti ho da confessare una cosa.... il tuo bimbo non si chiama Orazio.
— Non si chiama Orazio? Oh! allora come si chiama?
— Si chiama Omobono.
— Signore! e come può essere accaduto questo?
— Eh! l'uomo propone e Dio dispone, proverbio vecchio.
— Però avverti bene, gli abbiamo messo anco il nome di Orazio; ma siccome quello di Omobono va innanzi, così sarà chiamato ordinariamente con questo, non già con quell'altro.
— Dunque prendi, bimbo mio, questo pel nome di Omobono: to' quest'altro pel nome di Orazio.
— Bacialo, bacialo, perchè credo che con ogni bacio, cara Isabella, tu imprima una virtù nel tuo figliuoletto.
— Cortigiano! Tanto è, ella stette in corte una volta, e il vezzo della piaggeria le si è fitto nell'ossa peggio che l'odore del muschio.... ma ora che mi ribolle... mi conti un po' questa mutazione di nome come la è andata... qui sotto gatta ci cova.
— Se bo da dirtela proprio come sta la cosa... ecco... il fattorino della posta mentre stavamo per salire in carrozza ci ha consegnato una lettera di tuo padre, la quale ci scongiurava con tante pietose raccomandazioni a mettere il suo nome al nipote....
— Questo non è possibile....
— Come non è possibile? Marcello, diglielo tu se la faccenda sta appunto come io la ho contata....
— Taci tu... e non dire bugie... se così fosse il padre sarebbe venuto....
— Eccone una nuova di zecca! Chi sa che diluvio di affari saranno piovuti addosso oggi al signor Omobono... sicuro, che ei non sia per venire appena sbrigato, non lo metto in dubbio nemmeno, ma per ora non si è visto....
— Datemi la lettera.
— Che lettera?
— La lettera dei babbo.
— Ah! la lettera, Marcello, dove l'hai messa la lettera? Io l'ho pure consegnata a te la lettera.