I tre tiranni Commedie del Cinquecento
Part 7
TIMARO. Apri qui, fiera! Ti taglierò un'orecchia.
PILASTRINO. Questa volta, voglio che tenga di mula di medico cosí come sei bravo.
TIMARO. Quello è desso; è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora di andare al letto? Mi bisogna averlo con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego; fatti fuori.
PILASTRINO. Tu m'hai rotto la testa.
TIMARO. Ascoltami. Crisaulo...
PILASTRINO. Io non vi sono.
TIMARO. ... ora t'aspetta a far colazion seco e ti vorria parlar.
PILASTRINO. Sí, sí: è Timaro. Non t'aveva pur anco cognosciuto. Eccomi a te.
TIMARO. Credo che, questa volta, ti parrá forse amara.
PILASTRINO. Andiam pur via.
TIMARO. Che cosa è di te tanto? Non possiamo giá piú vederti.
PILASTRINO. Queste ghiottoncelle m'han cavato 'l cervel de la memoria in modo ch'io non posso piú, senz'esse, vivere un'ora.
TIMARO. E che! Sei innamorato? Di' il vero.
PILASTRINO. Se sapessi come m'hanno concio! Non posso piú mangiare o bere, quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi, mentre ch'io beo, se prima non è vòto il fiasco. E sento spesso tante pene che mi stempero tutto; e, in quel, talora vado al luogo comune. E degli affanni non ti dico; perché ne porto addosso quanto un somaro, di quegli degli altri. Pensa de' miei!
TIMARO. Anche ti venga il grosso! Non puoi giá uscir di quello.
PILASTRINO. Tu non credi, che abbi una innamorata?
TIMARO. Sí, lo credo, ch'abbi una sfondorata, ché pur una n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti che fanno una plus quam perfetta lorda, port'essa la corona e non li manca se non esser fregiata in sul mostaccio. Ma a te piace cosí.
PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia... Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra con le man piene...
TIMARO. E che! Di palafreni?
PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna che porga tanto a te.
TIMARO. Gli è ragionevole che i belli sempre si faccin pagare. L'ordine è questo.
PILASTRINO. Ma per te si guasta; ché sei sí bello e non v'è forse alcuna che ti voglia pagar!
TIMARO. Bel non son io.
PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo che, qualche volta, se tu fossi appunto come ti tieni, faresti vergogna a Narciso; e per te morria, ogni giorno, un migliaio di donne; e si farebbe forse, ai lor prieghi, che fossi dannato a vita nel torrone.
TIMARO. Cianciatore! Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo che torna anch'egli a casa.
PILASTRINO. Ci ha veduti. Andiam da lui, ché aspetta.
CRISAULO. Ben venuto.
PILASTRINO. Ben ti venga, poi c'hai per me mandato perché merendi teco.
CRISAULO. Ascolta, prima, quello che t'ho da dir: poi, se vorrai, potrai mangiare.
PILASTRINO. Oh! Se bevessi prima, t'ascolterei pur troppo volentieri e con pazienza.
CRISAULO. Orsú! Non mel far dire duo volte o tre.
PILASTRINO. Di' presto quel che vuoi.
CRISAULO. Tu ti sei governato in un tal modo di quel tuo tradimento che potresti essern'ancor pentito; e giá, fin ora, saresti forse in man de la giustizia, se non fosse che t'hanno riguardato sol per mio amore. Or lascia andar le ciance e fa' che la sua robba torni a casa. Altrimenti ti dico che 'l maggiore nimico ch'abbi a aver voglio esser io. Ma non penso che manchi.
PILASTRINO. Hai detto assai: ma non t'intendo.
CRISAULO. Ti farò sturare gli orecchi, per mia fé. Dico che omai le tuoi ghiottonarie sono scoperte e che, se tu non rendi a Girifalco la robba sua, ti vo' far pigliar io e darti a l'auditore.
PILASTRINO. Oimè meschino! Questa è la colazion che mi volevi dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure quel che ti par; ché tu predichi, appunto come facea quell'altro, nel diserto. Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai morir ricco che viver poi stentando in povertá. Non ne farem niente. Guarda la gamba, che mi lasci mettere nel giubbon del comune!
CRISAULO. Tienlo! piglia! Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora appicar, cosí caldo, per la gola. È cotto, e vuol fuggire! È dato giú. Rimenatel pur qua.
FILENO. La lepre è giunta. E che volevi far cosí a fuggire? Sta' pur, ch'io t'ho.
CRISAULO. Va'; corri al capitano, Timaro, da mia parte; e fa' che mandi qui dieci sbirri, ché li voglio dare uno assassino.
PILASTRINO. Oimè! Misericordia!
CRISAULO. Usarla in te sarebbe cosa iniqua: ché sei un ladrone e non vuoi ravederti. Sarai pagato adesso.
PILASTRINO. Odi, Fileno? Dice che tu mi lasci. Non hai inteso? Lasciami, dico: sono ancor digiuno; voglio ire a casa.
FILENO. Anca a digiun potresti dar con le scarpe la benedizione. Sta' pur qui fermo.
PILASTRINO. Ti prego, Crisaulo. Deh! Non mi lasciar metter piú paura, ché mi sento venir la febbre fredda. Manda a dir che non venga il capitano. Ne li vo' render parte.
CRISAULO. Tutti, tutti. Pensa se piacque a lui l'essergli tolti, quando è si grave a te, che gli hai rubbati, restituirgli!
PILASTRINO. Mi farai morire com'un uom disperato. Se fai questo, non camperò duo dí.
CRISAULO. Va'. Son contento. Porta qui tutto quello c'hai del suo. Ed io, perché non mora, ti prometto di lasciartene il terzo; gli altri voglio rendergliel'io.
PILASTRINO. Lo voglio fare, orsú! Ché pure, in vero, non potrei tenergli senza peccato; e forse ancora, un tratto, glieli rendeva io istesso.
CRISAULO. Mal per lui, se stava a questo!
ATTO V
SCENA I
Filocrate, ritornato di Spagna, piú che mai nel suo amore acceso, per entrare in casa di Lúcia e non esser cognosciuto, viene in abito di pelegrino dimandando limosina in lingua spagnuola; ed è a la fine da la madre accettato in una corte come pover'uomo: ove, con Demofilo socero di Calonide, entra ne le lodi de l'imperatore e di piú principi.
FILOCRATE ritornato pelegrino, FRONESIA, CALONIDE, DEMOFILO vecchio.
FILOCRATE. Ai de mi! O personas de bien, aiudadme con limosna. O quien hallasse alguna alma tan devota la qual oviesse piedad d'este pobre peregrin, maldispuesto, que a llegado a estos dias del sepulcro! O muger de bien, llamadme un po a vuestra señora; que io me muero de necessidad, por que pasa de ocho dias que io camino con la fiebre.
FRONESIA. Oh che fastidio! Ti s'è pur fatto giá due volte o tre limosina. Ma siete certe genti che vi fermate a la prima in un luogo e pensate ivi, senza andare attorno, aver le spese. Bisogna, fratello, andar cercando come fanno gli altri. Non hai detto che chiami mia madonna?
FILOCRATE. A sí: llamadme a vuestra señora.
FRONESIA. Questo fia poco.
FILOCRATE. O triste de quien es pobre! porque ia en estos tiempos no se halla quien bien aga. O dichoso si una vez muriesse! A lo menos holgaria por salir de tanta pena.
CALONIDE. Che vuol quel peregrin?
FRONESIA. Parlerai seco.
FILOCRATE. Solo me bastaria estare allá en cubierto: porque, no solo estoi muriendo, mas aun aeste aire me acaba la vida y haze que me consume.
CALONIDE. E che vuoi tu, pover'uomo? Siam poveri ancor noi, come tu vedi, e di quel poco di ben che si fa ti si fa parte. Se non foste tanti, ne verria piú per un.
FILOCRATE. Solo, señora, queria una merced: que me dexasses estar allá debaxo a quel portal, porque soi cierto que, estando allí una noche, acostado en quella paia, resucitaré sin dubda; que estoi mas que muerto del trabaio.
CALONIDE. Entrar lá dentro?
FILOCRATE. No deseo otra cosa.
CALONIDE. Oh poverino! Che cosa è questa vita! Il mio fratello, questo non posso far; ché dal messere ho commission di non lasciare entrare in casa alcuno, per questi sospetti di peste che sono or per tutto il mondo. Uno spedale è qui vicino.
FILOCRATE. O Dios del cielo! que bien sé io do he stado y quam limpio soi de sospecha; porque el mal no es otra cosa que fiebre iuntamente con las passiones y tan longas fatiguas.
FRONESIA. Potria dire cosí, tre dí, che non lo intenderei se non per discrezione.
CALONIDE. Io non saprei giá parlar come lor; ma diria poche cose che non l'intenda perché, inanzi che Lúcia fosse grande, n'ha Demofilo sempre tenuto in casa di scolari quasi tutti spagnuoli.
FILOCRATE. Mi señora, tiengo a vos sola de ablar dos palabras.
CALONIDE. Tiratevi da canto. Volentieri. Di' 'l tuo bisogno.
FILOCRATE. Io soi bien nascido y en buena ciubdad y de mui noble familla; y, por haver prometido d'ir al Sepulchro, soi venido a este fin y malaventura. Y, estando a sí, alende de otras passiones, es otra mui maior; que tiengo a qui cientos ducados, sin algunas ioias. No sé come hazer porque no me mate algun ladrone, estando a si a dormir de fuera: por lo qual, cara señora, solo por esta noche, os suplico que me dexeis entrar; que, a la mañana, io me iré. Y, porque he oido dezir de vuestra mucha bondad, he osado descobrir a vos todos mis secretos confiando de vos.
CALONIDE. Puoi ben fidarti. Orsú! Entra in casa. Ed io vado a Demofilo a pregarlo che voglia esser contento, tanto che ti riabbi d'esto male, che ti stia qui.
FRONESIA. In vero, m'ha ben cera d'uomo da bene: me ne crepa il cuore. Tristo a quel che si truova in tal disgrazie sbandonato da tutti! Cosí suole far la fortuna: nulla è, in questo mondo, di fermo che 'l ben far. Par che simigli una persona e non saprei dir chi. Ecco 'l messer.
DEMOFILO. Donde sei, peregrino?
FILOCRATE. Soi spañol y natural de Cordova, muy buena patria, y tan bien de buena familla. Aora soi en vuestras manos. De gracia, havedmi compassion.
DEMOFILO. Appunto. Non ti pigliar fastidio, ché potrai star qui per fin che tu sia ben sanato; e farò governarti da fratello. Ma ben m'incresce non poter tenerti come vorrei perché, in fin che non passa bene il sospetto, non ci veggio modo d'accettarti sú in casa.
FILOCRATE. Soi contiento con eso. Non quiero otra cosa. Dios os pague el gualardon.
DEMOFILO. Sapresti darmi nuova d'un signor Fabio Negri di Valenza?
FILOCRATE. En verdad no le cognosco.
DEMOFILO. Che si fa in quelle bande? che si dice di nuovo?
FILOCRATE. Quando io me partí da quellas partes, se hazian grandes allegrias y fiestas y triumphos; porque havian nuevas de la tornada muy felice de Su cesarea Maiestad (y esto por toda Spagna). La qual es tan de- seada que cada ora les parece mas de un año. Y en special la emperatriz que tan cortés a havido el cielo ne las dotes de la anima quanto de la fortuna. Y asimismo se aderecavan iustas y torneos para quando aia llegado con tanta gloria y vencimiento.
DEMOFILO. Ai tempi nostri non si ricorda che, da Adamo in qua, sia nato alcun dal ciel piú largamente dotato e favorito e sovr'ogni altro fatto felice; non cavando alcuni passati imperatori o capitani. Che se la nostra etá fosse sí ornata di scrittor degni come fu l'antica, non si ricorderebbe piú, in esempio dei piú famosi e illustri semidei, Augusti, Arsacidi o Iustiniani: ché la fama maggior di Carlo quinto, come fa 'l sol con le minori stelle, offuscherebbe i loro accesi lumi.
FILOCRATE. Ciertamente sus grandes vitorias y empresas honrosas y magnanimos hechos muy felices dexaran tal fama de Su alta Maiestad que, sin scrittores o poetas, haran que su nombre siempre viva, sin falta alguna, despues de mil mondos. Y specialmente por esta vitoria que a avido en Ungaria contra el Turco; la qual a seido nuestra redemption y fortification y esaltation y aumento de la nuestra santa y catholica fé. Donde el vuestro marques del Vasto, de Su Maiestad capitan diño, con illustres obras a ganado tal nombre que qualquiere gentilhombre parece desear non menos de seguir la gherra por militar vascio al dominio de tan generoso señor; que el desea la eterna gloria y accrecientamiento de las vitorias a lo emperador su rey señor. Dichosa edad nuestra, que de tan glorioso emperador sta governada y tan bien regida!
DEMOFILO. Felice è certo questa nostra etade quanto altra mai ne fu, quanto ne fia dopo i dí nostri: poi che 'l ciel l'onora d'un pontefice tal che l'alta sede non manco adorna e imperla e ingemma e inostra, con le rare eccellenze e con la fama de l'opre chiare, ch'ella il suo bel nome rischiari e 'l renda a le future genti colmo di gloria e d'immortali onori. Il cui chiaro valor, se tanto vivo che giunga a la vecchiezza, spero ancora veder rinovellar (come d'alloro esce ramo piú vivo) in due gran piante. Ippolito fia l'un, giá adorno e carco di fama tal che l'Indo e le Colonne passa colma d'onor, dal tempo sciolta. Il qual vedrem, cinto di perle e d'oro e verdi fronde, anzi che cangi il pelo, giungere in cima a l'onorato calle per l'istesso sentieri onde ora sale; e fare al gran valor forse secondi i patri onori; e, come vivo sole, dar lume a questo e quell'altro emispero con sí soave raggio che si eterni la primavera: a che pensando, parmi veder tornata giá l'etá de l'oro. L'altro, Alessandro; che al valore antico del grande antecessore, ne' verdi anni, succede sí che par giá che sostiene ogni speranza che ha 'l Tosco e il Latino. Taccio or del gran legnaggio piú ministri i quai, se avesse aúto ai primi tempi Roma, via piú d'onor l'ariano ornata che né Fabrizio né Caton né Scipio: il gran Salviati, un Tomaso, un Francesco; un di prudenza, un di bontade esempio e l'altro di giustizia, il Guicciardino; il qual la terra nostra or teme ed ama. Ei ben si può dar vanto d'esser nato per governar provincie, imperii e regni: di che, non sol s'allegra l'Arno e Ibero, ma tutto quello che la santa Chiesa onora ed ama; onde confuso trema, sotto il nome Clemente di pastore, non manco che giá fesse il fiero artiglio del Lion valoroso, ogni gran fiera ed ogni lupo al bel gregge nimico.
FILOCRATE. Esta fama se a adquirido nuestro muy Santo Padre, en todo el mondo, con muchas pias y buenas obras; la qual durará tanto quanto del tiempo el movimento. O quanto deve olgarse todo el mondo! que con tanto amor, aora ultimamente, y entera fé an firmado ambos y fortificado los fondamentos de la eterna paz; que no solo seran siempre unidos mas tomas una vida y una alma: porque, al fin de todo, su unidad es asimismo de todo el mondo y de nuestra santa fé.
DEMOFILO. Gli è certo: ché sempre, uniti i capi de le cose, stanno unite anche lor; tanto piú quelle che da quelle son rette e governate come è 'l mondo da lor. Portali cena; ché passa il tempo, cosí, ragionando, che non si vede.
SCENA II
Pilastrino, ricercando qualche suo amico vecchio per mangiar seco, si imbatte in Girifalco e, per ire a cena seco, lo invita a cenar con lui; ed è dal vecchio scorto, onde il disegno vien fallato.
PILASTRINO, GIRIFALCO.
PILASTRINO. Che farai istasera, Pilastrino? S'accosta ora di cena, e tu in casa non hai né pan né fuoco. Sono ora in piazza. Lasciami cercare se trovassi qualcun di questi miei amici vecchi; e non avrò a comprare: ch'oramai m'incomincia a increscer troppo, cosí mi truovo stretto di danari, poi che Crisaulo mi fe' render quello ch'era mio di ragione! Or, come spendo un quattrino, mi par che mi sia tratto un dente de' migliori che abbia in bocca, che gli ho piú cari la metá che gli occhi. Ma guardo pure e non ci veggio alcuno. Quel non è Girifalco? Orsú! Mi voglio apparecchiare a una magra cena. Girifalco da ben, Dio ti contenti. Ti son pur servitor: ma sei un cert'uomo che non mi degni; o che tu m'abbia in odio, non so perché.
GIRIFALCO. T'ho in luogo di fratello.
PILASTRINO. Toccala qui. Vo' che istasera facci una bontá: che venga a cenar meco, se mi vuoi ben.
GIRIFALCO. Non posso.
PILASTRINO. Dissi bene che non mi degneresti. Non ci è peggio che essere, in questo mondo, pover'uomo; ch'ognun ti fugge. Avrem di buon pipioni in colombaia; e buon vin ne le bótte; e 'l pan, se non è poi bianco a tuo modo, manda per esso a casa.
GIRIFALCO. S'io potessi, non mi aresti a pregare.
PILASTRINO. E dove ceni?
GIRIFALCO. A casa.
PILASTRINO. Vedi che tu mi rifiuti.
GIRIFALCO. Dimmi altro, se vuoi nulla.
PILASTRINO. Oh! Va', ch'io voglio, per non cenar da me, venir teco io a casa tua.
GIRIFALCO. Perdonami. Non posso.
PILASTRINO. E perché questo? Oh! co! La cosa è guasta. Oh! che spilorcio!
GIRIFALCO. Ho forestieri a casa. Un'altra volta, poi.
PILASTRINO. Ed io che sono? Arei pensato aver luogo nel letto ove tu dormi. T'ho pure ancor fatto qualche piacer.
GIRIFALCO. No, no. Sono oratori de' veniziani. Parti che sia onesto che venga a star fra lor?
PILASTRINO. Sono oratore anch'io, per questo; ma non so concludere. Non avrò premio da la mia republica. Vatti con Dio. S'io non ti pelo, un tratto, quella barbaccia nido di piattoni, non sarò mai contento. Volpe vecchia! ché non penso, cercando tutto il mondo, si ritruovasse un che sopra il quattrino fosse piú scozzonato. Se potesse chi te n'ha giá fatt'una farne un'altra, forse che perderesti il ciaccolare e lo schermo.
SCENA III
Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.
TIMARO, FILENO, CRISAULO.
TIMARO. Addio, Fileno. M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava. Tu non mi ci corrai. Son quasi stato per non tornar. Mi sta a metter paura. So che venni correndo un pezzo in giú prima ch'io mi fermassi.
FILENO. Io la sapeva. Non restò giá da me che nol dicessi, che cosí potea armare un paracuore. E sei fuggito? Che avesti paura? dei morti?
TIMARO. A la fé, sí, cosí a la prima; ma non fuggiva. Poi vidi venire non so chi camminando per la strada: onde mi entrò paura; e m'appiattai e poi venni correndo in fin qua giú, che non mi son fermato.
FILENO. Se non fosse per non far qui romor, ti caverei quell'arme tutte e ti concerei in modo che ti ricorderesti, manigoldo, sempre di questa sera.
TIMARO. Orsú! Sta' fermo; lasciami star. Lo saperá il padron, veh! Eccolo.
FILENO. Corri lá! Tien quella scala. Buon pro ti faccia.
CRISAULO. Pian! Senza romore. Timaro, va', corri ora e trova Artemona. Dálle questa collana; e sappia dirle ch'io glie la mando perché da lei intenda almen parte di mia sorte felice a cui si truova esser stata presente. Chi è piú contento al mondo?
FILENO. È ben passata. Saranno pur finiti tanti pianti. Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene quanto possa in noi l'oro che le porte che fosser di diamante rompe e spezza. Pensa che ci può il cor d'una donzella! Con questo ci ha insegnato vincer Giove la castitá e l'onor, se fosse in carne. Di': come andò?
CRISAULO. Deh! non mi molestare, ché di dolcezza il cor mi si diparte. Poi, un'altra volta.
SCENA IV
Filocrate, il qual, come povero, in abito di pelegrino, era fermatosi ne la corte di Lúcia, con consentimento loro, in su certa paglia, vede Crisaulo andar da lei ed uscirne; e minaccia tutti e duo di ammazzarli, pure in lingua spagnuola, perché ancora non appare che si sia scoperto.
FILOCRATE solo.
Ai porque no me a dado el cielo, pues que era ia de tanta servidumbre salido, de allí léjos morir allá donde el morir podia venir con men dolor? Quisa sará que, con la morte sua, mucho allá contiento andaré; si de un tan grande ultrage yo saco venganza. Quiero ir allá, como el buelva esta noche; y hazer de maniera que su cru- el condition y tan mala natura sea castigada; en exemplo de l'otras que siempre tales costumbres tienen. Quiero que esta man castighe a todos dos y despues me ya mas contento saque de tanto trabaio y pena.
SCENA V
Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la felicitá che in quella notte li concesse e racconta a Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, stretto da amore, dubbitava di fare.
CRISAULO, FILENO.
CRISAULO. Grazie immortal ti rendo, grande Iddio, chiunque sei del cielo e de la terra governator, di sí gran benefizio e largo dono; e a te, maggior pianeta, ch'ogni cosa terrena col tuo lume governi e reggi (che giá tante volte, al dipartir, mi lasciasti sí pieno di pensier tristi, ed al ritorno, poi, lontan da ogni riposo a tragger guai), che, rivolgendo altrove il chiaro giorno, lasciando dietro a te l'ombrosa notte, a tanto mio contento desti luogo. Luna, e tu parimente, che porgesti, velando il chiaro viso di piú oscure e fosche nubi, a tal felicitá favor, non sará mai mia lingua stanca in pregar chi che sia che lo può fare ne le tue contentezze; e che ritornino i dolci abbracciamenti de lo amato Endimion quanto mai lieti e spessi. Benigne stelle, cui chiamai sovente in testimonio di mia vita acerba, ma sempre in vano, onde crudeli ed empie vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo che mi vaglia a formar degne parole in rendervi le grazie ch'io vi debbo. Cor lasso, che di lagrime e sospiri vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto quasi a l'estremo, come puoi di tanta dolcezza esser capace? Occhi, che primi foste a soffrire e mandar dentro al core il dolce amaro, ché non fate segno di cosí gran letizia? ch'or vi involge in dolce pianto, come, in questa notte, vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge ogni tristezza, quanto vi fu prima, ogni riposo. E tu, lingua mia frale, che giá sí spesso, ne l'alte sue lodi, cantando, davi a le acerbe mie pene alleggiamento ed a le fiamme lena, or quanto mai ne l'onorato nome spende tue forze; sí che 'l vivo lume veggiam dritto poggiar verso le stelle onde discese.
FILENO. Vorrei che finissi, Crisaulo, oramai sí lunga predica; e mi partissi cosí gran piacere quanto tu non capisci.