I tre tiranni Commedie del Cinquecento

Part 8

Chapter 83,823 wordsPublic domain

CRISAULO. Sono allegro, certo, in tal modo che, ne la soverchia dolcezza, il cor mio lasso sente pena. Non mi dir nulla.

FILENO. Vo' che tu lo dica; ché mi fai stare appeso per i piedi. Non ti far piú pregare.

CRISAULO. Io son forzato. Eccotel brevemente.

FILENO. Orsú! Incomincia.

CRISAULO. Tu déi saper sí come ier, parlando con Calonide, molto la pregai mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia. Ella, che vive come al tempo antico, senza molte parole fu contenta e si tirò da banda.

FILENO. Questa è bella! Accostare il tizzone al zolfanello ed aspettar da canto che non brugi! E le parlasti?

CRISAULO. Ora ti dico il tutto. Questo le dissi:--Cognoscer puoi certo, Lúcia, che siamo omai condotti a tale ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo e tu di me. Però vo' che mi attendi, ché ti vo' confidare un mio secreto. Io son diviso giá da mio fratello perché sopra di te non abbi alcuno ne la mia casa ma ne sia signora. E perché il nostro aver, per il passato, maneggiav'io, mi truovo da appiattare un cassettino ov'io missi da canto molti ducati e gioie: ond'io ti prego che mostri avere in te giudizio e ingegno, ché li salviamo; e fidarsi d'altrui cognoscer déi da te che non sta bene. Io verrò qui istasera a le cinque ore. Fa' che mi attenda.--E le mostrai de l'orto la fenestrella. E dissi:--Come dorme tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco e insegnerotti quel che vo' che faccia.-- Semplicemente (come puoi pensare) la mi rispuose che non sapea come levarsi, che la madre non sentisse. Rimase, al fin, di farlo. E la pregai che facesse che alcun mai nol sapesse e che a la madre ancor trovasse iscusa perché non s'avedesse di tal cosa. Non ti dico altro. La mi venne fatta. E cosí fu la fin d'ogni mio affanno e 'l principio d'un sí felice stato ch'io quasi par che a me istesso nol creda. Che te ne pare?

FILENO. Io, non sol mi stupisco, ma, dentro, d'allegrezza mi confondo. Bene è venuta a tempo: ché comprata l'hai con tanti disagi e tanti pianti e tante amare notti e tanti giorni che appena mi risolvo se ciò basti a compensar tante fatiche e danni. Hai ben da ringraziar tutti li iddii di tanto dono; ch'io cognosco certo, se questo non riusciva, la sposavi. Oh che bel fregio a sí onorata casa! Che direbbe ciascuno?

CRISAULO. È vero e certo ch'io la sposava o che sarebbe in breve seguíto la mia morte; ché non basta il nostro ingegno a schifar le fortune e i casi avversi che sono imminenti. Che possiam contra 'l ciel?

FILENO. Bisogna, adunque, uscir d'errore ed a l'antico male porger rimedio, poi che v'è gagliardo. Fuggiam, per qualche dí, l'occasione, che fa peccar talor l'anime elette, ed andianne a diporto; ove vedrai ogni virtute ed ogni sentimento surgere in te come da morte a vita. Lasciati governare.

CRISAULO. Io sono stato, un tempo, appunto com'un uom che è morto e non esce di pena; e in stato tale mi son trovato che ho portato invidia a chi morio giá un tempo o mai non nacque. E fui giá tal che or sol la rimembranza mi toglie parte del piacer presente. Or che posso gioir, lasciami alquanto restare ove è 'l mio core e la mia vita, se tu non vuoi ch'io mora.

FILENO. Addio, Crisaulo. Dissi ben io che ci saria che fare che tu voglia ora uscir de la calcina, ch'altrui non par sentir mai che l'offenda per fin che non l'ha roso in fine a l'osso. A te verrá come al villanel suole, che, per cogliere il mele ai nidi d'api, si ferma sí che, prima che si parta, guasto n'ha malamente gli occhi e 'l volto. Voglio che ti governi in ogni modo come t'ho detto, ché quel poco amaro in questo ha seco utilitá infinita. Andianne, com'è giorno.

CRISAULO. Sia a tuo modo. Cosí farem, ché anch'io cognosco certo che fia 'l mio meglio. Ma non potrò starvi: ché ci morrò in duo dí.

FILENO. Sí! T'è piú sano che non è 'l cavar sangue agli impestati. Ed è ben peste quella che ti ha preso! Né certo ti devrebbe esser sí grave: perché non si terria impiastro perfetto, se non cuocesse al mal; né medicina fu dolce al gusto mai che fosse sana.

SCENA VI

Artemona si mostra con la collana al collo che ebbe da Crisaulo. E, dicendo alcune cose che sono introdotte come certa conclusione sopra de l'oro, è da Pilastrino trovata. Il quale le fa uno assalto per tôrgliela con violenza; ma non li riesce, ché è interrotto da la gente che al gridare di lei correva.

ARTEMONA sola, PILASTRINO.

ARTEMONA. Crisaulo mio da ben, questa è ben stata una mancia piú degna che 'l mio merto non richiedeva. Io so che l'è ducale. Oh Dio! Potessi almen portarla sempre, che non si disdicesse! ché mi penso, per la allegrezza che mi reca al cuore, farebbe piú mia vita che non fia lunga venti anni. Oh! mi par d'esser bella! Che benedetto sia chi me l'ha data e la sua casa e tutti i suoi parenti! Or vorrei che passasse per la strada qualche bel giovanetto; ché son certa che, cosí vecchia, gli anderei a gusto. Oro sopran, quante son le macagne e' difetti che copri! quanti i visi, che forse senza te parrian di fango, che gli fai risplendenti e pien di grazia! Spècchiati in me, che in alcun tempo bella giá mai non fui, ed or, che son pur vecchia, risplendo giá com'un bacin forbito. Di questo aspetto è 'l sol; questo le stelle mostra sí chiare; e questo è qui fra noi padron di quanto il sol girando vede. Questo dá tutti i ben, tutti i piaceri, tutti i contenti; e, fuor di questo, è nulla che a noi sia a grado. E di qui tutti i mali, tutte le sceleraggini ed inganni, i furti, le rapine e gli omicidii, le iniquitá, gli stupri, i sacrilegi, l'invidie e gli odii e quanto ha di piggiore la nostra vita in sé pullula e nasce. Per questo al padre e la madre e i parenti vegnam nemici; ed occidiamo i figli; e, per vil pregio, vendiam l'alma spesso. Questo è stato tenuto iddio, gran tempo, ed adorato, come è ancora il sole e la luna e le stelle in certe parti. E questo è tutto per la sua bellezza: onde nasce sí fatta gelosia che gli uomini, talora, a poco a poco rodendo, mena a vergognose morti. Questo può tutto; e di qui ciò ch'è al mondo è governato a' suoi debiti fini. Tanto mi piaccio di sí bella cosa ch'io dubito che alfin (come quell'altro) di me, senza specchiarmi, mi innamori. Ché non penso, sí grinza come sono, che alcun mi rifiutasse.

PILASTRINO. Sei in amore, ah? Eccomi. Piaci a me, vecchia crestosa. Posa in un punto giú quella catena, se non vuoi ch'io ti mandi il collo ai piedi. A chi dico io?

ARTEMONA. Sta' fermo. Oimè meschina! Sai ben ch'io ti cognosco, Pilastrino. Lasciami stare. Oimei!

PILASTRINO. Ed anco i miei voglion qualcosa loro. Tu non odi? Lasciala qui; ch'io ti caverò gli occhi, s'io ci metto le mani.

ARTEMONA. Oimè! Ladrone! Prima mi caverai la vita e 'l fiato e gli occhi e 'l cuor che di man la catena, se non mi scanni; e, se 'l fai, ti predíco che, inanzi un mese, tu sarai appiccato. Lasciami, adunque.

PILASTRINO. Dico ch'io la voglio. Dammi la corda, ch'io mi vo' appiccare. Posala giú, ch'io ti pesterò l'ossa. E chiude quella bocca di ranocchia; ché, ad altro suon che di cembalo o pivi, ti farò far la tosa e mazzacrocca. Scanfarda, che sei uscita de l'inferno, e vuoi le cose mie a forza, tu! Ti taglierò le man.

ARTEMONA. Misericordia! Fuor, vicin! Tutti fuor! ch'io son giá morta; ché un ladro m'ha assalito in su la strada. Mi taglia il collo.

PILASTRINO. Se tu te ne vanti... Cosí si fa, poltrona! Aspetta, aspetta! ch'io te la caverò d'in mezzo al cuore e se l'avessi chiusa nel cervello. Roffianaccia! scorziera!

ARTEMONA. È giá fuggito. So ben chi è. Non son tre giorni a notte.

SCENA VII

Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser cosí volontà de' cieli, se la sposa.

FILOCRATE solo, FRONESIA.

FILOCRATE. Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele! di quanto assenzio che, per farmi al mondo unico esempio d'ogni sventurato, gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco nel core i dolci frutti recato hanno! Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro opprimen l'alma! Oimè, lasso! Che vale uman consiglio? poi che ne' miei danni s'arma il ciel tutto e, con la rea fortuna, in me congiura perché il debil filo d'una vita meschina, in mezzo agli anni, tronchin le Parche. Ma condotta omai la veggio a tal che, senza alcun ritegno, corre lá dove è spinta dal destino. Che cosa è, in questa vita, aver le stelle contrarie e 'l cielo! ché, se pur ci viene nulla di quel che ne faria felici, subito in mortal tòsco lo converte quest'empia che dichiam Sorte o Fortuna. Quanto fòra il tuo meglio, se giá mai non avessi gustato il dolce cibo che sí tosto è poi vòlto in amara esca! Dato è a me in sorte una piú acerba pena di quella che si dice ne l'inferno portar Tantalo ingordo: perché a lui il veder sol quel ch'ama è duro scempio e non ne poter tôr; ma quel che 'l gusta e poi gli è tolto e 'l vede son fatt'io. Ché ben cognosco che quella persona debbe esser che si aspetta che la sposi: ond'io resto a me scherno e al mondo gioco. Ho tante volte di fuggir provato l'eterna mia ruina e sol per questo corso son giá da l'uno a l'altro sole. Ma sempre con piú scorno mi rimena il mio destino ove convien ch'io mora, alfin, dopo piú morti.

FRONESIA. È disperato. Io vengo, peregrin, perché ti sento piangere e sospirare e con lamenti esprimer non so che di acerbo e reo; tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge mi muovo tutta dal capo alle piante, sol di pietá. Non aver dubbio o téma, per esser, come sei, qui, forastieri in terre altrui; ché sarai governato da me come tu fossi mio fratello. E, se altra cosa è pur che sí t'addoglia, mi serebbe piacer (se 'l si può dire) intender la cagion; perché potrebbe forse a cosí gran mal, se non rimedio, trovarsi almen per noi qualche conforto. Non mel voglia celar.

FILOCRATE. Se alcuno è al mondo che possa avere nel mio mal rimedio, penso che l'abbi tu; benché sia poco, e di parole. E poi, del resto, il male è giunto a tal ch'omai piú cosa umana non li può dar conforto.

FRONESIA. Dillo, adunque; ch'io ti prometto quel che in questa vita onestamente per me si può fare in ogni cosa.

FILOCRATE. Accetta questo, prima; e dammi realmente la tua fede di quello che ti voglio dimandare dirmi la veritá.

FRONESIA. Son ben villana a pigliar sí gran dono! Pur, l'accetto, offerendomi a te parata sempre. T'impegno la mia fede. E sí ti giuro di non mancar, sopra l'anima mia, se gli è cosa ch'io sappia; e dirti il vero, come farei al frate.

FILOCRATE. Io t'ho parlato or ne la lingua nostra per vedere se mi ricognoscevi; ma son certo che ti son tanto fuor di fantasia che non te ne ricordi. Io son Filocrate, Fronesia cara.

FRONESIA. Che sento oggi dire? Filocrate sei tu? Sí! È desso, a fede. Lasciamiti abbracciar, ché di dolcezza e di compassion m'hai mosso il core. Piango e non so di che. Quasi nol credo. Non t'arei in mill'anni affigurato; ché pari un altro.

FILOCRATE. Aimè! Son bene un altro: cangiato di presenza negli affanni; ma quello sventurato di mai sempre. Io piango di dolcezza e di dolore: ché mi veggio condotto, al fin, lá dove mi fia la morte men dogliosa e grave; da poi che piace al ciel.

FRONESIA. Lascia andar questo. E raccontami presto ogni tua pena e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo con disio d'aiutarti.

FILOCRATE. Ah sfortunato! Onde mai incominciar mi fia concesso? Donna sleale, al tuo trionfo altero, che fia di crudeltá mista con fraude, voglio che aggiunga queste spoglie frali, vinte da te, da te distrutte e sparte, in esempio d'altrui.

FRONESIA. Deh! Affrena alquanto questi lamenti e le lagrime e 'l duolo. Dimmi quel c'ho da fare.

FILOCRATE. A queste notti, chi era quello che sí destro entrava ne le camere vostre? Ove è l'onore? ove è la castitá? dove è l'offizio che conveniva a saputa servente? Devevil comportar?

FRONESIA. Guarda, Filocrate, che non ti inganni; perché veramente io non intendo quel che voglia dire. Son molte volte, quando altrui è infermo, che par veder le cose piú che espresse e non è altro che 'l cervel che varia. E come andò?

FILOCRATE. Per chi bene e chi male. Per te devette ir mal, per Lúcia bene. Confessalo oramai.

FRONESIA. Sappilo Iddio; ché tu potresti dir cosí vent'anni, ch'io non ti intenderei. Se guardi bene, certo vedrai che sará stato un sogno o ver fantasma. Io non saprei che dirti sopra di questo.

FILOCRATE. Non lo negar piú; ch'omai incomincio a perder la pazienza. Pensa se san negar, quando a me istesso nega quello che sa che ho giá veduto! Non so se ero intronato o se 'l cervello mi vacillava o se cosí mi penso o se qualcun mel fe' veder d'incanto, la sera inanzi a ier, che una persona per una scala entrò ne la fenestra che guarda l'orto ove era Lúcia.

FRONESIA. Lúcia?

FILOCRATE. Sí, Lúcia. E v'eri tu.

FRONESIA. Io?

FILOCRATE. Sí. Piú forte. Iersera ci venni io in persona come mi vedi: ond'ella ancor si rise perché, fuor de l'usanza di quell'altro, venni di corte e prima fui partito che tu te ne accorgessi; ché eri dentro. E l'animo mio fu sol di vendetta. Ma la sorte non volse perché, quando la vidi sola ivi aspettar quell'altro, dimenticato ogni onta, l'abbracciai (cosí morto foss'io, inanzi quel punto!); ed allor vidi che mi tolse in cambio: ch'ella forte mi strinse e mi pregava che passassi di lá. Paionti sogni? o pur che con effetto io fossi desso? Or vuoi negarlo?

FRONESIA. Non posso, volendo. Meschina a me! Ti dimando perdono. Non era giá promessa da attenere appalesare una sí fatta infamia e scoprir tale error.

FILOCRATE. Basta: io sapeva come faresti. Or dimmi la persona a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio, il guiderdon di tante mie fatiche non mai concesso a me.

FRONESIA. Quello è Crisaulo (come debbi saper, gran cavalieri) il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú, la de' sposare.

FILOCRATE. E questo è senza fallo?

FRONESIA. Altro non resta se non che dimane li metta de le nozze in man l'anello. L'altre cose sai tu come sono ite. Ma ti voglio pur dir che tu ti menti d'averla aúta in braccio...

FILOCRATE. E pure ancora non ti si può far vero?

FRONESIA. ... perché quella con chi scherzasti parla ora qui teco. Vedi che t'ingannasti?

FILOCRATE. E come fu? Sarresti mai tu quella? Anima mia, dimmel liberamente; ché, se è vero, poscia che ci ha condotti il cielo a questo, ti prometto sposarti.

FRONESIA. Hai pur giá detto ch'io ti tirava per menarti dentro ove Lúcia aspettava il suo Crisaulo. Onde ne rimaniam tutti beffati, ma dolcemente; e tutti e tre in tal modo l'un con l'altro ci siam rimescolati che appena ritroviamo i propri nomi. Io fui giá Lúcia; e tu fosti Crisaulo, secondo ch'io pensava; e da me, a sorte, in me credendo d'averla ingannata, fu da inganno difesa la padrona. E tu facesti com'un uom che sogna cosa che li sia a grado, che poi, desto, trova tutto il contrario. Ma Crisaulo (se non è ritenuto da qualcuno de' suoi perché nol faccia) ora, in fra poco, forse che dará fine a la comedia con far da vero.

FILOCRATE. Basta: ora io son chiaro. Vedi, al fin, come volge la fortuna! Poi che noi siamo a questo e che vediamo che in questo modo l'ha guidata il cielo, segua quello che debbe: ché 'l destino non si può mai fuggir. Se ti contenti, ti vo' sposare, in questo modo appunto: che ci diamo or la fede, se di Lúcia si fan le nozze; perché vo', se a sorte non fosse fatta, come giá promessa mi fu, poterla, se mi parrá, tôrre. Dimmi se ti contenti.

FRONESIA. Sí, ben mio, poi che ti piace; e ci siam cognosciuti, come a Dio piacque che governa il tutto; ed è stato fra noi, giá tanto tempo, amore e fede. Or durerá in eterno il dolce nodo che non fia mai sciolto fino a l'ultimo giorno.

FILOCRATE. Orsú, Fronesia, giá tanto amata! Tu sei la mia sposa. Serberai questo anello; e poi le nozze farem, quando ci paia tempo e luogo. Sei chiamata di sopra.

SCENA VIII

Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni, apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è Pilastrino il quale, giunti a casa, dá licenzia con dir che, di poi cena, si faranno gli sposalizi.

CRISAULO, GIRIFALCO, PILASTRINO, CALONIDE, FRONESIA.

CRISAULO. Io l'ho detto dal primo giorno, che l'andar di fuori era appunto al mio male erba trastulla; ma nondimen, per esser poi iscusato, non ho voluto mancar d'ogni sforzo. Ma non è in poter nostro.

GIRIFALCO. Eh! Questo è poco, Crisaulo, ché sei tal che potrai sempre vivere in questo mondo con onore, se ben ti biasmi il popolo e la plebe: perché questo è lor proprio né alcun vive dai lor morsi securo; e spesso i morti gli sentono anche lor dentro a la terra. E questo è, per il piú, che è gente vòta di robba e di pensieri; e altro non hanno u' esercitar la lor maligna mente che ne' fatti d'altrui. Ma un ben nato non sará tinto di cotesta macchia né assai né poco.

PILASTRINO. È ver. Sol si conviene a simil gentarelle il biasimare: vizio che trovò il diavol de l'inferno. Lascia pur dir chi vuol, ch'è piú d'un mese ch'io veggio, appunto come or veggio te, una gran fame. Oh! Pensa, a queste nozze, s'io m'affaticherò che vadin bene i boccon giú! ché, se devessi ancora durar tre giorni in quella cosa dolce, me ne voglio saziar; né mai partirmi per fin che 'l ventre non mi dice:--Tura.-- Andiam pur lá.

CRISAULO. Ma non è ancor gran cosa: ché, quando ben riguardo a le parole che fûr tra noi, non veggio, senza carco e senza dar gran macchia a l'onor mio, poter ritrarmi da sí fatta impresa. È ver che tempo fu ch'io non pensai d'averlo a fare: onde, piú del dovere, son stato di parole liberale per venire a la fin del mio disegno. Or veggio meglio che nol posso fare e mancare a' miei detti: ond'io, in ciò, voglio che la necessitá l'errore iscusi. Ma non ti veggio, Girifalco, lieto com'io vorrei.

GIRIFALCO. Io son pur troppo allegro: tanto che non mi par d'esser capace di tanta gioia; onde l'alma, in se istessa talor rivolta, si stupisce e quasi non crede ch'in vecchiezza tanto bene le venga quanto è questo di tal donna e sí da bene.

PILASTRINO. E che! Sei fatto sposo, padre degli anni, ove tutti i difetti c'ha la vecchiezza in sé son giá scoperti? È vero o mi berteggi?

CRISAULO. Tu nol credi, eh, Pilastrino? Gli è pur troppo vero. Credilo a me, che sono stato il mezzo. Calonide è la sposa; e sallo Iddio, s'io ci ho durato punto di fatica! Pur si contenta; e ne vedrai gli effetti, come siam giunti. E ben ci fia che ridere: che parrá certo, appresso a lui, la sposa piú che donzella.

PILASTRINO. Io vado a sotterarmi per disperato sotto a la mia botte. Ma ci voglio un pitaffio ch'io m'ho fatto per mia memoria.

CRISAULO. Dillo.

PILASTRINO. Falli onore. «Qui giace un ch'ebbe nome Pilastrino. Vivo, tanto m'amò che disperato morio mancando in me lo spirto e el vino».

CRISAULO. Ha odor d'antico.

PILASTRINO. No. Ci manca questo: «Visse di baie e morí disperato, vedendo andare a nozze un che col tempo contendea d'anni».

CRISAULO. Ah! ca!

PILASTRINO. Gli è pure il vero. Non vedi che non ha pur le gengíe? Povera Orgilla, so che l'avrá buona come lo sa! ché questo è appunto un tôrgli la sua provenda de la mangiatoia. Or non manca se non ch'io mi rassetti per poter ben mandar per le mascelle i denti a scrocco e far d'altro che d'esca farina macinata a duo palmenti. Oh! Scherza e salta e pigliati sollazzo or, Pilastrin, ché di troppa dolcezza par che ti senta andar tutto in condime. Oh! Ve' che starò, un tratto, un giorno allegro! ché è giá quindici dí che sono stato come le donne quando han le lor cose, fortuna ladra!

CRISAULO. E che debbo dire io? ch'in duo sol giorni era giá fatto tale ch'ora mi pare uscir di sepultura e tornar vivo. E sarei morto, certo, se non me ne campava la speranza di tornare ove fosse e fare in modo ch'ambo siam prima d'esta salma scossi che lontani o divisi; in fin che 'l cielo, che ci ha congiunti, ne divida e sparta. Dica pur quanto vuol ciascun; ché, al fine, è pazzo quel che ne' propri interessi, per viver sol sotto costumi e usanze, se ne governa come piace altrui. Usciremo or d'affanno.

PILASTRINO. Tocca forte, ché non posson sentir.

CALONIDE. Va'. Guarda a l'uscio, Fronesia. E tu vatti governa, Lúcia, con i panni ordinari; ché Crisaulo oggi verrá come ancor venne ieri. Forse non piace a Dio. Qualcun de' suoi l'avrá tenuto.

FRONESIA. Apri, apri; è lui; è Crisaulo con molta gente. Oh che felice giorno! Lúcia, torna di qua.

CALONIDE. Di' 'l vero? È desso? Èvvi il mio Girifalco? Andiamgli incontra. Suonisi ogni strumento e facciam festa. Abbraccia il tuo Crisaulo. O Girifalco, non v'aspettava piú. Ringrazio Iddio ch'in sí poco ha condotto ad un bel fine sí onesta impresa.

GIRIFALCO. Ed io ringrazio prima il cielo e poi voi duo che a la mia vita dato avete soccorso; ché non era possibil che durasse piú dieci anni. Or son felice, al mondo.