Il buco nel muro

Part 12

Chapter 123,951 wordsPublic domain

Ieri notte, sul fare del giorno, comecchè il solo coltrone mi coprisse, mi parve avere addosso una lapide; volta di qua, volta di là non trovava posa; nè anco se il diavolo avesse preso possesso del mio corpo, mi sarei dimenato tanto; metteva sospiri da spegnere una torcia a vento: — maledetto l'amore e chi gli vuol bene! esclamai infellonito, e scappato fuori del letto mi posi col lenzuolo avviluppato intorno alla persona a passeggiare di su e di giù per la stanza, come costuma il Modena sul palco scenico quando fa la parte di Oreste. La signora Isabella atterrita da cotesto tramestìo accorse all'apertura, e vistomi mezzo vestito e arruffato a quel modo mi disse:

— Signor Marcello, per amore di Dio a che pensate voi?

— Io glielo do in mille a indovinare.

— Forse a vostro zio infermo?

— No, signora.

— A vostra madre defunta?

— No, signora.

— A qualche sfida forse?

— Nè meno.

— Per sorte a congiurare contro questi cani di Austriaci?

— Nè manco per ombra.

— E dunque a che pensate, Marcello? Non mi fate più stare in angoscia...

— Vuol'ella saperlo?

— Sicuramente.

— Ma proprio lo vuole?

— Sì, sì lo voglio, lo pretendo.

— Ebbene allora lo sappia: io pensava a Marco Tullio Cicerone...

— Domine, aiutaci! esclamò la signora Isabella levando gli occhi al cielo, come paurosa che mi avesse dato volta il cervello; ed io cui il moto e l'impeto e lo sdrucciolo della favella avevano ormai sciolto lo scilinguagnolo, sempre correndo continuai:

— Sì, signora, a Marco Tullio Cicerone; ella saprà, e se non lo sa glielo dirò io, come questo padre della romana eloquenza immaginasse varie maniere di cominciare le sue orazioni; che talora egli esordiva esitando, come se si peritasse a dire, e tale altra alla brava dichiarando che avrebbe esposto questa cosa o quell'altra, epperò gli prestassero udienza che ei la sapeva lunga e la sapeva ben contare; sovente si raggirava per copioso sermone, e spesso eziandio veniva a mezza spada soltanto a piè pari dentro la materia. Ora tocca anco a me recitare un'arringa, un'arringa, ahimè! pur troppo importante, dacchè se mi riesce persuadere e commovere, io salverò un infelice da certissima morte; se all'opposto faccio fiasco, il poverino è ito. In tanta angustia non so nemmeno io che pesci pigliare. Signora Isabella, ha mai studiato la rettorica?

— Io? perchè farmene?

— È vero, le signore non hanno mestieri d'imparare rettorica, esse nascono tutte col _Decolonia_ in corpo, talune ci hanno anco il _Blair_: dunque senta, signora Isabella, mi consigli per carità. Dovrei essere lungo o corto, girare di largo ai cantoni, ovvero dire breve e schietto?

— A me sembra, che senza tanti andirivieni, il meglio stia nel partito ultimo, che dite: il semplice è sempre bello, e nel bello ordinariamente alberga il buono....

— Dio la benedica, signora Isabella: ebbene, signora Isabella, io l'amo.... — e chiusi gli occhi, apersi le braccia come chi aspetta il colpo di grazia. La risposta stette qualche po' di tempo a venire, pur venne con voce tremola e però tanto più soave; velata sì, ma dal velo che adombrò Venere celeste quando prima apparve ad Adone, ad Anchise, eccetera.... in somma un'aura di maggio, che passa su le rose sbocciate, un buffo di armonia delle sfere udito solo da Pitagora e da me, sospinto forse verso la terra dal ventilare dell'ala bianca di un angiolo....

— E dalli con questi angioli....

— Le domando perdono, signore zio, ma creda in verità, che parlare della signora Isabella e non cascare negli angioli gli è come discorrere di pane e non rammentare la farina; pertanto ella mi disse: Marcello, ancora io vi amo; siete un cervello balzano, ma cuore amoroso, e lo starmi sola m'incresce; nè giovane povera, e per avventura non ingrata di forme, potrei frequentare le compagnie senza scapito della mia fama: questo è certo, che non potendo la donna fornire sola il pelligrinaggio della vita io non vorrei scorta diversa dalla vostra; e se la prima volta la sbagliai pur troppo, mi affido che la seconda l'avrei indovinata, non per merito mio, ma per grazia del Cielo. Però due cose, se non si oppongono ricisamente, impediscono almeno che questo desiderio adesso si compia, e sono il consenso del vostro zio e di mio padre. Chi si conduce a questo atto solenne della vita in onta de' suoi maggiori semina di spine il sentiero sul quale ha da camminare, ed io ne ho fatta a mie spese amarissima esperienza.

Ratteneva l'alito per paura che meno chiaro mi venisse il suono di quei santi detti, e cessato ch'ella ebbe, non potendo favellare io, la mirava; ella mi diè coraggio, ella ravvivò la mia speranza, ella mi spinse nelle sue braccia, mio padre... mio zio, ed io mi ci abbandono mettendo in sua balìa la mia morte e la mia vita. _Ho detto_.

— E non posso rispondere male, come quel bizzarro al predicatore, che fece il panegirico di san Giuseppe per dieci lire... no, in verità non lo posso rispondere. Hai un zigaro?

— No.

— Ebbene, to' questo e fuma; Betta, tanto che io fumo va a rifarmi il thè, e porta anco una caraffa di rum; sento il bisogno di ravvivare gli spiriti.

Il thè fu fatto, il rum portato; lo zio Orazio bevve dell'uno e dell'altro; camminava ora lento, ora concitato per la camera, e Betta lo seguiva col guardo volgendo il capo ora a destra ora a sinistra, quasi fosse stato un pendolo; alla fine Orazio disse, come favellando seco medesimo:

— Guà! tutto può darsi; ai tempi miei una donna dopo avere assistito alle missioni di un gesuita ingravidò, e partorì un figliuolo con le orecchie di asino; — poi rivolto al nipote soggiunse: — _suadent cadentia sidera somnos_; vien meco, che ti condurrò io stesso nel quartiere ammannito nel presagio del tuo ritorno.

Accompagnando poi col fatto le parole, tolse il candelliere e precede Marcello in certe stanze fatte accomodare per lui al terzo piano della casa; quivi egli lo lasciò dicendo:

— Non è terminato, ma non ti faceva così presto di ritorno, però quanto occorre ce lo troverai; poi se alcuna cosa ti abbisognasse suona il campanello. Buona notte. Addio.

Il giovane rifinito per la stanchezza, e dalla mansuetudine con la quale lo aveva accolto lo zio ricavando argomento a bene sperare, si gettò sul letto senza nè anco spogliarsi, e presto si fu addormentato. Se anche in cotesta notte sognasse, io non ve lo saprei contare, perchè non me lo disse. Sicuro! voi potreste apporre: questo non fa caso, dacchè voi altri, quando vi piace, entrate nel cervello degli uomini desti o addormentati, e ci vedete, o piuttosto voi ci volete vedere quello che vi pare e piace. Al quale obbietto rispondo che voi avete perfettamente ragione, ma che per ora non mi piace entrare nel cervello, nè in verun altro luogo dei miei personaggi, e chi legge si contenti sapere che il giovane giacque fino a giorno alto, e appena desto si sentì agitato dallo amore e dalla fame; quello era grande, ma questa non canzonava: il primo occupava tutta l'anima, la seconda tutto il corpo, l'uno toglieva refrigerio a mandare fuori sospiri, l'altro s'impazientiva a non mandare giù bocconi. Peccato proprio, che gl'innamorati non diventino sostanze spirituali, o per lo meno cicale, le quali, se la fama porge il vero, si nutrono di rugiada. L'appetito nella lotta con lo amore messo di sotto quattro volte e sei, allo improvviso prese il di sopra, e con tanto impeto, che Marcello si fece a corsa per uscire dal quartiere; la porta della stanza gli si aperse sotto mano e facilmente: non così l'uscio dello appartamento; allora lo scosse, lo spinse, e crescendo l'ira, tentò a calci sfondarlo, ma e' non venne a capo di niente, che l'assito era forte e gli arpioni gagliardi: quando si fu bene riscaldato, ammaccato nelle mani e nei piedi, dette spese al suo cervello, e si ricordò del cordone del campanello pendente in camera sua. Allora chiamandosi cento volte bestia e soffiandosi nelle dita afflitte, tornò lemme lemme in camera per sonare: del qual accidente mi è parso bene avvertire il lettore, non mica ond'ei ne pigli insegnamento, perchè so che quando gli capiterà incollerirsi, lo farà subito senza rispetti, accorgendosi dopo che avrà la spuma alla bocca e sarà andato in acqua per la pena, come con un po' di pazienza avrebbe avuto il fatto suo di quieto e con risparmio di salute e di tempo; onde se mi domanderanno perchè dunque mi è parso bene avvertirlo, dirò che non lo so nemmeno io; si dicono e si fanno e si sopportano tante cose cattive in questo mondo, che non si metteranno mica all'indice se ne ho detta una delle inutili.

Sonò pertanto Marcello, e mentre sporgeva la faccia verso la porta per vedere comparire qualche servo, sentì chiamarsi dalla finestra. Ciò gli parve strano, chè tale si è appunto l'indole dei cervelli bizzarri, voglio dire non sapersi capacitare che altri viva nel mondo balzani quanto o più di loro; recatosi pertanto alla finestra, guardò giù e vide Betta la quale seduta tranquillamente all'ombra di un fico, gli domandò perchè menasse tanto rumore.

— Perchè voglio scendere e fare... cioè salutare lo zio, e poi fare colazione.

— Di tutte queste cose due non si possono fare, ed una la puoi fare costà in camera.

— Come? Come? E quali sono le cose che non posso fare?

— Per esempio quella di uscire....

— E perchè?

— Perchè lo zio è uscito e si è portato seco la chiave.

— Ebbene manda pel fabbro che venga su co' grimaldelli ad aprire la porta.

— Anco questa non si può fare, perchè lo zio, dopo messa una fettuccia traverso le imposte, ne ha sigillato l'estremità.

— O che sono diventato un magazzino di fallito? o un deposito messo nel monte di pietà? Questo è un delitto contemplato nel codice. Ai tempi nostri doveva vedersi rinnovato il carcere domestico! violentare la libertà di un cittadino! E poi da cui? Da un liberale!... da uno zio! Ma diceva bene il consigliere Saureau, chi vuol vedere la schiavitù vada in America. E adesso lo zio dov'è ito?

— Te lo dirà quando torna..

— E quando tornerà questo benedetto uomo?

— Credo nell'ora in che sarà venuto.

— Bada, Betta, non mi mettere al cimento di scaraventarti la brocchina nella testa; e sentiamone un altra: il mio riverito zio e tu avete nella vostra sapienza deliberato farmi morire di fame....

— Dio guardi! fruga nella stanza e troverai una funicella alla quale, calata che tu l'abbia, io legherò un paniere pieno di cose buone così per l'anima come pel corpo.

Marcello, considerato come per quel momento non ci era a fare di meglio, rinvenuta la corda, la calò e Betta tosto legatoci il paniere fece cenno che lo tirasse in su. Sentendo lo peso egli diceva tra sè: che diavolo ci avranno messo dentro?

Curioso pertanto di esaminare, appena lo ebbe messo sul davanzale, frugando trovò un libro e disse:

— Un libro! _Imitazione di Gesù Cristo_; che ci ha da fare cotesto libro?

— Ma! lo zio disse ch'è la camicia del galantuomo.

— Anco un libro _Erasmo; Elogio della pazzia_; e questo a che buono?...

— Ma lo zio ha detto, caso mai tu volessi scrivere, potresti spassarti a farvi i commenti di tuo.

— Senti, Betta, quando lo zio tornerà a casa gli dirai per parte mia, che se vuole ristamparlo lo faccia con le sue note soltanto, che sono anco troppe, anzi taluno ha detto che le sue chiose affogano il testo. Ecco un giornale, la Civiltà Cattolica; e di questo che me ne ho a fare?

— Ma! lo zio ride tanto quando lo legge, ch'io ce l'ho messo di capo mio per divertirti caso mai ti pigliasse la malinconia....

— _Byron?_

— Per tenerti sveglio.

— _Il quaresimale del padre Segneri?_...

— Per dormire.

— _Magnesia calcinata... Gioco chinese_, ovvero il _rompicapo_?...

— Questo per esercitare la pazienza, quella per levarti la bile di corpo.

— A quanto pare non ci manca altro che la maschera di ferro.... ecco sigari... pane.... vino.... _et reliqua_. Mangiamo prima e poi il tempo darà consiglio.

— Salomone stesso non avrebbe potuto ragionare di meglio... Gol tempo e con la paglia anco a te si maturerà il cervello....

Accadde una tregua alle parole; alla quale pose fine Marcello affacciandosi alla finestra col suo sigaro acceso, dicendo:

— Betta?

— Che vuoi figliuolo?

— Tu sai che subito dopo il pasto il leggere e lo scrivere guastano la salute; però ragionerei teco se non fosse questa vampa di sole che mi brucia la faccia.

— Io mi ricordo che su in un canto dell'anticamera del tuo quartiere ci ha da essere un ombrello, piglialo e schermisciti dal sole.

Di fatti l'ombrello ci era, Marcello lo sporse fuori della finestra, lo aperse, e tra lui riparato dall'ombrello e Betta al rezzo del fico fu continuato il dialogo seguente:

— Betta, lo zio prima di andare a letto ti fece altri discorsi?

— Sicuro che me ne fece....

— E che disse?

— Disse tante cose, che ci voleva un magazzino a tenercele tutte....

— E non te ne rammenti di alcuna?

— Ecco, mi rammento di queste: tu hai da sapere, o Betta, egli mi diceva, che ai tempi antichi ci furono due Dee, una delle quali di manica larga anco troppo, che si dilettò di chiappare uomini e Dei, e tenerseli per amanti contro il precetto del decalogo, perchè la sciagurata aveva marito, un po' zoppo per la verità e di molto sudicio, chè di sua arte egli fu magnano, ma non importa; marito egli era e doveva rispettarsi in lui il sacramento del matrimonio; l'altra all'opposto fu di manica stretta e fuggiva gli uomini come i cani arrabbiati dall'acqua; questa fu abitatrice di selve e cacciatrice solenne; nè fiere nè uccelli la passavano liscia con lei, che o di saetta cadevano o da mille arzigogli insidiati rimanevano presi, ed ella li pelava, arrostiva, mangiava come facciamo noi: in questo, come vedi, valeva meglio l'altra di lei, però che Venere (quella che faceva preda degli uomini si chiamava Venere) la preda fatta non arrostiva e non mangiava, solo le assotigliava le gambe, e le affilava il muso. Un giorno o una notte, salvo il vero, Giove mosso dai giusti lagni degli uccelli superstiti, i quali gli dimostrarono come qualunque tanto valeva non averli creati, che lasciarli in balìa di cotesta sterminatrice, la quale gli uccelli non poteva patire, eccettochè arrostiti, operò in guisa che Diana (quest'altra si chiamava per lo appunto così) s'imbattesse in un giovane tanto ben fatto e bello, sto per dire più del capo tamburo del reggimento delle guardie reali; l'effetto di questo incontro fu che Diana volle diventare amica di Venere; gli uccelli ebbero tregua; ma diceva sempre lo zio, la burrasca si rovesciò addosso agli uomini, perchè Diana insegnò a Venere tutte le insidie con le quali pigliava gli uccelli, e Venere a Diana tutti i tranelli co' quali pigliava gli uomini, e insieme composero un catechismo, che le donne per non istare in ozio imparano nei nove mesi che si trattengono in corpo alle genitrici loro, onde lo zio concludeva che a buttarsi dalla finestra, a torre moglie, insomma a fare tutte quelle cose che si fanno una volta sola, bisogna avvertire almeno due...

— Fosse anco san Tommaso in persona, se lo zio vedesse la signora Isabella, rimarrebbe estatico di riverenza e di ammirazione: non mi sembra di essere uccello da cascare sul vergone al primo cocoveggiare della civetta....

— E questo gli diceva ancora io. I giovani, che sia benedetto, la sanno più lunga di noi, io gli diceva; ma egli mi rispose: no signora, tu, Betta, costumi tenere per lo meno tre giorni i granchi teneri in purga prima di friggerli e darmeli a mangiare; ora non vuoi che io provi per altrettanto tempo una donna di prima di consentirla a moglie pel mio nipote? Io opposi che tra i granchi teneri e una moglie ci correva grandissimo divario; ma egli ostinato replicava, che se differenza ci entrava, era a carico della donna, per la quale tre giorni a ripurgarla forse non sarieno bastati. Però stamane è partito per Milano....

— Ah! zio, zio, zio, — esclamò arruffato Marcello e lì fe' punto; se gli frullasse nella mente di aggiungere qualche altra parola e precisamente quale, io non affermo nè nego, certo è che ei non la profferì; però tempestando si tirava indietro dal balcone, e siccome l'ombrello aperto gli faceva contrasto, lo lasciò andare; poi sbattacchiate a furia le finestre, prese a pestare i piedi, e strapparsi i cappelli e a commettere pazzie da disgradarne Orlando matto, meno che non isvelse pini come Orlando, perchè nella stanza non ce ne trovò; per ultimo si mise a letto.

CAPITOLO OTTAVO

Dove sarà narrato quello che ci si racconterà.

— Ci sono lettere? — domandò la signora Isabella a Teresa, che le recò secondo il consueto i pochi alimenti di cui ella abbisognava nella giornata.

— Senza lettere.

E la signora Isabella rabbrividì e si fece bianca, indi a poco il sangue le si risospinse alla faccia; il di dentro non le si poteva vedere, ma a giudicarne dalla irrequietezza dei moti parve il bel sereno dell'anima le si rannuvolasse; però di lieve tornò tanto tranquilla ch'ebbe balìa di ripigliare il lavoro, e lavorava di lena, senonchè di tratto in tratto levava gli occhi a mirare l'apertura talora di colta, e talora a mo' dell'ago della bussola, che per subita scossa deviato, tremando tremando si accosta al polo, e mi bisogna anco aggiungere come il moto della signora Isabella spesso fosse spontaneo e qualche volta no, perchè le pareva udire rumore da codesta parte, ma levati gli occhi verso l'apertura le compariva fosca come la bocca dell'inferno, onde ella tornava ad abbassarli sopra il telaio irridendo alla speranza, che, Dea mansueta e pia, pure tal fiata ha vaghezza di tormentare come una Furia.

E il giorno appresso, vista appena Teresa, la prima domanda che le volse fu:

— E lettere ce ne sono?

— Senza lettere, rispose Teresa stringendo le labbra, e sollevando entrambe le mani. Per questa volta la signora Isabella portò vivamente la destra al cuore, quasi che le fosse stato ferito, e non potè trattenere le lacrime, le quali però, voltando la faccia verso l'apertura, nascose a Teresa.

E l'apertura parve che avesse senso di pietà, imperciocchè, uscita che fu Teresa dalla stanza, ella prese a rischiararsi con luce sempre crescente, quasi alba che ceda luogo al sole. Isabella proruppe in un grido, e s'indirizzò a quella parte come... come... oh! sono pure lo zotico uomo a lambiccarmi il cervello in cerca di una similitudine, quando Dante me ne ha fatta una, che qui s'incastona meglio di gemma dentro l'anello, come colomba vola con ale aperte e ferme al dolce nido. Ma che diavolo vuole egli significare questo? La signora Isabella appena affacciata all'appertura caccia uno strido non già di sorpresa, bensì di spavento, e scappa via coprendosi con le mani la faccia. Subito dopo s'intesero uscire traverso la finestra le parole:

— Sono io diventato tale da barattarmi con gli spauracchi, che piantano i contadini in mezzo ai campi di gran turco? E fosse anco così, mi dica, signora mia, sarebbe gentilezza a farmelo sapere?

— Ma chi siete voi?

— Non lo vedete? Oh! che avete bisogno di consultare il Dizionario della storia naturale per iscoprire chi sono?

— Come vi chiamate, via?

— Orsù, Curiosità, il tuo nome è donna, mi chiamo Orazio, e sono zio di Marcello, tutto questo non varrà a trovarmi grazia presso di voi? Mi fuggirete sempre peggio di un coccodrillo?

— Mi scusi, signore, la sorpresa, la paura... e Marcello dove si trova?

— In prigione.... ma Orazio vedendo che Isabella stava per venire meno, maledicendo la sua bizzarìa, si affrettò ad aggiungere — ma in casa sua, per ordine mio, e Betta gli fa da sopprastante.

— Ed ella è arrivato stamani?

— No, signora, arrivai ieri l'altro.., e non mi sono mosso un momento dall'apertura spiando tutti i vostri moti, ed ascoltando tutti i vostri detti....

— Ma questo, signore... non mi pare....

— Non vi peritate; dite addirittura che non è onesto, ed io vi risponderò che avete centomila ragioni; però se non è onesto io l'ho trovato utilissimo per fare presto e bene. Alla mia età l'uomo pende al sospettoso. Il diavolo, giova rammentarlo, è cattivo perchè vecchio. Adoperando questo spediente non vi recava ingiuria, imperciocchè se vi scopriva lusinghiera, vi avrei barattato i vostri cinque franchi con cento soldi; se all'opposto buona e santa donna, come vi predicava il nipote con fiducia piena e larghezza di cuore, vi avrei abbracciato e detto: — «vieni, cara creatura, a questo seno, che gli uomini non hanno potuto o saputo intristire tanto, ch'ei non sappia o possa amare, vieni; dammi una figliuola, io ti darò un padre». Praticando in diversa maniera ci sarebbero voluti anni, e nè anco sarebbero bastati, perchè, vedi, la esperienza è simile all'avvoltoio di Prometeo; insegna ma divora, e le lezioni ella si fa pagare in moneta di cuore, nè compie mai il suo corso, anzi quanto più ne frequenti la scuola, e più ti erudisce nella maledetta scienza di sospettare e temere. Ma adesso io, senza che tu il sapessi, da due giorni ascolto perfino i tuoi sospiri, speculo il moto e il colore della faccia, seguito con gli occhi il tuo ago, con te m'inginnocchio a Dio, alle tue preghiere m'unisco, poso il mio capo sul tuo guanciale, anzi sul tuo medesimo cuore, e ne sento i palpiti appena nati; — dirò di più... li presento prima che nascano... e da questa intima, indiscreta e disonesta conoscenza di te ne deriva questo, che io ti supplico a darmi una figliuola in te, mentre io ti prometto in me un padre di amore. —

Della favella, che Dio padre parlò prima ai nostri genitori, una parola sola rimase fra noi, e questa parola è _perdono_, così almeno cantava in poesia il vescovo Isaia Feignez; lo dice egli, e sarà, ma se dello idioma divino ci avanza tanto scarsa reliquia, bisogna dire che ci lasciasse interi il suono della voce e la benignità dello sguardo, con i quali l'accompagnava, perchè la Isabella si sentì presa da una dolcezza nuova, per cui non poteva fare altro che piangere ed esclamare:

— Signore! Signore! — Da poi che morì mamma, io non le aveva provate più... temeva averle perdute... ed ora le ho ritrovate... queste lacrime.

E non si perdono, se pria non perdi l'amore. Chi peregrina pel deserto vede talora smarrirsi per la sabbia il rigagnolo che gli dava coraggio; ma se non cessa l'animo, vada innanzi, che anco in mezzo al deserto rinverrà ombre di palmizii ed acque dolci, refrigerio della fatica, premio della perseveranza.

Il signore Orazio non piangeva, ma non si attentava a profferire parola, anzi neppure a movere atto, dacchè a mo' di tazza colma fino all'orlo dubitava al minimo urto traboccare ancora egli. Così pertanto, muti muti, durarono un pezzo, e quando si fu sfocato in entrambi l'ardente affetto, la signora Isabella disse:

— A fine di conto il torto è mio, che doveva sapere come l'uomo di grande ingegno possieda sempre larghezza di cuore; ed invero se lo intelletto è dono di Dio, deve significarsi per via di benefizii: ora quale maraviglia se io la trovo, caro signore Orazio, qual ella è, e quale a me correva l'obbligo di conoscere ch'ella bisognava che fosse.

Questo la giovane disse proprio col cuore, ma bisogna confessare che pensandoci una giornata non avrebbe potuto rinvenire piaggeria più piacente e più fina. Grazia _gratis data_ alle donne gentili la è questa, di esalare quasi un profumo perenne di urbanità sia che favellino, sia che sorridano, o guardino od anco semplicemente si movano. Con le laudi gli uomini vengono propiziandosi le stesse divinità e veramente paiono divine se da un lato profferte da anime sinceramente consapevoli, e meritate dall'altro; e basta per la lode uno sguardo ed anco una stretta di mano. Quelle fra le lodi a cui possiamo fidarci meno, sono composte appunto di parole; tuttavolta anco in questo, chi se ne intende, vede per così dire palpitare il sangue, e del più puro che scorra dal cuore.