I tre tiranni Commedie del Cinquecento

Part 4

Chapter 43,622 wordsPublic domain

LISTAGIRO. Orsú! Tien questo a mente. Tu déi venire, anzi che passi troppo, al desiato fin d'una tua impresa: e fia per la virtú di duo pianeti le cui opposizion debbon pure ora mancare al fin di questa nuova luna. E le cose che son giá lungamente desiate verranno a buoni effetti. Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti. Ma ho detto appunto.

PILASTRINO. Basta. È da vantaggio. Diamo una volta in piazza.

GIRIFALCO. Io non potrei, maestro, ringraziarti a la metá di quel che...

LISTAGIRO. Lascia andare or le parole. Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni di tanta sua virtú.

PILASTRINO. Studia la cena.

GIRIFALCO. Non furia, Pilastrino, perché Orgilla mal può sola conciar tante vivande quanto comprasti.

PILASTRINO. Avresti da allegrarti e tenerti felice, che ho provisto robba a bastanza: ch'io ti so dir certo che t'avremmo mangiato al manco mezza cotesta tua giubbessa in su le spalle e da mano e nel petto; che sarebbe com'un presciutto appunto.

LISTAGIRO. Oh! co! co! co! Tu mi farai crepare. E la berretta? Non n'hai fatto menzion. Che par caduta nel catin de la morca di dogana e sarebbe bastante a cento frati de l'Osservanza a condire un minuto di duo caldaie.

PILASTRINO. Quel si ci intendeva.

SCENA IV

Artemona, parlando da sé, mostra di aver parlato a Lúcia ed aver ricevuto da lei villania; e, in questo, truova Fronesia che cercava di Filocrate. E, partitesi l'una da l'altra, Fronesia si pensa di non cercar piú Filocrate ma fare, in favor di Crisaulo, uno inganno a Lúcia.

ARTEMONA, FRONESIA.

ARTEMONA. Che farai, vecchia? Vuoi dare a Crisaulo questa cattiva nuova? Io veggio certo che non si fa per te. Gliel dirò pure; ma in destro modo. E vo' veder s'io posso farlo suonar di qualche bolognino per riavermi di quella paura che m'ha fatto colei. E, se non sono al cane adesso, non ne vo' quattrino; che mi farebbe far senza disagio mille miei faccenduzze. Ecco Fronesia. Non par quasi turbata punto in vista. Debbe averla istimata forse anch'ella, com'ho fatto io. E dove, cosí in furia? Come andò poi la cosa?

FRONESIA. Eh! manco male. Ha fatto pace meco.

ARTEMONA. Lo sapeva; ché non fu mai tempesta che durasse. Io t'arei da insegnar come hai da fare che questo toro ti divenga agnello, se potessi fermarti.

FRONESIA. Non è tempo, ch'è troppo tardi. Ci vedrem dimane. Non voglio piú cercarlo, poi che ho inteso ch'è fuori in villa e non si sa pur dove. Onde avrò luogo di fare un bel tratto in favor di Crisaulo e far mio sforzo di cavarneli al tutto de la mente: ché, infin che sta cosí, non è possibile che pensi ad altro; ché noi donne sempre pigliamo il peggio. E, se fia suo marito, sendo pover di robba e di parenti, faranno amendui insieme i stentolini ed a me sará forza procacciare altronde il pan. Ma se, per opra mia, venisse in mano di Crisaulo ricco, so che gran doni non mi mancherebbono. E, se piacesse a Dio che la sposasse, sarebbe ella felice ed io, contenta, me n'andrei seco. E di tutta la casa sarei donna e madonna; e con alcuno di quei bei giovanotti servitori mi starei qualche volta a sollazzare; e cosí lieta sguazzerei il mondo. A la croce di Dio, che è ben pensata! Diman voglio trovar la vecchia e seco consigliarmi di questo; e che pensiamo qualche malizia nuova.

SCENA V

Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di Fileno suo servo fedele, ritorna.

ARTEMONA, CRISAULO, FILENO.

ARTEMONA. Io non pensava piú di trovarti.

CRISAULO. Eccomi qui. Che nuove?

ARTEMONA. Cattive e dolorose.

CRISAULO. Aimè! Son morto. Contami il tutto.

ARTEMONA. Eh! Non cosí cattive che nochin con effetto, ché vedrai che te la vo' domar; ma, per adesso, si mostra aspretta.

CRISAULO. Sará tanto, al fine, ch'io ne morrò. Dimmi come è passata, di punto in punto.

ARTEMONA. Oggi vi sono stata: e la fante mi la ha fatto parlare, sotto quelle camicie; ed io da lunge mi mossi per ordir la buona tela. Ma costei se n'accorse nel principio: onde mi colse ben, ché è gran ventura ch'io ne sia ritornata senza offesa. Ma ancor, per questo, non aver pensieri; ché, anco che crepi, le vo' trar del capo la bizzarria.

CRISAULO. Ben l'avev'io pensato: ché la cognosco per la piú crudele, la piú ingrata e scortese che nascesse mai sotto il cielo. Ahi lasso sfortunato! Questo è 'l buon guidardon di tanta fede? Deh non foss'io mai nato!

ARTEMONA. Taci, dico. Ascolta.

CRISAULO. Sí, s'io posso: ch'io mi sento mancar l'anima dentro. Ma che fia? Dopo tanta miseria, al fine, un giorno verrá pur lieto e, dopo tante morti, una che mi trarrá di questi affanni. Questo s'acquista.

ARTEMONA. E va'; riserba altrove tanta disperazion: ché, se sapessi il lor cervello come è dentro fatto, com'io so giá per mille, non potresti se non sperar. Ti giuro, sopra questa anima peccatrice, ch'io la tengo piú sicura che s'io l'avessi in casa. Ché, a dire il vero, non è cosa al mondo sí varia e ad ogni vento tanto mobile quanto è la mente lor. Nulla è si stabile in lor che non si muti poi col tempo e con ingegno ed arte.

CRISAULO. Io ben lo provo. Orsú! Vo' che mi dica che ti pare che abbiamo a fare; e cosí governarmi, se per me si potrá.

ARTEMONA. Non ho tempo ora, ché ti direi una mia fantasia sopra di questo; ma ci voglio meglio pensar. Lascia, ch'io vengo infra duo giorni con qualche aiuto. Fa' che, in questo mezzo, tu non ti pigli affanno.

CRISAULO. Iddio volesse che lo potessi far!

ARTEMONA. Fa' di sforzarti.

CRISAULO. Deh! Perché non poss'io tante parole formar col pianto o, co' sospiri ardenti, dar tanto di valore a questi venti che al cielo ancor de l'acerbe mie pene giunga pietade? Ché giá qui mi pare ch'ogni cosa mortal meco s'attristi, meco pianga e sospiri e mostri in vista di compassion sembiante; se non quella che sol desia vedere in mezzo agli anni quest'alma spenta. E giá condotta è a tale che poco manca che sí dura vita non abbandoni e si ritorni ignuda al suo Fattor.

FILENO. Caro padrone, affrena questi tuoi pianti. Tu vuoi pur far lieti i tuoi nimici e noi sempre tenere, miseri, in duolo. Se non vuoi aver cura a te medesmo, abbi almanco rispetto a noi; che piú t'amiamo e piú nel cuore abbiam le tuoi passion, gli affanni e pene che piú ci affliggon che le nostre istesse. Prendi questo leuto; e, per uscire di tanto duolo, fa' che suoni e canti qualche canzone allegra.

CRISAULO. Altro non posso cantar se non di quel che dentro il cuore mi muoverá.

FILENO. Sú! Non star piú; ch'io senta.

CRISAULO.

MADRIGALE

Non vedrá mai queste mie luci asciutte, in alcun tempo, il cielo né l'alma de le dolci fiamme spenta per fin ch'ella si spogli, lieta, del mortal velo, lasciando il corpo e l'amorose lutte. Alta luce, che accogli l'anima ch'è contenta in cosí dolce foco arder mai sempre, con meno amare tempre scorgi l'alma che è giunta all'ultim'ora; poi che, morendo, ancor t'ama ed onora.

FILENO. Ah! Tu sei pur di bello in su la grossa! Oh! Che canzone è quella, da cantare il dí de' morti!

CRISAULO. Ahi! Luce di mia vita, che al cor lasso di sí dolci pensieri fosti esca un tempo, altro or da me non vuoi che pianto e morte. È venuto omai l'ora. La ti do volentieri.

FILENO. Aimè, padrone!

CRISAULO. Io passo. Potrai dirle tu con vero ch'io son morto per lei.

FILENO. Timaro, corri; porta aceto rosato e malvagía e confessioni. Aimè! ch'io tremo tutto, ché 'l padron si vien meno. O sommo Iddio, chiunque puoi col sol benigno sguardo al mio caro signor porgere aita, deh! muovati pietá, se quella solo ne gli spirti celesti vive e alberga; né vogli di sí cruda e acerba morte di chi piú che sé t'ama e sopra a tutti li iddii t'onora esser cosí cagione. Ma, se pur questo fosse in suo destino e 'l ciel cosí dispuon che Amor questi occhi lassi chiuda piangendo, a te mi volgo (se feci mai perché benignamente merti d'essere udito) che nel cielo sei piú potente, Amore; e sol ti priego che pria mi facci de la morte dono (ch'io te la chieggio in grazia) che ciò segua: ché assai piú amara e piena di spavento questa mi fòra e quella men dogliosa, lasciando in vita lui.

CRISAULO. Che fai, Fileno? Mi pare aver sentito apparir, dentro ne le tenebre mie dell'intelletto, luce d'immortal guardo che gli oscuri e dogliosi pensieri in parte m'abbia riconfortato. E m'è venuto in mente, quando si truova un poverino ignudo, nel tempo de le nevi, essere, in luogo diserto, sí aggelato che giá l'alma si sia partita, pur restando alquanto nel cuore ancor del caldo naturale, che, venuto un allegro e ardente sole, li porta, insieme con un dolce caldo, la vita giá perduta.

FILENO. I caldi prieghi sono stati, signor, che ho qui, piangendo, porti a quel Sol che col suo divin raggio sempre ti può far vivo.

CRISAULO. Non fia mai in me dimenticato tanto amore. Anzi, per fin che sará questa vita meco, l'avrò con gli altri tuoi infiniti buoni uffici nel cuore.

SCENA VI

Pilastrino, avendo cenato col vecchio, esce ebbro di casa: e, caduto di contra a la porta di Crisaulo, la famiglia sua esce fuori con arme dubbitando di romori.

PILASTRINO ebbro, FILENO.

PILASTRINO. Oh! oh! co! co! Sta', sta', ch'io vengo. Ohu! Sú! sú! Listagiro, corri, ché la casa trema, ca...cade. Lascia, lascia 'l vecchio, ché affumma tutta. Oh! co! co! Ve' ch'io 'l dissi. Eccola in terra. L'addovinai pur. Leva! leva! Lasciami spegn...gne...gne...gner quel mocchilone. Addio! Sta' sú, Pilastrino, in su la persona. Te n'hai fatt'una ben...ben...buona, a raso canale. Oh! Stammi cosí bene allegro. Sí, sí, gli è buono: ch'è piú dolce ch'essere in su la pancia (oh che dolce morire!) d'una vitella cotta col formaggio; ch'è piú dolce che 'l mele. Oh! Cosí vogliono esser gli uomini li...liberali! Ohu! oh! co! Guarda come gira ben...bene il tetto in su la piazza! So, so che nol farebbe Iddio che non ci sia qui al mulin di Bertaccio. Sta', sta', che viene. Eccolo. Véllo. Sta' pur fermo. Non mi ti accostar, ché son troppo stanco. Ecco lí quan...quante belle donne! Se non mi pare 'l bor...boor... borgo nuovo! Leva! leva! fugge! oh! fugge sotto, ché 'l ciel ca...casca! Ve' che 'l camino arde in cu...cucina. Sú! Leva la torta. Ve' che mi struggo tutto, ahuè! d'ambascia. Oh! S'io non pagassi un pan unto, qui, il letto de la Gnesa, tan...tanto mi vien sonno! Oimè! come mi duol lo stomaco ne le budella! Ve', lá giú, quan... quante pecorelle! Vo' saltare anch'io e ballar d'allegrezza. Lasciami appoggiar prima con la persona. Chiocciola marinella, cava fuor le corna. Oh potta di santo...! Par ch'abbi la febbre, cosí mi bolle il fegato! Oh! Bogli bogli, calderon, per dispetto del tuo padron. Oh! co! S'io mi reggo d'allegrezza, ch'io diventi speziale o sbirro. Lascia ch'io fornisca questa, e vengo. Streppiti e calderoni, ch'io li ho impegnati. E viva la ca... Sta', non mi dar la spinta. Eccomi giú. Oimei, c'ho rotto dentro! auhè!

FILENO. Chi è quello? Timaro, chi è lá? Senti? Chi grida? Che romore è? Che vuol dir, Pilastrino? Tu non rispondi? È morto. Aiuto, aiuto! Arme, arme! Fuori! ché gli è stato morto, qui, Pilastrino. Accennami col dito se ancor sei vivo.

PILASTRINO. Oh! oh! oimè meschino!

FILENO. Non c'è mal, non c'è mal.

PILASTRINO. Ben... ben sapeva ch'oggi m'avea a venir qualche disgrazia. S'io campo, faccio voto di vestirmi pinzocora del terzo ordine. Oimei! oh! che m'esce il fiato.

FILENO. Guarda lá gaglioffo! Forse ch'io nol pensai che gli è ubbriaco, questo impiccato? M'era giá venuto il cuor, di compassione e di paura, ad un granel di miglio. Che t'han fatto? Di', Pilastrino.

PILASTRINO. Son caduto giú da le mura de la ròcca. Oimei! Aiutami, qua giú nel fosso, fratello, ch'io moro. Vorrei la candela da benedire e ben da bere in questo affanno.

FILENO. Parti ch'abbia ben preso l'orso per gli orecchi, questo poltron? Sta' sú, che sei ubbriaco spolpato. Quel che avresti di bisogno in questo mal sarebbe un braccio e un terzo d'un buon querciuol. Questo porco da stalla, ch'ogni tre dí si cuoce!

PILASTRINO. Tu non dici il ver, se fossi mia madre. Ti vo' far men... men... mentir per la gola. Aspettami, assassino! ch'io ti voglio accusare. Non camperai da le mie mani. È desso, quel traditor, quel biroldaio, boia. Ti vo' cavare il cuor, coglion, co l'unghie. Lasciami pure arrizzare il ca... capo ben... bene. Sta'. Tien... tienti alto. Oh! Bene! Io me ne vado in chia... chiazzo Barletti a ber con l'oste. Addio.

ATTO III

SCENA I

Listagiro e Pilastrino fanno uno incanto piacevole al vecchio il quale, per mezzo di quello, pensa, la sera, godersi di Lúcia; e, fattolo stracinare ai diavoli e leggatolo sotto una scala, gli svaligian la casa e rompengli i forzieri e escon fuori carichi di robbe con i sacchetti in mano dei danari.

LISTAGIRO, PILASTRINO, GIRIFALCO.

LISTAGIRO. O Pilastrino, non mi stringer a questo perché sai che la Chiesa lo vieta. E, se qualcuno m'accusasse al Vicario, che sarebbe atto a tenermi che non ruinassi? So come fanno.

PILASTRINO. Tu puoi pur pensare che, se ben non sapessi la natura di quest'uomo da ben, non ardirei dimandarti tal cosa; ma, per altro, l'ho cognosciuto esser sí liberale e per l'amico che vo' che tu 'l serva per amor mio. Non pigliar piú lunghezze. Mettiamvi mano.

LISTAGIRO. Io ti credo ogni cosa. Ma questo tu sai pur che non si puote fare in un punto, come pensa, forse: perché bisogna prima comandare che sia portata; e poi far ch'ogni notte venga da sé, senza mandar per lei. E questo poi non manca. Giá lo feci per uno ambasciator di Portogallo che mi donò cinquecento ducati in tanti razzi: e feci che, in un'ora, l'ebbe nel letto.

PILASTRINO. Non guardar giá a quello; ché è ben persona, questo gentiluomo, da farti il tuo dovere.

GIRIFALCO. Io t'imprometto, se fai ch'io l'abbia in letto, di vestirti tutto da capo a piè, senza mille altre cose ch'io ti darò. Tu avrai prima tanto guarnel che fará un bel giubbone, che era fodra d'un saio di mio padre; ed un paio di calze di scarlatto a martingala, ch'ebbi dal Gonnella, che ne l'avea donate il duca Borsio, e non son fruste che un poco al ginocchio; ed un par di pianelle come queste, che non son rotte. Poi le scarpe nuove comprerem questa pasqua.

PILASTRINO. Che ti pare? Di' poi di nol servire!

LISTAGIRO. Io son forzato, poi che ti veggio esser cosí magnanimo. Mi vo' fidar di te. Le bolge e i libri ch'oggi ti lasciai in man...?

PILASTRINO. Son ben qui presso.

LISTAGIRO. Ordina, adunque, come t'ho insegnato, ogni cosa ivi in terra. Truova i cuori di colombi e di gufi; e ben rassetta tutti quegli instrumenti e quei sacchetti e libri; e fa' da te quella orazione. E consacra la casa in ogni canto con quei licori. E troverai quel sangue di fenice da far tutti i caratteri; e la verga e la stola.

PILASTRINO. Sará fatto.

LISTAGIRO. Come sei ben gagliardo in su le gambe? ché, a questo, non si siede.

GIRIFALCO. Eh! Sí, assai bene: ché sto tal volta in piedi un'ora in piazza, senza avervi che fare. Or pensa! A questo, che l'ho sí caro, vo' far de le gambe palanche.

LISTAGIRO. Oh bene! E de le braccia salci. Ella è la vite che a le tue palanche si leggherá co' salci. E questa tutta sará la vigna.

PILASTRINO. E noi i lavoratori che ricoglion il vin senza sementi, sol per zappare e saper ben congiungere le palanche a le viti.

LISTAGIRO. Sta' in cervello, ch'io te la do istasera in ogni modo anzi che vadi al letto; e poi l'avrai, ogni sera, invisibile. E potrebbe venirti ancora in odio per il troppo, ché sei pur vecchio.

GIRIFALCO. Averò prima in odio quest'occhi, questa vita e queste membra che quel bocchin.

LISTAGIRO. Ci penserai poi tu. Quanto tempo è che non sei confessato? ché questo impediria.

GIRIFALCO. Mi confessava... non mi ricordo quando.

LISTAGIRO. Or non c'è dubbio. Le cose anderan ben.

PILASTRINO. Mi parria buono avedimento a velargli la fronte perché possa durare e, per le varie cose, non s'abbarbagli e, all'apparire de' diavoli, non tema.

GIRIFALCO. Fate voi quel che vi pare il meglio. Ma, di grazia, in che forma verranno?

LISTAGIRO. In varie forme. Chi d'animai, chi di donne e di pesci piglian la pelle; e chi ne la lor propria vengono e son sí brutti che tremare fanno in fine al solaio di paura; e cosí in altri modi. E farti male non posson, se di giá tu non parlassi; ché allor ti salirian tutti a la pelle. Pur, non ti farian mal; ma forse avresti qualche paura. E, se pur tu volessi segnarti o chiamar Dio, tien bene a mente che ti porterian via. Ma, se vuoi nulla, chiama il diavol per nome.

GIRIFALCO. E come ho a dire? Satenasso? Così, pian piano? o forte? Questo non ci verrá?

LISTAGIRO. Sí, sí; va bene. Hai giá imparato. Ma chiamane un altro, se questo non vi fosse.

GIRIFALCO. Gambatorta?

LISTAGIRO. Tutto sta bene. Si può incominciare. Férmati cosí in mezzo.

GIRIFALCO. E voi sarete diavoli? o pur cosí?

LISTAGIRO. Appunto! Questo nol possiam far. No, no. Mutarci in diavoli? Lascia pure andar tutti questi dubbi; e dispuonti a la cosa.

GIRIFALCO. Eccomi qui. Cari fratelli, mi vi raccomando che non mi faccin mal.

LISTAGIRO. Or ciascun taci. Férmati in questo cerchio; ed avertisci di non parlar, se non come t'ho detto. _Miástor, ániptos chiè dolichóschios, teostighìs, cantílios chiè nodòs, móscos apalotrephìs chiè ámpelos frenomoròs, gereòs chiè phalacròs, te claudo in hoc circulo et te invoco, exorcizo et tibi ac tuis impero, demon Maladies, ut ludifices cum caracteribus vestri nominis istum perditum_. E, per la gran virtú di questi nomi tuoi, con le caterve de la tua compagnia, fa' che ne venga e porti Lúcia inanzi che trapassi a l'orologio il termin di tre ore. Fa' che tu non ti muova. Sta' piú ardito su la vita.

PILASTRINO. Tien questa.

GIRIFALCO. Satenasso!

PILASTRINO. Non sono ancor venuti. Sta' paziente: ché al terzo incanto...

LISTAGIRO. Porgemi quell'acqua. _Auturgòs, chrismodòs, agauròs, criòs, cladéutir, inófliz, antíphron, lícnos chiè áutis táchistos, attende in tuo circulo et argue, invoca, increpa omnes demones a Sathana usque ad Saraboth: nec deerit tibi virtus et vis in mei nomine_. Lascia pur del cielo, de la terra, de l'erbe e de le piante le natural virtudi; e stringe forte chi ti crede per forza, ché in fra poco verrai un altro uomo.

PILASTRINO. Ferma!

GIRIFALCO. Satenasso!

PILASTRINO. Tien quest'altra, per burla.

GIRIFALCO. Gambatorta!

PILASTRINO. Sta', Girifalco, se ben fossi tócco: ché vengono or.

LISTAGIRO. Senti com'io son destro!

GIRIFALCO. Maladies!

PILASTRINO. E 'l malanno! Taci, un tratto. Lascia fornir l'incanto.

LISTAGIRO. _Párochros chiè sapròs, hipnilòs, philárghiros, chriódis..._ Sú! Tien. Ben tócco.

GIRIFALCO. Oimei! M'ha rotto il capo. Non poteva piú star. Mi portan via, a l'inferno. Oimei! Orgilla! Aiutami. Son morto. Oh!

LISTAGIRO. _Órseo, orchózo, chielévo, epióntes_. Riportatel qua nel cerchio. Fate che non vi ponga tutti quanti ne le catene. Parvi che sia giusto volernelo portare, in mia presenza, sol per dire «oimei»?

PILASTRINO. Meriteriano che gli leggassi tutti. Tun! tun! tun!

GIRIFALCO. Oimei, anima mia! ché sarò morto prima ch'io t'abbi.

PILASTRINO. Or abbiam bello e fatto.

LISTAGIRO. Rimedio non v'è piú.

GIRIFALCO. Son morto. Aiuto! Misericordia! Oimè! O Pilastrino, m'han preso per il collo.

PILASTRINO. Oimei! Fo voto Mi portano ancor me.

GIRIFALCO. San Gimignano! Una testa di cera, s'io ne scampo. Ribbaldella, sarai pur di me sazia, che sei cagion di questo. O Satenasso, perché mi legghi sí le mani e i piedi? Lasciami, priego, ritornare a casa, ché non sono ancor morto. E ti prometto di mutar vita ed andare in un bosco a mangiar l'erba e farmi un uomo santo. Oimè! che la corata mi si schianta di doglia; ché giá sento, in fin di qui, rompere i miei cascioni che i vicini denno rubbarmi. Che sia maladetto mio padre e la mia madre e la mia balia che non mi soffocorno quando nacqui, per venire a tal punto! Ah, vita mia! Dove debbe essere or quel boccolino? Se tu 'l sapessi, di tanta disgrazia, l'avresti pur per male. Oimei! O Lúcia! Oimei! M'han rotto un braccio. Oimè! la testa. Mi strozzan tuttavia. Sono a l'inferno, in mezzo al fuoco.

PILASTRINO. È pure andata netta.

LISTAGIRO. Fa' in modo, Pilastrin, che non vegnamo a le mani in fra noi.

PILASTRINO. Partirem tutto. Nettiam pur presto.

SCENA II

Fronesia, parlando con Lúcia, dimostra averle giá contato quel che pensò cercando Filocrate; e di nuovo gne le narra; e, messole in disgrazia Filocrate, le mostra che fece male a dir villania a la roffiana e le persuade che, per l'avenire, la tenga amica.

FRONESIA, LÚCIA.

FRONESIA. Non l'avresti mai pensato che ti avesse in questo modo lasciata. O parti che questo sia amore, a l'incontro di quel che porti a lui? Ve' come v'ingannate a creder tanto a chi vi fa buon viso! ché non fanno profession d'altro che di darne ciance e di tenerci in berta.