Part 3
--Sarebbe vero dunque che lei non crede in Dio, lei?--domandò miss Elsa con dolcissimo accento di compassione e di rimprovero.
--Se Dio esistesse, non permetterebbe tante infamie!
--Oh, no, signor Paolo, non parli così! Del bene e del male che facciamo siamo responsabili noi.
--E di quello che ci costringono a fare gli altri?
--Nessuno può costringerci a fare il male.
--Non tutti siamo santi o eroi.
--Basta essere uomini di retto cuore.
Ora scendevano lentamente. Lo stradone in quel punto tagliava una collina, s'inoltrava tra due alte sponde che formavano rampe coperte di erbe selvatiche tutte in fiore. Cardi rizzavano spinosi steli coronati da ciuffi azzurri, violetti, gialli; pianticine rampicanti con fiori rossi a stelline, sembravano cosparse di macchie di sangue cascate sul verde delle foglie; arbusti con rami sottili, quasi delicate braccia di strani candelabri a cui fossero attaccate rigide lamette verdi, spiccavano con mucchi di chioccioline aggrappatevi attorno, e si sarebbero detti carichi di bacche biancastre.
--Ecco come siete voialtri!--disse miss Elsa, che si era fermata ad ammirare.--Una fioritura bella, ma selvaggia, ma...
--Inutile o nociva... Ha ritegno di dirlo?
--Nociva, no; quelle piante usurpano il terreno, impediscono che le rampe scoscendano, quando piove troppo, e ingombrino lo stradone.
--Lei vuol sviare il discorso!--esclamò Paolo.
--Non posso farle dire quel che non vuol dire.
--Mi perdonerà, se parlo?
--Non dirà certamente nulla che non dovrei udire.
--Io l'amo! Io sono pazzo di lei!...
E il giovane, pronunziate queste parole con voce soffocata dalla grande commozione, nascose la faccia tra le mani, quasi avesse paura di scorgere l'impressione che esse dovevano aver fatto su colei alla quale erano indirizzate.
--Pazzo?--rispose miss Elsa con voce un po' velata.--Eh, via! Lei esagera, alla siciliana... Ma che mi volesse bene, io lo so da un pezzo; attendevo che me lo confessasse; cominciavo a dubitarne...
Paolo si slanciò a prenderla per una mano. Si sentiva davvero impazzire, ma di gioia, di felicità... E portò alle labbra la mano bianca e fine che miss Elsa gli cedeva abbandonatamente.
Dietro alcune piante di fichi d'India si udì uno scoppio di risa. Paolo, voltatosi sdegnosamente verso quel punto, vide sparire a un tratto, tra le grosse e spinose foglie dei fichi d'India, la testa del contadino che si era accorto di quel bacio e aveva maliziosamente riso... Impallidì e rimase impietrito.
--Come sono disgraziato!--esclamò dopo un istante.
--Perchè?
--Ci hanno visto!
--Non abbiamo fatto niente di male.
--Ah! Ora costui andrà a spargere in paese...
--Che importa?
--M'importa per lei, non per me.
--Ma io le darei a baciare la mano al cospetto di tutti. Sì--ella soggiunse dopo breve pausa--lei ha ragione! Sciocca sono io, che non so ancora abituarmi al vostro modo di vivere e di pensare. Come siamo distanti! Io le ho espresso francamente, schiettamente quel che sento e penso. Perchè avrei dovuto esitare, mentire? E così non le nascondo che sono lieta di esser certa finalmente che non mi sono ingannata.
--Grazie, Elsa!.. Mi permette di darle del tu?
--Volentieri. Non siamo fidanzati sin da questo momento?... Oh!... Ora ho paura di sembrarti sfacciata.
--No, Elsa, no!...
--Che pensi?
--Vorrei inseguire, raggiungere colui che ha riso, avvertirlo, minacciarlo perchè taccia...
--Faresti peggio. Per chi dobbiamo nasconderci? Appena arrivata al _cottage_, io dirò ai miei parenti...
--Ti prego, Elsa; attendi qualche poco prima di far questo.
--Ma io soffrirei se dovessi nascondere a mio padre e alla mamma...
--Attendi un altro po'! Mio padre... Ebbene, mi ribellerò; non sono più sotto tutela!
Miss Elsa, appena essi furono usciti dalla gola dello stradone, si era appoggiata a un palo del telegrafo per lasciar passare due carri che salivano lentamente verso Settefonti; Paolo aveva pronunciato sotto voce la sua frase di ribellione; e la bionda creatura, già diventata triste e pensosa alla preghiera di attendere prima di parlare del loro fidanzamento ai suoi parenti, lo fissò quasi atterrita...
--Ha fatto male--ella disse dolcemente, con grande tristezza.--Non avrebbe dovuto parlare oggi... Saremo fidanzati più tardi, se potremo esser tali. Per ora non ha nessun impegno, non ha nessun dovere di ribellarsi contro suo padre. Dio mio! Perchè ha parlato?... Mi lasci andar sola. Non le dico addio, ma a rivederci.. Non vorrei esser cagione di dolore a nessuno!... Il mio cuore, Paolo, non dubiti, non cambierà in niente per questo... A rivederci!
E vedendola andar via, con passi affrettati, e poi sparire dietro la siepe d'agavi americane che cingevano da una parte la svoltata dello stradone, Paolo credette che la sua felicità si allontanasse e sparisse per sempre. Non era durata neppure mezz'ora!
IX.
Miss Elsa, trovò tutti i suoi su la spianata assieme con l'ingegnere loro ospite, venuto da Catania per esplorare le colline nel punto dove gemeva una fontanella che il signor Kyllea sospettava potesse essere indizio di una gran polla d'acqua.
Egli aveva praticato degli scavi, ma inutilmente; la sottile vena si era accresciuta di poco. Don Liddu però gli assicurava di aver sentito dire da suo nonno che colà c'era stata, tempo fa, gran tempo fa, molt'acqua che serviva a irrigare i terreni piantati a orto: poi, dopo il terremoto del 1793, la polla era scomparsa a un tratto. Un altro terremoto, nel 1821, l'aveva fatta ricomparire come si trovava al presente. E il signor Kyllea s'era messo in testa di ricercare e ritrovare proprio l'antica vena abbondante; sarebbe stata una benedizione, ora che la siccità si era ridotta fenomeno ordinario in Sicilia.
Dopo i tentativi poco fruttuosi fatti l'anno avanti, egli aveva pensato di ricorrere alla scienza di un ingegnere che godeva fama di valentissimo in lavori di tal genere; e appunto in quel giorno miss Elsa trovava il _cottage_ in festa. L'acqua era stata finalmente scoperta, e dalla terrazza si poteva veder scendere giù, in un bel rivolo serpeggiante che anneriva il terreno per dove passava. Gli operai lavoravano ancora a sgombrare il profondo scavo praticato lassù. Il signor Kyllea volendo mostrare alla figlia il bel risultato, l'aveva condotta su la terrazza. Egli era gongolante di gioia.
--Anche questa mi è riuscita! Quando lo sapranno a Settefonti!...
E si meravigliò che sua figlia manifestasse poca soddisfazione e nessuna gioia per un avvenimento che elevava straordinariamente il valore dei loro terreni.
--Ma sì, babbo, sono contenta perchè tu sei contento...
E gli cinse il collo con le braccia e lo baciò.
Anche dalla signora Kyllea e dall'ingegnere fu notato che miss Elsa non era del solito buon umore.
--Ho un po' di mal di capo... Forse ho fatto la strada troppo in fretta...
Era la prima volta che le accadeva di non essere sincera coi suoi. E quando, dopo cena, si ritirò nella sua camera, quella piccola bugia prese davanti ai suoi occhi tali proporzioni che ella ne fu sgomentata, quasi fosse sul punto di diventare una gran mentitrice, un animo falso, capace di ingannare coloro che più le volevano bene.
In quella solitudine, l'assiduità della vista di Paolo Jenco le era riuscita dapprima attraente--giovinezza ama giovinezza--poi interessante pel carattere di lui così schiettamente siciliano e per l'ingegno e la cultura. Con lui, ella poteva parlare di letteratura e di arte senza timore di vedergli sgranare gli occhi come al dottor Medulla, assiduo anche esso, ma vanitoso, pretenzioso, e che sùbito aveva mostrato le orecchie, cioè si era palesato caldo corteggiatore, mettendo in tutti i suoi atti l'evidente intenzione di dar nell'occhio e scoraggiare il sospettato rivale, Paolo Jenco.
Una volta anzi, tentato di porlo in ridicolo, aveva dovuto pentirsene. Improvvisamente punto sul vivo, Paolo era scattato rispondendogli per le rime; e quella volta miss Elsa non nascose il piacere da lei sentito per la disfatta del presuntuoso ignorante.
Così, a poco a poco, nel suo spirito calmo, nel suo cuore tranquillo, la figura di Paolo Jenco si era insinuata carezzevolmente, senza che la bella inglesina si accorgesse del lavorìo di suggestione che vi veniva prodotto. E quando se n'accorse, in uno di quegli esami di coscienza che era abituata a fare di tanto in tanto con grande severità verso sè stessa, non se ne meravigliò, nè se ne dispiacque.
Si sentiva, s'indovinava voluta bene, con rispettosa gentilezza; e prevedeva che questo sentimento si sarebbe potuto trasformare in amore, se a lei fosse piaciuto d'incoraggiarlo, di alimentarlo dignitosamente, senza ipocrisia e senza calcolo. Si lasciò sedurre dal dolce incanto; o, meglio, scoprì che era già stata sedotta prima di agire riflessivamente. Ormai suo padre diceva spesso:
--Noi siamo già siciliani; questi terreni che la mia cultura ha reso fecondi, ci hanno fatto diventare altrettanti alberi umani, e vi abbiamo posto fonde radici, come le viti e come le piante di aranci e di limoni.
E, scherzando, soleva aggiungere rivolto alla figlia:
--Tu sei l'olivo specioso, tua madre la vite... e mia sorella... _l'opunzia indica spinosa!_
Ella infatti, cresceva bella e sana sotto quel cielo così limpido, tra quella vegetazione così rigogliosa. Metteva visibile impegno nel rendere vere le parole del padre, apprendendo a parlare il dialetto e sforzandosi di pronunciarlo col minor accento straniero possibile. La sua intimità con Paolo infatti si era aumentata, facendo con lui pratici esercizi dialettali, cosa che anche la divertiva quando ella non arrivava a sormontare la difficoltà di certi suoni di consonanti che la sua gola non si prestava a rendere facilmente.
E come sorrideva, orgogliosa, allorchè il maestro improvvisato poteva dirle:
--Brava!... Lei vuol dunque diventare siciliana a dirittura?
--Non mi aduli!
Così era passato un anno; così la solitudine del _cottage_ le si era popolata di dolci fantasmi, senza che ella sentisse il bisogno di accertarsi se essi non erano un'illusione cagionata dalla sua giovine fantasia, o riflessi di una realtà intraveduta da occhio vigile e accorto, e che equivalevano a una certezza.
Non lo avea nascosto a Paolo. Perchè avrebbe dovuto nasconderglielo? Nè se ne pentiva ora che all'improvviso le si era rivelata la verità intorno alla sua triste situazione. Lei e i suoi si trovavano colà più stranieri di quando vi erano arrivati; suo padre, il benefattore, veniva già stimato un invasore, un intruso, uno sfruttatore della miseria di coloro a cui egli aveva pagato, più che realmente non valessero, i terreni acquistati; di coloro a cui aveva dato, per parecchi anni, modo di guadagnar da vivere onestamente, dignitosamente, con mercedi che erano servite di esempio, di paragone e che gli altri proprietari avean dovuto adottare; di coloro a cui aveva mostrato, con la pratica, in che maniera potevano rendere più fecondo il meraviglioso suolo da loro posseduto e lasciato quasi in abbandono. Ed erano appunto questi--i proprietari, i _galantuomini_--che aizzavano gli odii, che spargevano attorno la diffidenza; invidiosi, maligni e anche ciechi, perchè non s'accorgevano di fare il loro male agendo in quel modo. Ne aveva parlato, il giorno dopo, con suo padre, strappandogli quasi per forza una confessione di quel triste stato di cose.
Il signor Kyllea non era indignato, nè scoraggiato: aveva voluto nascondere, alle sue donne la verità per non affliggerle e per non atterrirle; giacchè la signora Kyllea e la cognata avevano la mente piena di pregiudizi intorno ai siciliani, ed erano quasi stupite di non aver visto finora invadere _Villa Elsa_ da briganti con tromboni e cappelli a cono ornati di penne di gallo, come li immaginavano vestiti, ricordando certi disegni di giornali, di _Magazzini_, di riviste.
--Accade così per tutto, quando qualcuno sposta interessi, crea nuove risorse. Lotta lunga, ostinata, violenta; ma si finisce sempre con vincere!--aveva soggiunto il signor Kyllea.--Come non vincere, se si hanno alleati di questa forza?
A miss Elsa parve che suo padre dicesse queste cose con sottile accento di affettuosa malizia, e arrossì.
--Oh!--rispose--Certi alleati talvolta possono nuocere più che giovare!
Ma suo padre non le badò; scrollò il capo sorridendo, poi, tornato serio, disse:
--Gli alleati, per lo meno, debbono essere prudenti, e non far sapere ad altri...
E questo divieto aggiunse un senso di sgomento alla profonda impressione prodotta dalle rivelazioni di lui.
Ella stava per dirgli:
--Senti, babbo!...
La confessione di quel che era avvenuto tra lei e Paolo quella mattina, le tremava da un pezzo su le labbra, impaziente, quasi sospinta dal rimorso di essere stata taciuta parecchi giorni. Ma, appunto in quel momento, dopo le tristi cose accennate dal padre, le parve che la dichiarazione di Paolo, e il loro fidanzamento di un istante fossero stati un sogno, nient'altro che un sogno. E si trattenne, stringendo le labbra, quasi ringhiottendo le parole che le fremevano nella gola.
Disse soltanto, e con energia:
--Vinceremo, babbo!
X.
Spuntava appena l'alba. Il signor Kyllea, che aveva l'abitudine di alzarsi di buon'ora, era uscito su la terrazza a fumare e a respirare un po' d'aria libera prima di prendere il bagno freddo. Intanto, passeggiando su e giù, faceva i suoi esercizi respiratorii turando con un dito una delle narici, aspirando forte e respirando a bocca chiusa; turandosi l'altra narice e riprendendo ad aspirare e a respirare a bocca chiusa. Si fermava, girava turbinosamente, col pugno stretto, fino a stancarsi, ora il braccio destro, ora il sinistro, dando calci all'aria avanti e indietro con la gamba sinistra quando era in moto il braccio destro, con la gamba destra quando era in moto il sinistro...
A detta di lui, non c'era miglior mezzo per mantenersi sano e forte; gliel'aveva insegnato un medico indiano, di Calcutta, incontrato sul piroscafo durante un viaggio, dieci anni addietro.
Ed egli, che soleva fare coscienziosamente, ogni cosa, era tutto intento a questi esercizi, quando gli parve di udire strani rumori, lassù, su la collina dirimpetto e intravedere, alla dubbia luce dell'alba, un gruppo di persone, anzi parecchi gruppi di persone che dapprima scambiò per operai, meravigliandosi di vederli arrivati così mattinieri al lavoro.
In quel punto, don Liddu gli recava, su un piccolo vassoio, la tazza col caffè.
--Come mai?--disse il signor Kyllea indicando con la mano in direzione della collina.--Andate a vedere.
Don Liddu si avviò premurosamente, molto meravigliato anche lui.
Il signor Kyllea era sceso a prendere il binocolo da campagna; ma già la luce aumentata e permetteva di scorgere lassù, a occhio nudo, un brulichìo di gente, un affaccendamento attorno al condotto dell'acqua... Il binocolo gli rivelò la devastazione che quella folla di contadini aveva già operato durante la notte e che proseguiva rabbiosamente, vandalicamente.
Una bestemmia inglese gli sfuggì di bocca, e tese i pugni minacciando, quasi potesse esser visto da coloro. Scesa a precipizio la scaletta, stava per uscir fuori; don Liddu lo afferrò pel petto, balbettando:
--Ah, padrone!... Per carità!... Dove vuole andare?... Lo ammazzano!... Ci sono i carabinieri!... Hanno guastato i lavori di condottura!...
--Zitto!--disse il signor Kyllea.
Pensava alle signore che dormivano e che si sarebbero spaventate... Ma insisteva per uscire. Due carabinieri si presentarono su la porta...
--Non abbia paura; siamo qui noi!--disse uno di essi.
--Non ho paura di nessuno--rispose alteramente il signor Kyllea.--Sono suddito inglese!... Ma che vogliono costoro?
--Dicono che l'acqua appartiene ad essi; che lei l'ha distolta dall'altro versante della collina.
--Sono matti o furfanti.
--Dica: bestie piuttosto! Li hanno suscitati, incitati... Il brigadiere è là... Abbiamo telegrafato per rinforzi...
Ora si udiva un rumore confuso di voci, di passi incalzanti, quasi di armento che scendesse con corsa sfrenata, abbattendo gli ostacoli che gli capitavano dinanzi.
I due carabinieri si affacciarono alla porta e rientrarono, chiudendola. Il signor Kyllea, pallido, smaniante, strizzandosi le mani, si volgeva di tratto in tratto a guardare nella stanza accanto...
--Ah! Se non ci fossero le donne!... Ho tre Remington!
Don Liddu, che era andato ad affacciarsi dall'alto della terrazza, venne ad annunziare:
--Se ne vanno!... Hanno guastato tutto!... Ma lungo lo stradone scende un'altra fiumana di gente... Le campane suonano a stormo!
Don Liddu s'interruppe. Grida confuse, fischi, poi due colpi d'arma da fuoco!...
I carabinieri si slanciarono fuori; e don Liddu, afferrato il padrone, cercava a ogni costo di impedirgli di uscire.
--Per carità! _Voscenza_, no! _Voscenza_, no!
Il signor Kyllea stava per svincolarsi, quando comparve miss Elsa, atterrita.
--Babbo!... Che cosa è stato?... Babbo!
Ed ecco la signora Kyllea mezza vestita, bianca come un cencio lavato, che gesticolava senza profferir parola.
Il signor Kyllea si contenne:
--Niente! Niente!--disse.--Dei malintenzionati.
Ma non potè far a meno di trasalire anche lui, sentendo picchiare alla porta, e gridare:
--Aprite! Aprite!
--Sono i carabinieri!--esclamò don Liddu che aveva riconosciuto la voce.
Erano essi infatti, accompagnati dal brigadiere e sostenevano una figura insanguinata, con gli abiti stracciati, che si reggeva a stento.
Miss Elsa die un grido; aveva riconosciuto Paolo Jenco!
XI.
--È stato imprudente!--raccontava il brigadiere.--Con buone parole e con minacce, io avevo già indotto i contadini a tornare in paese, ed essi commettevano gli ultimi sfoghi stroncando qua e là alberi di aranci sul passaggio... È stato imprudente!... Fidava forse nella sua qualità di figlio del Sindaco... Ma quelle belve, se sono in furore, non rispettano niente... Li ha affrontati, li ha insultati, li ha minacciati di galera... E allora:.--Dàgli!--_A iddu! A iddu!_--Dàgli!--Abbiamo dovuto sparare all'aria, per atterrirli, lottare corpo a corpo...
Era stato un terribile quarto d'ora!
Fortunatamente, all'infuori di una larga ferita alla testa e qualche contusione, Paolo Jenco non aveva riportato altro dall'assalto furibondo dei contadini.
Quei _galantuomini_ che più avevano soffiato nel fuoco e provocato la sommossa, si erano chiusi nelle loro case, paventando che i contadini imbestialiti non trascorressero; il Sindaco si era fatto vivo all'ultimo, ed era accorso soltanto dopo che aveva udito da una finestra: Hanno ammazzato il figlio del Sindaco!
Al _cottage_ si affollavano tutti coloro che volevano diminuire la propria responsabilità, mostrando di giudicare severamente l'atto barbarico dei contadini. Soltanto il dottor Medulla non aveva avuto l'impudenza di venir a offrire l'aiuto della sua arte al ferito; si era scusato con un biglietto, dicendosi indisposto.
E mentre Paolo, assistito dalle signore, da miss Elsa in particolar modo, si sforzava di mostrarsi meno sofferente che non era, il signor Kyllea conduceva parecchi visitatori a osservare i guasti del giardino che sembrava percosso da un uragano, e i guasti lassù, dove bisognava ricominciare da capo l'opera di muratura del condotto dell'acqua.
Il notaio La Bella si mordeva la lingua, per non compromettersi, stimmatizzando l'opera ipocrita di certa gente che sapeva lui; gente che faceva servire ai suoi bassi interessi fin il sentimento religioso...
E per ciò egli, uomo pacifico, che non avrebbe schiacciato neppure una mosca noiosa, davanti a quelle devastazioni, si sfogava a dire:
--Poichè ci si erano messi, dovevano compir l'opera. Li sfruttiamo, li trattiamo peggio di animali, li mettiamo su, per cattivi fini, e poi sbraitiamo che il governo non ci tutela i beni e le vite contro l'avidità dei contadini! Facciamo i socialisti, gli anarchici, i rivoluzionari per comodo nostro, spargiamo di petrolio la catasta... e poi non vorremmo che qualcuno vi appiccasse fuoco!
--E se venivano a bruciarvi la _Banca_?
--Benvenuti! Avrei spalancato la porta, avrei consegnato tutta quella cartaccia imbrattata, per farne un bel falò... Tanto, la povera gente non ha quattrini da spendere in contratti... E poi, non si deve fare repulisti del vecchio? Ah! Poichè ci si erano messi!...
E tornato al _cottage_, vedendo Paolo con la testa fasciata, gli spiattellava bruscamente:
--Puoi ringraziare tuo padre!... Anche ora, dopo quel che è accaduto, tuo padre accende una candela a Cristo e una a Maometto, come il romito di Lampedusa; dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dà ragione al signor Kyllea, e non dà torto ai contadini; e si agita per far scarcerare gli arrestati, per non irritare gli animi, per non lasciar fòmite di odii... Bella scusa! Quasi voglia ringraziarli perchè non ti hanno proprio ammazzato!
Paolo però li ringraziava davvero. Da due giorni egli godeva una felicità immensa, vicino a miss Elsa che gli curava la ferita meglio di un medico, con mani carezzevoli, e più con quegli sguardi traboccanti di affetto e di gratitudine. Egli solo era accorso, egli solo aveva messo a cimento la sua vita in quella terribile mattina! Nessuno dei due aveva fatto il minimo accenno a quel che era avvenuto tra loro lungo lo stradone; eppure si erano detti tante e tante cose!
--Come finirà?--domandava, tremante ancora la signora Kyllea.--Non potremo più vivere tranquille! Da due notti non chiudo occhio... Mi sembra di dover sentire nuovamente quelle grida...
La zia brontolava in inglese:
--Andiamo via! Torniamo in Inghilterra!
--Che cosa dice?--domandò Paolo a miss Elsa.
--Vuole andar via! Tornare in Inghilterra... Ma è possibile?
--Oh, no!--esclamò Paolo.
E i suoi occhi, e il suono della sua voce dissero qualche cosa di più.
Miss Elsa sorrise tristamente.
Qualche ora dopo, approfittando dell'occasione di esser rimasti soli in salotto, Paolo le disse:
--Vuole andar via anche... lei?
--Mio padre, in un momento di sdegno, ha pensato di vendere i terreni; ma ora non ci pensa più.
--Ma... lei... lei, dico!
Avrebbe voluto darle del tu, e per ciò esitava parlando.
--Io non ho volontà,--rispose miss Elsa.
--Volete... vuol esser mia, Elsa?--egli balbettò.
--E tuo padre?
--Ah!... Da questa ferita mi è uscito molto sangue, tutto il sangue vigliacco... Se mio padre si opponesse...
--Io non entrerei mai in una famiglia dove mi saprei appena tollerata...
--Uno solo è il vero ostacolo!--esclamò Paolo.
--Capisco ora--rispose miss Elsa--la Chiesa a cui appartengo. Ma...
--Ma...--ripetè Paolo ansiosamente.
--Su questo punto, noi inglesi--continuò miss Elsa.--non abbiamo pregiudizi; ogni individuo si aggrega alla comunità religiosa che più lo persuade e lo attira. Mia madre è metodista; mia zia, evangelica episcopale; mio padre, presbiterano; io sono puseysta, cioè quasi vicina al cattolicismo. Dovrei fare un piccolo passo per entrare nella vostra chiesa; neppur l'amore puro potrebbe indurmi a farlo, se ripugnasse alla mia coscienza. Ma... ecco la spiegazione di questo ma... Da un anno a questa parte, la mia coscienza è scossa. Io sento forse l'influsso dell'ambiente. Mi sembra che il contadino siciliano, rozzo e superstizioso, sia più vicino alla verità che non noi con la nostra credenza riflessiva. La magnificenza delle vostre feste, quasi teatrale, non mi ispira la repulsione d'una volta; mi commuove, mi pare che operi più intensamente dentro di me... La Verità ha tanti diversi aspetti! Noi possiamo osservarla da un solo lato, comprenderla mai... Almeno io credo così...
--Oh, Elsa mia!
--Eppure, vedi, io ho un ritegno, un misero ritegno umano; quello di poter essere creduta una calcolatrice... Forse lo penseresti anche tu, forse arriveresti a rimproverarmelo un giorno! E allora sarebbe finita; non potrei più amarti perchè non potrei stimarti, perchè non potrei più illudermi di essere stimata da te.
--È impossibile, Elsa!