I tre tiranni Commedie del Cinquecento

Part 9

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CALONIDE. Entriamo in casa. Fronesia, or puoi chiamare il tuo Filocrate, ché è giunto il fin de' desidèri nostri. Saran tre nozze insieme in una festa. E, perché è tardi e passerebbe l'ora, è meglio cenar, prima. A le quattro ore potrá tornar ciascuno.

SCENA IX

PILASTRINO dá licenzia.

Avete inteso, brigate? Non si balla, inanzi cena; ché ci ha fatto restar tanto per via questo gottoso ch'è passato l'ora di far le cerimonie de li sposi: onde siete pregati da madonna prima andarvene al letto e poi cenare. E, se vorrete pur tornar dimane e lasciarci istasera queste donne, vi fia concesso piú che volentieri. Noi li darem da cena e da dormire e li farem sí buona compagnia che loro istesse vi confesseranno che non vorriano esser tornate a casa: ché balleremo, al suon de le lettiere, tutta la notte. Or pigliate il partito, ché la cena vogliam far qui tra noi. Ma sento giá un odor, che par d'arrosto, entrarmi nel cervello. Addio. Vi lascio. Vado in cucina. Fate ch'io non abbia a cacciarvi con altro che parole.

NOTA

AVVERTENZE GENERALI

Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie, ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.

La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli _Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici), le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e «_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»; «_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»; «_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e «_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e «_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e «_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_», «_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve, in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione, le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini, infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico, dell'anarchia.

1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro, in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV], p. 29.

2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910), 242 (nov. I, .16)

Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del «_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente «_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un «_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati («_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_» che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_» («_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, rigorosamente attenuto.

I TRE TIRANNI

Ecco il titolo della sola stampa che di questa commedia sia stata fatta dal Cinquecento ad oggi: _Comedia di Agostino Ricchi da Lucca, intittolata i Tre Tiranni. Recitata in Bologna a N. Signore, et a Cesare, Il giorno de la Commemoratione de la Corona di sua Maestá. Con Privilegio Apostolico, et Venitiano M.D.XXXIII [in fine: Stampata in Vinegia per Bernardino de Vitali, A di xiiij di Settembre del MDXXXIII_]. Precedono la commedia una lettera dedicatoria dell'autore stesso a Ippolito de' Medici, che io qui riproduco, e un avvertimento «ai lettori» di Alessandro Vellutello, che ometto, come troppo lungo e di troppo scarso interesse. Delle correzioni da me introdotte basterá indicar le seguenti. A. I, sc. 5: «ch'io caschi morta» (ediz.: «ch'io corri morta»).--A. II, sc. 1: «Non dubitar, figliuola» (ediz.: «Non dubitar lola»).--A. II, sc. 6: «men... men... mentir per la gola» (ediz.: «... morir per la gola»).--A. III, sc. 1. Dei molti epiteti greci, coi quali Listagiro designa il diavolo da lui invocato, cambio «_ágniptos_» in «_ániptos_» (ἄνιπτος), «_Cantíglios_» in «_cantílios_» (κανθήλιος) e «_criau_» in «_criós_» (κριός); lascio immutati un «_cladéutir_» e un «_inófliz_» e un «_orchózo_» che non mi riescono chiari; e parimente conservo un «_chielévo_» nel quale non so se siano da riconoscere le due parole «_chiè lévo_» (καὶ λεύω) o l'unica parola «_chelévo_» (κελεύω). Quanto agli accenti, che nell'edizione sono a volta a volta bene o mal collocati o anche del tutto omessi, li pongo sempre su quelle sillabe ove devono effettivamente trovarsi secondo l'accentuazione greca. In fine, poiché l'invocazione di Listagiro è diretta al demone Maladies, mi è parso necessario, lá dove la stampa legge «per la gran virtú di questi nomi suoi», cambiare «suoi» in «tuo».--A. V, sc. 4: «_de allí léjos_» (ediz.: «_de alli llesos_»); «_si de un tan grande ultrage yo saco venganza_» (ediz.: «_... ae sacho vengan_»); «_me ya mas contento saque_» (ediz.: «_me yu... sache_»). Scrivo «_saco_» e «_saque_» invece di «_sacho_» e «_sache_» perché piú chiaro apparisca che si hanno qui due forme del verbo «_sacar_» e perché si eviti l'equivoco col suono palatale «_ch_» quale è nel «_mucho_» e nel «_noche_» di questa medesima scena. Compio il «_vengan_» nel modo che mi sembra piú naturale, quantunque non sia da escludere la possibilitá che si abbia qui l'infinito sostantivato «_vengar_». Quanto all'«_ae_», che non dá alcun senso ed è certamente un errore, lo muto in «_yo_».--A. V, sc. 5: «un sí felice stato ch'io quasi par che a me istesso nol creda» (ediz.: «... mil creda»).