Idillii spezzati

Part 8

Chapter 83,675 wordsPublic domain

All'indomani, che fu una giornata gaia e calda di aprile, gl'invitati si recarono al pranzo, le signore in carrozza, gli uomini a piedi, ciascuno per proprio conto. Il consigliere e il generale abitavano in via Alessandro Manzoni; degli altri chi in via del Monte, chi in via S. Andrea, chi in Borgo Spesso, chi in Borgo Nuovo. Insomma ciascuno passò per la Galleria De Cristoforis e benchè vi passassero tutti fra le cinque e tre quarti e le sei, il caso volle che non si accompagnassero fra loro, neppure in due. Tu sai che la Galleria De Cristoforis ha due bracci ad angolo retto e che uno specchio è infitto nel canto che la gente rade svoltando dall'uno nell'altro braccio, in faccia alla birraria Trenk. Dietro a questo specchio si insinuò il maligno spirito e stette aspettando gl'invitati per un suo diabolico scherzo. Passa, per il primo, il generale, si guarda nello specchio con la coda dell'occhio, e si vede raccapricciando, una macchia d'inchiostro sulla guancia sinistra. Mancavano cinque minuti alle sei, non c'era più il tempo di ritornare a casa. Il generale affretta il passo tenendosi il fazzoletto sul viso, e appena entrato nell'anticamera della contessa, chiede al domestico una salvietta e un po' d'acqua. Il domestico lo introdusse in una camera da letto e stava versandogli l'acqua nel catino, quando fu da capo suonato all'uscio. Ecco il consigliere che entra tenendosi il fazzoletto sulla guancia sinistra e dice: — Presto, per carità, una salvietta e dell'acqua. — Il domestico lo conduce in un'altra camera da letto e gli versa l'acqua. Si suona; è il tenente che si tiene una mano sul viso e dice: — Mi rincresce, ho dei guanti che lasciano il colore; avete dell'acqua? — Il domestico si meraviglia molto e lo conduce in una terza camera da letto. Quarta scampanellata; è il maestro di musica, che dice brusco: — Dell'acqua! Conducimi in camera. — Signore, — risponde duro duro il cameriere — ci sono già tre signori che si lavano in tre camere e di libera non c'è più che la camera della contessa. Se crede Le porto qua l'acqua e una salvietta. — Porta — risponde il maestro. Il cameriere va, ritorna con l'acqua e la salvietta. Colui si frega il viso, e guarda se la salvietta n'è sudicia e siccome la salvietta è sempre pulita, frega e guarda, frega e guarda, rifrega come un disperato. Ancora un colpo di campanello. Ecco il poeta celebre che vede l'amico stropicciarsi e dice: — Bravo. Oh bella, occorre anche a me. — Son pulito? — gli chiede l'altro mostrandogli la faccia. — Perfettamente. Il maestro, felice, entra dalla contessa dove trova il generale e le altre signore. Poi suonano, uno dopo l'altro, tre dei giovinotti eleganti e ciascuno vuole acqua salvietta e anche sapone. Il domestico si trattiene a grande stento dal ridere e non sa più dove battere il capo. Gli mancano salviette, deve chiederne alla guardarobiera, corre da lei; la guardarobiera si arrabbia; intanto suonano all'uscio e nessuno apre; suona anche la contessa perchè vadano ad aprire, torna a suonare e nessuno si muove; esce lei e chiama la sua gente. Allora il quarto giovinotto che aspettava fuori dall'uscio con l'idea egli pure d'avere uno sgorbio sul viso, udendo la voce della dama, e, temendo incontrarla nell'anticamera, si bagna il fazzoletto nella saliva e assicuratosi che nessuno gli vede fare questa porcheria, si frega la guancia sinistra a più potere, come gli altri. Finalmente tutti gl'invitati si raccolgono in sala e la contessa, che intanto ha potuto saper qualche cosa dal domestico, dice sorridendo: — Cos'avete fatto, caro generale, a quella guancia che siete così rosso? — Subito gli altri personaggi mascolini pensando aver pure una guancia rossa, si recano per istinto la mano al viso; la contessa ride; ride uno dei giovinotti, un secondo, un terzo, scoppia una risata generale; la contessa, poichè il ghiaccio è rotto, racconta il caso alle due signore e tutte voglion sapere il come di questa epidemia straordinaria.

— Per conto mio — rispose il poeta — convien dire che un'amica d'infanzia, la duchessa Y. una vera sorella per me, abbia oggi mangiato del carbone perchè prima di venir qua fui ad incontrarla alla stazione e mi ha dato un bacio proprio qui sulla guancia sinistra.

— Io invece — disse il consigliere d'appello, — credo di essermi macchiato con la tintura del ministro B. che oggi è a Milano e mi ha fatto chiamare per un affare importantissimo. Siamo amiconi, e lui, scherzando, mi ha preso una guancia fra l'indice e il medio. Siccome si tinge, è facilissimo che avesse le dita sudicie.

— Quanto a me — disse il tenente, dimenticando la storia dei guanti che lasciano il colore, — promisi un acquarello a Sarah Bernhardt, e ci ho lavorato fino all'ultimo perchè le preme assai. Certo mi sarò spruzzato dell'inchiostro della China sul viso.

— Io — disse a sua volta il maestro di musica — uscivo di casa quando mi è venuta una idea per il preludio del mio quarto atto. Sa, un lampo elettrico proprio. Lo dico perchè non ne ho merito; le buone idee mi vengono così, misteriosamente. Sono corso a buttar giù otto battute, e certo, nella foga dello scrivere, mi sarò sgorbiata la faccia.

— Ecco — disse il generale, che aveva passata la sessantina. — Io faccio molta ginnastica ogni giorno. Oggi alle cinque ho fatto parecchie elevazioni con gli anelli. Può essere che uno degli anelli non fosse pulito e che mi abbia sfiorato il viso.

— Non so davvero come ciò abbia potuto succedermi — disse uno dei giovinotti eleganti. — Proprio oggi, mezz'ora fa, ho adoperato il _Shetland-soap_, una novità inglese che ho fatto venire io da Londra e che forse nessuno a Milano conosce!

— Come, come? — esclamarono due de' suoi colleghi. — Se io l'ho da ieri! — Se io l'ho da ier l'altro!

— Allora — replicò il primo, — sarà certo un difetto dello _Shetland-soap_.

— Ma no — esclamò il quarto, quello che aveva fatto pulizia fuori dell'uscio. — L'ho anch'io e non credo d'esser macchiato, guardatemi.

— Ma, signori — osserva la contessa, — voi altri mi dite: sarà stato il sapone, sarà stato l'inchiostro di China, sarà stato questo, sarà stato quello. Vorrei un po' sapere, adesso, come abbiate fatto ad accorgervene di queste macchie sul viso, e come non ve ne siate accorti che fuori di casa!

Vi fu un silenzio lunghetto.

— Un amico... — incominciò il poeta con imbarazzo; ma il generale si decise nello stesso momento, a rispondere francamente:

— Diciamola! Per parte mia Le confesso, contessa, che mi son guardato nello specchio della Galleria De Cristoforis.

— Oh bella! — Oh diavolo! — Oh perbacco! — esclamarono involontariamente il maestro di musica, il tenente ed uno dei giovinotti eleganti.

— Oh, oh! — fecero allora alla loro volta le signore indovinando; e costrinsero quei tre a confessare che anche loro si erano guardati nello specchio: poi le signore e i quattro rei confessi diedero addosso con un gran baccano agli altri per far confessare anche loro, e tutti, salvo il poeta che si ostinò col suo amico, finirono col metter fuori quel maledetto specchio della Galleria.

— Dite _benedetto_, signori, — osservò ridendo la contessa — perchè capisco che se non c'era lui mi capitavate in una bella figura.

— Pur troppo — rispose il generale — lo domandi a Federico.

Federico, il cameriere, entrò in quel punto ad annunciare il pranzo.

— Non è vero, Federico — gli disse il generale, — che avevo il viso conciato bene? Io e anche gli altri, non è vero?

— Per verità rispose Federico, — del signor generale, del signor consigliere e del signor tenente non lo posso dire perchè tenevano la faccia coperta, ma gli altri signori ho veduto benissimo che non avevano niente.

Tutti protestarono e il cameriere tenne fermo, lasciando intendere che sospettava la stessa cosa del generale e del tenente.

— Come, come? — esclamò la contessa. — Questa è magìa! Non si va a pranzo se non si scopre questo mistero!

— Il tavolino, contessa! — disse la signora inglese ch'era spiritista e faceva spesso delle esperienze con la padrona di casa. — Bisogna interrogare il tavolino.

Detto fatto, fu portato il piccolo tavolino che si mise subito a girare, scricchiolando tutto come se ridesse; e interrogato sul dove, sul come e sul quando delle famose macchie, debitamente rispose:

_Ogni specchio è casa mia,_ _Son le macchie mia bugia._ _Tutte l'altre son bugie_ _Delle loro signorie._

IL FOLLETTINO DELLA GALLERIA.

I signori uomini non attesero che finisse e si diedero a schiamazzare: — A tavola! A tavola! Presto! Presto! Storie! Fandonie! A tavola! A tavola! — E, portando seco le signore che ridevano come pazze di loro e sopratutto del poeta, della sua duchessa e del suo amico, si precipitarono nella sala da pranzo come un uragano.

Màlgari

Molti e molti secoli fa, un gran vecchio poeta e Re di un paese lontano, cantò sulla riva del mare un magnifico poema, s'intenerì del proprio canto sino a piangerne; e le sue lagrime, cadendo nell'Oceano, vi diventarono perle. Trecento anni or sono fu pescata la più superba di queste perle, che aveva la forma d'un cuore; e il Doge di Venezia la regalò a S. E. Contarina Contarini, moglie di un _Cao_ della Repubblica. La Contarini, bella, ricca, virtuosa, non era felice. Aveva perduto nel terzo anno del suo matrimonio l'unica bambina; e siccome quando incomincia questa storia forse più vera che verosimile erano passati dodici anni dal giorno della sventura, nè lei nè suo marito osavano più sperare che il buon Dio mandasse loro un'altra creaturina in luogo della morta.

Un giorno mentre Contarina scendeva dalla sua gondola in campo S. Zanipolo per andare alla predica, una povera donna che aveva seco due bambini cenciosi e sparuti le chiese piangendo l'elemosina. Contarina le diede uno zecchino e la povera donna esclamò piena di gratitudine «Dio La benedica, Eccellenza, Lei e le sue creature! La Madonna Le dia allegrezza». La dama si turbò ed entrò a S. Zanipolo dove un frate predicava sulla educazione e stava raccontando all'uditorio la storia di Cornelia Romana che disse de' suoi figliuoli «ecco i miei gioielli». Contarina pensò allora: ah se invece della perla che m'ha donato il Doge avessi ancora la mia bambina! Dopo la predica, ritornando in gondola al suo palazzo della Madonna dell'Orto, Contarina si addormentò e udì in sogno una voce che le disse queste parole incomprensibili «se non la vuoi perdere, guardati dalla poesia e dalla musica». Ella si svegliò subito assai meravigliata di un tal sogno, piena d'inquietudine. Scendendo al suo palazzo udì un gran chiasso, un gran litigare dei domestici. Le vennero incontro parlando tutti insieme, e Contarina potè a stento intendere che si accusavano a vicenda di aver lasciata aperta la porta della calle, poichè qualcuno doveva esser entrato di furto con una creatura che si era poi udita gemere, e si era trovata sola soletta proprio nella camera di Sua Eccellenza e proprio nella culla d'argento vuota da dodici anni. Contarina mise un grido e respingendo tutti col gesto si slanciò nella sua camera.

* * *

Trovò infatti nella culla d'argento una bambina bianca come l'alabastro, con due occhioni color di mare, che subito cessò di gemere e le stese le sue manine. Contarina corse allo stipo dei gioielli; era aperto, e la famosa perla del Doge, scomparsa. Ella intese allora che Dio aveva veduto il suo pensiero di S. Zanipolo ed esaudito il voto della mendicante. Folle di gioia, vestì subito la piccina con le vesti della sua dolce morta e mandò a chiamare il marito cui raccontò ogni cosa, l'augurio, il pensiero e il miracolo. Sua Eccellenza Giovanni Contarini rispose che probabilmente un ladro aveva rubata la perla e lasciata la bambina, ma che vedendo lei così felice, egli era contento di tenersi la piccina per figliuola. Era il giorno di Santa Margherita e le fu imposto il nome di Margherita che vuol dire perla, ma lei, quando cominciò a parlare, invece di dire «Margherita» diceva sempre Màlgari e tutti finirono con chiamarla così.

* * *

Màlgari crebbe rapidamente e sarebbe stata la più bella bambina di Venezia senza quel suo pallore straordinario. I domestici di casa Contarini e le dame invidiose di Venezia volevano per forza che fosse sangue vile di zingari o di ladri; ma ell'aveva un viso così nobile e gentile, una voce così soave ch'era ridicolo di affermare tal cosa.

Vivacissima di sentire, era molto gaia, scherzava, giuocava tutto il giorno, rideva spesso d'un suo breve riso argentino, a trilli; ma se udiva una maldicenza, una parola incivile o triviale, se vedeva un atto malvagio o villano, se le raccontavano dolori o tristizie della gente; se qualchevolta suo padre e sua madre altercavano insieme, e, sopratutto, se si accorgeva di una menzogna detta in sua presenza, si chiudeva tosto in una grave, silenziosa malinconia. Aveva quattro anni quando, una notte d'estate, passò per il rio della Madonna dell'Orto qualcuno che cantava accompagnandosi con la chitarra. Màlgari, che dormiva con sua madre, si svegliò, scivolò dal letto, vi rimase fino a che potè udire la voce che si perdeva verso S. Alvise, e cadde poi svenuta sul pavimento.

Quando rinvenne, nel letto di sua madre, la supplicò di lasciarla ritornare alla finestra, di farle udire ancora quel suono e quel canto. Poi assalita da una febbre ardente, delirò per tre giorni e tre notti, tornando sempre a questo punto che la chiamavano, che doveva partire, che lei non era veneziana, che aveva udito una voce del suo paese; e abbracciava la povera desolata Contarina dicendole: «Mamma, mamma, conducimi via!» Allora Contarina, ricordandosi delle parole udite in sogno e pensando che a Venezia sarebbe stato impossibile tener Màlgari lontana dalla musica, se non dalla poesia, propose al marito di partir per la sua isoletta di Syra nell'Arcipelago greco, dove aveva un palazzo che sorgeva fra boschi di ulivi, di aranci e di lauri a guardar il mare. L'isola non era abitata che dai coloni e dai giardinieri di Contarina. Sua Eccellenza Contarini rispose ch'era una pazzia e ch'egli non poteva spiantarsi da Venezia. Contarina si ostinò e partì sola con Màlgari.

* * *

Tutti gli abitanti di Syra ebbero subito assoluto divieto di tenere strumenti di musica e di cantare. Contarina proibì persino di suonar le campane della chiesa perchè la sera stessa del suo arrivo all'Ave Maria, Màlgari si era tutta rimescolata udendole suonare nella solitudine, tra il fragore del vento e delle onde. Non per questo la bambina riebbe l'umor lieto di prima. Giuocava di rado, adesso, e non rideva quasi mai; era però contenta di trovarsi proprio in mezzo al mare e passava lunghe ore sul lido ad ascoltar la gran voce dell'Egeo.

Avanzando negli anni diventò avida di letture e fece lunghe dimore nella biblioteca del palazzo, dove una volta sua madre la trovò a leggere il Tasso, con gli occhi scintillanti, con il polso e il calor febbrile, ebbra di quella poesia. Perciò Contarina fece togliere dalla biblioteca e bruciare tutti i libri di versi. Sua Eccellenza Contarini non veniva a Syra che una o due volte l'anno nè vi si tratteneva più di tre giorni. Egli era irritato, sulle prime, di ciò che chiamava la pazzia di sua moglie; poi vi si abituò. Màlgari si affliggeva segretamente di veder che suo padre e sua madre non si amavano più e aveva pregato più volte quest'ultima di ricondurla al padre, non sapendo il segreto della propria origine e della fuga da Venezia che ella attribuiva a quel suo capriccio infantile di bambina malata. Ma sua madre l'avea sempre supplicata, prima con baci e carezze, poi con lagrime, di non insistere.

Màlgari era sui tredici anni quando una cameriera cacciata le disse, per vendetta, come ella fosse entrata in casa Contarini; per mano dei ladri e di zingari. Màlgari gelò, diventò ben più bianca d'una perla, rispose a colei «vi perdono» e andò da sua madre, volle, colla fermezza severa d'una piccola regina, conoscere da lei la propria storia. Contarina le raccontò tremando il miracolo, e, il bel viso pallido di Màlgari si trasfigurò come se vi salisse dentro una luce di alba. «Sì, mamma» diss'ella «sento che non sono la zingara, che son la perla; ma non bisogna dirlo nemmanco all'aria che non m'ingiallisca, nemmanco al mare che non mi prenda. Ora spiegami perchè non vuoi che nessuno qui suoni nè canti e perchè non mi hai più lasciato leggere quel libro così dolce.» Contarina si schermì dal rispondere a queste domande, e Màlgari non insistette. Si accontentò di sussurrar nell'orecchio a sua madre, abbracciandola: «vorrei ritornare a Venezia».

* * *

Quella sera stessa la giovinetta discese al mare in un recondito seno chiuso fra due scogli neri dove l'onda si addormenta sulla sabbia fine e lucente, e grandi pini ad ombrello, levandosi sopra le macchie di Lauri, cantano ad ogni fiato di vento che passa in alto. Parve Màlgari non aver mai amato tanto il mare. Si lasciò cader sulla sabbia, si distese lungo l'umido confine dell'onda, se ne fece lambire dai piedi ai capelli, e l'onda era così tepida, molle, amorosa, che Màlgari parlò con lei, piano piano, figurandosi la sua vita antica di perla, aprendo il suo cuore, domandando all'acque materne quella dolcezza che aveva sentita una notte a Venezia, che aveva sentita un giorno nella biblioteca leggendo la storia di Clorinda e di Tancredi. E l'onda rispondeva piano piano, pareva che avesse in sè qualche cosa dell'una e dell'altra dolcezza, che promettesse molto più. Il cielo era oscuro, l'alto mare si confondeva con esso; ma, a poco a poco, Màlgari, non sapendo bene se fosse desta o no, vide tanti piccoli chiarori argentei movere da lontano verso di lei; distinse a poco a poco, in ciascun chiarore, una figurina umana, tante bionde e brune teste di giovinette che rompeano veloci le acque fosforescenti, tante picciolette mani che gittavano scherzando a manca, a dritta e in alto spruzzi di brillanti. Non entrarono nel seno dove era Màlgari, ma gli passaron davanti rapidamente, così da presso che il bagliore delle fosforescenze illuminava gli scogli, la riva ed il bosco. Ciascuna testina si voltava, passando, a guardar Màlgari ma nessuna venne a lei tranne l'ultima che girò fra gli scogli ed entrò nella rada, fermandosi a pochi passi dal lido.

— Chi siete? — le chiese Màlgari.

— Nereidi.

— Nereidi? Allora sapete predir l'avvenire?

— Sì.

— Dimmi il mio.

La piccola Nereide la guardò un poco e rispose:

— Di musica e di poesia sei nata, in poesia e musica ritornerai.

La Nereide aveva un delicato viso di bambina; ma gli occhi suoi erano belli, malinconici e profondi come d'una donna di trent'anni.

— Come sei bella! disse Màlgari. — Vieni a darmi un bacio.

— Non posso. Le Nereidi non toccano il lido.

— Ci ritroveremo mai?

— Io son del mare — rispose la malinconica testolina bruna. — Tu sei del cielo.

E senza dirle addio girò veloce e disparve dietro lo scoglio, seguendo le sue sorelle.

Màlgari se ne ritornò a casa, non parlò delle Nereidi e non domandò mai più a Contarina perchè la tenesse lontana dalla musica e dalla poesia.

* * *

Ella non rise più, dopo quella sera; e diventò ancora più dolce e pia. Nessuno soffriva nell'isola senza ch'ella pure soffrisse, senz'avere da lei pietà, aiuto e conforto. Ella entrava nelle case e nelle anime della povera gente, e nelle case e nelle anime restava un lume di lei. Ritornò sovente, la sera, a quel golfo recondito ma non vide più le Nereidi.

A quindici anni ne mostrava nel viso e nell'alta graziosa persona, dieciotto; e Contarina andava già pensando se le cercherebbe marito o no. Giovanni Contarini non veniva da due anni e scriveva di rado, non più di una volta ogni due mesi, quando la nave dei Borsari, mercanti a Rialto, andando a Smirne, toccava l'isola. Una volta la nave non portò lettere, portò invece la notizia che una terribile pestilenza era scoppiata in Venezia. Contarina ne fu atterrita pensando al pericolo del marito, al rimorso proprio s'egli venisse colto dal morbo e lei non fosse ad assisterlo; ma molto più rimase atterrita quando Màlgari le dichiarò con i suoi modi miti e risoluti che il loro dovere era di ritornare a Venezia e che bisognava compierlo. Contarina piegò il capo come lo avrebbe piegato davanti a Dio e quindici giorni dopo le due signore entravano nel loro palazzo della Madonna dell'Orto dove Giovanni Contarini era morto di peste il giorno innanzi. Contarina si disperò, pianse molto e propose a Màlgari di partire subito; ma la fanciulla che non aveva strillato nè pianto, le rispose che se Contarini era morto nell'abbandono, la colpa ne pesava sopra di loro e bisognava espiarla. Ella stessa, per sua parte, intendeva farsi infermiera degli appestati. Contarina si sentì morire ma non ardì opporsi perchè Màlgari aveva parlato con un'aria di regina e anche di Santa.

* * *

Questa si pose subito all'opera. I poveri infermi erano spesso abbandonati, per paura, dai loro parenti, si trascinavano spesso a morire sulla pubblica via. Màlgari, con quella sua bellezza mistica, con la voce soave, con le delicate mani abili a tutto e di nulla sdegnose, fu invocata e benedetta da ricchi e da poveri, che la chiamavano la _Madonna dell'Orto_. Ella assistette, fra gli altri, un giovine musicista straniero, venuto dal Nord in Italia per l'arte sua; un povero bello e gentile giovane, che, guarendo, si innamorò forte di lei e non glielo potè dire perchè ella, sentendo pure confusamente che l'avrebbe amato e che quello non era il tempo di amare, lasciò a un tratto di visitarlo. Cessata la morìa, pensò ancora a lui, e molto; ma non lo vide più.

Il Senato la onorò grandemente, il Doge fece ancor più: la domandò in isposa. Contarina, malgrado mille trepidazioni sue proprie e la fredda renitenza di Màlgari, fu di avviso che non si potesse rifiutare il Doge. Tuttavia Màlgari lo rifiutò, e solo per ischerzo soggiunse che s'egli dotasse tutte le donzelle povere e ricoverasse tutti i pezzenti di Venezia ci ripenserebbe; se poi levasse dalla piazza di S. Marco il Campanile cui non poteva soffrire, si risolverebbe addirittura di sposarlo. Il Doge rispose che le due prime condizioni erano accettate e che eseguirebbe anche l'ultima nel terzo anno dalle nozze. Màlgari si rattristò assai perchè se diceva di no toglieva pane, tetto, allegrezza a tante migliaia di creature umane e il sì le ripugnava oltremodo. Le parve che il bene fosse dalla parte del sacrificio e si sacrificò.

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