Part 6
«El ne sona qualcossa» diss'ella.
Il tenente si alzò e propose un pezzo a quattro mani con la contessina; ne aveva seco tre o quattro suonati già con lei in società, quando non si amavano ancora.
«No» rispose la siora Gegia con voce blanda, ma ferma. «Sentimolo lu solo per sta sera.»
Il tenente obbedì e si mise al piano.
Il sior Toni domandò timidamente un poco di _Pirata_; invece la siora Nina, moderando alquanto le sue aspirazioni, mise fuori con un fil di voce la speranza di udire _Il sol dell'anima_ del _Rigoletto_, oppure _Ah forse è lui_ della _Traviata_, oppure il quartetto dei _Puritani_:
A te, o cara, amor talora Me guidò furtivo, ardente.
«Questo lo so benone!» esclamò il tenente e attaccò di slancio il motivo dolcissimo, un vero zucchero sulle sue fragole.
Improvvisò un pot-pourri di _Puritani_, di _Rigoletto_, di _Pirata_, di musica per tutti i gusti, facendo il diavolo a quattro sul piano. Il sior Toni e la siora Nina erano conquisi, ascoltavano a bocca aperta. La vecchia cameriera, ancora in piedi presso l'uscio con il vassoio in mano, andava ripetendo sotto voce «Gesusmaria! Gesusmaria! Madre santa che bravo!» e anche qualche volta «Vergine che belo!» Infatti il tenente Paribelli cui gli amici lombardi chiamavano _Parì bell_ e _minga vess_, non era una bellezza, però aveva una fisonomia vivacissima, una selva nera di capelli ricciuti e un elegante paio di baffetti castani che avevano molta parte nei suoi successi. Chi proprio non pareva entusiasta di lui era la siora Gegia. Finito il pezzo, ella gli domandò se prima di partire per Vicenza si fosse recato a casa Della Costa per prendere commissioni. No, il maestro non ne aveva avuto il tempo. La Nana introdusse tosto un altro discorso, gli chiese di alquante amiche, specialmente di una tale che in addietro le aveva dato qualche ombra.
«Tanto cara, non è vero, maestro? Tanto simpatica!»
«No, non la posso soffrire!»
«Suona così bene!»
«Pasticcia!»
«Ohe, ohe!» fece la siora Gegia. «El scusa, ma no me piase sto tajar zo de le so scolare».
L'amico che, abituandosi alla situazione, diventava sempre più brillante e si figurava conquistar casa Ferretti a questo modo, rispose contraffacendo audacemente il dialetto veneto e quasi anche il tono di voce della vecchia signora: «Mi no tajo, mi no tajo». La Nana, spaventata, si affrettò a dire che la nonna aveva avuto la sua «stria» e che adesso bisognava farla al parroco, mandargli l'organista. Propose quindi che il sior Toni accompagnasse il maestro in canonica dove potrebbe anche passare la notte. La siora Gegia aveva fatto preparare segretamente una camera da letto e capiva poco, in cuor suo, l'opportunità di regalar un organista al parroco quando non poteva che metterlo a letto. Tuttavia non fiatò e lasciò il maestro al suo destino. Lo si pregò di un'altra sonatina e qualcuno nominò il _Mefistofele_. Il tenente guardò sorridendo la Nana e poi il sior Toni e domandò a quest'ultima se era lui che voleva il Mefistofele.
«El Mefistufole?» rispose il sior Toni. «Mi no, La diga». Malgrado ciò l'altro si slanciò a capo fitto nel Sabba romantico, fece furore colla serenata classica, si sforzò sopra tutto di far cantare ai tasti il duetto e poi, per protestare contro le punture gelose della damigella, appiccò al Mefistofele con la sua invidiabile disinvoltura, nientemeno che l'aria di Buzzolla, ben nota a lei:
Chi mai se penserave Vedendo la mia Nana Che l'apparenza ingana E sconto gh'è el velen?
* * *
Il mentore sior Toni, quando fu in istrada con Telemaco pensò: te soni pulito ma te ghè na gabana, ciò, da mezi litri anca ti: e invece di pigliar la via della canonica pigliò, per i suoi fini, quelli dell'osteria.
All'allegro Telemaco piaceva la bonomia del vecchio fattore, e la conversazione fra loro, per effetto sia dei mezzi litri che delle «gabane» diventò subito famigliare.
Il sior Toni fece all'altro gli elogi, _inter pocula_, della contessina e siccome non c'era nessuno, cominciò a tastarlo in un punto delicato.
«La diga, maestro, che La savarà, come xela de sto tenente che i dise? Ghe xelo, sto Paribelo o no ghe xelo po?»
«Go paura, _ciò_, ch'el ghe sia, sto can» rispose Telemaco nel suo veneto caricato.
«E la diga, mo; xelo cristian, xelo turco, xelo sior, xelo desperà, xelo galantomo, xelo berechin, xelo belo, xelo bruto, cossa xelo?»
«El xe sior, ciò, galantomo, belo e turco».
«Jeh, jeh, jeh!» fece il sior Toni «Gesù mi poreto, el xe turco!»
E vuotò un gran bicchier di vino. Poi ripigliò: «Xelo so amigo, elo, maestro?»
«Un pocheto».
«Xelo turco anca elo?»
«Un pocheto, ciò».
«Jeh! Gala imparà in Turchia a suonar l'organo? Gesù mi poreto!»
Qui il sior Toni fece portare un altro mezzo litro onde venir a capo delle ragioni per le quali il conte Dalla Costa non voleva dar la figlia al tenente. Il suo compagno incominciò a dirgli che quanto al _turco_ aveva scherzato e che Paribelli era un ottimo cristiano. Soggiunse poi che il conte aveva una debolezza, una malattia nervosa per cui non poteva veder piume sui cappelli della gente. Era una vera disgrazia per la famiglia Dalla Costa e per la contessina non men che per il regio corpo dei bersaglieri.
«Fiol de to mare d'un mestro» pensò il sior Toni, «goi po tanto un muso da macao?» E disse forte:
«Bela, po».
Sin da quando la contessina Nana lo aveva incaricato di raccontare storielle alla zia, era balenato al vecchio un sospetto, non certo del vero, ma di qualche trama, di qualche occulta complicità del nuovo venuto col terribile tenente Paribelli. Ora se ne persuadeva sempre più, e oltre al resto, gli bruciava un poco d'essere stato giuocato dalla contessina. Centellinando il vino, parlando, quasi, fra sè e sè, si mise a commiserare la ragazza, benchè a lui, veramente, non paresse tanto innamorata; tutt'altro! «Perchè?» esclamò il suo compagno, preso all'improvviso. Il sior Toni lo guardò sorridendo col bicchiere in mano. «Gnente po, sala» diss'egli. «Idee». Soggiunse piano che se si fosse trattato di renderla felice, avrebbe fatto qualunque cosa.
«Proprio?» gli chiese l'altro, sullo stesso tono.
«Proprio».
«Anche.... portare...»
Il sior Toni scosse leggermente le spalle e fece «peuh!» con la faccia espressiva d'uno che non trova poi tanto strano nè tanto difficile ciò che gli è proposto.
Il suo compagno lo fissò in viso. L'uomo gli pareva molto fino. Susurrò: «Non avrebbe scrupoli?»
«La diga; xelo proprio un galantomo?»
«Eh altro!» fece il galantuomo.
Il sagace sior Toni n'ebbe abbastanza; l'amico era certo un complice. In quel punto la compagnia della Stella fece rumorosamente irruzione nell'osteria. Il sior Toni si alzò, pregò il maestro di aspettarlo un momento, andò a parlare con l'oste che sapeva avere una carrettella, gli ordinò di far attaccar subito onde condurre un forestiero a Vicenza.
«E se nol paga lu» diss'egli «pagarò mi». Poi tornò dal maestro e gli partecipò che essendo la canonica assai lontana aveva ordinato all'oste una vettura, che le istruzioni al cocchiere erano date bene, proprio bene, senza pericolo di sbagli, che lui doveva tornare immantinente a casa e che gli augurava la buona notte. Ciò detto se n'andò in fretta, lasciando il tenente alquanto sbalordito e incerto.
Il tenente stette un quarto d'ora ad aspettare la carrettella sulla porta dell'osteria. Dopo un altro quarto d'ora di viaggio per la nuda e gelida campagna, non vedendo nè case, nè chiese, interrogò il vetturino e dovette, suo malgrado, persuadersi che il perfido Mefistofele lo aveva spedito a Vicenza. Furibondo, ordinò di fermare. Passava una frotta di ragazzi cantando in onore della stria. Uno di loro si accostò alla carrettella e gridò sul naso del viaggiatore:
De Pasqua un bell'agnèlo, De carnevale un bel porzèlo, De Nadale un bel capòn, Buona notte sior paron.
«Va all'inferno!» rispose il tenente. Voleva ritornare in dietro, castigare quel birbante, ma poi riflettendo, capì che sarebbe stato uno sproposito e ordinò rabbiosamente di proseguire.
«Mefistofele» che si era accontentato di veder la carretta uscir dal villaggio e prendere la via di Vicenza, andò poi a casa più frettolosamente che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora Gegia e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora Gegia aveva lavorato in calza tutto il tempo con una faccia molto seria, senza rivolger mai la parola a sua nipote, che intanto, desiderando pure di evitare il dialogo, aveva letto il giornale e suonato il piano.
«Benedeto!» esclamò la siora Gegia vedendo entrare il fattore «xe ora? E sto paroco dunque?»
«Mi son qua de stuco» rispose il sior Toni.
La Nana si sentì gelare il sangue e non parlò.
«Cossa xe nato?» chiese la vecchia.
«Cossa vorla che ghe diga! La stria lo ga portado qua e la stria lo ga portado via.»
Le due donne lo guardarono, studiando il suo viso furbesco. La vecchia aveva i suoi sospetti e molti; trovandoseli vagamente confermati e ripromettendosi di sapere ogni cosa l'indomani mattina non domandò più nulla, diede una occhiata silenziosa alla nipote, spense uno dei due beccucci della lucernina e disse con tutta flemma: «Ben, andemo in leto».
Il sior Toni sospirò perchè invece di andar a letto doveva lavorare in mezzà almeno un'oretta. Vi era da pochi minuti quando l'uscio si aperse piano ed entrò la contessina:
«Un momento» diss'ella sottovoce. «Un momento solo! Cos'è questa storia della stria? Dica su presto!»
«Védela, contessina benedeta» rispose con un sorriso pacifico ma significante il sior Toni «no la xé miga una stria sola, le xé do. Quela zovene lo ga portado qua e quela vecia lo gà portado via. Ma gnente de mal po sala, gnente de mal».
«Sì, bravo, e come è andato via? Corse di notte non ce ne sono».
«Ghe xé cavai e caretine».
«Carrettino? È andato a Vicenza in carrettina? Con una notte simile? Sior Toni! Senza una coperta?»
Le parole ed il viso della contessina eran tali che il sior Toni incominciò a non capir più niente ossia incominciò a capire anche troppo. Uno sbalordimento senza nome gli allargò gli occhi e la bocca:
«Cossa?» diss'egli. «Ma quel sior... gerelo...?!» La contessina stupì alla sua volta, non capiva che egli non avesse capito, lo guardò un poco e scappò via senza rispondere. Allora il sior Toni, giungendo adagio adagio palma a palma, conchiuse con l'emozione più profonda della sua vita:
«Jeh, jeh, jeh!».
Per una foglia di rosa
Una carrozza di Corte si fermò, verso mezzanotte, alla porta del palazzo Heribrand. Un ufficiale delle guardie ne saltò a terra, entrò nel palazzo e ricomparve dopo dieci minuti con un signore alto e magro che salì in carrozza frettolosamente e fu riconosciuto dai curiosi del vicino Caffè Orientale per il conte Maurizio Heribrand, generale a riposo, antico governatore, sotto il Re morto, del principe ereditario, ministro dell'interno nel primo anno del nuovo Regno e uscito poi dagli affari.
La notizia ch'egli era stato chiamato a Corte si diffuse in città prima che la carrozza fosse di ritorno al Palazzo Reale.
Quella sera tutte le birrarie, tutti i caffè della capitale erano pieni di gente e di rumore perchè nel pomeriggio la camera aveva rovesciato con quaranta voti di maggioranza, sopra una questione di politica estera, l'equivoco, impopolare gabinetto Fersen; e si sperava che S. M. avrebbe chiamato al potere il deputato Lemmink, capo dell'Opposizione, uomo di grande ingegno, di antica probità e di ferreo carattere, stato ancora ministro e noto per l'aspro contrasto a certe segrete debolezze del Re, cui il ministro Fersen, malgrado le sue velleità democratiche, si era sempre mostrato compiacente. Si sapeva che il generale Heribrand, ultra conservatore, era nemico personale del Lemmink, il quale una volta, da ministro, lo aveva trattato con pochi riguardi; e la sua chiamata a Corte dispiacque. — Si era tuttavia sicuri che egli avrebbe combattuto il Fersen, e sopratutto, la segreta influenza della principessa Vittoria di Malmöe-Ziethen, amica del Re.
La principessa, francese di origine, divisa dal marito, era antipatica al popolo, perchè straniera, perchè s'ingeriva negli affari di Stato e perchè impediva il passo ad una regina. Il popolo avrebbe più presto perdonato al Re molti amori passeggeri che questa grande passione costante da tre anni. Il Re conosceva e sdegnava ciò. Egli univa un ingegno non comune a molta bontà di cuore; non aveva un alto concetto della propria corona nè della propria spada, non sentiva ambizione; era piuttosto poeta e artista che Re; era anzi tutto un delicato, un raffinato, a cui le ordinarie cure del governo pesavano, a cui piaceva di regnare solo per il lusso artistico di cui poteva godere, per le intelligenze rare di cui sapeva cingersi; e perchè convinto di essere amato dalla principessa Vittoria come uomo e non come Re, si compiaceva di possedere, quale amante, questa suprema e singolare distinzione del trono. Egli era tuttavia delicato e raffinato anche nella coscienza dei propri doveri, ciò che gli era cagione di lotte e di tristezze gravissime, poichè la sua nobile natura aveva una ingenita malattia mortale, il languore della volontà.
Lo scioglimento della crisi per la quale il generale Heribrand era stato chiamato a Corte, poteva decidere sulle sorti del paese. Il conte Fersen conduceva il Regno all'alleanza con la potente patria della principessa di Malmöe-Ziethen e quindi, posta la situazione europea, alla guerra. Un Gabinetto Lemmink avrebbe significato riduzione delle spese militari e politica estera modesta. Tutti sapevano che il Fersen immediatamente dopo il voto aveva offerto le dimissioni del Gabinetto e posto a S. M. questo dilemma: o accettazione delle dimissioni o scioglimento della Camera.
S. M. non aveva data una risposta definitiva e aveva conferito più tardi con i presidenti delle due Camere, i quali erano stati concordi nel consigliare un ministero Lemmink. Si sapeva pure che la principessa Vittoria era malata nella sua villa dell'isola Sihl. Una grande dimostrazione popolare era stata fatta al capo dell'opposizione, e vi si era gridato «abbasso la francese».
La carrozza che portava Heribrand entrò nell'atrio del Palazzo Reale a mezzanotte, mentre una carrozzella da nolo, a un solo cavallo, ne usciva. Il generale dovette attendere cinque minuti nella sala degli aiutanti prima di esser fatto entrare nel gabinetto da lavoro del Re. Il gabinetto, poco spazioso ma molto alto, sta nell'angolo nord-est del Palazzo Reale, proprio nella torre. Ha due balconi immensi, uno sul mare, aperto, l'altro sulle grandi terrazze che degradano verso il porto militare; e ha, fra i due balconi, un caminetto di marmo nero dove quella sera, benchè si fosse alla metà d'aprile, ardeva il fuoco. Una lampada elettrica sospesa in alto illuminava meglio il palco di ebano scolpito, a rosoni d'argento, che la snella persona del Re, ritta davanti al caminetto.
S. M. stese la mano al vecchio generale, che con la sua allampanata figura, con la sua magrezza portentosa, con i suoi lineamenti esagerati, pareva lo spettro di Don Chisciotte.
— Caro generale — diss'egli con voce affettuosa, ma vibrante di emozione — mi perdoni se l'ho incomodata a quest'ora. Avevo bisogno di Lei.
Heribrand rispose, alquanto freddo, ch'era sempre agli ordini di S. M.
— Non ho bisogno di un suddito — replicò il Re, gelando alla sua volta. — Ho bisogno di un amico. Lei è in collera con me?
Il generale protestò e S. M. lo interruppe dicendo — venga qua — gli prese il braccio, lo fece sedere in una delle sue poltroncine accostate per fianco al balcone sul mare, sedette egli stesso nell'altra e incominciò a parlargli della situazione. Riferì i suoi colloqui col ministro e coi presidenti delle due Camere, disse che sentiva di trovarsi di fronte all'atto più grave, probabilmente, della sua vita, che era atterrito dalla propria profonda perplessità; che sperava da Heribrand un giudizio, un consiglio sicuro, e che non aveva saputo aspettarlo fino all'indomani.
Il generale lo ascoltò impassibile e rispose semplicemente: — Sire, bisogna chiamare Lemmink.
Il Re si fece scuro in viso, tacque e, dopo un momento, alzatosi senza dir parola, si allontanò a lenti passi, andò a contemplare il fuoco del caminetto. Anche il generale si alzò e, girata rapidamente con gli occhi la stanza, guardava, fermo al suo posto, il Sovrano. Il suo sguardo e l'alta, leale sua fronte avevano una singolare espressione di gravità e di severità.
— Lei non sa tutto — disse finalmente S. M., sempre pensieroso e senza guardare Heribrand. — Lei non sa cosa si prepara in Europa. Lei non sa gli impegni che abbiamo.
— Sire — rispose subito il generale — se vi hanno impegni del ministero Fersen, sono caduti; se vi hanno impegni di V. M., mi permetto di chiedere rispettosamente perchè mi sia fatto l'onore d'interrogarmi.
Un lampo di sdegno passò sul viso del Re.
— Io non prendo impegni personali — diss'egli concitato — io sono fedele alla Costituzione. Lei mi doveva intendere, signor generale. Lei dovrebbe sapere che un governo può prendere certi impegni non formali, non scritti, ma che non possono lasciarsi cadere tanto facilmente.
Il generale rispose che il voto della Camera aveva implicitamente disapprovati questi impegni.
— Non mi parlate della Camera! — esclamò il Re. — Non è possibile che la politica estera sia fatta dalla Camera. Non si guidano cavalli mal sicuri per strade difficili, stando in un landau chiuso.
— Non si guidano i cavalli, Sire, ma si sa dove si vuole andare e lo si dice al cocchiere. Il paese non vuole andare alla guerra.
Il Re tacque.
— Io non posso assolutamente — riprese Heribrand — dare a V. M. il consiglio che desidera.
— Che desidero! — esclamò il Re sdegnosamente. — Che desidero! Guardi là quei vapore coi fanali rossi che fila adesso nel chiaro di luna. Là vi è un ragazzo che va a studiare l'arte a Roma con i denari miei; desidero esser lui! Ecco quello che desidero! Scusi, generale, Lei sa che Le ho sempre voluto bene, Lei è il primo cui mi rivolgo dopo i personaggi ufficiali, il primo a cui domando un consiglio, e mi parla così!
Il generale esitò un momento e rispose quindi con voce sommessa, ma ferma:
— No, Sire non sono il primo.
Il Re trasalì e piantò gli occhi in faccia a Heribrand che non abbassò i suoi.
— Che ne sa Lei? — diss'egli fieramente. Il generale allargò le braccia e chinò la testa come per dire: me ne rincresce, ma è inutile; lo so.
— Crede Lei — riprese S. M. con voce sconnessa dall'emozione — crede Lei avere il diritto? Non compì la frase, ma tenne addosso al generale gli occhi irritati.
— Nessuno ha osato mai! — diss'egli.
— Sire — rispose Heribrand, rialzando il capo — la mia coscienza non è a disposizione di V. M., ma il mio grado e le mie decorazioni lo sono.
— Questa è una risposta da scena — esclamò il Re — e non una risposta per me che ho una coscienza come la Sua.
Il generale, pallidissimo, pregò il Re di voler piuttosto punire che oltraggiare un vecchio servitore sincero, e gli chiese licenza di ritirarsi. Il Re rifiutò con un gesto violento.
— No, — diss'egli — voglio essere più generoso di Lei e mostrarle che vi è un'altra persona superiore alle sue insinuazioni, ai suoi sospetti, a tutte le bassezze di cui è pieno il mondo!
Ciò detto si sbottonò il soprabito in fretta e in furia. Il generale porse le mani come per trattenerlo; allora il Re gli stese con impeto subitaneo le sue.
— Ma senta! — diss'egli passando dalla collera all'affetto, — non mi irriti, dimentichi un momento ch'io sono il Re, mi tratti come si tratta un eguale, apra il Suo cuore come io sono disposto ad aprirle il mio! Apra il Suo cuore, ch'io senta una parola calda! Dica tutto quello che sospetta, tutto quello che teme, ma parli come un amico, capisce! Ma se io amo, merito io dunque il Suo sdegno? E mi creda, La scongiuro, Lei si inganna, Lei non La conosce, voglio che Lei sappia, voglio che lei veda! Sicuro che mi ha scritto, sicuro che mi ha consigliato! Ma come? Una donna che mi ama con tutta l'anima sua, è lontana da me e non mi manderà una parola in un giorno come questo? Ma generale, maestro mio, non è uomo, Lei? Non è stato giovane, Lei?
E aperse le braccia al generale che, non persuaso, ma commosso, abbracciò il suo antico allievo.
Il Re si sciolse per il primo, trasse dall'abito aperto un portafogli, e dal portafogli una lettera, e la porse a Heribrand.
— Legga — diss'egli.
Heribrand prese la lettera, ma per leggerla gli occorrevano gli occhiali e non gli riusciva nella commozione di trovarli, se ne impazientiva, ciò che fece sorridere il Re e finì di rinfrescare il sangue ad ambedue. Finalmente gli occhiali si trovarono ed il generale potè leggere questo biglietto della principessa di Malmöe-Ziethen:
«_Silh, villa Victoria, le 14 avril._
SIRE,
«Mon oncle de Ziethen vient de m'apporter les nouvelles de la capitale. On va voter aujourd'hui même et ce sera l'opposition qui l'emportera. — On fera beaucoup de bruit pour avoir M. Lemmink aux affaires, mais la _velche_, c'est ainsi que dit la ville, mais _l'étrangère_, c'est ainsi que dit la Cour, n'en voudra pas. Ce n'est pas M. de Fersen qu'on renverra, c'est la Chambre.
Mon Dieu, que j'ai prevu tout cela!
J'en ai le coeur navré. Pas à cause de moi, j'ai trop méprisé ces grands artistes en méchanceté, pour qu'on me soupçonne jamais de faiblir devant eux. C'est à cause de Vous, Sire. Je ne me soucie guère de la sottise publique ni de la perfidie de quelques misérables; je redoute Votre coeur même, ce que j'ai de plus cher au monde, ce grand amour où il fait si bon de sombrer avec son âme, son honneur et sa vie.
M. Lemmink me déteste. C'est un terrible homme, paraît-il; il arrive appuyé par una foule grondante, il ne ménagera pas Vos sentiments, il voudra m'éloigner de Vous.
Oh, Sire, mais la majorité de la Chambre lui est acquise, et si ce n'est pas la gloire, si ce n'est pas la grandeur, c'est du moins le bien-être, c'est la sécurité qu'il apporte! Il faut le prendre, Sire. Prenez-le, faites le bonheur de Votre peuple; le mien sera de Vous y avoir aidé! C'est bien la tâche d'une reine et Vous n'avez que cette couronne à m'offrir. Je vous la demande, mon ami, le sourire aux lèvres.»
_Victoria_»
Il generale rilesse lo scritto, poi presolo fra due dita, e alzatolo con un lungo sospiro, con un lungo _eh_ dubitativo, lo lasciò cader sulla scrivania.
— Cosa? — fece il Re.