Il Benefattore

Part 4

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E vedendo entrare il signor Kyllea che tornava da un convegno col Sindaco, per accomodare la faccenda dell'acqua, Paolo si alzò in piedi, gli andò incontro, e gli disse:

--Debbo essere sincero con lei. Mi parrebbe di commettere la peggiore delle azioni, se le nascondessi quel che dicevo a sua figlia in questo momento. Sia franco e sincero altrettanto; già è suo costume...

Il signor Kyllea gli stese una mano, guardandolo in viso con l'aria di chi incoraggia a parlare:

--Domandavo a miss Elsa, se vuole essere mia moglie.

Il signor Kyllea, ridendo allegramente, rispose:

--Io non mi mescolo negli affari degli altri, specialmente in certi affari.

E li lasciò soli.

XII

Il signor Kyllea era tornato trionfante.

Il Sindaco, invitandolo a un convegno per accomodare il maledettissimo affare dell'acqua, aveva pensato di mandargli incontro il brigadiere e due carabinieri, perchè lo scortassero fino al Municipio. Una gran folla ingombrava la piazza, quasi quell'acqua avesse dovuto essere spartita tra tutti, una goccia per uno.

--Grazie,--brigadiere--egli aveva detto:--O mi lasciate entrar solo in paese, o torno indietro. Se il Sindaco ha paura per sè, provveda ai fatti suoi.

Ed era entrato solo, a testa alta, col solito passo franco e risoluto. La folla si era aperta davanti a lui, ed egli era passato, guardando le persone in faccia, salutando alcuni che riconosceva per suoi lavoratori e che dovevano trovarsi là perchè c'erano tutti--tutti quei del paese, uomini e donne, giovani e vecchi--e non già perchè potessero avere qualche astio contro di lui.

Nella sala del Consiglio i pretesi interessati si pigiavano dietro il parapetto di legno che chiudeva gli stalli dei Consiglieri comunali inaugurati pochi mesi prima. Pochi Consiglieri erano intervenuti; ma il Sindaco, due assessori e il segretario erano già seduti al loro posto e avevano l'aria di formare un piccolo tribunale in attesa del reo. Dietro il seggiolone del Sindaco, in piedi, stava il notaio La Bella.

Il brigadiere introdusse il signor Kyllea dalla parte opposta a quella d'onde entrava il pubblico, e all'apparire dell'_inglese_, come molti tuttavia lo chiamavano, un mormorìo corse per la sala.

Il Sindaco, che sembrava mostrarsi piuttosto favorevole agli interessi dei suoi amministrati, per tattica di uomo che sa barcamenarsi nei momenti difficili--e ne aveva già avvertito il signor Kyllea--lo salutò, gli accennò di sedersi in uno di quegli stalli vuoti, e cominciò ad esporre il motivo di quella riunione.

--Meglio fare le cose all'amichevole, senza inframettervi i tribunali. Si risparmiano così tempo e denari. Già!... Certamente il signor Kyllea era in diritto di scavare l'acqua nei suoi fondi; ma era anche vero che la sorgente dell'opposto versante della collina fosse venuta meno dopo quello scavo... Già!... Bisognava mettere d'accordo i due interessi... Avevano fatte male cercando di farsi giustizia con le loro mani. Già!... Ma, che si voleva?... Ormai il fatto era fatto... Danni gravi! E dunque egli era là per la conciliazione, per l'ordine. Già!...

Chi sa quanti altri _già_ egli avrebbe interpolati alle parole che gli uscivano stentatamente di bocca, se il signor Kyllea non si fosse rizzato in piedi e non lo avesse tolto d'imbarazzo.

--Io vado per le spiccie, signor Sindaco. Sono anche io per l'ordine e per la pace: ma veggo qua parecchi degli antichi proprietari delle grillaie da me comperate cinque anni fa; permetta che io mi rivolga a loro. Ve le ho pagate quelle grillaie, sì o no? C'era, forse, allora qualcuno che le avrebbe pagate di più? Ne cavavate appena appena di che provvedere alle tasse... Le rivolete ora che io le ho ridotte prospere e fiorenti? Prendetevele; sono pronto rivenderle, per quel che valgono ora, s'intende. Se c'è qualcuno che accetta, si faccia avanti... A loro, personalmente, le cedo; ad altri, no. A coloro che vi sobillano, che vi fanno credere che io vi ho spogliati, perchè sperano che annoiato, impaurito, lasci qui baracca e burattini, come dite voialtri... e mi sbarazzi dei terreni per quattro soldi... eh no! Io sono inglese; ho la testa dura. Voi... che ne dite? E voi... che ne dite? No? E allora che cosa pretendete da me? Che ve ne faccia un bel regalo? Non sono così gran signore da permettermi questo lusso. Bravi! Ridete; perchè è veramente da ridere! E ora veniamo a coloro dell'acqua. Chi sono? Si facciano avanti... Quattro, in tutto! E com'è che siete venuti a centinaia per rovinarmi ogni cosa? Primieramente, l'acqua dell'altro versante è tal quale si trovava prima... Ah! Può venir meno? Attendete che il danno avvenga: ne riparleremo. E quand'anche fosse così, dovevate farvi giustizia con le vostre stesse mani?... I tribunali? Andiamo pure davanti ai tribunali... Io non ho paura dei giudici. Rispondete intanto a una domanda: che cosa ne fate dell'acqua che ora possedete? Niente. Vi è mai passato pel capo di ricercarne altra?... Ci vogliono quattrini? Ma sicuro; negli affari ci vogliono testa e quattrini. Perchè non vi prestano i quattrini coloro che vi dànno i bei consigli di venire a guastarmi la conduttura, e a rovinarmi gli agrumi? Li hanno, i quattrini; e se vorreste vender loro quelle terre, essi non farebbero come me, non ve le pagherebbero il doppio di quel che ora valgono; vi risponderebbero:--Quattro sassi! Non sappiamo che farcene!--Io sono leale e franco, vi dico: Volete vendere?... No!... Benissimo. Vi dico anche: Se involontariamente vi danneggerò... se il danno sarà accertato... chi rompe paga... Sono pronto a indennizzarvi. È ragionevole, è giusto. Ma con la violenza... Ah! Ah! Su questo punto sono più siciliano di voialtri... quando vi ricordate di essere siciliani. Io, da che sono venuto qui, non ho fatto male a nessuno. Se c'è tra voi uno solo che possa lagnarsi con ragione di me... I miei lavoratori sono stati rimunerati con mercedi insolite qui. Mi davano l'opera delle loro braccia, il sudore della loro fronte, ed io li ho trattati da cristiani e non da bestie... È vero? Mi fa piacere sentirlo dire da voi stessi... Sareste ingrati, sconoscenti affermando il contrario... E intanto mi avete trattato da nemico... I veri vostri nemici cercateli altrove, tra coloro che vi aizzano, che si servono della vostra zampa per cavare le castagne dal fuoco... Sentirete come vi brucierà!... Parlo male, forse, signor Sindaco? Come? Certe cose non si debbono dire? Ora sono io che eccito la gente? La verità si deve dire sempre, a ogni costo; è il mio sistema... specie quando gli altri spargono attorno la bugia, la calunnia... E per concludere, sentite, signori miei. Io sono suddito inglese; la mia pelle vale cara... Se mi ammazzate, mi pagherete a peso d'oro... E aggiungo anche che non la lascio prendere al primo che la vuole. A coloro cui fanno gola i miei terreni--voialtri non li volete, non sapreste che farvene--rispondo: Fuori i quattrini!--Su, come vi dètta la coscienza: Che cosa preferite? Che restino in mia mano, oppure che vadano ad ingrassare chi li ha lasciati per centinaia d'anni incolti, infruttiferi?... Io lo sapevo che avreste risposto così. Siete brava gente, troppo buona gente... Grazie! Ho fatto del bene al vostro paese; farò ancora del bene, e non a parole; è il mio mestiere. Sono convinto che, facendo bene agli altri, ne faccio altrettanto e forse più a me. E queste mie parole riferitele fedelmente a coloro che non hanno potuto udirle... Chi vuol venire a lavorare domani, venga laggiù; il cancello sarà aperto... Io non ho rancori con nessuno... Vi saluto!

Sentendo applaudire nella sala, anche la folla della piazza prese ad applaudire.

Il canonico Medulla, che era in un negozio di droghiere in attesa del risultato, saputo com'erano andate le cose, fece una spallucciata sdegnosa:

--Si son lasciati mettere nel sacco! Con quell'imbecille di Sindaco!... Era da prevederlo!... Ora non manca altro che vi faccia diventare tutti protestanti!... Dio vi aiuti!

XIII.

Invece, sei mesi dopo, per incarico del vescovo, egli doveva istruire nei dommi della fede miss Elsa, che si era risoluta di fare il piccolo passo dal puseysmo al cattolicismo... Istruire?

--Ma se ne sa più di me!

Questa volta il canonico parlava sinceramente.

Si sentiva mortificato dalla sua ignoranza, si pentiva della sua malignità.

--Tu sei stato una bestia!--disse però un giorno a suo fratello il dottore.--Non sai far altro che ammazzare la gente! Con un po' d'abilità... Che credevi? Che quella signorina fosse come una delle nostre? Bisognava saper pigliarla pel suo verso.

--Perchè non me lo avete insegnato voi?

Il povero dottore, che aveva sprecati tanti mesi di corte, non rispose altro e andò via.

La sera delle nozze, Villa Elsa, vista dal Muraglione di Settefonti, sembrava una cosa fantastica, con tutti quei lampioncini giapponesi pendenti da albero ad albero, con la banda che suonava nel piazzale, coi fuochi d'artifizio incendiati su la collina perchè la popolazione di Settefonti potesse goderli meglio.

Quando, verso la mezzanotte, miss Elsa e Paolo rimasero soli, Paolo era così stordito dalla sua felicità, che non pensava di stringerla fra le braccia, quasi temesse di destarsi da un bellissimo sogno.

Miss Elsa, dolce e pudibonda, con grazioso gesto prese tra le mani la testa di suo marito, e baciando, come cosa sacra, la cicatrice ancora rosseggiante al lato destro della fronte di lui, gli disse:

--Chi sa! Forse, senza di questa...

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E da lontano arrivavano le ultime note di un passo doppio della banda di Settefonti e le grida di saluto degli invitati:

--Viva il Benefattore!

PER UN SOGNO.

Ezio Cami si svegliò sentendo ancora vivissima la profonda commozione degli avvenimenti sognati. Nella realtà, essi non avrebbero potuto lasciargli un'impressione più deliziosa e più forte.

--Peccato che sia sogno!--esclamò, rizzandosi a sedere sul letto.

Incrociò le mani dietro la nuca, appoggiò così la testa alla spalliera del capezzale e tentò di ricostruirsi, con tutti i più minuti particolari, quel sogno che già gli sembrava si dileguasse lontano nella densa nebbia dove spesso si smarriscono le incoerenti visioni notturne. Voleva rigoderselo, fissarselo nella memoria come un avvenimento reale. Era così bello e così assurdo! E, chiusi gli occhi e quasi trattenendo il respiro, rivedeva quell'angolo--di giardino?... di parco?... di foresta? non sapeva precisarlo--pieno di ombra, solitario, con quei riflessi azzurri delle acque--di un fiume? di un lago? del mare?--che s'intravedevano laggiù, fra i tronchi e i rami degli alberi, sotto la luce diffusa dei raggi solari, che però stentavano a infiltrarsi tra il fitto fogliame là dov'egli sedeva assieme con la signora Arici, tenendosi per mano, scambiando poche parole, in dolce intimità che lo stupiva anche nel sogno...

Si erano incontrati parecchie volte in riunioni familiari presso amici comuni; avevano ragionato di musica, di pittura, di poesia, di romanzi, di cose frivole, di pettegolezzi, di piccole malignità, fin di politica; ella, sempre contegnosa, quasi severa anche quando sorrideva delle eccessive opinioni di lui; egli, rispettoso e indifferente davanti a quella bellezza veramente straordinaria che faceva girare il cervello a molti, e che a lui ispirava soltanto un senso di ammirazione artistica e nient'altro, quale egli avrebbe potuto sentirlo per un capolavoro di statuaria o di pittura; convinto com'era della incrollabile virtù di quella donna, e sdegnoso, per natura e per proposito, dei lunghi assedii che esauriscono le forze dell'assediata e dell'assediante, e non sempre sono seguiti dalla resa.

In quest'ultimi mesi egli l'aveva avvicinata poco, distratto da una facile avventura con una signora molto gelosa e che commetteva l'imprudenza di non nasconderlo. Per questa e per altre ragioni, non ultima quella che assegna una fine anche amori giurati eterni, l'avventura era terminata due o tre giorni addietro; ed Ezio Cami, assaporando le delizie della riacquistata libertà, non pensava affatto a impegnarsi in altro consimile intrigo. Per ciò egli si stupiva, anche nel sogno, di vedersi in quel posto, tenendosi per mano, scambiando poche parole in dolce intimità con la bellissima signora Arici... Poi, senza avvedersi del cambiamento di scena, a un gesto di invito di lei, si erano trovati in una camera stranamente mobiliata... In casa di essa e di lui?... Ella gli resisteva appena, per vezzo, con negli occhi neri e grandi (invece la signora Arici li aveva limpidamente azzurri, ma egli nel sogno non si meravigliava di questa circostanza, dubitava di non aver osservato bene) con negli occhi neri e grandi una intensa ansietà di dedizione; poi, sciolte le nere trecce copiosissime e lunghe (la signora Arici in realtà era bionda), stringendosi al petto la testa di lui, gliel'aveva coperta ed avvolta con esse. Ed egli si era sentito avviluppare da quei capelli, come da tentacoli brulicanti che gli si fossero insinuati sotto le vesti e gli si attaccavano alle carni, dandogli tale sensazione di supremo piacere da doverne forse morire... Allora si era svegliato!

Ezio Cami, un po' superstizioso, disse:

--Dicono che i sogni siano il riflesso, la ripercussione della vita giornaliera... Io non ho mai pensato in questi giorni, neppure casualmente e alla sfuggita, alla signora Arici... Non l'ho mai desiderata, quantunque desiderabilissima, perchè non amo di fantasticare cose impossibili o che a me paiono irraggiungibili. Ed ella intanto mi è venuta in sogno, ed è stata mia, come se la nostra vita di amanti durasse da un pezzo, senza che lei nè io ci preoccupassimo del marito che pure esisteva anche nel sogno, giacchè ricordo benissimo che ella non era semplicemente una signora, ma la signora Arici!... Di che mi meraviglio?... Forse nella realtà non accadrebbe la stessa cosa?... Peccato che non sia vero!... Come mai però?...

Voleva trovare una ragione, un'origine al sogno; e scrollò le spalle quando gli si affacciò alla mente la spiegazione di un dottore, che si era formato una specialità dello studio dei sogni, a proposito di un caso consimile. Eh, via! Quel dottore era troppo invasato da certe recenti teoriche di suggestioni a distanza, da inconsapevoli proiezioni di pensiero... Appunto quella notte, la signora Arici avrebbe dovuto intensamente pensare a lui! Figuriamoci! Aveva pensato a lui quanto al Sultano del Marocco.

Eppure, dopo averci lungamente riflettuto su durante parecchi giorni, e notando l'insistente perduranza della impressione del sogno, egli avea finito con lusingarsi che la spiegazione di quel dottore poteva benissimo adattarsi al suo caso: cioè che la signora Arici, chi sa perchè?... forse nell'occasione di quella rottura che non era un mistero per nessuno... Le stranezze del cuore femminile sono infinite! Insomma, perchè no?... Si erano dati casi assai più assurdi di questo... E per curiosità e lusingato anche dalla vanità, si era proposto di verificare se il suo fosse stato un sogno ammonitore. Insomma, perchè no?

* * *

Non avea vinto facilmente; e, terzo, con la curiosità e la vanità, il suo cuore era entrato nella lotta, incitato dalla lunga resistenza della signora Arici, e anche dalla convinzione che quel dottore non s'ingannava giudicando certi sogni opera di inconsapevole trasmissione di pensiero.

Sin dalle prime esitanti parole da lui dette alla bellissima signora, egli aveva capito, dal contegno di lei, di non esserle indifferente... Anzi! Anzi! E questo lo aveva molto incoraggiato ad insistere. Oh, il suo bel sogno doveva avverarsi intero! Egli doveva provare, nella realtà, quell'ineffabile sensazione per cui gli era parso di essere avviluppato dai capelli di lei come da tentacoli brulicanti e di quasi morire nel godimento!

Invece!...

Egli aveva stretto fra le braccia il divino corpo tanto desiderato, senza sentirlo vibrare di una scossa, ghiaccio, quasi morto; senza che dalle labbra furiosamente baciate, aride e fredde, scoppiasse il riscontro di un bacio caldo, il suono di una parola ardente!

--Che hai?

--Niente. T'amo!

--Tu soffri! Stai male!

--No. T'amo. Ti ho amato sempre, tanto!

Ma sembrava che le parole le uscissero di bocca in modo meccanico, ch'ella le ripetesse come cosa appresa a memoria, senza che il cuore e l'anima vi prendessero parte.

Egli la scuoteva rabbiosamente, quasi brutalmente.

Ma più tentava d'infonderle ardore e slancio, più sembrava ch'ella si irrigidisse, si chiudesse in sè.

--Che pensi?... Parla!... Che temi?

--Niente!

Era divenuta pallida, come sul punto di svenirsi. Sembrava vinta da grande stupore. Nel sorriso, che di tratto in tratto le fioriva su le labbra, c'era qualcosa di indifferente, di gelido, che si comunicava a lui, che lo impacciava e lo irritava nello stesso tempo.

Egli aveva ingombrato di fiori il salottino e la camera; ne aveva sparsi per terra, sui mobili, sul letto con folle profusione, quasi volesse augurare un'uguale fioritura primaverile a quell'amore creduto impossibile, irraggiungibile e che ora avrebbe dovuto farlo delirare di gioia, e non fremere d'indignazione, e non fargli fin sospettare che ella non avesse trovato in lui quel che si era immaginato di trovarvi, e che la incredibile attitudine di passiva freddezza fosse sincera espressione del sentimento non riuscito a dissimulare.

--Ah!--le disse Ezio, con profonda amarezza.--Com'eri più amante nel mio sogno!

--Raccontamelo di nuovo!--ella rispose con dolce accento di preghiera.

E dopo ch'egli, illuso dalla tenerezza che gli era parso di scorgere in quell'accento, avea ripreso a raccontare, ella sembrava assente col pensiero, lontana quasi rincorresse qualch'altro suo sogno. Per ciò egli le stringeva le mani così forte da doverle far male, ma senza ch'ella mostrasse di accorgersene. Solamente, a intervalli, pareva riprendere coscienza, per esclamare:

--La realtà è più bella!... Oh, più bella! Quale? Evidentemente ricordava un'altra realtà, faceva villani confronti!

Il maligno sospetto, tosto che gli spuntò nel cervello, parve illuminargli di sinistra luce l'intelletto. E rapidamente, spietatamente egli giudicò che colei, stimata pura e non mai sospettata, doveva essere pura in apparenza soltanto, e che soltanto la sua suprema ipocrisia avea dovuto impedire che neppure un sospetto avesse osato di toglierle la brutta maschera dal viso.

--Ah, le oneste! Sono peggio delle peggiori!--egli pensava.

Si sentiva avvilito da quel che giudicava disprezzo di donna estremamente corrotta! Non sapeva chi lo trattenesse dal mostrarle con parole e con atti, in che conto ormai la teneva.

Le lasciò andare le mani, e si mise a passeggiare su e giù per la camera, ruminando i vituperi di cui la stimava meritevole.

Si era levata in piedi anche lei, e davanti allo specchio si aggiustava i capelli un po' disordinati, stirava le pieghe della veste. Poi, andatagli incontro lentamente, aprendo e socchiudendo le palpebre e posategli carezzevolmente le mani su le spalle, mormorava:

--Amore mio bello!

--Abbiamo fatto tardi!--egli borbottò, scansando la carezza per guardare l'orologio cavato di tasca.

--Ah!... Tu ti sei accorto delle ore trascorse; io, no.--

Ezio la guardò, colpito dal rimpianto che le era tremato nella voce pronunziando quelle parole.

Non mentiva dunque?... O mentiva così bene?

E la scrutava, mentr'ella s'infilava i guanti, a occhi bassi, e poi li abbottonava, stranamente assorta, senza fretta. Ma come la vide accostare all'uscio, porre la mano al paletto, e solo allora tendergli l'altra mano e le labbra, pronunciando un sommesso: _A rivederci!_ Ezio improvvisamente scoppiò:

--Così tu ami? Così? Così?

--Oh, Dio!...--ella balbettò coprendosi il viso con le mani.

--Ti sei dunque fatto giuoco di me! E perchè mai? Perchè? Che indegna commedia sei qui venuta a rappresentare?

Ella affondava il viso tra le mani, per non udire, immobile, fulminata... E, come dicesi che avvenga alle persone prossime a morire di morte violenta, vedeva passarsi davanti agli occhi, in un lampo, tutto quel che aveva sofferto per lui: e le segrete angosce, e le lotte, e i tormenti dei rimorsi, prima di decidersi al tremendo sacrifizio della sua vita immacolata, della sua reputazione forse e della sua pace; e le raggianti fantasie di amore e di felicità con le quali si era confortata all'immolazione di tutta sè stessa ai piedi di lui! Oh! Ella l'amava tanto, che non avea saputo trovare parole per esprimerglielo, istupidita dalla gioia di darsi incondizionatamente, anima e corpo; resa quasi inerte e ghiaccia dall'estremo accesso della sua stessa passione... Ed egli non lo aveva capito! E poteva rinfacciarle:--Così tu ami? Così?--E buttarle in viso la infame accusa:--Che indegna commedia sei qui venuta a rappresentare?...

Ella non udiva più quel che Ezio continuava a dire contro di lei con voce soffocata, scotendole violentemente un braccio.

All'enormità dell'affronto, il suo orgoglio si era ribellato, le aveva fatto levar su alteramente la testa, avea acceso un gran lampo di fierezza, in quelle pupille poco prima annegate in ineffabile languore... E aperto rapidamente l'uscio, ella lo richiuse con gesto sdegnoso.

* * *

Ezio Cami, fu per lunghi mesi, sotto l'ossessione di quella scena di delusione che aveva offeso il suo amor proprio e il suo amore, e che lo faceva terribilmente soffrire notte e giorno, quantunque egli tentasse ogni mezzo di distrarsi, anche perchè colei non potesse rallegrarsi degli effetti dell'opera sua, e non lo riputasse sua vittima.

Era andato, prima, a isolarsi in villa occupandosi insolitamente di cose di campagna: poi, presto annoiato, era partito per un viaggio in Germania.

Qualche lettera di un amico gli inciprigniva con inconsapevole crudeltà la piaga ancora sanguinante, dandogli larghe notizie dei pettegolezzi cittadini... Si parlava molto della misteriosa malattia della bellissima signora Arici; il marito n'era inconsolabile... E si parlava moltissimo anche della sparizione di lui, che i maligni attribuivano a una passione infelice per... E citava il nome della canzonettista straniera alla quale Ezio aveva fatto apparentemente un po' di corte.

Benissimo! Questo sviava la mùta dei curiosi dalla sua vera traccia... Era stato gentiluomo; si era saputo contenere, anche nei primi momenti; e n'era lieto, specialmente ora che cominciava a sentirsi penetrare dal dubbio ch'egli si fosse stupidamente ingannato giudicando male la signora Arici. Le notizie di quella misteriosa malattia lo agitavano, lo spingevano a ripensare tutti i particolari della scena di quel giorno; e di mano in mano che gli sembrava di vedersi schiarire davanti agli occhi l'intimo significato degli atti e delle parole di lei, un sordo rimorso lo assaliva, una profonda angoscia lo tormentava.

Era stato cieco? Era stato pazzo? Come aveva potuto non conoscere la sincerità, la grandezza di quel cuore di donna? Come s'era lasciato sfuggire il possesso di quell'inestimabile tesoro? Frivolo, scettico, non aveva mai amato, non era mai stato amato. E l'unica volta che gli era accaduto di sentirsi elevare dalla misera volgarità della sua vita, l'unica volta che una nobilissima creatura gli era venuta incontro portandogli in regalo il fragrante fiore della sua passione, la sua infinita tenerezza, l'intiera essenza della sua anima, egli l'aveva ricacciata indietro, calpestando quel fiore, spargendo villanamente per terra quella purissima essenza!...

Ah, il fatale sogno! E che grande enimma la vita umana! Un'intima voce ci avverte:--Ecco, la felicità sta per passare per la tua via!--E noi stiamo ad attenderla, guardando qua e là, vicino, lontano, a destra a sinistra; illudendoci di doverla sùbito riconoscere a certi segni, secondo certi nostri preconcetti, senza riflettere un momento che essi possano essere fallaci... E la felicità, infatti, passa via, si allontana, sparisce; e soltanto allora noi ci accorgiamo di esserci stoltamente ingannati!... È inutile attenderla ancora, ella non ripassa mai dallo stesso punto!