Il buco nel muro

Part 13

Chapter 133,952 wordsPublic domain

— Questo è discorsino profumato, rispose Orazio, tratto fuori dalla scatola dove le dame tengono i guanti, vera cambiale, che la vanità pagherebbe a vista, e forse anco la modestia non lascierebbe andare in protesto. Ad ogni modo va bene; dunque, figliuola mia, metti le tue robe nella valigia, chè nella giornata torno a pigliarti per condurti a Torino, dove ti accomoderò pel momento in casa di Orsola mia sorella, una buona donna, che potrebbe essere meglio, ma al punto medesimo centomila volte peggio, e quivi ti starai finchè sposa di Marcello non entri in casa tua.

— Signor Orazio....

— E dai con questo signor Orazio; tu devi chiamarmi zio... e se ti riescisse anco babbo, questo mi darebbe più consolazione..

— Dio sa con quanta pienezza di affetto io vorrei fare il piacere suo e compire il mio desiderio ardentissimo, ma ella non ignora che mio padre vive, e crederei che... anzi gli recherei torto di certo se mi passassi del suo consenso...

— Mi pare... giurerei quasi che mi fu detto come non sempre tu abbia creduto indispensabile il consenso paterno per andare a marito.

— È vero; e di qui la mia colpa e il mio castigo; ma tanto danno mi è venuto dal mal fatto, e così lungo il rimorso e la vergogna incessante, che sarei bene non so se più folle o trista dov'io ci cascassi da capo. Conosco ottimamente che mio padre mi ributterà, e avrà ragione; però se io offesi una volta l'autorità paterna, tanto più ho da guardarmi da offenderla la seconda.

— Ed anco questo non fa una grinza, rispose Orazio abbottonandosi il soprabito fino al mento, io vado diffilato a parlare a tuo padre che si chiama?

— Omobono...

— È nome onesto: insomma, sta lieta, figlia mia, se il tuo padre non vorrà fare torto al nome, e spero non lo farà, avrai due babbi, diversamente uno oggimai non ti può più mancare.

Fattosi insegnare dove avesse banco il signore Omobono Garelli, e saputolo, Orazio si condusse in certo vicolo angusto e buio, vicolo da banchieri, vicolo da usurai, dove il sole anco ne' giorni di estate pareva che passasse di rincorsa per paura che lo prendessero e gli tosassero i raggi; entrò dentro un portico umido, umide rinvenne le scale, i muri grondavano: la calce e i sassi tu avresti creduto sudassero dalla pena per gli scannamenti che toccava loro a vedere commettere ogni giorno là dentro. Salito al primo piano, gli occorse una porta con la imposta tinta colore di cenere, e lurida di materia viscosa al punto dove ponevano le mani gli avventori. Pare impossibile! Da cotesta sozzura cavano argomento i banchieri d'inorgoglirsi quasi altrettanto che i soldati si facciano per la bandiera lacera dal tempo e dalle palle. In cotesto momento la porta del banco del signore Omobono compariva aperta come quella dell'inferno; forse così operavano perchè passasse la grave puzza, che esalano per ordinario cotesti scannatoi, ed era tempo perso per due ragioni; primamente l'odore sottile così si è fitto nelle muraglie, che appena ne uscirebbe se da cima a fondo si scanicassero e si rintonacassero poi: in secondo luogo, nè ammonizione di odorato, nè di altro senso, e nè di tutti i sensi messi insieme varrebbe a trattenere l'uomo da penetrare là dentro. Mira il bue quando va al macello: egli nicchia, il poveretto, su la soglia, e punta la zampa, e s'ingegna a dare indietro, ma che gli vale? La corda lo tira, e relutante o no la mazzuola lo aspetta: ora la cupidità e l'interesse tirano gli uomini più e meglio, che la corda non tiri il manzo.

Parte della prima stanza del banco del signore Omobono andava divisa al pari di tutti gli altri banchi da un assito, dietro il quale ruggiscono dalla fame, quasi bestie feroci, i commessi registrando i divoramenti nel libro _maestro_ del principale, mentre il diavolo per di sopra le spalle loro ne piglia nota nel suo iscartafaccio per trasportarli a comodo sul gran libro _maestro_ dello inferno. Orazio, alzati gli occhi per mirare che razza di cielo coprisse cosifatte spelonche, incontrò depositate su certe tavole casse colore di cenere col millesimo e la cifra del banchiere tinti in nero, onde non potè astenersi da pensare ai sepolcri dei Parsi, i quali costumano mettere in alto i cadaveri dei defunti; quantunque tra i sepolcri dei Parsi e queste casse mortuarie una grandissima diversità ci corresse, la quale era questa, che i Parsi ci mettevano i cadaveri, affinchè gli avvoltoi ne divorassero le carni, mentre in coteste casse gli avventori ci erano depositati ormai ridotti alle nude ossa.

Di un tratto uno dei commessi affacciò il muso fra i colonnini, che incoronavano lo assito dentro il quale egli stava rinchiuso, e aperta la bocca guarnita di denti rari e acuti, vere lesine di osso, disse ad Orazio:

— A lei, si diverta.

E al punto stesso gli gettò un foglio, sul quale volgendo lo sguardo egli conobbe essere la nota del ragguaglio dei cambii tra piazza e piazza; però la rese subito, onde il commesso gentile, volendo divertirlo ad ogni modo, gli dette il prezzo corrente delle derrate che si vendevano sul mercato. Orazio alzò la mano, e involontario fece l'atto di cui si scaccia una mosca dal naso, ma non gli giovò, chè un sensale accostatoglisi gli disse in aria di mistero:

— Se vostra signoria ha da impiegare partite di danari, io posso proporle un negozio _magnifico_; un mio avventore si disfarebbe di dieci ed anche di venti, volendo, ancora di trentamila fiorini di rendita austriaca.... creda, mio signore, che ci è da _realizzare_ alla liquidazione in fine di mese un _brillante_ benefizio... e tanto di colla mi riesce simpatica la sua fisonomia, che renunzio verso di lei alla mia mediazione.

— Grazie! non ho moneta a dare.

E considerando che costui si accingeva ad insistere, per tagliare corto rispose:

— Anzi vengo per prenderne.

Allora costui fece greppo come i fanciulli quando vogliono piangere, e senza pure salutare si allontanò. Subentrava un altro mezzano, che trattolo in un canto, gli bisbigliò dentro le orecchie:

— Sono _incantato_ di vederlo scapolare dalle mani di cotesto imbroglione giallo di fuori e nero per di dentro; un rinnegato, sa ella?... un vero traditore della Italia: noi intendiamo servirla da patrioti, e _gratis_, ci s'intende, come si usa tra patriotti. Se desidera, noi possiamo provvederla di fondi piemontesi quanti desidera; sta in suo arbitrio scegliere: ce n'è del 1819, del 1831, del 34, del 48, del 49, del 50, del 51, del 60, del 61, ed altri se ne vuole. Negozii _serii_, negozii _solidi_, e per sopra mercato _patriottici_: perchè la patria, veda, mio signore, è tutto. Senta, e qui la voce già sì sommessa affievoliva fino al susurro: ci ho anco un altro negozio meno _serio_, in vero, e più _rischioso_, ma chi non risica non rosica... io non le sto ad accennare nè anco gli utili che ne deriveranno, perchè si sperano superiori ad ogni previsione, e a dirne solo mezzi temerei incorrere nella taccia di _esagerato_... io che ho nome di _positivo_! Bisogna però aspettare che la Italia sia tutta libera... tutta unita... in una parola posso servirla delle cartelle dello imprestito Mazzini...

— Mi duole veramente, rispose Orazio, ch'ella abbia preso un granchio che le morderà le mani, perchè ha da sapere che io sono uno ispettore di polizia venuto di fresco da Venezia, onde in nome di sua maestà cattolica....

— In questo caso sono lieto di essere dei primi a fare la conoscenza del mio superiore, poichè mi trovo onorato di servire...

— Da spia?

E l'altro gli stette davanti nell'atto della parentesi che chiude il periodo; poi fatto un risolino da iena quando ha disotterrato il cadavere, girò sui calcagni, e andossi con Dio, o piuttosto col diavolo.

Partito quello, eccotene un altro; e poi gli uomini hanno il coraggio di dire fastidiose alle zanzare; questo si pose innanzi tratto a screditare, secondo vuoi ragione, gli altri due, e i negozii che proponevano; egli si esercitava al collocamento di _azioni industriali_; ne aveva di ogni maniera, strade ferrate di tutto questo mondo, e credo qualcheduna eziandio dell'altro, di ferriere, di cartiere, di gassi, di conce, di saponiere, di bigattiere, di gualchiere, perfino di fabbrica di pallottole di giaggiuolo per mettersi dentro ai cauterii, insomma un diluvio; e se una era buona, l'altra non canzonava. Orazio se lo levò d'intorno confidandogli a muso tosto che anch'egli veniva per proporre al signore Omobono di pigliare parte alla impresa di estrarre l'olio dai gusci delle chiocciole. Rimasto solo, Orazio si volse a considerare il via va e il via vieni dei miseri montoni, che entravano nella spelonca di Polifemo; quinci udivansi belare prima in suono di stizza, poi in suono di pianto; per ultimo tacevano, ed indi a poco si vedevano uscire tosati fino alla pelle; parecchi grondavano sangue, e ad onta di ciò pareva che avessero per bazza di non averci lasciato la carne e l'ossa.

Quando venne la volta di Orazio egli entrò, e secondo gli dettava la sua indole già si poneva a inventariare ogni arnese della stanza, ma non gliene concesse balìa il signore Omobono, il quale con voce arrotata gli disse:

— Che volete?

Orazio allora gli ficcò gli occhi dentro gli occhi, e glieli vide neri e lustri così che parevano fatti davvero di bitume giudaico: giallo nella faccia con la barba verde pari a lucerna di ottone, la quale per difetto di pulitura abbia preso il verderame: altre cose avrebbe egli considerato, ed altre ne riferirei io, se il banchiere insistendo non avesse replicato:

— Sbrigatevi, il tempo è moneta; che volete?

— Avrei da parlarvi...

— Si capisce... e vi ascolto.

— Da parlarvi di affari gravi....

— O gravi o leggeri, spero di poterci attendere, se ci troverò il mio utile senza ricorrere ad altri.

— Però vi avverto che non spettano al banco, bensì alla famiglia....

— E li chiamate gravi?

— Mi pareva che la famiglia dovesse premere....

— Avete creduto pessimamente; prima di tutto bisogna attendere agli affari. Chi prepose agli affari le altre faccende capitò male, e Archia informi, che ne rimase morto. Dunque adesso non posso distrarmi dai miei negozii; stasera alle sette e trentacinque minuti vi attendo a casa; informatevi in banco dove sto di casa, colà udrò quanto avrete a parteciparmi: addio.

E mosso due o tre passi di contro al signore Orazio, egli piegò bruscamente il capo a mo' di montone che si apparecchi a cozzare; il signore Orazio per non ricevere la capata nel petto ebbe a indietreggiare; il signore Omobono quanto l'altro cedeva terreno, egli ne acquistava sottentrando veloce, e rinnovando lo inchino minaccioso, sicchè da un lato dando indietro, dall'altro incalzando, il signore Orazio sbalordito, senza quasi accorgersene si trovò spinto fuori della stanza del banchiere. Orazio, comecchè gli paresse duretto, si erpicò per le quattordici scale, che menavano alla casa della signora Isabella, e quivi con esso lei si trattenne consolandola fino a sera.

_Monsieur Horace Magni_, gridò un servo vestito di assisa celeste coi calzoni corti e calze di seta, sollevando una portiera di velluto cremisino, e Orazio si trovò petto a petto del signore Omobono: visto appena ch'ei l'ebbe, disse nel suo segreto: _quantum mutatus ab illo_, come Enea quando gli apparve Ettore in sogno; però il signore Omobono era mutato in meglio, il rasoio aveva se non tolto, almanco diminuito l'odiato verde della barba, e la fama dell'uomo che stava per entrare gli aveva sospinto verso le guancie una sfumatura di vermiglio, che gli uomini intendenti delle varie qualità di rosso use a comparire sopra le guance dell'uomo, avrebbero battezzato per un crepuscolo della vergogna: forse di ciò era niente, e lo si doveva attribuire piuttosto all'agitazione che il pasto suole mettere nel sangue; ad ogni modo un po' di rosso su la faccia ei ce lo aveva. La sua fisonomia arieggiava alla lontana quella della sua figliuola, io mi figuro come Lucifero san Michele, però che a fin di conto eglino erano fratelli, e tutti figliuoli del medesimo babbo; e ciò tanto più di sicuro in quanto che il padre gli avesse creati tutti da sè senza lo aiuto di altra creatura, e, tranne i suoi, senza miscuglio di altri ingredienti. Il signore Omobono con perfetta urbanità accogliendo Orazio così favellò:

— Mi sento lieto ed onorato di ricevere nelle mie povere case (e qui girò intorno gli occhi come per incombensarli di fare lo ufficio di Cicerone in cotesta sala riboccante di lusso insolente) un uomo, che pel suo ingegno e per le sue virtù empie di giusto orgoglio la Italia.

Non si poteva dire cosa più tronfia, e poi venne accompagnata da tal suono di voce, che parve cugino a quello che adoperano i ciarlatani in fiera, quando vendono l'orvietano ai contadini, onde Orazio un po' rotto rispose:

— Io non credo, mio signore, io non credo che sieno in me le belle cose, che voi vi compiacete immaginare: ma quando anco per supposto ci fossero, non meriterebbero lo elogio che, mercè vostra, mi compartite; non lo ingegno, perchè viene da Dio ed ei lo impresta agli uomini; non la virtù, perchè è dovere: il galantuomo pare bestia rara soltanto nel paese dei ladri.

E di questo discorso la metà era anco troppa per mandare a male un trattato ottimamente imbastito; figuratevi il nostro non anco incominciato.

Omobono di subito annuvolatosi, dopo avere accennato a Orazio che sedesse, si assettò pure egli e soggiunse:

— Signore, apprenderò volentieri la causa alla quale devo l'onore della vostra visita....

— Voi avete una figliuola....

— Io? No.

— Come! non avete una figliuola, se me lo ha detto ella medesima?

— In questo caso ella ne sa più di me... e può darsi che i figliuoli in fatto di derivazione conoscano più addentro che i padri possano ragionevolmente affermare.

— Questo è un discorso fuori di squadra, sbieco addirittura. Non aveste moglie?

— Io l'ebbi.

— E non l'amaste viva?

— L'amai con tutto il cuore.

Orazio all'udire la parola cuore sopra le labbra di Omobono gli vibrò uno sguardo di sotto in su che parve una sassata.

— Ed ora morta l'odiate?

— Anzi l'amo due cotanti di più.

— E perchè, dunque, vi attentate oltraggiarne la memoria?

— Signore, voi avete moglie?

— Non l'ebbi mai.

— Ammogliato capireste a volo quello che scapolo non intenderete nè anco coi commenti. Due sono i giorni dolcissimi della vita maritale; il dì che la sposa entra in casa co' suoi piedi, e l'altro che n'esce portata in quattro. Comprendereste eziandio di un tratto come tre via dodici fa trentasei, che si può nel matrimonio dubitare di parecchie cose senza offendere la fama dei vivi nè la memoria dei morti, e nè anco a scapito dell'affezione che i coniugi hanno a conservare tra loro.

Al signore Orazio parve bene affrettarsi a uscire fuori da cotesti ragionamenti come da un sentiero melmoso; epperò ricondusse il discorso sopra la signora Isabella.

— Dunque voi avete una figliuola?

— Io la ebbi.

— La quale per sua somma sciagura provocò il vostro sdegno...

— Sdegno! no; vi paio sdegnato, io? Ella tolse marito senza il mio consenso, ed ella se lo tenga.

— Il suo marito è morto.

— Sì, mi pare che qualche cosa come di morte mi venisse all'orecchio.

— Ve lo scrisse ella medesima e ve ne chiese perdono.

— Perdono! Col domandare perdono, caro mio, non si salda la offesa meglio che con la volontà di pagare non si saldi il debito.

— E la vostra figlia ha bagnato con le lacrime il pane del suo pentimento; ella ha patito la fame, ella per iscaldarsi le dita, per continuare il lavoro notturno non ha avuto altro calore, eccetto quello del proprio fiato... miserie che l'animo viene meno a riferire soltanto... perdonate, signore, al vostro sangue.

— Io non perdono mai.

— Oh! non lo dite; pensate che guai a me, guai a voi, se un dì fosse risposto a noi altri in quel modo! Che abbiamo noi a offerire a Dio in espiazione delle nostre colpe se non il pentimento? Che può meritarci la salute dell'anima nostra se non il perdono di Dio?

— Già! sta in chiave; il diavolo quando invecchia si fa eremita. Voi siete diventato beghino; ho indovinato?

— Io mi professai sempre cristiano; ed ho creduto di favellare con cristiano: avrei per avventura sbagliato?

— O che vi siate apposto al vero, o immaginato il falso non fa il caso; questo tenete per fermo, che il pentimento di cotesta donna non mi muove; circa al perdono le tornerà più facile ripescare una spilla caduta nel naviglio grande, che recuperare la mia grazia; la miseria è pena condegna alle sue colpe.

— Ed anco colui, che avesse consigliato questa colpa a danno degli altri, credete che avrebbe diritto di mostrarsi tanto implacabile? Tu sarai misurato con la tua misura, lo dice il Vangelo.

Ogni vermiglio scomparve dalle guancie del signore Omobono, che ridivenne tutto giallo; tacque alquanto; poi con voce repressa riprese a dire:

— Signore, posso servirvi in altro?

— Io era venuto principalmente per questo, ma non solo per questo. Dovete sapere che io ho un nepote...

— Me ne congratulo con voi....

— Questo nepote mi amareggiò co' suoi trascorsi la vita.

— Me ne dolgo con voi. E voi lo avrete senza dubbio maledetto?

— No signore, l'ho perdonato.

— E' sembra che siate di facile contentatura.

— Non tanto; io l'ho punito, e nel punirlo ho pensato come del suo fallire parte n'era colpa egli, parte il bollore del sangue giovanile, parte il reo costume e i tempi perversi, e parte io.

— Voi?

— Sì, signore, per colpa mia, perchè non essendo sortito alla dignità di padre, non ebbi in dono l'arte di prevenire o di provvedere, d'insinuarmi nel cuore e d'ispirare riverenza, insomma o non volli, o non seppi esercitare tutte le qualità di padre: questa, e non altra, è la mia parte di colpa. Però come a parte della colpa io mi offersi a parte della pena; e se abbia sofferto nella trepidazione di morire privo di uno del mio sangue che mi chiudesse gli occhi, Dio, che tutto vede, lo sa. Quanto al nipote, deliberai che se un giorno mi tornasse pentito e corretto, io gli avrei aperto le braccia come se non avesse mai errato; la Provvidenza mi ha benedetto con questa grazia, e la mia anima ne ha sentito un giubilo tanto grande, che pari, io penso, non avrei mai provato se il mio nepote non si fosse mai dipartito dal retto cammino: e qui devo dirvi che rimase piacevolmente umiliata la mia presunzione, perchè io opinava che la parabola del figliuol prodigo andasse un po' carica di colore, parendomi strano che il padre avesse più gioia del figliuolo colpevole e pentito, che dell'altro rimasto perfetto; ma a prova ho conosciuto che Gesù Cristo in questa come in ogni altra cosa ha ragione — sempre ragione.

— Tutto ciò è bello, e, se volete, anche sublime; quanto a me, scusate, io l'ho per barocco, che mi sarei aspettato stasera piuttosto farmi frate, che udire discorsi così garbati e religiosi, massime dal signore Orazio, che gode per le cinque parti del mondo riputazione di empio, ed io credeva, vi chiedo scusa da capo, non affatto demeritata. Però come in tutto questo entri io veramente non so vedere.

— Eccoci alla stretta; con un po' di pazienza, non dubitate, tutti i nodi arrivano al pettine. — Mio nipote bandito dalla casa paterna venne a Milano, qui conobbe Isabella; in grazia di questa cara creatura io ringrazio il giorno e l'ora, che lo mandai fuori di casa; dacchè, sua mercede, egli ritorni il più degno figliuolo e utile cittadino e perfetto gentiluomo, che si potesse mai desiderare.

— Se altri che voi mi venisse a contare di questa sorte novelle, io terrei che si pigliasse gioco dei fatti miei; che Isabella fosse un fiore di virtù me n'era accorto anco troppo, ma che fosse diventata una _via del paradiso_ non me lo sarei a mille miglia aspettato; tanto meglio; pigliatevela per voi, fatela rilegare in marocchino, dorare nelle intestature e tenetevela su lo inginocchiatoio per vostro uso, quando vorrete dare innanzi un passo sul cammino della perfezione.

— Il giovane prese ad ammirarla (continuò a dire Orazio, senza badare alle canzonature di Omobono) come cosa santa, e voi sapete, o forse non lo saprete, e ve lo dirò io: nel cuore dei giovani l'ammirazione trapassa presto ad un sentimento più tenero, e mio nepote amò vostra figlia. Ora, ed anco questo è di natura, le donne gentili di leggieri rimangono prese pei loro convertiti, ed anco

_Amore a nullo amato amar perdona_

ha detto il massimo dei nostri poeti, che si chiama Dante, come voi avrete qualche volta sentito dire; insomma i giovani si amano e si vorrebbero congiungere in matrimonio; circa al mio consenso io lo do col cuore e con la lingua, e se potessi con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ma ciò non basta; la figlia vostra per dovere, noi altri per convenienza imploriamo il vostro.

Io protesto solennemente di non avere mai visto il diavolo, e ormai vivo sfiduciato di vederlo; però mi immagino che egli avesse a ridere come il signor Omobono rise, alloraquando un santo casca in tentazione; di fatti balenando un lampo di malignità esclamava:

— Ella è una dote, mio rispettabile filosofo, che voi siete venuto a uccellare?

Che Orazio fosse filosofo lo diceva la gente, quanto a lui non ne sapeva nulla, bensì sapeva che veruno gli aveva detto una ingiuria in faccia impunemente, sapeva che in gioventù aveva avuto le mani più lunghe delle parole, ed anco adesso in età matura non gli erano diventate più corte: sentì pertanto farsi un tuffo il sangue, in volto diventò livido e sbalzò dalla seggiola co' pugni stretti, ma di repente gli si affacciò alla mente la immagine di Isabella, la quale, pari alla stella del mare che al suo apparire abbonaccia la tempesta dei venti, ebbe virtù di placare su lo istante la collera di Orazio; ond'ei tornò a sedersi, e quando gli parve essere abbastanza padrone di sè, si levò da capo e pacatamente disse:

— Voi vi siete ingannato, signor Omobono — e la prova è questa. — Qui si trasse dal portafogli due scritture in carta bollata, le quali porgendo al signore Omobono soggiunse: — piacciavi leggerle, e siatemi cortese di serbare l'una e rendermi l'altra firmata da voi.

Omobono prese la prima, che gli veniva porgendo Orazio, e lesse:

«Io sottoscritto, in contemplazione del consenso, che il signore Omobono Compagni da al matrimonio della sua figliuola signora Isabella col mio nepote Marcello, dichiaro di mia propria volontà di rilevare il prelodato signore Omobono Compagni da qualunque domanda di dote o di alimenti potesse in ogni tempo essergli mossa dalla sua figlia signora Isabella, obbligandomi di certa scienza e libera volontà di costituirle l'una, e provvederla degli altri col mio patrimonio....»

— Egregiamente! ci è la sua brava firma, la recognizione del Notaro, il tutto in regola. Signore Orazio, voi siete una perla di uomo. Ma perchè dunque non me ne avete parlato in banco? Questi sono affari, anzi affaroni, così Dio volesse che ogni giorno me ne capitassero dei simili....

— Leggete questo altro.

«Io sottoscritto Omobono Compagni, desideroso di annuire alla richiesta che mi muove con rispettosa sommissione la mia figliuola Isabella, presto ad ogni fine ed effetto di ragione il mio consenso, affinchè conduca per suo legittimo sposo il signor Marcello del fu Giandonato Magni possidente domiciliato a Torino; e detto mio consenso accompagno con la mia paterna benedizione, e con gli augurii della loro prosperità.....»

— Per eccellenza! augurii e benedizioni a carrate, purchè non si tirino fuori quattrini.

Chiamò il servo, e gli ordinava portasse il calamaio; il servo glielo recò sontuosissimo di argento dorato, nè forse da calamaio di argento uscì mai inchiostro per firma così turpemente abbietta e avaramente snaturata. — Resa la carta, il signor Omobono inchinatosi disse ad Orazio:

— Posso servirvi in altro, signore?

Ciò fu profferito col più bel garbo del mondo e con voce da disgradarne la melodia dell'arpa eolia, e non pertanto tradotto in lingua volgare significava così:

— Levatevi dinanzi agli occhi miei, che voi m'avete fradicio; forse anco peggio.