I tre tiranni Commedie del Cinquecento

Part 6

Chapter 63,743 wordsPublic domain

Cacasangue! So che ho aúto una vecchia paura! Parti che l'abbian preso? Addio, Listagiro. Sempre con gli scredenti si guadagna. Ha racconto la burla a mille frasche che l'avran poi tradito. Io vo' fuggire. L'ho detto sempre ch'è stato uno scherzo che merita la forca; e che nol dica. Non ci vo' piú pensare. Oh poverino! ch'era sí destro! Io so che son saltato del letto senza mettermi il farsetto. S'io aspettava, mi ci avrebben còlto. Ma non sentii sí presto quel romore ch'io me l'addovinai. Or che son fuora non dubbito di nulla. Voglio andare a casa di Crisaulo e, come è giorno, intenderem la cosa. Ma son certo che ha bello e tratto: ché 'l governatore, pria mancherá la giustizia a se stessa, ch'egli li manchi. Ma che indugio qui? Non è tempo da starsi.

SCENA III

Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le dá intenzione che Crisaulo la sposerá.

ARTEMONA, LÚCIA, CALONIDE.

ARTEMONA. Oh! Non pensare: ché lo vidi a la prima che tu eri d'altro adirata. E però feci poca stima de le parole, ché altrimenti non ci sarei tornata: ché, dove uso, son troppo avezza ad esser ben veduta e accarezzata.

LÚCIA. E che vorresti mai? che ti pigliassi in braccio e ti basciassi com'un bambino? Tu sei troppa grande! Eccoti qui de' baci quanto vuoi. Queste non son carezze?

ARTEMONA. Ah luce mia, piú bella e risplendente d'ogni stella e piú cortese di ciascuna donna! Ho giá con tante donzelle par tue praticato e mi par che a te ciascuna ceda di tanto quanto al mio bel sole cede, nel cielo, ogni stella minore. Però non ti debbe esser meraviglia s'un giovinetto, a la prima, si perde in te e ti si dona; ché, s'io voglio dirti la veritá, come mi vedi, son quasi innamorata anch'io di te. Foss'io pur uomo!

LÚCIA. E perché? che faresti?

ARTEMONA. Altra felicitá non vorrei al mondo ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse, non vorresti vedermi.

LÚCIA. Tu ti inganni. Fossi quel che volessi, non potrei se non esserti amica.

ARTEMONA. Oh! Questo, fallo al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me, che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle fate profession d'esser crudeli e di lasciar morir prima la gente che li porgessi aita d'un sol guardo o d'una paroletta; ma, nel fine, tornan sopra di voi: non me n'impaccio. Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama apprezzar cosí poco. Tieni a mente che al pentirci siam noi sempre le prime, come l'ultime a creder.

LÚCIA. Non t'intendo. Parla piú chiaro.

ARTEMONA. Io so che vuoi mostrare esser di tutte l'altre la piú savia e piú da ben.

LÚCIA. Perché?

ARTEMONA. Perché tu sola vuoi governarti al contrario de l'altre che non son manco belle o meno oneste che ti sia tu.

LÚCIA. E in che?

ARTEMONA. Dico che l'altre tutte fan buona cera a chi con vero veden che l'ami; e non è donna al mondo che non abbia piacer d'essere amata, come tu mostri.

LÚCIA. Io sono, in queste cose, nata troppo infelice e disgraziata. E però mi risolvo sempre mai, quanto potrò, fuggirle perché insieme fuggirò quei travagli e quelle pene che fanno altrui morire innanzi al tempo. Io l'ho provato e cognosco oramai quel ch'è 'l cervel d'uno uomo.

ARTEMONA. Tu mi strazi. Io priego Iddio che faccia, in penitenza di tanto mancamento, che tu pianga, un tratto, per qualcun, come or ne ridi: ché forse allor mi terresti piú cara. Ecco tua madre. Voglio andar da lei. Come ne parlo piú...

LÚCIA. Sta': non andare. Quando tornerai in qua? verrai stasera? Non odi?

ARTEMONA. S'io verrò, tu mi vedrai. Calonide, buon dí.

CALONIDE. Dio ti contenti, Artemona. Tu hai una buona cera. Buon pro ti faccia.

ARTEMONA. Cosí dice ognuno. Ma non lo credo lor, ché le mie gambe mi dicon quel ch'io son.

CALONIDE. Di', per tua fé: come la fai con gli anni?

ARTEMONA. Oh! bene, bene: ché passan via che non li veggio a pena; e mi fan cosí buona compagnia ch'altro dolor non ho sempre nel cuore se non che non stan meco o ver, partiti, non ritornan mai piú.

CALONIDE. Questo intraviene a tutti. Che hai di nuovo?

ARTEMONA. Io ci ho sol questo (e son venuta a posta per saperne da te la veritá): ho inteso dire c'hai spedito giá a fatto la faccenda di Lúcia tua; benché non posso crederlo, per quel che mi dicesti ultimamente che non volevi farlo, inteso pure de la persona la condizion trista. E tanto piú ch'io dissi che quell'altro volea pensarci e che potrebbe stare, a quello ch'io vedeva, che, a la fine, se l'avesse sposata. Or ti risolvo ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data, fa' ch'io lo sappi.

CALONIDE. Io te lo dissi, allora, che non s'è fatto nulla di Filocrate né s'è per far; ché, se mi ritornasse carico d'oro, non glie la darei. Poi ti dico de l'altro: che non voglio che noi pensiam tant'alto, perché poi non ci venisse come quella fola di colui che voleva andare in cielo con le penne di cera.

ARTEMONA. Non fai nulla, se guardi a queste cose. Tu sei savia. Sappia pigliare il tempo: ché i partiti sono oggi scarsi.

CALONIDE. Ascolta. Non vorrei che si dicesse, poi, che avessi fatto, per fargliela pigliar, qualche malia o qualche tratto che non fosse onesto; perché sa ben ciascun quanto in fra loro sono i gradi ineguali.

ARTEMONA. Lascia a lui pensare a questo; ché a te non sta male, s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi; e lascia dir ciascun.

CALONIDE. Di' che mi parli e qualcosa sará. Ma voglio prima ben consigliarla.

ARTEMONA. Questo fie ben fatto. Cosí son per ridirgli. Poi, dimane, vedrò che venga in qua.

CALONIDE. Come ti piace. Deh! prega Iddio per me che questa cosa si faccia, se fia il meglio.

ARTEMONA. Sempre io 'l faccio.

CALONIDE. Piglia questi duo soldi.

ARTEMONA. Dio vel meriti e san Francesco. Tu ci sei pur giunta! Non ti varrá il consiglio e l'orazioni, ché l'avrai in barba. Bisogna cervello, in queste cose! Ora qui non manca altro se non ch'ei venga qua duo volte o tre e sappia governarsi. Io penso un tratto. Non passò ancor duo giorni.

SCENA IV

Filocrate, cognosciuto il suo errore, esce vestito di sacco predicando ed, in penitenza del suo fallo, dilibera andare a San Iacopo di Galizia; ed è da Pilastrino e Fileno beffato e straziato.

FILOCRATE vestito di sacco, PILASTRINO, FILENO.

FILOCRATE. Troppo tardi, lasso! sí grande errore ho cognosciuto. Noi, che siam nati a la gloria del cielo, lasciarsi al senso, che è de la ragione nimico, involgere in sí brutta vita! Divota gente, anime benedette, populo eletto, in fin che Dio ne lascia il tempo a farlo, tornate, vi priego, a penitenza. Riguardate tutte le cose inferiori; e troverete esser la corruzione e annullazione il fin di loro. Volgetevi poi a le parti de l'anima; e vedrete, con ragioni e per pruova, essere eterna fatta da Dio sol perché fosse erede del ben suo eterno.

PILASTRINO. Ecco! Ve' un nuovo pazzo!

FILENO. Da poi che 'l mondo fu, fu pien di matti, da que' duo primi matti. Or tutti quanti par che d'ogni paese piovin qui per influsso di cieli.

PILASTRINO. Quanta gente li corre dietro! Mi fa ricordare quando la Mannarona uscia di casa. Deh! che possiate diventar civette! Guarda che furia!

FILENO. Mi par di cognoscerlo: e non so dove mi possa aver visto questo birbon.

FILOCRATE. Miseri a voi! Che vale a tal felicitade esser chiamati, se, a forza poi de lo stimul migliore, fate insieme mortal l'anima e 'l corpo come le bestie?

FILENO. Certo, io lo cognosco; e non saprei dir come.

PILASTRINO. Potria stare. È un di questi che, con bullettini ed altre truffarie c'han sempre seco, cercan del mondo. Oh! Se non par Filocrate! Guardalo ben. Quel che toglieva Lúcia. Che ti par? non è desso? Io ho a morire, tanto ne godo!

FILENO. Non può anch'essere altri. Oh pazzarone! E che è stato questo? Accostiamci ancor noi.

FILOCRATE. Io non posso altro se non, andando per il mondo a sempre sopportar caldo, freddo, fame e sete e fatiche e passar tra gl'infideli predicando la fede e sol per zelo di caritá morir, pregar per voi il Signore ed ancor per ciascun altro che è fuor di strada.

PILASTRINO. E che! Non è gran cosa! Questi non fu mai savio. Oh! co! ahuè! Sta' fermo qui.

FILENO. Che porchitá è la tua? Che aspetti? Tu lo guardi cosí forte, o Pilastrin?

PILASTRINO. Lo voglio affigurare. Li vo' toccar la man, ché siam parenti. Filocrate crestoso, hai pur rubbato la spoglia d'un saccone? e t'hai con essa vestito? A questo estremo di prudenza t'han pur condotto i tuoi ruvidi amori? Guarda che cera! Non pare il legato de la peste e la fame?

FILOCRATE. Va', fratello, a la tua via: se pur non vuoi venire di compagnia a visitare il corpo del baron di Galizia.

PILASTRINO. Oh spennacchiato! Chi vuol venire a venderci cristei! Di', malandrino! E che non t'ha voluto aprir la porta, a quel che t'è incontrato cosí brutto accidente? Oh! Sta'! Sí, sí. Or mi ricordo: l'ha giá rotta seco. Non li vòlse rispondere. A la fede, che de' volere andare al prete Ianni, per intronato, in su quella galea che s'ha da armar di frati, artieri e pazzi. E debbe anco aver buona provigione, per portar la semente degli sciochi che a lor parrá gran cosa: ché la nostra nasce di qua, senza esser coltivata, ne le case, ne' muri e ne la rena, come fa la bacicchia. Toh poltrone! Ve' se non fa 'l piagnon, che sia scannato da le zenzale! Non so che mi tiene che non ti peli quella barba schifa e lorda.

FILOCRATE. Dio ti dia cognoscimento, pazienza a me; poi che m'ha fatto degno de la sua grazia.

PILASTRINO. Dio ti dia 'l mal anno e la pasqua peggior, ladroncellaccio! Son piú omo da ben che non sei tu. Che sí, se m'accaneggi, ciarlatano, la farem con le pugna!

FILENO. Ah! Discrizione! È troppo, Pilastrin: lascialo stare. Togliamcene, piú presto, un poco spasso.

FILOCRATE. «Apparecchiate la strada al Signore», diceva il gran Battista nel diserto, per convertire ogni selvaggio core e, con la penitenza, farne aperto il buon sentier che giá l'antica gente chiuso n'avea facendol duro ed erto. Quale è donna di voi che non si pente e non rompe nel cor durezza tanta ch'altrui in vecchiezza poi suol far dolente? Rompete il ghiaccio che d'intorno ammanta i freddi petti; e di pietá s'accenda l'alma, ch'Amor vi faccia lieta e santa. Ma veggio che convien che altra via prenda; ché 'l predicar fra duri sassi e tigre non è possibil che mai frutto renda. Alme gentil, non siate al ben far pigre.

PILASTRINO. Guarda se 'l cielo è giusto! Io so che questi, tra 'l non aver danari e tra l'amore, si trova fatto, e in cosí poco tempo, uomo da ben. Ghiottone, scelerato, c'hai qui gabbato il boia che a la forca t'aspettava col diavolo! Or vuoi andare per il mondo e gabbar Domeneddio e gli uomini?

FILENO. Troppo è; lascialo andare. Che pensi guadagnar da un simil pazzo? Torniamo in piazza.

PILASTRINO. Non ti potrei dire che voglia m'è venuto in cima a l'unghie di dare a sto poltron pien di peccati una man di punzoni! Ma non voglio, ora che sono acconcio, ruinarmi. Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto o pure un gran signor? Parti che sappia, quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci e farci gioco al vulgo? I premi, poi, son le crocce, la paglia e 'l boccalone. Ecco Artemona. Addio.

FILENO. Va' pure. Amore? Certo, non veggio in questa nostra vita pazzia piú chiara o vergogna e ruina piú evidente. E, per gli uomini savi, s'avria solo a fuggir la dolce entrata: ché, come ci siam dentro, è poi l'uscita assai piú stretta ed erta che non fu quella del laberinto. Ché di questo alcun non n'uscí mai per forza o ingegno di filo o di spaghetti.

SCENA V

Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo amore che sono circa il mangiare e il bere.

PILASTRINO, ARTEMONA.

PILASTRINO. Sai per sette. Sempre ho sperato in te.

ARTEMONA. Omai la cosa passa per suoi piè.

PILASTRINO. Saresti donna da governare Stati. Ma vorrei, quand'hai guarito tutti gli altri amori, che dessi ancor qualche rimedio al mio a cui fei don di me fin ne le fasce; ed è quel che mi strugge e fa beato solo a pensarvi.

ARTEMONA. Fa' ch'io sappia il tutto e lascia fare a me.

PILASTRINO. È un gran signore: ch'altro che di pensier la vita nostra nutrisce; ed a sua posta la dilegua, mal grado nostro.

ARTEMONA. Séguita, ch'io t'ho...

PILASTRINO. Non è 'l mio, come il loro, una fraschetta che non vede e non ode e porta l'ali per fuggirli di man, quando gli ha dato qualche percossa; né porta saette o dardi da impiagar; né a' suoi suggetti porge se no piacere; e dentro ai petti non mette fuochi o fiamme; anzi, egli stesso le vuol soffrir, per non le dare a noi. Cosí le morti, i martíri e i dolori, per dar vita a noi altri, egli sopporta: onde, s'io l'amo!

ARTEMONA. Non dir piú: t'ho inteso. Il tuo amore è 'l boccale.

PILASTRINO. Tu l'hai detto: con la minestra e la carne e la torta e tutti gli animai, gli uccelli e pesci e ancor con tutte le manifatture de l'arte di cucina. Parti ch'abbia perduto il senno, come soglion gli altri innamorati?

ARTEMONA. Tu sei troppo savio. Ne son teco, di questo. A dire il vero, io truovo un gran piacere nel mangiare e nel ber ben.

PILASTRINO. Perché tu hai cervello. Uno ignorante non sappria parlarne. Questo è l'amor divino che i dottori dicon ch'è cosí santo.

ARTEMONA. Di', di grazia: ché, se fosse cosí, vorrei provare a fargli qualche voto.

PILASTRINO. Vorrei dirti prima l'antica sua genealogia. Ma saria cosa lunga.

ARTEMONA. E come è fatto? di cera?

PILASTRINO. Non ne vidi mai ritratto: come intraviene ancor di molti idii che fanno il grande e non si mostran mai in forma alcuna. Ma, se noi vogliamo far giudizio di lui come si debbe, lo trovarem cosí dolce e soave e sí perfetto che giudicherai ch'in ciel sia la sua sedia sopra Giove, non che a quel loro, ch'è lá sú un ragazzo, uno schiavetto.

ARTEMONA. Non si può dir contra.

PILASTRINO. Se non fosse un noioso, un fottivento, non faria quel che fa. Se fosse grande nel ciel, com'essi dicon, non sarebbe ingiusto, instabil, fraudulente, iniquo, micidial. Ma fa un ritratto a punto da quel ch'egli è. Non troverai solo uno che si doglia del nostro e si lamenti ch'egli li strazi: come sempre loro, con tanti pianti.

ARTEMONA. Sí; ma quando, poi, siam ben pasciuti, in noi manca l'amore e 'l desiderio de la cosa amata. Ed in loro è il contrario.

PILASTRINO. E cosí in me: perché son com'un sacco senza fondo; ché, se 'l Ren fosse vino o ver minestra, io mi torrei a sorbirlo tutto a un fiato a la tedesca.

ARTEMONA. E come a la tedesca?

PILASTRINO. Non m'hai veduto mai bere a la botte, pisciando a un tempo? ché, in un sesto d'ora, ne bevrò tanto che a l'uscir lo vedi negro come a l'entrare. A queste sere, con un soldato che m'alloggia in casa vinsi, giuocando a questo, dieci corbe d'un buon trebbian.

ARTEMONA. Debbe essere un bel giuoco. Ma 'l vino è troppo caro. Oh bella cosa! Almen non s'ha passioni, in questo amore, né pianti né sospiri.

PILASTRINO. Sento tutto appunto come loro: benché mai non abbia aúto voglia di morire, com'ogni or dicon essi.

ARTEMONA. Di': in che modo?

PILASTRINO. Prima, non è mai stato al mondo alcuno verso l'amata sua sí forte acceso quanto son io: perché, se è il lor d'un mese, d'un anno o dieci, io giá son quaranta anni che lo portai del corpo di mia madre; perché nacqui con esso e i nostri antichi tutti, in millanta gradi, sono stati perduti in questo.

ARTEMONA. Questo omai si sa.

PILASTRINO. E benché, qualche volta, di goderla abbia qualche contento, provo spesso l'amare pene, gli affanni, i martíri, i travagli e l'angosce, che, non solo non prova innamorato, ma pur donna, s'è sopra a parto, non gli sente tali, quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora senza entrare in cantina.

ARTEMONA. Io te lo credo.

PILASTRINO. Le contentezze, le beatitudini e le gioie e i piacer gusto ne l'anima, e nel corpo a un tempo, quand'io vado a mangiar con qualcuno ove si trovi la mia padrona.

ARTEMONA. Questi son buon punti. Mi pari un Salamon. Saresti buono a leggerne in iscranna.

PILASTRINO. E poi le fiamme ardenti, che loro han sempre nel cuore, sent'io spesso per tutto e, qualche volta, in modo ch'io ne sudo e bagno tutta la camiscia e le brache, quando posso pigliar, sotto le volte, al magazzino, la grazia di san Paulo con quel greco ch'io bevvi l'altra sera.

ARTEMONA. E, per ventura, debbi veder tutti quegli animali, aspiti, bisce, tarantole e serpi, come se fossi in banco.

PILASTRINO. Bene spesso. M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo come la neve al foco e al vento nebbia, s'io sto, l'inverno, che non magni sempre e mi scaldi col vino.

ARTEMONA. Siam piú d'uno.

PILASTRINO. Io, finalmente, come fanno loro, esco di me, divento furioso, divento povero e cosí ridiculo. Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano, con ogni studio, per la cosa amata (il che il piú de le volte gli intraviene), venir mendíci; io sono stato sempre e, s'io non era savio, sarei ancora per l'avenire. E in tutte queste cose sento dolcezza. E tanto piú, se sono in quelle fiamme, in quei caldi che pare che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli aperti tutti, com'un frate santo, e gli angeli suonare. Io canto e ballo. E poi mi par ch'io cado giú a ruina in un rio fresco fresco che talvolta (ti dico il ver) mi fa di contentezza pisciarmi sotto.

ARTEMONA. Questo l'ho provato piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro che bere il vin senz'acqua.

PILASTRINO. Non fa male a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni, ché ne potrei contar piú di trecento millia novanta dodici. E ben spesso mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo sotto una scala o in cánova o in cucina o sotto un desco; e poi non mi ricordo se andai la sera al letto o se vi fui portato da qualcuno. E sí mi pare aver sognato le piú nuove cose del mondo! Cosí loro ancora abbracciano il loro amore in sogno e di poi, desti, non fan che lamentarsi. Dice l'uno: --Beato insogno!--e, di languir contento, d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola d'un dolce pianto...

ARTEMONA. Ah! ca! A quanti intraviene!

PILASTRINO. Dunque non mento. L'altro chiama il cielo crudel che in quella tanta dolcitudine non l'ha fatto morire o ver concesso di non destarsi mai. Cosí facc'io, se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto. Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre in quello stato. Ma poi, come indugio ogni poco, incomincio a sentir dentro gli asprissimi dolori de la fame: ond'io mi adiro e squarto e maledico; e, se pur sono in luogo che non possa farlo forte a mio modo, da me dico la messa piana, come ne l'incanto faceva Girifalco. Ma vo' dirti. Sento un sonno assalirmi che non posso tener piú gli occhi aperti.

ARTEMONA. Sí: t'ho inteso. Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo, ch'era cotto a l'usato.

SCENA VI

Crisaulo, avendo parlato con Calonide, le promette ultimamente di sposar la figliuola e si fa conceder da lei di dirle duo parole: le quali, come poi si vedrá, fûrno di sorte che egli ottenne per quelle, la sera medesima, quanto desiderava.

CRISAULO, CALONIDE.

CRISAULO. Io ti ringrazio de l'affezion. Ma vegnamo a la fine. Piú volte abbiam parlato; e cosí Artemona t'ha detto la mia mente. Or ti concludo, e dico espresso, se ne sei contenta, ch'io sono in ogni modo risoluto di tôrla per mia donna e di sposarla: ché altro non truovo, al fine, in questo mondo che contentarsi; e so che può di lei contentarsi ciascuno.

CALONIDE. Io t'avea dato, figliuol, tempo tre giorni, ché potessi pensarvi bene; perché queste cose so come vanno e questo grande amore non dura sempre. Ma, poi ch'in te veggio cosí gran desiderio, non mi pare di poterti mancar; ma ben cognosco quanto sconvenga a te tôrre una donna sí poverina.

CRISAULO. Queste son parole. Piú robba o manco, non ne faccio stima; ché le ricchezze e i ben de la fortuna, per se istessi, non dan nobiltá. Cerco una donna che sia ricca e nobile di costumi e virtú; di che son certo quant'ella è ben dotata. Ma vo' prima che mi conceda (pure in tua presenza) ch'or io le dica qui sol duo parole; perché voglio saper ben la sua mente prima ch'altro si faccia.

CALONIDE. È bene onesto.

CRISAULO. Potrai star tu da canto; ed io da lei vo' quest'ultimo sí: poi, fra duo giorni, farem le nozze.

CALONIDE. Ti vo' contentare. Ma promettimi, prima, non dire altro che cosa onesta.

CRISAULO. Hai in me sí poca fede?

CALONIDE. Orsú! Entra in casa.

SCENA VII

Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo alcune contese, pur si dispuone a fare.

TIMARO, PILASTRINO, CRISAULO, FILENO.

TIMARO. Olá! Non c'è nessuno? So ch'io gli sveglierò o che la porta anderá in terra.

PILASTRINO. Chi è giú? Corri al fuoco, impazzato! Son fatte le limosine. Che cerchi tu?

TIMARO. Non gridar di lí, boia! Deh! scendi a basso.

PILASTRINO. Tu vuoi pur la baia! Che dimandi? ché vo' tornare al letto. Che discrezione!

TIMARO. Vedi u' son condotto! Cerco di Pilastrin.

PILASTRINO. Mi par che uccelli la fava. Non mi batter piú la porta. Debbi essere ubbriaco.