Il Benefattore

Part 2

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Intanto, laggiù, sotto il sole, la vallata sorrideva, col vigneto, con l'agrumento, con le cascine bianche, con le vacche pascolanti su per le colline ora che e' era da brucare erba fresca sotto gli ulivi di _S. Barbara_. In cima a una collina, specchieggiavano due grandi vasche d'acqua per l'inaffiatura delle piante di limoni; e, più in là, con la facciata tinta in verde pallido, si vedeva il _Cottage_ a un solo piano, dove sarebbe venuta ad abitare la famiglia dell'_inglese_, moglie, figlia e una cognata sorella della moglie, con due donne di servizio.

Il Sindaco e gli altri tre erano rimasti a contemplare, muti, quello spettacolo che loro sembrava ancora incredibile, quantunque avessero assistito, quasi giorno per giorno, alla rapida trasformazione.

--Il canonico è una bestia!--aveva poi esclamato il Sindaco.--Ma ci sono a Settefonti un centinaio di bestie uguali a lui. Protestanti! Che me n'importa, se fanno tanto bene? L'_inglese_ è stato una provvidenza per Settefonti. Se c'è chi può lagnarsi, siamo noi proprietari che ci abbiamo visto mancare le braccia dei contadini, e abbiamo dovuto pagarli come li paga lui. Ma ora anche questo guaio cesserà; non occorrono più grandi lavori laggiù. Io non sono spericolato, come il canonico e tant'altri. Il mondo, infine, è di chi se lo piglia. Siamo curiosi noi! Don Liddu, per esempio, si è ingrassato a spese dell'_inglese_ tre anni. Quasi tutto l'_Albergo del Gallo_ era occupato da lui che vi aveva istallato i suoi uffici di amministrazione, lasciando appena una stanza per i forestieri, quando ne capitava uno. Ed ora che vede sfuggirsi questa mammella succhiata tre anni comodamente, Don Liddu piange e si strappa i capelli. Dice che è rovinato, perchè la clientela gli si è sviata, e già Maccarone gli ha preso il posto, con la _Locanda della Luna_ là di faccia, quasi per fargli maggior dispetto. Che pretendeva? Che l'_inglese_ rimanesse eternamente all'albergo? Egli ha laggiù un'abitazione da principe--posso dirvelo io che l'ho visitata--proprio da principe, da farci vergognare delle nostre catapecchie. Dovrebbe vivere con la famiglia all'albergo?... Sarà una bella giornata domenica prossima. Mezzo paese invitato; banda, fuochi d'artifizio. Pranzo per una settantina di persone... Verrà appositamente il cuoco di una gran trattoria da Catania... Alla faccia nostra! Sia! L'_inglese_, l'altra volta, ce l'ha spiattellato sul viso in Casino:--Potreste fare una Società, mettere insieme i capitali che tenete morti in casa, e chiederne altri al credito bancario, se non bastassero. La Sicilia diventerebbe un giardino; produrrebbe dieci, venti, cento volte più che oggi non dia. Invece, state qui in Casino, a morir d'ozio! Non ha forse ragione?

--Dovrebbe dare l'esempio lei...

--Non ne ragioniamo! È inutile!

Quando si vedeva messo alle strette, il Sindaco se la cavava sempre così:

--È inutile! Non ne ragioniamo!

V.

Le signore Kyllea erano arrivate nel pomeriggio del giovedì, e il Sindaco si era creduto in dovere di farsi trovare davanti al cancello per dar loro il saluto del paese di cui diventavano, più che ospiti, cittadine, e presentar loro tre bei mazzi di fiori. Si era fatto accompagnare da un Assessore e dal dottor Medulla, che aveva suggerito il galante pensiero di quei mazzi.

Appena le carrozze, condotte dal signor Kyllea alla stazione di Valsavoia, comparvero dallo svolto dello stradone, i tre si avviarono ad incontrarle, impacciati dall'idea di doversi presentare a signore che forse non sapevano una parola d'italiano, come essi ignoravano l'inglese. Avrebbe servito da interprete il marito. In ogni caso, si sarebbero fatti intendere coi gesti; e avevano riso anticipatamente della probabile scena muta, che il dottor Medulla, di umore allegro, aveva più volte accennato, facendo ora la parte loro, ora quella delle signore, mentre attendevano davanti al cancello.

Don Pietro--oramai lo chiamavano così--riconosciutili da lontano, aveva sùbito ordinato ai cocchieri di fermare i cavalli.

E la scena era stata assai diversa da quella che il Sindaco e gli altri avevano immaginato. La signora Kyllea rispondeva con un bel "Grazie" un po' gutturale; ma Miss Elsa, parlando col dottor Medulla, si esprimeva in un italiano che conservava appena qualche inflessione di accento straniero. Soltanto la cognata era rimasta zitta, salutando e ringraziando con rigidi cenni del capo. E poichè il Sindaco tornava a ripetere una delle frasi del suo discorsetto anticipatamente preparato per non impappinarsi, Miss Elsa, disse:

--Certamente; vogliamo diventare siciliane anche noi, come il babbo che si è abbronzato al sole di questa incantevole isola, e fin ne parla il dialetto; e cittadine di Settefonti, come ella dice, perchè ormai la nostra vita è legata a questa impresa del babbo, e noi siamo liete che sia così!

Dalla commozione che rendeva un po' tremula la voce, dal sorriso che le scintillava su le labbra e negli occhi, si scorgeva benissimo che la bionda signorina parlava sinceramente.

--Su, montino in carrozza anche loro--disse don Pietro--c'è posto per tutti. Non può immaginare che piacere mi hanno fatto--soggiunse rivolto al Sindaco e all'Assessore, e aiutandoli a salire in quella dove stava la signora Kyllea.--Qui le autorità! Noi, dottore, nell'altro legno.

Il cancello era già aperto, e le tre carrozze presero la salita, a gara, tra allegri scoppi di fruste e tintinnìo di sonagli.

Lassù, su la spianata davanti al _Cottage_, don Liddu, (aveva smesso l'albergo per diventare il factotum dell'_inglese_), che il segno degli evviva a una ventina di contadini schierati in due file davanti a la porta, e miss Elsa saltò giù dalla carrozza, esclamando:

--Voglio essere la prima a prender possesso!

--_Voscenza benedica_!--le disse don Liddu. E le baciò la mano, quantunque miss Elsa tentasse di schivare l'omaggio.

Più tardi, a sera avanzata, preso il babbo sotto braccio, ella lo aveva trascinato fuori, per godere quello splendore di plenilunio che inondava la vallata.

Settefonti si rizzava là di faccia, su la collina, con una povera cinta di casupole lungo il Muraglione. La cima di un campanile sormontava le case; poi, di qua e di là, su la cresta, gli ulivi frastagliavano strane figure sul fondo del cielo d'un azzurro argentato, sparso di rare nuvolette, dietro alle quali tremolavano smorte le stelle vinte dal lume lunare. Un gran stormire di fronde si levava di tratto in tratto, simile a respiro della vallata. Laggiù, per lo stradone, si udiva il rumore dei carri che passavano lentamente; e, vicino, a sinistra, il chiocchiolìo dell'acqua che cascava dai canali nelle vasche, monotona, ininterrotta.--Che delizia!--esclamò miss Elsa, stringendo affettuosamente il braccio del babbo.

--Qui saremo felici! Restiamo fuori ancora un po'. Non sono stanca, non ho sonno... A che pensi, babbo?--domandò, vedendo che questi taceva.

--Penso--egli rispose--che non so se ho fatto bene, impiegando qui tutta la nostra fortuna. La terra è infida, quanto il mare, specie quaggiù.

--E ti senti scoraggiato in questo momento?--lo rimproverò la figlia.--Ora che noi siamo qui?

--Tu hai detto:--Qui saremo felici!--E le tue parole mi hanno turbato.

--Perchè?

--Perchè ora soltanto mi è parso di intendere che tu sarai sempre una straniera in questi luoghi, tu principalmente.

--Oh, babbo!...

S'interruppe, per ascoltare.

--Che significa questo suono di campana?--domandò.

--Due ore di notte. È il coprifoco di Settefonti. Fra mezz'ora, lassù, dormiranno tutti.

Il rintocco argentino si sperdeva per la vallata, confuso con lo stormire delle fronde che ora riprendeva con più lunghi intervalli, quasi la vallata si addormentasse anch'essa come quei di lassù, a Settefonti, invitata dai rintocchi squillanti che venivano rallentandosi e poi cessavano a un tratto.

VI.

Il canonico Medulla amava di star zitto giocando a tressetti; ma il notaio La Bella lo provocava.

--Non me ne parlate, notaio!... Busso!... Vi dico che è affare di propaganda!...

--Fanno tanta carità!

--Carità pelosa. E vi sembra decente che una signorina vada e venga sola da laggiù in paese e viceversa?... Striscio!...

--Visita gli ammalati poveri, regala medicine...

--Che medicine? Le pillolette omeopatiche le chiamate medicine?... Infine, è forse medichessa costei? Stupido, imbecille il sindaco, e più imbecille e più stupido mio fratello il dottore, che non le intentano un processo!... Dobbiamo giocare, sì o no?... Io parlo da sacerdote cattolico. E anche da persona che bada agli interessi di tutti... Ecco, con questi discorsi, mi fate fare delle bestialità! Smettiamo! È meglio!... Vinco sei soldi.

E il canonico, buttate sul tavolino le carte, si levò da sedere per rimettersi il mantello e il cappello a tre punte posati sur una seggiola in un angolo.

--Voi ridete, notaio!--egli riprese intanto che annodava i due nastri neri attaccati al collare del mantello.--Ma il veleno protestante già lavora. Volete scommettere che presto sentiremo parlare di un matrimonio tra la inglesina e il figlio del Sindaco?

--Che male ci sarebbe? La ragazza è bella, è giovane, è ricca...

--Tutti gli sciocchi, scusate, ragionano come voi. E il cattivo esempio lo contate per nulla? Sposare una protestante!

--Come se i protestanti fossero diavoli!

--Peggio! Voi non capite niente; siete con gli occhi chiusi.

--Io veggo che fanno molte opere che noi cattolici non facciamo.

--Lustre! Lustre! Intanto l'inglese è venuto a prendersi i nostri migliori terreni... Fa la concorrenza ai nostri vini, ai nostri olii, ai nostri agrumi... Si arricchisce alle nostre spalle! Ve lo dicevo cinque anni fa? Sono stato profeta?

--Dicevate anzi il contrario! Le grillaie! Se le ha ridotte un paradiso, è tutto merito suo. Perchè non le avete comprate voi, o il Sindaco, o il Barone Lo Gatto, voialtri che tenete i quattrini sotto chiave? Domineddio dovrebbe farveli muffire!

--Io sono sacerdote; non posso fare il contadino, lo speculatore...

--Voi; ma gli altri?

--Non voglio entrare nei fatti altrui... Vinco sei soldi, non quattro.

--E due di cui sono in credito dell'altra volta...

--Fanno sei, avete ragione!

--_Lupus in fabula_--esclamò il notaio.--Ecco l'inglesina.

E dalla soglia della _Banca_, la salutò cavandosi il cappello.

Miss Elsa questa volta non era sola. L'accompagnava don Liddu con due paniere infilate pel manico alle braccia. Vestita semplicemente, con abito cinericcio che ne modellava la svelta personcina, cappelline di paglia alla canottiera ornato da largo nastro azzurro, borsa di cuoio bianco in una mano, ella rispose, sorridendo, al saluto del notaio, fece un gesto con la mano libera per accennare che tra poco sarebbe passata da lui, e infilò il vicolo di rimpetto.

--Va da una povera donna che le ho raccomandata io. Vedova, malata da tre mesi, con quattro bambini nudi e scalzi che periscono di fame...

--E voi date cinque anime in balia d'una protestante, perchè le trascini all'inferno?--sbuffò il canonico.

--Vi ho chiesto mezza lira per quella disgraziata e non avete voluto mai darmela!

--Ma io faccio la carità come so e posso; non debbo vantarmene con voi. Gesù Cristo ha detto:--La tua destra non sappia quel che opera la sinistra.--Costei, invece, va attorno con don Liddu che porta i panieri delle provviste, per far sapere a tutti la sua gran carità! Pretesti! Pretesti!

--È un caso, se oggi c'è don Liddu con lei.

--Pretesti!... Guardate là, intanto, il bamboccio del figlio del Sindaco che le ronza attorno, che spesso l'accompagna fino a mezza strada e anche fino al cancello laggiù. Vi pare bello? Vi pare onesto? Una zitella con un giovanotto! È uno scandalo per le ragazze del paese... Egli l'attende al passaggio. Già, costui non ha niente da perdere; è ateo. Se ne vantava l'altra sera in Casino... E suo padre, che è più bamboccio di lui, non lo ha preso a schiaffi... Ecco dove ci ha condotti il vostro liberalismo!...

--È studente; all'università non s'insegna teologia!

--S'insegnava una volta; e a nessuno era permesso spacciare dalla cattedra che Dio non esiste! Per questo si sono sùbito intesi bene la signorina e lo studente. E finirà... come deve finire. Tanto peggio per lei!

--Ah! su questo punto...--replicò il notaio con impeto.--Se la conosceste da vicino! È più assennata di una vecchia. Parla senza ipocrisie, ma con dignitoso contegno. Si rimane a bocca aperta udendola ragionare. E quante cose sa? E quante cose sa fare! Musica, canto, pittura. E non dico delle faccende di casa! Bada a tutto, alla cucina, al pollaio, ai fiori. Trova tempo per tutto, per la carità soprattutto. Le vostre nepoti, lasciatemelo dire, che fanno? La calza, il cucito, e sanno appena leggere e scrivere... E poi, al balcone da mattina a sera. Non dico che sia male tentar di acchiappare un marito; è cosi difficile al giorno d'oggi!

--È un'altra cosa! È un'altra cosa!

--Restate qui... Perchè non cercate di convertirla? Fareste il vostro dovere--disse il notaio con un che di malizia.

--_Induritum est cor Pharaonis_!

--Che ne sapete? È così buona! Sarebbe un trionfo per voi.

Ma il canonico scappò lestamente, vedendo spuntare dal vicolo miss Elsa con don Liddu.

VII.

Come il canonico aveva previsto, il figlio del Sindaco (non lo chiamavano altrimenti, quasi il nome di Paolo Jenco fosse stato più lungo a pronunziare) si era accostato a miss Elsa appena ella aveva fatto pochi passi nella piazzetta.

--Ah! Non è partito?--esclamò meravigliata, porgendogli la mano.

--Fortunatamente, no, signorina!

--Volevo dire: Come mai non è partito?

--Indugerò ancora un'altra settimana. Sarei venuto al _cottage_ a congedarmi.

--Don Liddu, voi potete andarvene--disse miss Elsa.--Mi fermerò un po' dal notaio.

Don Liddu esitò un istante.

--Oh, non abbiate paura!--soggiunse la signorina che aveva capito.--Avrò un cavaliere, caso mai... Don Liddu non sa ancora capacitarsi che una signorina possa permettersi di fare qualche miglio per la campagna, sola sola...--ella continuò rivolgendosi al giovane.

E rideva.

--E se suo papà mi domandasse...--disse don Liddu per scusarsi.

--Non vi domanderà niente--rispose miss Elsa.--Mio padre vuol saperlo soltanto da me quel che faccio o non faccio. Non ho segreti per lui.

--Voscenza ha ragione!

--Povero don Liddu! Va via mortificato--disse Paolo Jenco, senza nascondere il piacere che sentiva di poter accompagnare miss Elsa.

Ella si avviò lesta e sorridente verso la _Banca_ notarile, seguita dal giovane che la guardava ammirandola in silenzio.

--Cara signorina, io la ringrazio--disse il notaio La Bella venendole incontro.

--Debbo ringraziarla io invece--rispose miss Elsa.--Ma non vi è un ospedale qui? Quella poveretta è malata gravemente; a casa manca di tutto; non ha chi l'assista. I suoi figliuoli sono troppo bambini.

--Sì, l'ospedale c'è; nessuno però vuole andarvi, neppure i più miserabili. Credono che medici e infermieri li lascino morire, per sbarazzarsene; ed è pregiudizio invincibile. Forse interamente non hanno torto. Quell'amministrazione è un caos!

--Ne parlerò a suo padre che è il Sindaco--disse miss Elsa.

--Inutilmente--rispose il giovane.--Bisognerebbe portar là i malati con la forza. Sarebbe peggio.

--O persuaderli col curarli bene.

--È inutile--replicò il notaio.

--Possibile? Dio mio!

Il viso di miss Elsa si atteggiò a un doloroso stupore che la rendeva più bella.

--Il male di qui, di voialtri tutti--ella riprese--è questa rassegnazione mussulmana. Dite:--È inutile!--e non operate, non vi sforzate a vincere quel che vi sembra fatalità.

--È proprio così!--approvò il notaio.

--Eppure in molte altre cose avete tanta energia!

--Nel male--disse Paolo Jenco.

--Non è vero. Nel lavoro, per esempio, il vostro contadino è ammirabile. Così parco, così ubbidiente, quando è guidato bene! Così buono, quando non si vede maltrattato! I signori qui non capiscono che non dovrebbero comportarsi coi contadini come con schiavi da sfruttare. Mio padre dice che i contadini siciliani non hanno uguali.

--Li ha un po' viziati suo padre. Lo pensano tutti in paese.

--Ed io aggiungo--fece il notaio--che non gli sono molto grati.

--Sono ignoranti; è forse per questo. Ma non è colpa loro.

--E noi _galantuomini_ siamo peggio. Certe volte, io mi vergogno di essere siciliano!

--Eccede!--lo ammonì miss Elsa.

Paolo Jenco scosse la testa, negando.--Riconoscere i propri difetti è già un bel passo--ella riprese.--Ma non basta. Lei che è giovane può far molto. Dia l'esempio di una vita nuova.

--Io? Ma io non posso niente. Mio padre non mi permette nessun'iniziativa. Ho ventitrè anni e mi stima ancora un bambino. Quando ne avrò quaranta, sarà lo stesso. La patria potestà è terribile tra noi, come presso gli antichi romani. Ribellarsi ad essa è atto pazzo quasi quanto sbattere la testa contro una parete di bronzo.

--È vero! È vero!--confermò il notaio.

--Educati a questo modo--riprese Paolo Jenco--noi perdiamo ogni energia. E quando, troppo tardi, siamo liberi di fare a modo nostro, continuiamo la tradizione. Ripetiamo, precisamente, quel che è stato fatto con noi. Ci vorranno secoli per mutarci.

--I secoli passano presto--disse miss Elsa, sorridendo.

Un ragazzino, coperto malamente da quattro stracci, si era avvicinato e stava ad ascoltare con le mani dietro alla schiena, gli occhi neri spalancati, intenti alla bella signorina, che l'osservava di sfuggita--se n'era accorto--e che parlava una lingua di cui egli capiva soltanto poche frasi.

--Vuoi venire, laggiù, da me? Ti farò il ritratto--gli disse miss Elsa.--Bel tipo arabo!--soggiunse rivolta a Paolo, senza attendere la risposta del ragazzino--Vuoi venire?

--Quando?--egli domandò.

--Domattina.

--Che ne farò del ritratto?

--Quello lo terrò io; ti regalerò un vestito; la tua mamma te lo adatterà. Hai la mamma?

--No.

--È morta?

--Chi lo sa?

--Sua madre è in carcere, per falsa testimonianza--spiegò il dottore vedendo lo stupore di miss Elsa a quella risposta.

--Poverino! Hai il padre però.

--È in prigione anche lui, per omicidio, e non ne uscirà vivo probabilmente--soggiunse il notaio.

--E gli altri parenti? domandò miss Elsa.

--Non ho nessuno--rispose il ragazzo.

--Come vivi?

--Cara signorina,--disse il notaio--ci vuol così poco per vivere nella sua condizione e alla sua età!

--Perchè non lo mettono in un asilo di orfani? Può essere calcolato per tale. Qualcuno dovrebbe occuparsene.

--Ma ce n'è venti, trenta, cinquanta nello stesso caso! Che vuol provvedere? Mancano i mezzi.

--Verrai domattina?--tornò a domandargli miss Elsa con voce intenerita dalla commozione.

--Eccellenza, sì.

--Perchè ti sei accostato a noi? Chi t'ha detto:--Va'ad ascoltare quel che dicono?

Afferrato improvvisamente per un braccio e colto alla sprovveduta da questa domanda di Paolo, il ragazzo si smarrì, e balbettò:

--Me l'ha detto... me l'ha detto... Nessuno me l'ha detto--poi si corresse, accigliato.

--Chi te l'ha detto, sì? Non esser bugiardo

--Il dottor Medulla...--confessò il ragazzo piagnucolando sotto la forte stretta della mano che lo aveva agguantato.

--Oh!--esclamò miss Elsa, indignata.--E perchè?

--Per niente signorina; perchè quel signore non ha altro da fare... e perchè...

--Il perchè lo so io, notaio--lo interruppe Paolo Jenco che si mordeva le labbra, fremente.

--Adoprare un ragazzino per un atto così vile!... Non avrei mai creduto che il dottor Medulla fosse capace di questo!

--È un imbecille presuntuoso e vigliacco!

--Non si arrabbi, signor Jenco!--disse miss Elsa aggiungendo alla gentilezza delle parole la dolcezza d'uno sguardo che pregava.

--Senti,--proseguì Paolo--va' a rapportargli: Don Paolino diceva che voscenza è un buffone.

--No,--intervenne il notaio.--Non gli dirai niente. Sarebbe troppa soddisfazione per quel pettegolo. E vi andrebbe di mezzo la signorina. Non gli dirai niente, hai capito?--continuò rivolto al ragazzo--se no, ti darò quattro scoppole e quattro calci io.

--Niente, eccellenza, sì; niente! Bella Madre Santissima!

--E domani andrai laggiù, dalla signorina Ti darà il vestito.

--Eccellenza, sì!

--Far fare la spia a un ragazzo!... Ma perchè?... Oh!

Il dolce viso di miss Elsa era diventato così severo e le sue rosee labbra si erano così scolorite, che il notaio sentì pietà di lei e stringendole una mano la confortava:

--Signorina, il mondo è cattivo!

VIII.

Scendevano, silenziosi, per lo stradone; miss Elsa con gli occhi bassi e le ciglia un po' corrugate, quasi facesse un insolito sforzo di riflessione; Paolo Jenco mordendosi le labbra, con gli sguardi ancora lampeggianti di sdegno, che però si addolcivano di tratto in tratto, quando li rivolgeva a osservare la signorina, quantunque il silenzio e l'atteggiamento di lei lo rendessero perplesso nel risolversi a dirle quel che gli tumultuava nel cuore.

Improvvisamente miss Elsa rizzò il capo, spalancò gli occhi ed esclamò soddisfatta:

--Ho capito!

--Che cosa?--domandò Paolo maravigliato.

--Il segreto di mio padre.

--Ha un segreto anche per lei?

--Non sapevo spiegarmi per quale ragione, da quasi un anno, noi viviamo proprio isolati laggiù a _Villa Elsa_, evitati, dovrei dire.

--Oh!... Miss Elsa!

--Da principio non è stato così. Fin alcune signore di Settefonti si benignavano di farci qualche visita, di accettare i nostri inviti. Ricorda che belle giornate di intima allegria? E che serate, quando quei signori, partivano di là a notte alta, al lume di luna? Io rimanevo su la terrazza del _Cottage_ per vederli salire verso il paesetto, a piccole brigate di tre, di quattro persone; per rispondere ai loro saluti da lontano, che risonavano limpidissimi per la vallata; per ascoltare i violini, i flauti, le chitarre e gli strumenti di ottone che chiudevano la marcia e si affievolivano, si affievolivano, quasi la fatica della ripida salita smorzasse il fiato ai suonatori venuti sul tardi a far la serenata agli invitati ed a noi... Poi, a poco a poco, le visite diradarono, e gli invitati risposero scuse che avevano l'aria di pretesti per non accettare. E anche mio padre diradò le sue gite a Settefonti, che servivano, soleva dire, a sgranchirgli le gambe. Fedeli sono rimasti lei, suo padre, il notaio e... il dottor Medulla.

--Non lo nomini neppure!

--E ogni volta che io ho domandato a mio padre:--Ma perchè?--mio padre si è fatto un po' scuro in viso e mi ha risposto con apparente noncuranza:--Paese che vai, usanza che trovi!--Brutta usanza!--pensavo. Ora, dopo quel che è accaduto poco fa col ragazzino... Che abbiamo fatto di male mio padre, mia madre, la zia, io?... E perchè mio padre non è più chiamato, come una volta: il Benefattore?

--Perchè il mondo è cattivo, gliel'ha detto il notaio.

--È stato ed è davvero un benefattore; posso proclamarlo con orgoglio.

--Appunto per ciò!... E fossero soltanto essi cattivi ed ingrati! Ma costringono ad essere o ad apparir tali anche gli altri, perchè non tutti abbiamo la forza e il coraggio di ribellarci a un pregiudizio, di opporci a un'ingiustizia... Io, che lei stima meno cattivo di parecchi, io sono un vigliacco... me lo lasci dire; un vigliacco! Mio padre è peggio di me, perchè la vigliaccheria gli sembra prudenza. Deve averlo notato: in questi ultimi mesi, egli è venuto soltanto due volte laggiù. Io ho osato di venire, di accompagnarla spesso, ma non ho mai saputo osare...

Si fermò, torcendosi le mani, alzando rabbiosamente gli occhi al cielo, con tale espressione di dolore che anche miss Elsa, voltatasi a guardarlo, non potè far a meno di fermarsi, lievemente arrossita in viso; la reticenza l'aveva turbata.

--Paese che vai, usanza che trovi!--ella disse sorridendo con lieve espressione di tristezza.

--E poi--riprese Paolo, quasi non avesse udito quelle parole...--se anche avessi saputo osare... che cosa avrei conchiuso?

--Bisogna essere sinceri, per restare onesti,--mormorò miss Elsa.

--Bisogna, in certe circostanze darsi un bel colpo di pistola a una tempia!