Part 5
SNÌCHELE — Bene, mi ricordo che qui non La intendevano. Povero paese, sa, del resto, quanto a coltura; paese che si occupa di frivolezze; paese dove se domani io prendo moglie, non si parla d'altro per otto giorni. Io solo ho intesa la Sua grandezza. Anzi la ho presentita, Le dirò. Perchè una volta, pensando alla storia della letteratura italiana, ho scoperto che in Italia, quando nasce un grande poeta, entro poco tempo ne nasce un altro. Guardi Dante e Petrarca, Ariosto e Berni, Tasso e Tassoni, Manzoni e Leopardi. Anche nel nostro secolo ne abbiamo due. Non parlerò di quello che è nato prima. Testa forte, signor mio, testa grande, ma nato sotto una stella disperata. Il mondo non conoscerà mai quel nome. Io lo conosco, è nato nel 1829, anno di guerra, anno di carestia, anno del diavolo. Lei è nato nel 1843, mi pare?
X. (_fa un cenno affermativo_).
SNÌCHELE — Sicuro, vi è quasi la stessa differenza di età che fra Manzoni e Leopardi. Io dunque ho letto il Suo libro. Una rivelazione, signore. Quella modernità di concetti, quella classica perfezione di forma....
X. (_sorridendo_) — Grazie, grazie.
SNÌCHELE — Perchè Lei ha studiato molto anche i greci; dica la verità. Per esempio, quei versi dell'ode sullo _Spartaco_ di Vela:
Tu che furor nel marmo Spirasti
ricordano un epigramma....
X. (_sorpreso_). — Per bacco, ma Lei ne sa molto!
SNÌCHELE (_sospirando_). — Sì signore, ho studiato molto. Tal quale ella mi vede, possiedo un grado accademico, sono il dottor Snìchele. Mio padre era un signore e mi ha educato da signore. Io avevo il delirio dello studio, ho passato sui libri, per molti anni, i giorni e le notti, tanto che un capo ameno applicò a me, in quel tempo, i versi del Buratti:
Tu che le carte argoliche Versi con man dïurna, Versi con man notturna, Con tute do le man....
(_Si alza, va a sedere accanto a X. e continua sottovoce_). — Vede in che paese siamo? C'è una greppia per qualunque asino, qui; ma crede Lei che vi sia un pane per me? Signor no. Ero impiegato alla Biblioteca e mi hanno licenziato per economia. Io son pronto a far qualunque cosa, concorro a qualunque misero posto. Non mi tocca mai niente. _Fodere non valeo, mendicare erubesco._ S'immagini che oggi non ho ancora mangiato niente, sono sfinito. Non domando nulla, ma se Lei di Sua spontanea volontà facesse qualche cosa, qualche piccola cosa per questo Suo ammiratore....
X. (_rannuvolato_). — Mi rincresce, sa, ma non posso far niente.
SNÌCHELE (_a voce bassissima_). — Un'inezia, due lire! una lira sola! Anche meno!
X. — Vi pare? Non vi avvilite così! Dopo i discorsi che fate! È brutto.
SNÌCHELE — Basta, basta, non ne parliamo più. (_La padrona porta il latte all'uovo_). Buon appetito, signore (X si serve senza rispondere). Mi perdoni, non vorrei ch'Ella sospettasse in me un qualche rancore. Dio me ne guardi! Non avrò che venerazione, per Lei, fino alla morte. Anzi Le dirò che avendola conosciuta personalmente, mi metterò di maggior lena a un lavoro sopra di Lei, che vorrei pubblicare.
X. (_fa una smorfia_).
SNÌCHELE — Non tema che Le domandi denaro per questo; sarebbe un'indelicatezza. Ho qui degli amici che mi hanno promesso di aiutarmi. Da un pezzo sto raccogliendo tutti i riscontri de' Suoi versi con la poesia antica e moderna, italiana e straniera. Sarà come un trattato di letteratura universale e di buon gusto. Di poesia straniera me n'intendo poco, ma sento spesso parlarne da chi ne sa molto, e recipe taccuino. Intende? Tutti professori e letterati. Suppongo ch'Ella ne avrà piacere?
X. (_inquieto_). — Faccia pure, faccia pure.
SNÌCHELE — Dico bene. Per esempio quella Sua magnifica idea....
_Brillano i fini denti di salgemma._
l'ha avuta dicono anche un altro, un francese...
X. (_interrompendo_). — Non è vero!
SNÌCHELE — Che non sia vero? Corpo di bacco! Guardi un poco! E quest'altra:
_Se il caro capo tuo diventa bianco_ _Sarà come un mandorlo a primavera_
dicono....
X. — Ma non è vero!
SNÌCHELE — Neanche questa? Oh guardi! Non c'è proprio da fidarsi. E ne avrò notati un centinaio, capisce, di questi passi. (_Pausa_). Senta, io glieli mando. Veda Lei, faccia Lei. Se non vanno, ci vorrà pazienza; abbruci. Va bene? (_X. si stringe nelle spalle con affettata indifferenza_). Scusi, signore, mi dica proprio: debbo mandare o no?
X. (_dopo un breve indugio_). — Peuh, mandi pure. Poco male; vedrò per curiosità. (_Chiama la padrona e paga_).
SNÌCHELE — Perchè dovrò forse far ricopiare gli appunti.... Poi ci sarà la spedizione raccomandata.... Spese, insomma.
X. (_posando sul tavolino una lira_). — Ecco.
SNÌCHELE (_chinandosi a contemplar la lira senza toccarla, e parlando come fra sè_). — La lira del poeta, eh..... la lira del poeta..... sicuro..... sicuro.....
X. Non è buona?
SNÌCHELE — Eh sì signore, facevo solo così da me un piccolo conto. Circa quindici pagine a dieci centesimi la pagina fanno una lira cinquanta per il copista... poi c'è la Posta... mettiamo cinquanta centesimi... Ci sarebbe anche la carta... sì, insomma un'altra lira sola può bastare. Sì, dico, perchè le cose siano fatte bene.
(_X. gli dà un'altra lira e si alza per uscire. Snìchele pure si alza e dice recando la mano al cappello_): — Ha premura, signore, per la spedizione?
X. (_sdegnosamente_). — Che, che!
SNÌCHELE (_facendo un profondo inchino_). — Resto coll'onore.
X. (_asciutto_). — Buon giorno. (_Esce_).
SNÌCHELE — (_sedendo_) — Parona!
PADRONA — Cossa?
SNÌCHELE (_freddo e serio_) — Mi ghe digo ludri.
PADRONA (_che non ha inteso_) — Cossa ghe diselo?
SNÌCHELE — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè de bojo, la cesta, e de l'acqua fresca col mistrà che adesso ghi n'è, gala capìo?
La Stria
Alla Marchesa Angelina Lampertico Mangilli.
Casa Ferretto, un palazzone alquanto malandato del cinquecento, ritto, come un capo burbanzoso di miserabili tribù, a cento passi dal suo villaggio, spiega i colonnati giallognoli verso il sole, l'aperta campagna e la lontana città di Vicenza; e oppone il dorso annerito dall'umido alla tramontana, alla strada maestra e alla vicina città di Thiene. Adesso non lo saprei dire, ma sette anni sono era certo, d'inverno, una Siberia spaventosa, malgrado la contraria opinione delle figure seminude di cui lo Zelotti, scolaro di Paolo Veronese, ha popolato soffitti e pareti di non so quanti sterminati stambergoni dai pavimenti alla veneziana; e checchè ne pensasse la calorosa padrona di casa, la _siora_ Gegia Ferretto. Nè coloro, nè costei si lagnavano mai del freddo; quelle, forse, perchè lo Zelotti le aveva bene e abbondantemente impastate di sangue caldo e di carne soda, questa perchè non aveva quasi più nè sangue, nè carne ma solo un fine, chiaro e tranquillo spirito, ribelle a qualunque gelo.
È giusto dire che in quel paese, almeno la parte anziana della popolazione è generalmente provveduta di uno straordinario temperamento fisico per cui si vedono i più pacifici e tepidi individui, quando vengono assoggettati, nell'inverno, a una temperatura di dieci a dodici gradi R., diventare roventi, sbuffare, spalancare gli occhi con l'espressione più turbolenta. Tale non era però il temperamento della siora Nina, la figlia della signora Gegia, una damigella di quarant'anni, gialla, magra, vizza, che aveva sempre freddo e non osava mai lagnarsene alla mamma. Ancor meno era tale il temperamento della contessina Nana Dalla Costa, nipote della siora Gegia in linea retta e della siora Nina in linea collaterale; e il conte suo genitore, vedovo e carico di faccende, considerando certi nascenti calori per un tenente leggero di testa e di borsa, che suonava bene i walzer e li ballava meglio, l'aveva opportunamente spedita a passar Natale, Capo d'Anno, Epifania e forse anche Purificazione al fresco con la nonna, la zia, un vecchio fattore, e una vecchia cameriera ch'era stata la sua balia.
La contessina Nana, aveva, sì, un cervellino e due occhi di fuoco, ma nelle sale dello Zelotti ci gelava, poverina, come una gazzella d'Africa. Si rincantucciava, quando poteva, nel «mezzà»[1] del sior Toni, il fattore, dove almeno c'era un caminetto, un tavolato d'abete, e l'umile calore devoto del buon vecchio sior Toni; del quale sior Toni, fra parentesi, pochi sapevano il cognome e io non lo so. In casa, in paese e anche a Thiene tutti lo chiamavano _el sior Toni_ e niente altro. So che era veneto ma non vicentino, perchè diceva _fado_, _stado_, _andado_ e altri anche più detestabili solecismi.
Nel pomeriggio del quattro gennaio la contessina era lì nel «mezzà» ritta dietro i vetri dell'unica finestra, a veder nevicare sulle statue grigie del giardino, sulla capannina della gaggìa, sui cavoli dell'orto e più in là sui campi, sfumati nel chiarore bianco; mentre il sior Toni, seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, tagliava le cedole della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti, ma per verità guardava nel chiarore bianco chi sa quali altre cose fantastiche, alle quali anche parlava silenziosamente con movimenti continui degli occhi, delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei essere una gaggìa, sior Toni!» diss'ella voltandosi bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero gelare!»
Era snella ed alta e se non poteva dirsi una bellezza, aveva però un pallido visetto assai espressivo e nei grand'occhi bruni una espressione di stranezza, d'intelligenza e di malinconia che andava molto, troppo presto al cuore dei tenenti e anche degli altri. Visto che non c'era più legna da gettare nel fuoco, prese il cestino delle cartacce ch'era vuoto.
«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore.
«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò tranquillamente il cestino sulle brage.
«Ma no, contessina, cazza!» Il vecchio si alzò per correre in aiuto del suo cestino; la contessina gli si parò davanti, si mise a cantargli:
«Ho freddo, sior Toni, ho freddo!» con quella cantilena che significa: non l'avete ancora capita?
«Gesù mi poreto!» disse il sior Toni mettendosi le mani nei pochi capelli bianchi e guardando il cestino con faccia mezzo spaventata, mezzo ridente.
«Senta, sior Toni» esclamò la Nana. «Vuole il cestino? Scriva una lettera come io Le dirò e poi mi conti una storiella».
Il sior Toni, famoso raccontatore di storielle da osteria e da salotto, da signorine e da preti, promise ogni cosa e tolse il cestino dal fuoco. Scorgendolo già nero da un lato e fumante, il sior Toni non seppe che articolare la sua interiezione favorita: «jeh!» Ma la contessina Nana, più pratica, dato di piglio, sulla caminiera, a una gran tazza d'acqua, ne inondò in un baleno il cestino e le vaste estremità inferiori del sior Toni, che si ritirò in fretta alzando prima un ginocchio e poi l'altro fino al mento, vociferando «jeh, jeh, jeh!» Ristabilito l'ordine, la signorina spiegò ai sior Toni che due giorni dopo il quattro gennaio suol venire il sei e con esso la festa dell'Epifania e ch'ella aveva pensato una bella «stria». La «stria» è una benefica maga veneta, pronipote dei Re Magi, che nella notte dell'Epifania porta misteriosamente, calando nel camino della cucina, i regali che ora è moda di appendere all'albero di Natale. I bambini sogliono attaccare una calza alla catena del camino per maggiore comodità della _stria_, la quale trova così subito dove posare il suo carico; almeno un rosario di castagne, mele, arancie, foglie d'alloro. Presso alcune famiglie conservatrici che non vogliono saperne dell'esotico albero di Natale, è la _stria_ che porta, per la via romantica del camino, regali a grandi e piccini; e del donatore si dice che fa la «stria». Ora la contessina confidò al sior Toni che voleva fare una sola e unica «stria» per tante persone.
«Per quante po?» chiese il sior Toni.
«Per il mio maestro di musica, per la nonna, per la zia Nina, per la balia (jeh! fece il sior Toni), per il parroco, per i parrocchiani (jeh, jeh!) e anche per il sior Toni!»
«Jeh, jeh, jeh!» Il buon sior Toni diede in una sonora risata.
Ma, con suo nuovo terrore, la ragazza, lesta come un folletto, gli spazzò via davanti le cedole e le cartelle della Rendita, gli mise sotto il naso carta, penna e calamaio. «Presto, presto, scriva, scriva» diss'ella.
E lui, docile come un agnello, scrisse sotto la dettatura di lei una lettera ad un «egregio signor maestro» invitandolo, per incarico della signora Ferretto, sua padrona e nonna della contessina Dalla Costa, a venire l'indomani sera col treno delle sei e mezzo a Thiene dove avrebbe trovato un biroccino... «Chi lo manda po?» brontolò il sior Toni scrivendo. «Io» rispose la contessina... «per recarsi a visitare la sua allieva. Avrebbe passato il giorno dell'Epifania in casa Ferretto e sarebbe stato così buono da suonar l'organo alle funzioni della parrocchia («benon, po» sussurrò il sior Toni) e anche poi da metter insieme una piccola accademia di piano (benon, benon, benon) perchè la nonna e la zia desideravano di udire in qualche bel pezzo a quattro mani, la loro cara nipotina (cara po, sipo po, tanto po!)
«Non è vero, sior Toni? E adesso perchè conosco i Suoi gusti, scriva: Le si raccomanda di portare quel pezzo sul _Pirata_».
«Grazie, po!» esclamò il sior Toni; e alzando ambedue le braccia vociò con un viso truce:
Nel furor...
Ma la contessina lo minacciò di un altro bicchier d'acqua se non si rimetteva subito a scrivere, e così gli smorzò il furore.
Ell'attese un poco e poi disse:
«Adesso metta i saluti».
«Come, po?».
«Metta così: La mandano, egregio maestro, a riverire la nona, la Nina, la Nana e la nena[2]».
«Gesù mi poreto!» si mise a gridare il sior Toni, saltando sulla sedia, rosso come un gambero e lucente di riso negli occhi. «Chi elo stado po sto traditor?» Perchè l'allegro uomo scherzando una sera all'osteria su «la nona, la Nina, la Nana e la nena» non si era certo immaginato che le sue facezie venissero riferite alla contessina.
Questa lo fece tacere, gli dettò l'indirizzo «Maestro Bortolo Barùgola (che nome po! Jeh!) ferma in Posta, Vicenza». Saputo che il postino non sarebbe partito per Thiene prima di sera, incaricò il sior Toni di portargli la lettera. Quindi, prendendo un'aria graziosa di timidità e di finezza, e mostrando temere che lo scherzo potesse non piacer del tutto alla nonna, accennò al sior Toni, con mezze parole, di farsi un poco traditore anche lui e di tastar la nonna prima di mandar via la lettera.
«Poareta!» disse il sior Toni, tutto commosso di tanta delicatezza e anche, per dir vero, di tanta ingenuità, perchè come supporre ch'egli mandasse una lettera simile senza parlare con la padrona? «E adesso, ghe voi anca la storiela?»
«Certo, sior Toni».
»Ghe contarò quela del prete e de l'anguila».
«Vecchia, sior Toni!»
«Quela de quelo che gavea paura a passar el Torre».
«Oh Dio, sior Toni!»
«Quela de quelo che gà mandà a dir al Padre Eterno che i tedeschi gera ancora a Belun».
«Troppo lunga, sior Toni».
«Ma cazza po,» esclamò il sior Toni con un poco d'impazienza «vorla che ghe conta quella del sior Intento?[3]».
«Quella, sior Toni! Domattina!»
E la contessina corse via ridendo.
Il sior Toni andò in cerca della padrona vecchia, le mostrò la lettera e le confidò il delicato riguardo della nipotina; confidenza ben preveduta dalla detta ingenua nipotina.
La nonna che conoscendo il maestro Barùgola solamente di nome, s'era fatta, sulle prime, arcigna, si lasciò poi pigliare, come il sior Toni, a questo amo e diede il _placet_. Non poteva certamente supporre che le lettere dirette al maestro Barùgola quando avevano il _fermo in Posta_, capitassero, per effetto di arcane intelligenze, nelle dotte mani dell'altro egregio filarmonico signor Carlo Paribelli, tenente nel 3º bersaglieri.
Era pur troppo così e il tenente aspettava una lettera simile sapendo bene che avesse a fare.
* * *
L'indomani sera alle sei il cielo era sereno e l'aria rigida; al chiarore delle stelle la neve pareva quasi prendere il colore azzurrognolo del ghiaccio.
Ma siccome di giorno v'era stato il sole, nel salotto bene esposto dove «la Nona, la Nina e la Nana» pranzavano e dimoravano abitualmente c'era un clima possibile. Le signore avevan pranzato alle tre, secondo l'antica consuetudine vicentina serbata da pochi spiriti indomiti; e la Nana si era molto sorpresa, venendo a pranzo, di trovare che il vecchio piano codino di casa era stato trascinato lì dalle gelide pianure del salone vicino. La nonna le aveva poi detto sorridendo che le era venuta voglia di udirla suonare un poco. Chi si mostrava particolarmente lieta di questa prospettiva musicale era la zia Nina, una povera zitellona magnetizzata dalla bella, elegante e nobile nipote e da quel suo profumo d'intrighi amorosi, avida sempre di rifarsi giovane, di scambiar confidenze tenere, sempre intimidita dalla freddezza un poco sprezzante della ragazza. La zia Nina pretendeva avere un vero trasporto per la musica e quando sua madre non era presente soleva vantare alla nipote, con certi ah! e oh! pieni d'ogni sottinteso tutte la arie più freneticamente amorose del piccolo repertorio che aveva in testa, come _Vieni fra le mie braccia_ (ah!) dei _Puritani_ oppure _Quando il tuo labbro sul labbro mio_ (oh!) di _Allora ed oggi_, roba antica di cui la Nana neanche aveva udito parlare.
Alle sei, dunque, la siora Gegia fece chiamare il sior Toni e la cameriera per dire il «terzetto» ossia la terza parte del rosario. Veramente, di solito si diceva alle otto, ma essendosi ciò timidamente osservato dalla Nana, la siora Gegia rispose blanda: «ben, vissere, sta sera te lo diré alle sie!»
La Nana, che le altre sere cercava sempre di star vicina al sior Toni per farlo ridere, adesso mostrò invece un raccoglimento edificante, una fervorosa pietà. Finiti i cinque misteri, interruppe la nonna celebrante per osservare che alla vigilia d'una gran festa si poteva dire anche gli altri dieci. Il sior Toni guardò spaventato la padrona vecchia, che, per suo conforto, rispose: «Tropa grazia, tropa grazia» e si tenne al programma.
Detto il «terzeto» la buona signora propose alla nipote di uscire a spasso con la zia e col fattore. A questi due l'idea parve alquanto strana e il faceto sior Toni brontolò nell'uscire: «Dove andemoi po? A beverghene un goto?» Ma la contessina Nana capì che la nonna le offriva tacitamente di andare incontro al maestro perchè il treno di Vicenza arrivava a Thiene alle sei e mezzo e dalla stazione di Thiene a casa Ferretto non s'impiegavano, in carrozza, più di venti minuti. Quando la Nana, che per verità cominciava a trepidare un poco, prese la via di Thiene, capì anche il sior Toni. Ma la zia Nina, che s'entusiasmava per le bellezze delle stelle e della neve, per la poesia dei canti, dei suoni che si udivano di qua e di là per la campagna, capì solamente quando la cauta nipote le spiegò la _stria_ che aveva preparato e accennò, esagerandola, alla tacita complicità della nonna. Allora la siora Nina, dimenticando le stelle, la neve e la poesia dei canti villerecci e la presenza del fattore, si affrettò a informarsi del maestro, seppe che era giovane e bellino, ma che (pur troppo, cara zietta!) il signor Barùgola aveva moglie e cinque figliuoli.
«Jeh!» fece lo scapolo sior Toni.
Intanto si camminava, si camminava e non si incontravan calessi. S'incontrò invece una frotta di gente che cantava:
Mandiamo il crudo gelo Lontan dai nostri cuori, Cantiamo coi pastori.... . . . . . . . . . . . .
Qui si interruppero perchè il sior Toni domandò loro, poco ragionevolmente, se avessero veduto un calesse. Uno rispose cantando: «No, gnente, gnente, gnente» e gli altri ripresero la via e il canto:
Verranno in compagnia Tre Magi dall'Oriente.
Il sior Toni spiegò alla contessina che quella era la «Compagnia della Stella» solita, per tre sere prima dell'Epifania e per tre sere dopo, andar attorno cantando e fermandosi ad ogni casa per aver vino e altro. Ma la contessina non gli stava molto attenta benchè anche per lei avessero un senso segreto quei versi:
Verranno in compagnia Tre Magi dall'Oriente.
E se non venisse nessuno? Malgrado tutto il suo amore ella cominciava a pensare che quasi quasi sarebbe meglio.
Ma invece ecco un punto nero, un rumor di trotto, un cavallo, un cocchiere, un mago che salta come da una scatola nella neve, ravvolto in un tabarro alla veneta, senza maniche, simile a una mantellina da bersagliere, onde la Nana immagina per un momento che l'amico sia venuto in uniforme e ne ha i brividi. Ella presenta con un po' d'imbarazzo il maestro Barùgola a sua zia e al sior Toni che gli fa replicati inchini col cappello in mano; poi manda via il calesse, destina il sior Toni per cavaliere alla zia e li segue col maestro cui deve impartire ogni istruzione opportuna onde la scherzo riesca bene. Il sior Toni e la siora Nina rallentano il passo perchè vorrebbero udire anche loro ma la contessina protesta. Ella è la _stria_ e la _stria_ fa tutto in segreto. Il sior Toni racconterà intanto una storiella alla zia. «Gala capìo, siora Nina?» dice il sior Toni alla sua padroncina. «Per sta volta bisogna che La se contenta de mi. Comandela sta storiela?»
«El tasa» risponde lei stizzita.
«Ghi n'ho una de bela» — «No me n'importa». — «Ben, ben, ben, ben». Non parlano più nè l'uno nè l'altra, per cui non merita scusa il maestro che battezza subito la siora Nina per Marta e il sior Toni per Mefistofele.
Gli dà torto anche la Nana, la quale, ora che la sua pazza idea è fatta realtà, si sente in cuore un ritorno impetuoso di tutte le idee serie e prudenti, si vede in testa tutti i guai che potrebbero succedere, e vorrebbe persuadere Carlo, poichè l'ha vista, poichè le ha dato un bacio e tenuta stretta una mano per cinque minuti e sfiorata con le labbra almeno la _toque_ e cantata almeno in _do_, in _re_, in _mi_, e nei relativi diesis la solita sinfonia, di ritornarsene alla stazione onde pigliarvi il treno che arriva a Vicenza verso le nove.
Ma come si fa? Carlino la intende poco e non ha tutti i torti. Come si fa con Marta e Mefistofele? — Dio, almeno non bisogna che passi la notte in casa!
Ma se non c'è albergo? Pensa e ripensa, la Nana decide che lo condurrà a casa per una visitina e che poi lo manderà a dormire dal parroco.
* * *
Le due signore fecero il loro ingresso nel salotto, accompagnate dal solo sior Toni.
«Nonna» disse la contessina entrando, «c'è qui fuori qualcuno che domanda di te».
«Vedemolo» disse la buona signora piegandosi a guardar verso l'uscio e aguzzando le ciglia. Visto entrare il giovinotto soggiunse:
«Chi xelo sto signor?»
«Il maestro di musica, signora» rispose il tenente, franco, ma evitando i nomi propri. «Il maestro della contessina ch'Ella ha avuto la bontà di invitare.»
«Mi? Mi no sala. Mi no so gnente de inviti». Allora la contessina si fece avanti, tanto rossa che la siora Gegia le disse subito:
«Ah te si stà ti, barona?»
«È stata la stria, nonna. Siccome tu da brava bambina hai fatto portar qua il piano, la stria ti ha mandato un pianista.
«Ben che lo veda pulito» disse con dolcezza la siora Gegia.
Infatti l'antica lucernina d'argento a tre beccucci, dei quali due soli erano accesi, illuminava molto imperfettamente il giovane, vestito alla buona di abiti che non parevano i suoi. Però il sior Toni e la siora Nina lo avevano intanto scrutato molto bene.
«Che zovene!» disse la vecchia signora quand'egli le si fece vicino. «Quanti anni gàlo?»
Il tenente se ne aggiunse otto, e rispose «trentaquattro». Troppi! pensò la Nana, più accorta. Egli non guardava le cose tanto per la sottile e rispose con la più ardita spensieratezza a mille altre domande sulla sua famiglia, sulla sua patria, sulla sua vita, sugli scolari, sulle scolare, mentre la Nana fremeva e palpitava come un uccellino nella rete. Finalmente la vecchia cameriera portò il caffè e i _pandoli_ al tenente, che, pensando essersi ben guadagnata quella magra cena, divorò mezza dozzina di pandoli senza notare negli occhi della siora Gegia certe ombre di cattivo augurio.