I tre tiranni Commedie del Cinquecento

Part 3

Chapter 33,696 wordsPublic domain

FILENO. Io te ne dirò parte. Tu vedi prima una casaccia antica fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze fantastiche, affummate; e, per la casa, vecchie sciancate che paion Creonte; ed una infinitá di fanciullette che tien (come faremmo noi i capponi sotto la cesta) perché venghin belle. E, quando poi son grasse e da qualcosa, le vende, le trabalza e con danari ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno il lor proprio esercizio: una pesta ossa e piú cose bizzarre; una crivella le polveri e sementi; un'altra l'erbe mette ne le strettoie e cava il sugo; questa fa medicine; un'altra unguenti, penso, da gambaracci e simil cose; una è in lavar la trementina; e l'altra, falserá sollimato e, con salnitro e solforo, fará puzzar la casa. E vedi poi, d'intorno, mille fatte di lambicchi e campane da stillare, bocce di vetro le piú contrafatte del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe, orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole. Per le fenestre fiori, erbe e sementi, radici, zucche, zucchelle e pignatte, laveggi, pignattini e speziarie e cose strane. E ci vedrai d'augelli piú membra; e piú animali scorticati; e pelle e grassi e sangui come inchiostro; unghie e capei morti.

CRISAULO. Io son giá sazio. Non mi dir piú, ti prego.

FILENO. Odi ancor questa. Oggi vidi stillare a una campana che è fatta appunto com'un uom che s'abbia le man miso in su' fianchi; che credetti morir di rise. V'era cinque o sei di quei visi affummati intorno al fuoco, che parean le donzelle di Vulcano giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra passando, vidi in una gran caldaia il piú schifo belletto, che a la prima mi fe' voltar lo stomaco a vederlo, ove dicevano esser perle e gioie, oro e coralli. Poi ne vidi un altro d'un'altra fatta, che v'era ammarcito un mondo d'uova e colombi favacci e teste di castroni e pilpistrelli e piú grassi e biturri e piú pastocchi che qualche volta.

CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto. Fa' che si ceni. Che ora può essere?

FILENO. È passato di poco un'or di notte. Entriamo in casa.

SCENA VII

Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.

FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO.

FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato non può giá star; ché questa è pure appunto l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare un'altra volta. Vincer pur devrebbe la lunga servitú, la mia pazienza sí cruda mente. Visch'! visch'! isch! Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene: ché, s'io non ritornava, forse ch'ora s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa. Guarda come riluce! T'ho aspettato qui, giá tre ore. Io non credo che pensi a me, se non a caso; e, per quai merti, o qual mio fallo, mi sei sí crudele? Ci debbe esser di nuovo qualche amante che ti de' tôr di mente la mia fede, l'amor, la servitú che tanto tempo hai visto in me.

FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate. Ma con chi parla?

FILOCRATE. Prego che mi dica la cagion del tuo indugio perché dentro giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno che forse anco avrei preso de' partiti. Non vo' dire altro.

FRONESIA. Odi. Costui vaneggia. Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello. Parla con l'aere.

FILOCRATE. Tu non mi rispondi, Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene far tanto strazio di chi sai che t'ama piú che la vita propria. Aimè, che torto! Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico. Non mi lasciare andar cosí istasera beffato a casa, ch'io ti do mia fede che te ne pentirai.

FRONESIA. Oh! co! co! Parla a una testaccia, che v'ho steso sopra un fassoletto.

FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto, se ti muove piatá.

FRONESIA. Puoi aspettare. Chi nasce matto non guarisce mai. Il mal tuo non è a lune.

FILOCRATE. Deh! Se mai ti venne in cuor del mio lungo servire poco ricognosciuto e de la fede e di quanto per te giá mai soffersi amando e di giá tanti spesi giorni ne' tuoi servigi render qualche cambio, mostrami tutto in questo; e fammi grazia d'una parola.

FRONESIA. Ve' che bella predica! Cosa appunto da lui, oh! far l'amore a una pignata e voler convertirla con sí belle parole!

FILOCRATE. Aimè! che in vano prego un sasso, una tigre e mi querelo. Altronde porti i miei lamenti il vento; ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi di sentimento, poi che piace al cielo. La prima non è giá, ma ben fia forse l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai!

FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare, ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia, ché non venisse a sorte a la fenestra e guastasse la torta. Oh! co! co! co!

FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede! credeli il paternostro! Ahi reo costume! Chi tanto ha posto in voi di falso e vano? tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio? Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse la sorte mia, perché non peni sempre, sempre non mi ritrovi in quello errore in che ora sono e perché n'esca un tratto, sí mi governa. Assai mi fia acquistato, questa sera, d'aver l'empia natura cognosciuto di voi. Prometto a Dio, per l'avenir, come foco e veleno e mortal peste, di fuggirvi sempre. Troppo era lieto de la mia fortuna che, sovr'ogni altra cosa desiata, ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro che tutto era a la mia futura vita amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti si ricoglie di voi e di tai fiori tai fronde e rami suol vostra radice produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata! Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira a tanta iniquitá punire è tarda. Venga almen, poi, cosí grave e focosa che n'arda anca il terren con le radici. Voglio, prima, di questo consigliarmi con Sofomide mio. E, se ci è via che la possa lasciar, che a l'onor mio, mancando, non mancassi, anzi morire son risoluto che mi ponga in casa un drago tal, sí velenosa vipera m'allevi in seno.

PILASTRINO. Io sono stato un'ora a sentir questo pazzo. Che può avere? Tanti lamenti e tante bravarie! Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia, ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa. Dico non è, potta de la fortuna! ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co! Io so che l'è col manico. La voglio puor fra le cose del piovano Arlotto: come quell'altra che fece Listagiro per uscir di prigion; che si fe' morto e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo, se ne fuggí, pestato prima il volto a un di quegli sbirri che 'l portavano con un gran pugno. Or veggio ben che Amore fa travedere appunto a questi sciocchi come fa 'l vino a me. La vo' contare in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma. Io lancio de la fame; ché ho cercato quest'altro parasito tutto il giorno. Or mi risolvo che non è possibile che ceniamo istasera. E che 'l vecchione impari, un tratto, a fare a la civetta in terzo con duo mastri di rapina! Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio per farla netta; ché a trovar Listagiro non basteria 'l piú valente pilotto che guardi carta. Io so che in Pizzimorti non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo né in Gattamarcia non è capitato. Sempre che abbiam da far qualche bel tratto par che intravenga questo. Fia forse ito verso 'l tinel del cardinal de' Medici a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore devria adorar ciascun, poi che senz'esso ogni virtú mendicherebbe un pane, come soleva, _nunc et usque in seculi_. Io mi muoio di fame; ed ho pensato di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo, scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine a questo offizio per diman da sera. Lasciami caminar, perché a la mensa _beati primi_.

ATTO II

SCENA I

Artemona viene, in sul far del giorno, a parlare a Crisaulo e li trae di mano un'altra soma di farina e prometteli, sotto scusa di andare a stender camicie, di parlare a Lúcia.

ARTEMONA roffiana, TIMARO, CRISAULO.

ARTEMONA. Ta, ta. Saran tutti a letto. Piace anche a me 'l dormir.

TIMARO. Chi batte giú?

ARTEMONA. Amici. Apri: son io.

TIMARO. Pare una donna. E chi sei tu che vai cosí a quest'ora? Oh brutta vecchia! Se non par la strega che vadi in corso!

ARTEMONA. Dimmi: ove è Crisaulo?

TIMARO. E che buona faccenda? qualche polli, cosí a buon'ora?

ARTEMONA. Quel che vuoi, speranza. Non mi fare indugiar, ché non è ora da star per via.

TIMARO. Non dubitar, figliuola, ché non sarai rubbata.

ARTEMONA. Oh! Basterebbe perder l'onor.

TIMARO. Che? la verginitá? Se tu non perdi quelle che hai venduto... che son piú d'un million.

ARTEMONA. Dissi l'onore.

TIMARO. Oh! l'onor c'hai struziato a mille amanti e mille donne. Credo ch'omai d'altro puoi perder poco.

ARTEMONA. Tu non l'hai chiamato. Di' che son io, ché mi spedirá, forse.

TIMARO. Eccol che viene. Arruffati, barbuta.

ARTEMONA. Dio ti facci contento.

CRISAULO. E te meschina, donna maestra di non dir mai vero e vender ciancie.

ARTEMONA. E perché dici questo? Ancor io non ti intendo.

CRISAULO. Son ben tante quelle che tu ci fai che con fatica te ne puoi ricordar; senza mille altre. Ove m'hai fatto ultimamente andare, che aspettai tanto e non vi fu persona? Che vuoi ch'io pensi?

ARTEMONA. Oh! Di cotesto sai che non tel dissi certo; ma pensava, secondo che m'avea detto la fante, che la vi andasse. Non ci ho colpa alcuna. Dio sa'l cuor mio. Oh se tu fossi, figlio, quel ch'io ti prego ognor!

CRISAULO. Non è in proposito. E poi fai 'l grande meco.

ARTEMONA. Odi. Ti giuro sopra l'anima mia che appunto or ora son giunta a casa: ché da lune in qua non mi son mai partita (io tel vo' dire) d'un monastero; ch'una mia compagna mi ci ha tenuto a lavar certi panni del padre confessoro. Oh paradiso! Biat'a lor che v'andranno!

CRISAULO. Io non ricerco i tuoi travagli. Dimmi se facesti di quella mia.

ARTEMONA. Sí, sí. Lasciami dire. Da poi ch'io ti trovai v'ho messo mano; e 'l dí dopo, in bel modo, feci a Lúcia, ridendo, cenno di voler parlarli. Ella non s'è mostrata in alcun modo né di qua né di lá, ché sta in sul savio per amor de la madre; ma dimane la coglierò in soquadro, se crepasse. Voglio tre o quattro de le tuoi camicie piú belle per lavarle; e con degli altri panni le stenderò ne la sua altana. E lascia che a la prima non li parlo, che farò qualche ben.

CRISAULO. Non ti dico altro se non che quanto mai ce n'è bisogno: ché so ben come sto. Fa' di servirmi e serviti di me.

ARTEMONA. Ti vo' contare. Quella farina, ch'è forse otto giorni che mi mandasti a casa, il mio figliuolo, quel maritato, venne, non ier l'altro, quand'io non era in casa, e se la prese dicendo che n'ha piú di me bisogno. Ond'io son senza; e, per trattare or questa tua impresa, non lavoro o faccio niente; e cosí non guadagno: onde conviene alfin ch'io stenti. Di darti fastidio a me ne incresce. Abbimi per iscusa che 'l bisogno mi fa forse far quello che non feci mai piú.

CRISAULO. Basta. T'ho inteso. Timaro, fa' portare a questa donna, a casa, un'altra soma di farina; e, se vuole ancor altro qui di casa, dálli quello che vuole.

ARTEMONA. Oimè meschina! Vivrò mai tanto che mi sia concesso rendere in cambio di sí larghi doni, non parole, ma fatti? E forse tali che tu sempre cognosca tanto bene non aver fatto, se ben poverina, a donna ingrata. Certo, ch'io non posso, almeno in render le debite grazie, scioglier parola.

CRISAULO. Non grazie o parole. Fa' ch'io sol veda, lá dove bisogna, parole e fatti; ché so ben c'hai l'arte e la lingua da far muovere un sasso, non ch'una donna.

ARTEMONA. Vo' che sian gli effetti che provin l'arte, l'amore e la fede. Resta con Dio.

CRISAULO. Fa' di tenermi a mente. Va'. La accompagna tu per fine a casa, Timaro.

TIMARO. Ben, signor. Son de le nostre, se séguiti cosí. Vecchia scanfarda, sará ben forza ch'io ti cavi gli occhi, se non sei onesta piú nel dimandare per l'avenir. Ti farò lavorare, se vòi viver crestosa. Oh! Parti bella? Sgomborarmi la casa con le some! Fa' conto di venir piú regolata; ché, per Dio vero...

SCENA II

Lúcia si lamenta di Filocrate e manda la fante a cercarlo.

LÚCIA, FRONESIA.

LÚCIA. Aimè, caro Filocrate! Son pur passati giá tre giorni interi e non ti veggio. Ove son le promesse che cosí caldamente, tante volte, a mia madre ed a me festi di tôrmi e sempre amarmi? Di quante lusinghe, quante false parole e quanti inganni son sempre pieni, omini senza fede! Quante son quelle che nel fin rimangono da voi ingannate! Ahi quante crude morti! quante passion portiam per creder troppo! Non posso desiar di te vendetta; né, potendo, vorria: perché piú quella sopra di me verria che a te medesmo, quando la ti venisse. Sol ti prego che vogli aver di sí dogliosa vita qualche pietade.

FRONESIA. Io te l'ho detto sempre che non bisogna fare in lor disegno mai di fermezza; ché son fatti appunto come le foglie e, con modi e parole e, come dicon, con lor servitú, trattengon tutte. E, s'avesser con mille commoditá, tutte gli son padrone; tutte li fan morir. Poi, vedi, al fine, i portamenti lor mostran l'amore e il lor poco cervello.

LÚCIA. Orsú, Fronesia! Voglio che vadi a dimandar di lui in qualche luogo e che non torni a casa se non me ne dái nuova interamente. E pregal quanto puoi da parte mia ch'io li vorrei parlar.

FRONESIA. Mi metto in via. E lascia fare a me, ché non è un'ora ch'io l'ho parlato. Ma tu, se madonna gridasse, sappi trovar qualche iscusa. Ed io son qui in un punto.

LÚCIA. Va', sorella: e sappi far.

SCENA III

Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena.

PILASTRINO, GIRIFALCO, LISTAGIRO parasito.

PILASTRINO. Buona sera, messere.

GIRIFALCO. Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli! Ben mi pareva d'avervi sentito; e però son venuto in su la porta ad incontrarvi.

PILASTRINO. Come sta la cena?

GIRIFALCO. Sará in ordine a l'ora; ma, se pensi di trattarmi cosí...

PILASTRINO. Perché?

GIRIFALCO. Spendesti piú di mezzo il ducato.

PILASTRINO. Non è vero. Eccoci a brontolare. Ah discrissione! Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto, acciò che meglio possiam ragionare senza seccarci.

GIRIFALCO. Pilastrin, piú regola. Non è poi meraviglia se stai sempre malsano perché nuoce fuor di modo il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo, fa come, in un laveggio, mentre bolle, puor l'acqua fredda che toglie il bollire: onde nascon di poi l'infermitá, come tu vedi.

PILASTRINO. Oh! co! co! Chi sentisse parlar costui del modo e de la via del non mangiar né ber non penserebbe che fosse un Ippocrasso o un Gallinello? Cosí c'è dotto!

GIRIFALCO. Per grazia di Dio, sempre ho trovato che mi giova assai non m'acciarpare. E vedi che ho passato di molto il tempo che la maggior parte non suol passare. Ma che c'è di nuovo? In piazza che si fa?

PILASTRINO. Si vende e compra de' frutti e de l'erbette; e qui di nuovo avrem da cena.

GIRIFALCO. Tu sei sempre in berta.

PILASTRINO. Vuoi ch'io ne dica un'altra?

GIRIFALCO. Sí, di grazia.

PILASTRINO. Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo fa del suo resto; ed or, per questa giostra, apparecchia livree d'argento e d'oro, infin per gli staffieri; ed ha comprato ora un corsier cinquecento ducati. Pensa se è bello!

GIRIFALCO. Tu non di' da vero. E come 'l sai?

PILASTRINO. Ti voglio dir la cosa. Passava ier da casa di Calonide. Ed erano ivi aspettarlo a la porta duo servi o tre. E mi fermai con loro, alquanto, a ragionare; e intesi questo con mille altre grandezze che di nuovo fa per colei.

GIRIFALCO. Oimè! che mala nuova è quella che mi porti, sciagurato! Poi non debbe esser vero; e tu lo dici per vedermi morire.

PILASTRINO. Oh! tu ti cangi cosí di cera! E' par che abbi paura di quel marcetto. N'è ben gran pericolo che ti scavalchi!

GIRIFALCO. Or to' questi ristori, Girifalco meschino. E sí, fu vero? Era pur dentro in casa quel tignoso? Vedesti 'l tu?

PILASTRINO. Sí, vidi poi a l'uscire, che fu in sul buio; ma non so giá dirti quel che v'avesse fatto.

GIRIFALCO. Aimè tapino! Perché voglio piú viver? Prego il cielo che faccia in modo ch'io mi rompa il collo prima ch'abbi a morir di questa morte. Cara la vita mia, non ti ricordi giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto, ché sai che 'l primo dí non ti cercava. E tu ti innamorasti cosí forte di me che non vivevi ben quel giorno che non facevi dirmi qualche cosa.

LISTAGIRO. Lascia pur: ti trarem questi pensieri.

GIRIFALCO. Ed ora, che t'ho posto un poco amore, sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi per una nebbiarella. Che se, un tratto, mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca! Che sará poi?

PILASTRINO. Del tuo resto, s'io posso.

GIRIFALCO. Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato! Ma ti voglio cavare a te de gli occhi quel riso e quelle frasche.

PILASTRINO. E però è buono che sia venuto qui questo mio amico; perch'è persona che ti saprá dire la cosa come sta e forse trarti d'ogni tuo affanno.

GIRIFALCO. E che induggiamo, adunque?

PILASTRINO. Non si può far, di giorno. Poi, istasera, dipoi cena, potrem mettervi mano e far qualcosa buona. E, perché veda ora qualcosa, mostrali la mano. Guarda, maestro Abraham.

LISTAGIRO. Per contentarvi.

GIRIFALCO. Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni vedesti man sí bella e dilicata, colorita e ben fatta.

LISTAGIRO. Bella, bella, se Dio mi guardi. Tu non debbi molto curarla con saponi ed acqua fresca, per ordinario.

GIRIFALCO. Sí, quando è l'estate.

LISTAGIRO. E 'l verno?

GIRIFALCO. Maffenò, ché allor mi lavo sol con la calda.

LISTAGIRO. Ho veduto a la prima. Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli! oh che bei segni! oh! gran particolari v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi la piú felice man. Guarda, messere. Non voglio far come che soglion certi che dicon mille cose, poi fra tutte non si ricoglie un vero. Io sempre dico qualche particolar che sia notabile e lascio le lunghezze. La man, prima, è bella com'un cesso.

GIRIFALCO. Come «un cesso»?

LISTAGIRO. Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso di veder tuttavia cose piú belle quanto piú guardo. Quando non mi intendi, talor, non ti curar; ché ora non puoi esser tanto capace.

PILASTRINO. Orsú! Incomincia.

LISTAGIRO. Prima, per quello che si può vedere, hai una vita lunga piú che n'abbi altra visto giá mai. Viverai tanto che, per vecchiezza, debbi andar carpone per terra con le mani e verrai sordo, orbo ed attratto: ma v'è tempo ancora piú d'ottant'anni.

GIRIFALCO. Oh! Quello andar carpone che non sia qualche mal! ché non ne ho visto alcun cosí.

LISTAGIRO. Perché intraviene a pochi tanto invecchiare. E non è poi gran cosa, quand'altri si ci avvezza.

GIRIFALCO. E come è questo? haine mai tu veduti?

PILASTRINO. Van per terra co' piedi e con le man, per la vecchiezza, come i cavalli e, quasi ogni stimana, bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti, per i gran calli che han sotto a le piante, non potrian bussicarsi.

GIRIFALCO. Uimei! Che sento? E mi bisognerá mettere ai piedi i ferri con i chiodi?

LISTAGIRO. Sí; ma in modo che non posson far mal, perché quei calli vengono appunto duri com'un'unghia d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi, non si posson sentir.

GIRIFALCO. Dio me ne guardi! Ché vo' inanzi morir dieci anni prima che venire a cotesto; ché, in un giorno, mi romperian le calze e gli scappini: e forse mi dorriano.

LISTAGIRO. A questo, allora, in qualche modo provederem noi. La tua vita sará lieta e felice, benché, per il passato, l'abbi avuta alquanto travagliata; ché sei stato uomo di grande ingegno e penso ch'abbi fatto gran robba.

GIRIFALCO. Eh! cotesto, non molto: ché sempre mai si spende e poi 'l guadagno non risponde a un gran pezzo.

LISTAGIRO. E poi tu spendi liberalmente, ché sei uomo largo.

PILASTRINO. Sí, tanto! nel forame.

LISTAGIRO. Ancor non penso ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo, ti se n'aspetta (per quello che mostrano quelle linee che vedi in fra quei monti che fan duo stelle) duo maschi a la fila, perché si fa la congiunzion di Giove ne la casa di Venus. E di questo allegrati perché, per via di madre, nasceran di bellissima progenie. Al nascimento lor, che non c'è forse mille anni, ti dirò de la lor vita cose grandi. E, se questo non ti fosse destinato dal ciel, giudicherei che tu venissi, un tratto, ne la Chiesa un gran privato.

GIRIFALCO. Cardinale? o che?

LISTAGIRO. Forse che sí; perché, giri a suo modo il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza felicitá.

GIRIFALCO. Se vien fatta quell'altra, non vorrei esser papa.

PILASTRINO. Oh scempionaccio! Ti trarrem ben l'amor.

LISTAGIRO. E de la vita sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno vede di lá dai monti.

GIRIFALCO. Questo è vero: ché, quando voglio fare una cosa io... Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona non son giá infermo: ché, da questa poca di gotta in fuori e certo mal di rene e la pietra, che è giá forse vent'anni che la sento, con questo catarretto..., oh! co! co!...

PILASTRINO. Ti dia Iddio.

GIRIFALCO. ... aiuti anche a te... ... mi sto assai bene.