Part 15
— Sarà! rispose Marcello frugandosi per le tasche; senza altro la dimenticammo giù nella carrozza.
— Non è così, il cuore mi dice che non è così... perchè tacete cosa che può ricrearmi da morte a vita? Da quando in qua diventaste astiosi delle mie contentezze? Io non vi avrei creduto mai tanto cattivi!
— Questo, abbi pazienza, Isabella mia, gli è un mettere il capitello sotto zoccolo, tu comprendi quante cure esiga il tuo stato.... può nuocerti la soverchia commozione.... o il moto un po' violento..... tu sai che un odore alquanto acuto.... un niente spesso hanno partorito conseguenze funestissime.
Mentre Orazio si sbracciava con queste ed altre parole a blandire l'animo agitato della giovane donna, si accorse che gli avveniva di un buco fare una fossa, perocchè sopra la faccia di lei si alternasse con subita vicenda il pallore e il rossore, indizio certo d'interna procella; non già, come ebbe a dire poi Orazio con le sue immagini sbalestrate, che fossero nuvoloni i quali hanno in corpo grandine e saette; ma sì nuvolette bianche e minute come pezzetti di lettera amorosa gettati fuori della finestra da ragazza impaurita, che la mamma gliela scopra nel seno. Per la qual cosa il dabbene uomo riprese:
— Ora, vedi, il fingerti solo che tuo padre sia presente ti commuove tanto; pensa un po' che sarebbe se ci fosse davvero!
— Oh! allora mi sentirei tranquilla più del bimbo, che ora mi dorme accanto.
— Come così è, signore Omobono, venite a benedire la vostra figliuola.
Nonostante i bei propositi Isabella svenne; nè poco ci volle a farla rientrare in sè.
Tornata ai lieti uffici della vita, ella ed i suoi goderono un'ora che spesso intere vite si consumano senza provarla, un'ora, per provare la quale ogni creatura umana reputerebbe spesa bene la vita intera.
Questa è la storia fedele del Buco nel Muro; come la raccolsi io la contai, a me piacque, perchè se fosse stato diversamente, io non l'avrei scritta; desidero che piaccia anco a cui la leggerà: ad ogni modo se gli parrà bella, la tenga per vera, com'è vero che qui fo punto e me ne vado a dormire.
FINE.
INDICE
PROLOGO, il quale dirà a quelli che lo leggeranno di che cosa ragioni _Pag._ 5 CAPITOLO I. Nel quale s'impara come Betta facesse il thè; e il signor Orazio la lasciasse stare » 17 CAPITOLO II. Come a Marcello nello staccarsi da Betta si attaccassero tutti i Santi del Calendario sul capo » 21 CAPITOLO III. Dove si fa conoscere chi fossero Orazio e Betta, non che le gravi considerazioni di Orazio sul consorzio umano in proposito del gatto Maccabruno vestito da Gesuita, e del cane Tobia vestito da Giandarme » 37 CAPITOLO IV. Vita e miracoli del Romanzo; della morte ne parleremo più tardi » 53 CAPITOLO V. Betta riportami il thè » 78 CAPITOLO VI. Dove s'impara come le donne non sieno libri turchi, che si leggono alla rovescia; e si tocca dei pericoli di prestare le carrozze » 107 CAPITOLO VII. Il quale a senso dell'autore è bellissimo, e spera che lo giudicheranno tale tutti quelli che lo vorranno leggere » 135 CAPITOLO VIII. Dove sarà narrato quello che ci si racconterà » 165
NOTE:
[1] Così chiamasi a Livorno la statua marmorea di Ferdinando I dei Medici granduca di Toscana, la quale soprasta a quattro mori giganteschi di bronzo, stupenda opera del Tacca.
[2] Plinio L. 11. C. 48.
[3] Veramente L'Ariosto chiama il collegio _santo_ non _sacro_; ma gli è tutto uno: anzi _santo_ è più di _sacro_;
Apollo, tua mercè, tua mercè, _santo_ _Collegio delle Muse_, io non possiedo Tanto per voi da farmi nuovo un manto.
[4] Vedi _Notizie_ di Santorre Santarosa.
[5] Volesse alludere con queste parole alla Lombardia prima conquistata, poi pagata? Non sembra possibile, perchè la storia che si racconta accadde prima della pace di Villafranca.
[6] Pare impossibile, nè lo crederemmo, se non si leggesse stampato, fin dove arrivasse la terribile pittura dei tormenti dello inferno fatta dai Gesuiti e dai seguaci loro, e ciò non mica perchè ci credessero, chè a simili fandonie non può prestare fede un cervello sano, bensì pensatamente per ingrillare le povere anime e maneggiarle poi a lor senno. — Ecco il passo del Segneri. «Quel che io pretendo, altro non è se non questo: far vedere ai miei uditori quell'orribile luogo acciò che niuno di loro a me sì cari cada colaggiù a popolarlo. Ecco, ecco è già calata la gran chiave: O che strepito di catene! O che strascinamento di catenacci! Già stride la gran porta: si apre! O che fumo, o che caligini, o che puzza, o che strida, o che confusione! Convien stare alla larga; e se nostro pensiero fu di vedere, contentiamoci d'udire. Olà; ascoltatemi voi, anime tormentate; e ditemi qualche certezza del vostro inferno. Ditemi, vi contentereste voi che il vostro inferno fosse quel Toro di Bronzo, dove Falaride Tiranno di Agrigento, racchiuso il Paziente col fuoco acceso sotto il ventre del Toro, godeva sentirlo muggire, mentre il misero nell'interno della bestia infocata si abbruciava? Vi contentereste della fierezza de' Sciti? Questi spaccando per mezzo cavalli, seppellivano nelle loro viscere uomini vivi, sostentandoli con cibo, acciocchè da' vermi che nascevano dalle carni putrefatte del cavallo morto, a poco a poco fossero vivi mangiati? Vi contentereste delle bestialità del Tiranno Mesenzio, che, congiunti a' corpi vivi corpi morti, così gli lasciava, affinchè dal fetore del cadavere ne venisse ucciso il vivo? Che rispondete? Vi contentereste di queste atrocità de' Carnefici e Tiranni più crudeli? Taci, sento che mi dice il Crisostomo, taci, perchè questi son tormenti da burla, rispetto a quelli dell'Inferno. Dunque rispetto all'Inferno sarà una burla quella crudele invenzione praticata nell'Inghilterra, ove s'applica sul nudo ventre del misero Condannato un esercito di rospi, vipere, ed altri simili animali, sopra i quali, coperti con una gran conca di rame, si accende fuoco sì cocente, che quelle bestie inferocite stracciano il corpo del reo per fuggire dal fuoco, e tutto questo sarà una burla, se si paragoni con l'Inferno? _Haec ludibria sunt, et risus ad illa supplicia._ Sarà una burla quel supplicio dato in Francia all'uccisore di Enrico Quarto; supplicio tanto inaudito, perchè il reo fu posto sopra d'un palco nella gran piazza, ed ivi lentamente con forbici roventi attanagliato nelle gambe, coscie, braccia e petto: indi nelle piaghe fatte dalle tenaglie si buttasse olio, piombo e zolfo bollentissimo; la mano poi infame, tenendo il coltello proditorio sopra un fuoco sulfureo, fu fatta lambicare, sino a rimanere le ossa ignude: il corpo poi da quattro cavalli squarciato fu consumato nelle fiamme: e questo pure sarà una burla, o Crisostomo? Sì una burla, se con l'inferno si paragoni: _Haec ludibria sunt, et risus ad illa supplicia._ Burla dunque altresì sarà quel macello, che nell'Olanda fu fatto di chi ferì con archibugiata Guglielmo principe d'Oranges. Vedeasi sospeso il reo da nodi de' pollici delle mani con cento libre di piombo appese a' pollici de' piedi; e con orrore rimiravasi da manigoldi spietatamente flagellato piover sangue. Indi deposto dal doloroso eculeo, sottentrò ad essere martirizzato con acute cannette sotto le ugne; legato poi ad un palo diè la mano tra due lamine di ferro infocate ad arrostire con le ossa medesime, sì che il fetore ammorbava tutta la piazza, e per ultimo squarciatagli a pezzetti la carne con le tenaglie acute, apertogli con un coltello il petto, cavate col cuore le viscere, fu quell'avanzo di cadavere in quattro parti spaccato. Burla sì, mi risponde il Boccadoro, se si ponga a confronto con i tormenti dell'Inferno. _Haec ludibria sunt, et risus ad illa supplicia._»
[7] Questa scomunica di Marcello contro i librai farabutti la è molto terribile cosa, e pure non arriva a quella del Papa, la quale investe perfino nei _genitalibus_. Basta, quello che consola si è che l'una non farà maggior danno dell'altra.
[8] Fraseologia di S. E. il maresciallo Radetzky mal anima sua.
[9] La immagine del Dio Ridicolo fra i bronzi di Ercolano vediamo ridotta in forma di lucerna, ed è un cono con mezza testa sopra e mezze gambe sotto, e il becco del lucignolo a mo' di bracciolo gli sporge fuori dalla metà del corpo.
[10] C. 24, n. 30-31.
[11] San Cipriano. Orazione sulla elemosina volgarizzata da Annibale Caro.
[12] Paiono enormezze queste immaginate dalla sfrenata fantasia del romanziere, ma ahimè! io le ho riscontrate vere pur troppo e più volte.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.