Idillii spezzati

Part 7

Chapter 73,686 wordsPublic domain

— Ah, Sire, — rispose Heribrand — se mio figlio mi facesse vedere una lettera simile, gli direi «non ci credere, è tutto falso, anche questi segni di lagrime fra l'ultima parola e la sottoscrizione! Non senti» gli direi «che artificio di stile e di chiusa, non senti che persino queste lagrime sono politiche? — Maestà — esclamò egli a una violenta interruzione del Re — a mio figlio direi così! A V. M. posso dire invece, e forse chi sa? accostandomi di più al vero: questa donna non è sincera, ma crede di esserlo, crede alle proprie frasi, s'inebria all'immaginazione di un sacrificio che poi V. M. non le permetterà di compiere; si intenerisce sopra sè stessa e queste gocce cadute così presso al _sourire aux lèvres_ sono propriamente lagrime. V. M. mi ha domandato se sono mai stato giovane; credevo sapesse che lo sono stato troppo. Ebbene, di tante donne che ho amate, più o meno, una sola sapeva di recitare la commedia, e due sole veramente non la recitavano. Le altre erano attrici senz'accorgersene, come la principessa. Ma poi, Sire, se credete in Lei, perchè non l'ascoltate? Perchè non le date questa corona che domanda? Se la principessa è sincera, è eroica e poche regine avranno fatto altrettanto per un Re e per un popolo! V. M. ha l'animo grande, si compiacerà di essere amato da un altro animo grande che non solo immagina il sacrificio, ma lo compie. Coraggio, Sire! Sarebbe forse stato meglio non dirle, quelle altre cose amare. V. M. mi ha chiesto di aprire il cuore e l'ho aperto. Mi sarò ingannato, crederò anch'io tutto ciecamente, ammirerò la principessa, ma si faccia dunque ciò che dice lei! Non si giuoca una piccola posta, qui. Fersen giuoca il paese a _rouge et noir_; se esce _rouge_ sarà una gloria sterile o quasi, e pagata cara; se esce _noir_ sarà un disastro immenso. Sire, se parlassi da capo a mio figlio gli direi «il tuo dovere è di non permettere questo giuoco».

— La ringrazio — disse il Re — Lei ha detto alcune cose che io credo molto ingiuste, duramente ingiuste, ma è stato leale e adesso ha parlato col cuore. La ringrazio. Del resto non credo che Lei sia giusto neppure col ministero.

E qui si diffuse sui possibili effetti d'una guerra fortunata, parlò di una grande unione politica che avrebbe potuto costituirsi intorno al suo trono, di un impero del Nord ch'era già l'oggetto di trattative segrete colla Francia. Si capiva che la sua parola tepida rifletteva idee altrui, le ambizioni di un ministro e d'una donna anzichè quella del futuro imperatore.

— Sire — disse Heribrand dopo aver ascoltato rispettosamente — se non temessi di offendere V. M. direi un'altra cosa.

— Dica.

— Direi che questa non è l'ultima comunicazione della principessa.

Il Re arrossì e s'imbarazzò un poco.

— Lei deve aver incontrato una carrozza, venendo qua — diss'egli. — È per questo che adesso...

— No, Sire — rispose Heribrand — non è per questo.

Gli occhi suoi si fermarono sopra un punto della scrivania. Il Re guardò subito dove guardava il generale, e, non potendo vedere, si tradì.

— Le è bastato un fil di seta — diss'egli, arrossendo più di prima...

— Mi è bastato meno — rispose il generale con un sorriso — il filo di seta non c'è più come non c'è più il fiore.

Il Re si avvicinò alla scrivania, vide due filuzzi di musco e una lieve macchia umida sul cuoio dell'impiallacciatura.

— Non l'ho nascosto — replicò vivamente — entrando l'avrebbe anche potuto vedere.

Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo, girando la stanza con gli occhi, il generale aveva scoperto sopra una mensola, di fianco a un grande stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che aveva questo fiore misterioso.

— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il vasetto antico.

Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e come languente nei petali più esterni e chiari, appena socchiusa nel denso cuore con una voluttuosa espressione d'invito.

— La conosco — disse Heribrand, odorando il fiore. — Amo anch'io le rose. È la _France_. Magnifica! Meglio allearsi a questa Francia qui che all'altra. L'altra ha troppe spine.

Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò per un quarto d'ora, mostrando l'inopportunità dell'alleanza francese con parola chiara, calda, convincente.

— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re, sentendo di piegare, aggrappandosi a Heribrand per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli erano intollerabili.

— No, Sire — rispose il vecchio — io sono troppo impopolare, sono troppo amico di tante cose passate, e poi non sarei più indulgente di Lemmink colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui.

— Le giuro che non sapevo il nome di quella rosa! — esclamò il Re con impeto — e Lei è sicuro che sia la _France_? Ci pensi!

E si mise a camminare su e giù, a capo chino, dall'uscio al caminetto, ripetendo macchinalmente ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si fermò davanti e gli stese la mano dicendo:

— Credo che Lei, domani, sarà contento di me. E allora spero che sarà contento pure della principessa, non è vero?

— La venererò, Sire — rispose Heribrand.

Prese congedo.

Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva lasciati sulla scrivania, ritornò indietro, e nella fretta del riprenderli, urtò involontariamente con la manica il piccolo vaso antico che si capovolse lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si chinò, con una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla; e, brancicando sul pavimento, invece di pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise a posto presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti, n'era rimasto sgualcito e quasi staccato.

S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola. Il suo sentimento poetico della perfezione, la sua raffinatezza femminile si offendevano incredibilmente di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione altrui. Gli si sarebbe guasta l'ammirazione per un uomo d'ingegno vedendogli scotere sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente signora avrebbe molto perduto del suo fascino, se, parlando con lui, si fosse versata sull'abito una goccia di thè. Quando Heribrand fu uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La vista di quella foglia cadente, di quella rosa brancicata gli dava fastidio. Prese il fiore, ne trasse il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage del caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente, quel fastidio gli si mescolò, nella memoria, alla figura e alla voce del generale, ne rese ancora più sgradite le parole severe e meno gradite le affettuose; tanto che sentendo crepitar la rosa sulla brage, odorandone la lieve fragranza resinosa diffusa in aria e vedendovi balenare sul nero le ultime faville, ripensò di proposito a quel caso e gli venne il sospetto che vi fosse stata intenzione. Lo cacciò subito, era un sospetto troppo ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea che la sbadataggine del generale fosse stata offensiva. E in pari tempo, questo intenso desiderio sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei invece di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi qui, almeno fino a giorno, prima di pensare alla politica!

Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera venuta col fiore; sulle labbra, sul cuore, sulla fronte, come per illuminarsi la mente con l'amore; poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile profumo della carta, l'odor di mughetto caro alla principessa lo faceva palpitar di passione, gli annebbiava il cervello. Mise un profondo sospiro come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera che diceva:

«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites votre devoir; ce sont vos amours qui Vous en supplient. Je souffre, mon ami, car je t'aime comme une folle et je voudrais venir me jeter dans tes bras. Je ne viendrai point, jamais je ne saurais m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le vase d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase aux larmes, qui lui convient. Elle en a eu, de larmes. Et de baisers, donc! Elle est heureuse, pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir demain.

«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi connaître bien vite. N'éteignez pas de la nuit Votre lampe; je comprendrai que M. Lemmink sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre lampe, à l'aide d'un binocle. C'est mon étoile, elle n'aura jamais été si pure, si haute!

_Victoria._

L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia il corpo della principessa e queste paroline scritte in fretta, a grandi tratti impetuosi, tutte inclinate come da un soffio di passione, gliene ridavano l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza domandar debolmente se non fosse male di lasciarsi trasportare così, di smarrire, in un desiderio di amore, ogni calma e ogni forza quando più ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi a quel modo, che forse l'amore lo avrebbe ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di volontà, la debole voce molesta.

Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi, negli occhi pieni di dolcezza e di fierezza che lo guardavano da quel noto viso, più signorile e delicato che bello, chiuso nel capriccioso disordine d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse il balcone a mare e uscì fuori nel vento rigido, nel fracasso cupo, misurato delle onde che si rovesciavano sulla scogliera. La luna era nascosta fra le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo, nera, a breve distanza. Il vento freddo ristorò un poco il Re, ma le tenebre, per la loro virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento del futuro e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano coll'isola Sihl. In quel luogo, in quell'ora le combinazioni politiche parevano al Re niente, e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel gabinetto, si giustificò, per parere onesto a sè stesso, di ciò che stava per fare sfiorando rapidamente col pensiero gli argomenti malfermi che ne aveva, gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto un dito sul bottone elettrico, senza voler più riflettere, spinse.

Era il tocco e cinquanta minuti. La cameriera della principessa di Malmöe-Ziethen avvertì subito la sua signora che alla finestra dello studio di S. M. non si vedeva più lume. La principessa balzò dal letto, afferrò il cannocchiale che l'altra le porgeva e spalancò le invetriate. L'appartamento reale non aveva più che undici finestre illuminate delle solite dodici; la dodicesima, quella della torre d'angolo, era oscura. Vittoria abbracciò la ragazza, guardò ancora col cannocchiale, lo gettò da sè, ritornò palpitando a letto, felice; e, mentre colei chiudeva stupefatta la finestra, le domandò se avrebbe paura d'una gran guerra vicina.

Dodici ore dopo, la _Gazzetta ufficiale_ pubblicò il decreto di scioglimento della Camera, controfirmato dal conte di Fersen.

Il testamento dell'orbo da Rettorgole

La storia che segue mi fu raccontata dal mio amico M.

«Nel 1872 — mi diss'egli — ero praticante presso il notaio X. di Vicenza. Una mattina di agosto, verso le dieci capitò nello studio un contadino di Rettorgole e pregò il notaio di andar con lui a raccogliere le ultime disposizioni di suo padre, che stava, secondo si espresse «mal da morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi e partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero biroccino senza cuscini, saltando, al trotto sgangherato d'una vecchia rozza, sopra un sedile molto amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone eccellenti. X. aveva il muso lungo e brontolava maledizioni ad ogni scossa, io fremevo pure, e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia del padre, un tal Matteo Cucco, detto l'Orbo da Rettorgole, perchè aveva un occhio solo «El ghe vede pi elo, sior, con quell'ocio solo — disse l'afflitto e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre con sìe.» Non molto fuori della città lasciammo la strada maestra e ci cacciammo in un pantano secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il biroccino saltava peggio che mai. Per fortuna si arrivò presto alla meta, una misera casaccia piantata nel fango dove son le abitazioni del maiale e della gente, in una mota puzzolenta; appoggiata dall'altra parte a un gran fienile, a un portico arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che l'ammalato non era in casa. Il caldo e il puzzo erano tali nella sua camera che avevan dovuto portarlo sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci dal portico con una scala a piuoli. X. andò sulle furie. Tempestava che mai non gli era toccato un caso simile, che mai non avrebbe salita quella scala. Voleva tornar subito in città. Intanto il contadino teneva la scala ripetendo ch'era ben ferma e salda; e, sul fienile, un altro suo simile accorso al rumore l'aveva abbrancata anche lui e aiutava pure con la voce: «El vegna, sior! nol gai paura, sior! La xe franca, sior!» Neppur io, che odio la ginnastica e l'alpinismo, ci avevo tutti i gusti a quell'ascensione aerea; ma insomma un certo sentimento del dovere misto a una certa curiosità, a una certa voglia di raccontar poi l'avventura, mi vinse. Salii con grande prudenza e, quando fui al sicuro, persuasi X. di salirvi anche lui. Lassù bisognava poi guardar bene dove si mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra un vecchio calvo, smunto, dalla faccie ossuta e gialla, con un occhio chiuso e l'altro semispento. Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante. Aveva due uomini accanto, uno a sinistra e l'altro a destra; due faccie rase, magre, astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava le mosche dal viso del moribondo, l'altro gli andava ficcando nella bocca sdentata pezzetti di pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare — diceva — magnè, pare.» Più discosto, seduta sul fieno, una vecchia si teneva il viso fra le mani. Da un'altra parte alcuni contadini, evidentemente i testimoni, discorrevano fra loro sotto voce. Non mancava il tavolino, nè il calamaio, nè la sedia. Ci fu detto subito che l'ammalato aveva fatte le sue devozioni il giorno prima, che non parlava più, ma che capiva tutto e poteva far segni. In queste condizioni X. non voleva saperne di stendere il testamento. Si tentò una prova. «Pare! — gridò curvo sul morente colui che gli somministrava il pane e il formaggio, — me lo lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col capo di no. «Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio accennò di sì. «E la tera de Polegge a chi ghe la lassèu?» Il vecchio guardò l'uomo che era venuto a prenderci. «A Gigio, no xe vero?» Il vecchio accennò di sì. «Vedelo, sior, s'el capisse tutto» conchiuse, non a torto, l'interrogatore volgendosi a X.

Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell'ammalato, la vecchia che piangeva accoccolata sul fieno. Ella confermò, con una subita parlantina, che Matteo era nel pieno possesso della sua mente, che solo mezz'ora prima s'era fatto intendere di non volere, contro il consiglio del veterinario, lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto al testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni del marito. Questo lo disse con grande agitazione e commozione. Pareva una buona donna; nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar il notaio. Infatti questi chiese a lei le informazioni opportune sugli eredi legittimi e sul patrimonio. V'erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti. Il patrimonio, molto superiore a quanto si poteva immaginare da quelle apparenze, comprendeva una ventina d'ettari di buon terreno, parte a Polegge, parte a Rettorgole, un'altra casa a Bertersinella, parecchi animali, parecchi generi ancora invenduti. Quanto la vecchia disse fu confermato dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe desiderato che si suggerisse al vecchio una disposizione sommaria, almeno un riparto della sostanza per quote. Non fu possibile. Moglie, figli e testimoni osservavano che la volontà fissa dell'uomo era d'assegnare specificatamente certi dati enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i testimoni v'era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse tabacco al notaio e parlandogli con un sorriso pieno di compatimento per l'ignoranza degli altri contadini e di soddisfazione per la propria sapienza, lo rassicurò, prima ancora che la questione fosse sollevata, sulla misura delle quote, rispetto alla legittima. «Matìo xe fin,» diss'egli. Allora X. si pose a interrogare il vecchio e io mi posi a scrivere sotto la sua dettatura. Così, a forza d'interrogazioni e di segni, le case, i campi, i buoi, il cavalluccio, il maiale, persino il biroccino infame, tutto passò per la mia penna a beneficio di Gigio, di Tita e di Checco, i tre figli del testatore. «E vostra moglie? — gridò X. — Non volete lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il vecchio accennò di no, e tutti, compresa la moglie, confermarono che questa era la sua conosciuta volontà. «Bene — brontolò X. — a questo provvede la legge. Per questo ci rimetteremo alla legge.» «Sior, — disse la vecchia stoica — mi no intendo che me gai da tocar gnente. La fame la go patia prima e la patirò anca dopo.» Il mio principale non le diede retta e si dispose a leggere il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il posto e stavo guardando, mentre X. leggeva, un bel gallo orgoglioso saltato su dal portico sull'orlo del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e mi vidi incontro una giovane contadina con un lattante in braccio, rossa, scarmigliata, ansante. «Cossa fali qua, eli? — mi diss'ella piantandomi in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi e la me creatura?» Successe un trambusto, la vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si slanciarono contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e impose a tutti di non muoversi. «Chi è questa donna?» diss'egli imperiosamente. Fu la madre che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe. Nostra fiola la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo, no ghe va gnente, no ghe va. So pare el ghi n'a dà anca massa, el ghi n'a dà. A no so...» «Anca vu, mare! — interruppe la giovane amaramente. — Pazienza me fradei che i xe sempre stà cani con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vastro sangue mi, ca me gabiè da tradir anca vu? Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa podìo dir de me marìo?» «Basta, basta, basta! — gridò X. stracciando il testamento. — Vergognatevi tutti quanti! E chi apre il becco lo faccio andar in galera!»

I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano lividi di rabbia, la madre e la figlia si guardavano minacciose in viso; ma nessuno proferì più parola mentre X. furibondo andava stracciando la carta in minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse, e, senza che alcuno osasse trattenerla, andò dritta al morente, gli posò accanto la sua creatura.

«Pare — gridò ruvidamente — s'a voli ca mora de fame mi, morirò; ma lassèghe na feta de polenta a questo chive!» Il vecchio, non potendo fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che aveva. Mai non dimenticherò il guanciale con le due teste, la testa bionda del bambino color di latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la testa calva del vecchione arcigno, scura nell'ombra della morte. L'idea sinistra che la Potestà delle Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava pigliando per sè una delle due anime, mi fece rabbrividire. Anche X. guardava attonito ciò che mi pareva uno scherzo mostruoso del destino. In quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice che conosco. Vide il bambino sul letto, capì male, si fece ilare in viso, «Oh bene, bene — diss'egli — Dio sia lodato.» Il bambino si mise a piangere e sua madre fece l'atto di riprenderselo, ma Don Rocco non lo permise. «Lasciate, lasciate, — disse pigliando il polso dell'infermo. — Lasciatelo morire con un angioletto a lato. Oramai ci siamo.» E si mise a recitar le preghiere degli agonizzanti. X. poco amante di simili spettacoli, preferì la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo e perciò dovetti seguirlo io: ma, prima di partire a piedi con lui, tornai su, curioso come mi conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti, non so da qual parte. La giovine madre, ripreso il bambino piangente, non si occupava che di chetarlo con baci e carezze, come s'egli solo meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino all'ultimo all'uomo del quale aveva divise e servite le passioni con una specie di devozione selvaggia, pregava inginocchiata al suo letto.

Camminando poi attraverso campi di rigoglioso, lucente granturco, attraverso prati floridi, lungo filari di grandi ontani allacciati da festoni di viti dove l'uva già nereggiava, pensavo perchè mai tanta bellezza innocente di natura, tanto fiore di vita, tanta benedizione di frutti avessero ad alimentare nel cuore umano le cupidigie più bieche, gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse l'amico M. — Vi dev'essere qualche sbaglio nel sistema che gli uomini hanno ideato per servirsi di tanta grazia di Dio.»

«Lo temo anch'io — dissi. — Temo che vi sia un vizio radicale di egoismo. Ma lasciamo fare al Padrone della terra e degli uomini che ci troverà bene il rimedio.»

Il Folletto nello specchio

(_Fiaba per Maria_).

Viveva una volta a Milano, a pochi passi dalla Galleria De Cristoforis, una vecchia dama, la contessa X. molto ricca e molto brutta, a cui piaceva assai di tenere società; e siccome aveva un ottimo cuoco, la società non le mancava mai. Una sera vi erano undici visitatori nel suo salotto; una giovane vedova, una signora inglese, un consigliere d'appello, un grosso generale, un sottile tenente del genio, un zazzeruto maestro di musica e un poeta pelato, celebri ambedue, e quattro giovinotti eleganti, occupatissimi di far niente.

Caduto il discorso sull'eterno paragone fra la vanità degli uomini e la vanità delle donne, la maggioranza fu d'avviso che il sesso più vanitoso fosse il mascolino; ma quando la padrona di casa, per darne un esempio, sentenziò che non v'era uomo, per quanto vecchio e serio, capace di passare davanti a uno specchio senza dare almeno una sbirciatina alla propria seducente immagine, gli uomini celebri, il consigliere, il grosso generale protestarono che questo non era vero e che la vanità mascolina si manifestava in altri modi. Tosto due brevi sottili risatine trillarono in aria. Ciascuno credette che avesse riso la vedova, e la vedova credette che avesse riso l'inglese, l'altra signora. Invece chi rise fu un diavolino di quelli che girano intorno alla gente per far dire bugie e commettere peccati di vanità. Il discorso morì lì, anche perchè suonava mezzanotte. Le due signore si alzarono e la padrona di casa invitò molto amabilmente tutta la compagnia a pranzo per l'indomani alle sei.