I tre tiranni Commedie del Cinquecento
Part 5
LÚCIA. Non si puote con lor cognoscer tanto. Ma vedrai ch'io vo', per l'avenir, mutar costume e fuggirgli da lunge: perché, poi, non si può far di non prestargli fede o in tutto o in parte; tanto piú che quello che noi vorremmo crediam facilmente. Ma dimmi brevemente un'altra volta come facesti.
FRONESIA. Ti par duro a crederlo? Dico che giá l'avea cercato alquanto quando intervenni esser fuor di Bologna duo miglia. Ed io v'andai; ma, quando giunsi appresso al luogo, ch'era una capanna, mi venne incontra, forte borbotando. E, quando mi cognobbe, a presti passi tornava a dietro. Ed io forte 'l pregai che si fermasse, ché da parte tua li voleva parlare: onde si volse e disse tutto quel che giá t'ho detto, con arroganza; e, in presenza d'alcuni, ci minacciava.
LÚCIA. Ti prometto certo che m'è sí uscito de la fantasia che non li son mai piú per voler bene, se vivessi mill'anni.
FRONESIA. Hai da sapere che è ben gran tempo che la sua natura ho cognosciuto e forse l'avrei detto inanzi che ora; ma ti li vedeva troppo inclinata.
LÚCIA. Ora, per l'avenire, forse li sarò manco.
FRONESIA. Oh! Mi facesti il gran dispetto, ier, quando gridasti con quella vecchia che trovasti meco: non per altro se non che son poi genti c'han pratiche infinite e dicon sempre de' fatti d'altri; e d'una cosa tale si laverá la bocca in mille luoghi. Ed a te non stan ben sí fatti nomi, perché sai quel che importa: tanto piú, avendoti ora forse a maritare ad altri che a Filocrate.
LÚCIA. E chi è quella? Ha la cattiva cera.
FRONESIA. Non guardare a quello: ché, se poi la cognoscessi, avresti caro che ti fosse amica; ché ha poche pari.
LÚCIA. E in che?
FRONESIA. Prima, ella cuce e fa de le suoi man quello che vuole. Fa poi profumi rari e d'ogni sorte acque e belletti. Ed ha mille secreti che vagliono a l'amore; che, se avessi, inanzi questo, aúto la sua pratica, ti avria saputo dir se pure in vero questi t'amava. Ed io, per questo solo, desiderava che pigliassi seco pratica, perché poi potresti avere da lei quel che volessi. Ma sei donna troppo di tuo cervello.
LÚCIA. Me ne incresce, a fé, d'averlo fatto; ma non puoti lasciarla dir, quando la vidi entrare in certe ciance.
FRONESIA. Non si vorria mai rompersi con altrui cosí a la prima, senza ascoltar ragion. Se non volevi sentir parlar di quel giovin, che disse volerti tanto ben, ma non devevi dirnele sí con ira; ché, se forse lo cognoscessi, ancor non ti parrebbe uom da farsene beffe; ch'egli è pure (anco che tu non vogli), in ogni cosa, altr'uomo che Filocrate.
LÚCIA. Io lo so.
FRONESIA. Parti che bisognasse usare, adunque, simil parole seco?
LÚCIA. A me sta male dare audienza a tutte queste cose, se non con quegli che m'avesser poi a tôr per moglie.
FRONESIA. Se tu avessi fatto miglior cera a costui, che sai che, al fine, non ti sposasse? Parriati star bene? Poco cervello! Come ti governi, cosí ti troverai. Segui colui ch'è venuto or villano in ogni cosa lá dove prima fu sol di costumi! Questi, ch'è giovan, bello, ricco e nobile e cosí ti vuol ben...
LÚCIA. Che ne sai tu, che ne parli cosí?
FRONESIA. Passo ogni giorno quasi dal suo palazzo e bene spesso vado sú da la madre. E, per tuo amore, sempre mi viene in contra e mi saluta e fa carezze. Ed ivi di continovo usa colei; che avrá forse giá detto di quella subbitezza.
LÚCIA. E questo pensi che l'avrá detto a lui?
FRONESIA. Forse che sí. Ma, quando ne li avesse ancora detto, farem cosí. Direm che eri adirata con la madonna, se ci torna piú; perché l'ho giá piú volte detto che eri cosí gentile. E tu, per l'avenire, non ti portar cosí perché daresti un nome attorno d'essere un gallaccio, un'altieraccia: come san poi dire, ché aggiungon sempre.
LÚCIA. È stato buon che m'abbi fatta avertita, ché, per l'avenire, ci avrò piú cura; perché veggio anch'io che non sta bene.
SCENA III
Artemona, cercando Crisaulo, si incontra in Pilastrino rivestito de' panni del vecchio scorciati e rifatti; e li dimanda di Crisaulo. E, non avendo da lui risposta a proposito, lo lascia; e, trovato Crisaulo, li dá per consiglio che dia parole a la madre di Lúcia di sposar la figliuola.
ARTEMONA, PILASTRINO, CRISAULO.
ARTEMONA. Io non so omai piú dove cercar quest'uomo. Sará andato in villa. Quel non è Pilastrin? Par diventato gentiluomo; non è piú parasito. È desso, per mia fé. Ne vien ridendo: debbe aver fatto pace col boccale. Questo è quello a cui piú crede Crisaulo che al paternostro. Oh poveretti amanti! U' son condotti!
PILASTRINO. Addio. Che fai, mia zia? Quant'è che non magnasti qualche putto? Ve' se non par la stria che, a questi giorni, si scaldò il culo in piazza per avere usato carnalmente con Lucifero! Vedi bel naso fatto a campanello! Tu sei pur tutta bella, anima mia. Ti va' donar quatro di questi fichi, se vuoi venir a stare un'ora meco al necessario.
ARTEMONA. E che vorresti, poi, pan perduto?
PILASTRINO. Vorrei farti i miei fatti, costí, nel tuo grembial.
ARTEMONA. Guarda sgarbato!
PILASTRINO. Oh! Mi vien la gran voglia, se sapessi...
ARTEMONA. E di che?
PILASTRINO. ... di sederti in su la faccia senza le brache. Gli è pur fatto a posta quel tuo nasin per farmi un argomento. Deh! vien, ti priego; ch'è piú d'otto giorni che n'ho bisogno.
ARTEMONA. Io t'ho per iscusato, ché sei ubbriaco; ché t'avrei fino ora cavato gli occhi. Dimmi, se tu sai: ove è Crisaulo?
PILASTRINO. Cosí nol sapessi! ch'è non so quanto ch'era giú da basso, in cantina, di sopra, a la fenestra, che dormiva nel letto.
ARTEMONA. Io son piú matta a parlar con costui!... Vatti in mal'ora; vatti imbriaca.
PILASTRINO. Voglio andarvi or ora. Son tanto allegro che non par ch'io possa, d'allegrezza, tenermi in su le gambe. Vedi che ho dato, un tratto, un pugno e un calcio a questa povertá, madre tignosa del freddo e de la fame e de' pedocchi. Ma non potrò durare in questo stato, ché la bontá suol sempre il fondamento esser de la miseria; e, s'io in quel punto era da bene, ora sarei mendico. Voglio mutar costumi, or c'ho la robba, e diventar un asino.
ARTEMONA. È quattro ore che t'ho cercato. Ho pensato una via e l'ho in parte giá messa ad effetto. A me par buona:...
CRISAULO. Non mi indugiar. Dillo.
ARTEMONA. ... perché veggiam che a noi sarebbe assai poter, per ora, solo avere audienza; e, se questo facciamo, il resto è nulla. E certo verria fatta, se dái ciance che la torresti tu, com'io feci oggi con la madre; e lo fei come da me. Ella, benché mostrasse di nol credere, sí volentieri par che l'ascoltasse ch'io penso che la cosa di Filocrate sia prolungata. E chi ha tempo ha vita. Che pare a te?
CRISAULO. Mi piace, se a te piace.
ARTEMONA. Ma ti bisogna molto essere accorto, in questa cosa, perché non pensassimo prender chi poi, nel fin, prendesse noi: ché anzi vorrei morir che simil cosa venisse per mio mezzo.
CRISAULO. E perché questo?
ARTEMONA. Perché bisogneria che tu facessi conto sol di fuggire o co' parenti venir forte a le mani.
CRISAULO. Io non ho cura d'altri che di me stesso, in questi casi. Pur, perché vada ben, piglia tu il modo: ch'io son per ubbidirti.
ARTEMONA. Vederemo quel che si potrá far. Forse domane io le riparlerò. Fa' d'esser savio, in dar parole, e non lasciar ridurti piú lá di quel ch'io ti terrò ammonito: ché Amore è cieco e vuol con gli occhi d'altri esser guidato e dal senno d'altrui aver governo; onde 'l fingiam fanciullo e nudo perché è cosa naturale, non trovata da noi, e alato e lieve perché 'l suo star non dura mai gran tempo.
SCENA IV
Filocrate, ritornato di fuori, vien per veder Lúcia. E, avendolo visto Fronesia da la fenestra, li va in contra, e falli un altro tradimento improviso con il quale ingannò ancora Lúcia. Per questo poi Filocrate, la sera, impazzisce.
FILOCRATE, FRONESIA, LÚCIA.
FILOCRATE. Vivace Amor, che negli affanni cresci, che dolci lacci e quai catene d'oro son quelle con che i tuoi suggetti alleghi? con quai fiamme gli accendi? e di quai pene dolcemente gli affliggi? e con quai punte gli sproni e muovi? e come, in mezzo al corso, gli affreni e stringi? Quel non sente affanni, doglie, travagli, vigilie o fatiche che a te non serve. Non gusta dolcezza sovr'ogni altra dolcezza o beatitudine chi 'l tuo mal non soffrisce. Prima l'alma lascerá queste travagliate membra ch'io possa mai (per gran ragion ch'io n'abbia) di te dimenticarmi e non mai sempre esserti servo.
FRONESIA. Addio. Sia 'l ben tornato. La mia padrona ti si raccomanda, la qual mi manda a te (perché t'abbiamo visto in fin di lá giú in piè de la strada) a pregarti, di grazia, che per ora non passi in alcun modo lá da casa, ché Demofilo è in loggia. E la cagione di questo ti vorria dire istasera a le tre ore: che tu ci venissi, ma bene accompagnato, perché forse, non istimando, interverrieti male. Cosí ti priego che tu sia contento e che torni istasera. E che sia il vero, di subito ch'io giungo in su la porta, te ne dará segnale; e tu allor volgi a dietro. Sei contento?
FILOCRATE. Son sforzato esser contento, poi che cosí, in questo contento, chi potria me sovr'ogni altro far felice e contento?
FRONESIA. Vien pian piano.
FILOCRATE. E che sará venuto ora di nuovo, sfortunato Filocrate, oltre a tante giá passate disgrazie? Iddio pur voglia che non sia intervenuto ora qualcosa che di lei insieme e d'esta afflitta vita mi faccia privo.
FRONESIA. Lúcia, buona nuova.
LÚCIA. E che mi può venire in questo stato che mi possa allegrar?
FRONESIA. Passa Filocrate. Debbe esser ritornato a l'uccelliera. Fatti a vederlo.
LÚCIA. Ah fosse pure il vero!
FRONESIA. Dico che passa giú.
LÚCIA. Guarda se alcuno è in su la strada.
FRONESIA. Non veggio persona. Io so che s'è attillato! Non par quello che vidi allora.
LÚCIA. Aimè, ben mio! Mi fosse concesso almen di venirti abbracciare, ché tanto mi sei stato, a questi giorni, nel cuore! Oh! Guarda, guarda che si volge! Vedi, Fronesia, che, come ci ha viste, si fugge? Non avranno mai fin queste tuoi scortesie? Or per prova cognosco quello che ad altrui mai avrei creduto. Tu sai pur quant'io t'amo. Ed, in dispregio de la mia vita, m'hai vòlto le spalle perché, dopo sí lunghi e amari pianti, da te non abbi un sol breve conforto di vederti almen tanto quanto, senza tua noia, il passar qui mi concedesse: come forse anca (chi sapesse il vero) t'era bisogno.
FRONESIA. Appágati di questo, Lúcia. C'è peggio.
LÚCIA. E che mi può far peggio?
FRONESIA. Volesse Iddio che cosí fosse il vero! ché sarei piú contenta.
LÚCIA. Dimmi tutto quello che c'è, se mi vuoi far piacere. Non indugiar.
FRONESIA. Questo non farò io: ché so meglio di te se sia piacere intender cose tali; e poi non voglio, per l'affezion che gli hai.
LÚCIA. Omai di questo non mi san piú per tôr passion né affanno, visto quanto in lui regni villania e ingratitudine; anzi, il grande amore è vòlto in odio.
FRONESIA. Tel vo' dir. Suo danno! Io era, poco fa, sú, a la fenestra, quando il vidi apparir lá giú lá giú. E, d'allegrezza, non potei soffrire di venirti a chiamar; ma gli andai in contra e, giuntolo al fornaio, il salutai da parte tua. Ma non patí ch'appresso gli andassi, ché mi fece un viso arcigno, come quel giorno; e, minacciando forte, parlava da ubbriacco. Io mi li tolsi dinanzi e, nel parlar che fe', mi parve sentirli dir che istasera a tre ore tu l'aspettassi, ché volea venire a punirti di tanta iniquitá e tanti tradimenti; e forse in modo (dicea) che non fara' peccati, dopo: onde mi ritornai, correndo, a casa. E tremo ancora.
LÚCIA. E questo è vero? Oimè!
FRONESIA. Cosí fosse altrimenti!
LÚCIA. E che fará?
FRONESIA. Potrebbe venir qui con una schiera di quei suoi soldatacci; e tôrti a forza e far quello che vuole e porti poi in vergogna del mondo.
LÚCIA. Oimè meschina! E che farem? Non voglio che mi truovi. Anderò a stare a casa di mia zia; e lo dirò a mia madre, poi che 'l cielo cosí dispuon di me.
FRONESIA. Non è da fare, ché non si potria poi trarli del capo qualche mal. Tu sai pur com'ella è fatta: che non vuol che lo guardi, se non quando ella è in presenza. Ho pensato un bel modo. Fa' com'io ti dirò. Va' che istasera l'aspettiamo a quell'ora; e, se 'l vediamo, voglio che tu li dica due parole come t'insegnerò.
LÚCIA. Farò a tuo modo. Ma pur che non ci tirino de' sassi, come ci veggian qui!
FRONESIA. Non dubbitare: provederemo a tutto. Andiam di sopra e ci consiglieremo. E sará buono che 'l sappia ancor la vecchia.
SCENA V
Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per andargli a sotterrare.
PILASTRINO, CRISAULO.
PILASTRINO. Addio. Rallegrati meco, Crisaulo.
CRISAULO. Di cotesti panni a la civile?
PILASTRINO. Appunto! C'è ancor meglio. Voglio che noi ridiam, se mi prometti di tacer sempre.
CRISAULO. Cosí ti prometto.
PILASTRINO. È fatto il becco a l'oca. Oh! co! co! co! Son pure allegro.
CRISAULO. Tu puoi sí crepare, ch'io non ti intendo.
PILASTRINO. Quello innamorato, quel nostro amico, mentre che aspettava che gli fosse portato la sua dea, la sera, a letto, per negromanzia, i diavol l'han portato. Ed io l'ho fatto, al forzier de' danari... Oh! co! co! co!...
CRISAULO. Oh! Dillo, un tratto.
PILASTRINO. ... la barba di stoppa. Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato la maestra e' testicoli.
CRISAULO. Ed è vero? Come non è crepato di passione, il poverino?
PILASTRINO. Se è morto, suo danno! Io so ben che sta mal, se non ha tratto le loffe al vento.
CRISAULO. L'ho pensato sempre, in questa intrinsichezza, che a la fine li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi con Pilastrini. Io so che, questa volta, tu l'hai saputa far senza mollette. Ma, a dire il ver, la ladroncellaria è troppa grande.
PILASTRINO. Sí! L'hai bello e detto! Chi non gli avesse fatto un tale scherzo, non avria mai imparato in questo mondo come si vive, quell'uomo di legno. Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi; ch'era cosí in amore omai perduto che facilmente, un tratto, da se stesso si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto di tutti questi affanni; perché penso che questo sará stato medicina a farli uscir l'amor da le calcagna. Cosí non sentirá l'amare pene che lo facevan talor dare al diavolo. E non saria gran cosa che morisse da buon cristiano, un giorno, a lo spedale; onde sarebbe stato co' danari sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi quel che dice 'l diverbio che «_de rebus que male diviserunt non gaudebis tertius heredes_».
CRISAULO. Va'; sta' pur discosto: meco non partirai.
PILASTRINO. Oh che dolcezza a maneggiar queste patacche gialle! Ne giova piú che del fuoco l'inverno e del fresco l'estate e d'un buon greco quando son riscaldato nel parlare. Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele e piú assai che 'l mangiare a la taverna e poi dormire! perché, senza questi, quel paradiso è chiuso e ne intraviene com'a' viandanti, ne' tempi di peste, senza la fede. Io non vorrei qui, ora, il piú bel cul che mai mostrasse augello pelato ne lo spiedi o ver di donna vergine abbracciamenti. Questo è degno piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile che mi fa tutto qui struggere in oglio. Or non mi meraviglio se quel vecchio tanto è vivuto piú che non deveva senza mangiare o ber; perché mi penso che si pascesse d'esta dolcitudine, come farebbe ognun.
CRISAULO. Guarda che in te non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo, non ti faccin morir con un capestro: ché sai ben che a la fin...
PILASTRINO. Tu hai poco ingegno. Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola. Or credo ben che quel Giupiter, Giove, quando s'innamorò, si rivolgesse in questa forma. Guarda gran fatica ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse! ché, se fosse la Morte inorpellata con questo, gli anderia dietro ciascuno né sarebbe secura nel suo regno. Ch'altro è vedere una gran verga d'oro che 'l viso d'una donna! E questo il pruova: che veggiamo adornarne un lucernaio e parere una sposa.
CRISAULO. Altro non s'ama, oggi, altro non s'onora; e saria degno di tanto onor, se non avesse seco sempre tanto di amaro e tante pene e tante passioni.
PILASTRINO. Io voglio ire ora a sotterrargli, che non veggian mai piú l'aria: perché gli è d'una natura che a chi non l'ama sbudellatamente s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale; al ritornar, di poi, ne vien gottoso, vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte, siam morti prima che di nuovo a noi sia ritornato.
CRISAULO. Non è giá possibile che 'nsieme con amor non venga a pari la gelosia. Chi l'avria mai creduto che, a questo modo, in fine a Pilastrino, sol per aver danar, divenga avaro? Oh! Va' pur lá.
ATTO IV
SCENA I
Filocrate viene a tre ore, accompagnato, per parlare a Lúcia, la quale li dice, per consiglio di Fronesia, una gran villania; ed egli, per il non sperato tradimento, divien furioso.
FILOCRATE, COMPAGNI, FRONESIA, LÚCIA.
FILOCRATE. Fatevi qui da canto, appresso al muro, ché non diam sospetto a chi passa; e guardate bene intorno, se vedeste qualcosa; e fate solo quel ch'io farei per voi.
COMPAGNI. Sí; va' pur via. Non ho paura ch'abbiamo istasera a insanguinar le spade. Anzi, son certo che potrem far l'amore a la sicura, qui, con questi pilastri.
FRONESIA. Hai gente teco?
FILOCRATE. Sí ben.
FRONESIA. Fatevi tutti insieme in qua.
FILOCRATE. Visch! Si vuol pure far desiderare. Or siam qui tutti.
FRONESIA. Sta', ché vien. Son qui.
LÚCIA. Filocrate, odi. Tu hai fatto bene a venir qui stasera; ché, in presenza di questi tuoi, voglio che interamente sappia l'animo mio: perché, forse con danno tuo, non cresca in quello errore ove sí bruttamente or sei perduto. Mi sono accorta del tuo scelerato e disonesto amore; e, se non fosse che a me starebbe mal che, per mio conto, venissero omicidii, non sarei tanto indugiata che di tale ardire fossi punito sí come tu merti: ché poco mi costava. Or questo è 'l tutto. Ti priego forte (e cosí ancor da parte di mia madre perché cognosce anch'ella l'animo tuo villano) che tu lasci e ti rimanga di passar di qua ed al tutto ti levi de la mente di avermi piú per donna o per amica. E quando, seguitando la tua via, non faccia conto de le mie parole, se ben sei un furfante, un sciagurato, farem che tu cognosca l'error tuo in qualche modo. E la cagion di questo, essendo un ladroncello come sei, meglio di me lo debbi saper tu, con questi tuoi; ché volevate insieme menarmi via.
FILOCRATE. Che dici, Lúcia cara? Odi. Hoti fatto forse dispiacere a venir qua? Non voglia usar tant'ira con me tuo servo.
LÚCIA. Abbrevia queste ciance. Toglimiti dinanzi.
FILOCRATE. Ah scelerata! fonte di tradimenti! intero albergo d'iniquitá! femina ingrata e rea! insolente ubbriaca! Questo è quello che mi volevi dire, in ricompenso de le buone promesse che fino ora m'hai sempre dato? Ah sfacciata! che mai ad alcun tenderai sí fatte reti. Questo è 'l buon merto (ah scelerata Circe!) del mio servir? Lasciami, te ne priego, far sí giusta vendetta e che tal peste togli a davanti a chi, non cognoscendo com'io fosse per essere ingannato... Lascia! lascia! ché questo non è 'l primo. Non ti varranno...
COMPAGNI. Resta! resta! sta'! Tienlo. Non odi? Toglili quell'arme. E che volevi far? Poco cervello! Pórti con una...
FILOCRATE. Lascia, oimei! ché vo' sfondar quell'uscio e le fenestre. Stelle crudeli, e che vo' far di questa mia vita? State un poco. Aimei! Son morto. Non mi menate via.
COMPAGNI. Vien: non gridare. Piglial di lá. Sú! Ben. Con manco strepito che si può. Zitto!
FILOCRATE. Taci, taci, taci! Leva, leva! Ognun corra ai malandrini. M'avete assassinato. Ah traditori! E dove mi portate? Lascia qui. Non è la tua. Non mi legate stretto, ché non voglio fuggire. A le prigioni, ah? Morrò pur dunque, un tratto, e farò sazi quegli avoltori ch'entro il petto ogni ora pasco col core: anzi, una donna; io mento: una fera crudele. A quanto strazio m'hai riserbato, Amore? Anzi, son morto. Dico che no. Ah! Cecco di Bertella, aiutami, che sia scannato a brenti! E tu, Giannosso, che sia scorticato! Chi l'avria mai creduto? A questo modo mi lascian stracinare a la famiglia. Deh! Lasciami spogliar; to' questi panni; non li vo' piú. Son diventato un altro. Voglio volar. Lasciami questo braccio, ché mi vo' gittar giú da quella torre. Odi, fratello. Deh! Va' di' a mia madre che or ora sono stato assassinato e che, s'io campo...
COMPAGNI. Sí, camperai bene. Non ti pigliar pensieri. Entriamo in casa. Poi che è cosí, facciam che si confessi anzi che venga a peggio.
SCENA II
Avendo sentito Pilastrino romore ne la strada, che erano i compagni di Filocrate che lo portavano a forza a casa, esce in camiscia fuori e fugge: dubbitando che non sia Listagiro preso da la giustizia.
PILASTRINO.