I tre tiranni Commedie del Cinquecento
Part 2
TIMARO. Che s'appicchi per la gola!
SIRO. Or non ho punto voglia di scherzare. E' nol potrebbe fare altri che Dio che l'ami, se non l'ama.
TIMARO. Sa bene egli se l'ama o no.
SIRO. Non fosse egli piú vivo! Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni che non mi fermo mai, né dí né notte, sol per saper di questo; e truovo al fine ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa. E questo è la cagion. L'ha sempre amata un Filocrate giovin, qual si dice che se la sposi in breve. Ora il padrone vorria impedir che questo non seguisse. E, per esser chi egli è ed ella vile, vorria poterla avere a posta sua. A che bisognerebbe che mutasse l'animo, prima, in disamar chi ella ama; e poi si fesse tal che sí grande odio rivolgesse in amore; e poi la madre, ch'è la piú saggia donna, intera e santa di questa terra, consentisse a questo: il che non potria far, penso, un reame. E giá mille altri han lasciato l'impresa, sol per esser la madre quel ch'ella è. Potria forse anco star; ché non è 'l primo miracol ch'abbia fatto, a' miei dí, l'oro. Ma non voglio che mai per mezzo mio faccia tal roffiania.
TIMARO. Farei ancor peggio, per il padron, pur ch'ei mel comandasse. Che ne puoi perder tu?
SIRO. Quello c'ho al mondo, servendo un fuor di senno e disperato. Ma ascolta. Non è solo. Girifalco vecchio, sí avaro, anch'egli è in questo ballo (ed era sí stimato!): ché un Listagiro con Pilastrino e certi buon compagni l'han messo sú ch'ella gli muor dietro. E fangli far l'amor seco ogni giorno: cosa da smascellare. E, perché mai non la vede, gli dicon che 'l difetto vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone è giá venuto a tale, in questa giostra, di cosí scarso, che gli tran canóni che ne portano il sangue. E va pensando che Pilastrino, un tratto, il peli e strini fine in su l'osso. Specchiati in quel nome. Da l'altro canto mi par sí vedere che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti) faccia con colei tanto che la sposi. Che ti parria di questo?
TIMARO. Io non mi curo. Sia come vuol. Non ho di questi impacci; non penso tanto inanzi e mi contento di questa vita: ben mangiare e bere e gire a spasso, portato c'ho sú, talor, come acqua e legne e governato ben la mia stalla e spazzato la casa e netto gli usuvigli di cucina, le secchie e i caldaroni e, alcuna volta, supplito anche ai bisogni de le fanti che non mi lascian viver.
SIRO. Sí, t'ho inteso. Tu la discorri bene.
TIMARO. Io me ne vado di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo), ché 'l padron non gridasse.
SIRO. A posta tua. Questi stan ben con queste simil gente che sopportan com'asini venduti; o ver gli adulatori. Io mi risolvo di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno (perché dice a suo modo) è seco il _totum_. Io sarei sempre schiavo.
SCENA III
Crisaulo batte il servitore e biasma forte con Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, Pilastrino lo lascia.
CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO.
CRISAULO. Basta. Ho inteso. Ma parti che ci torni?
FILENO. Eccol, per Dio. Contava i passi; or corre.
CRISAULO. Io son disposto... A che sei stato tanto, manigoldo? Ho voglia di...
TIMARO. Signore, ho corso sempre. Questo è 'l resto di tutto il fornimento, d'infuor la sella che non è fornita. S'avrá stasera.
CRISAULO. Hai piú tu di bisogno del baston che non ha di te la stalla. Canaglie! ché non passa per la strada civette o olocchi o per l'aere augelli che non voglin vederli.
TIMARO. È pure stato il maestro che m'ha fatto indugiare questo poco: ché non voleva darmi quegli avanzi del drappo e stava a dire che non è usanza e che none sta bene a un vostro pari; e quasi bastemmiava. Son ladri: sempre voglion sopra i pregi di quel d'altrui.
CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone! Questi sono gli onor? Vo' che tu impari per l'altre volte.
TIMARO. Oimei, padron! Son morto.
CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda. Chi te l'avea commesso?
TIMARO. Oh gramo a me!
CRISAULO. S'io vi ritorno...
TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi! Morrò in duo dí.
PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo. Oh! co! Crepo di rise. Gli farai smaltire i sughi, con quelle sopposte che gli hai fatto nel viso da sedere. Cosí si smuove il corpo ai manigoldi che vogliono, a dispetto del padrone, far massarizia: ma la medicina non val niente, se non si continova piú d'una volta il giorno. To', poltrone! Come fa il morto!
CRISAULO. Corre e va' riportali. E di tua bocca di' che t'ho punito di tanta villania: se non, con altro la farem che con calci.
TIMARO. Ben, messere. Che ti possa esser mozza quella gamba, prima ch'io ti riveggia!
PILASTRINO. O va' pur via. So che ti sentirai di quelli schiaffi, per otto giorni almeno, a cavalcare. Se avessi istaman fatto colazione, non avrei sí goduto. O guarda dove si truova esser condotto un gentiluomo! Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro per non dar luogo agli spirti che sempre biasmano altrui; ed or, per quattro soldi, avrá dato da dire a tutta piazza, quest'ignorante. Ma che! Non importa: perché sei cognosciuto da ciascuno per l'uom che sei.
CRISAULO. Ho sempre da natura avuto questo, che d'alcuna cosa non mi son dilettato quanto avere il mondo tutto e, se fosse possibile, l'inferno amico. E quegli che altra via tengono, essendo nobili di sangue e di gran facultá, debbiam chiamargli animai brutti. Avarizia malnata, d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni, fraudi, ruine e morti, oro, tiranno fatto di quello a cui ti fe' suggetto chi tutto fe'! Come può tanto errore fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso che chi piú n'ha piú stenta e manco gode. Ché nol fuggiamo?
PILASTRINO. Ogni uom sa predicare; e tanto piú di quel che poi non crede. Certo è che l'oro è cosí maladetto che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha, contento o riposato. Ma vorrei veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce qualche rimedio.
CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto del nostro errar: ché lo veggiamo aperto; né in alcun modo ne vogliamo uscire o rimanerne.
PILASTRINO. Tu non neghi, adunque, essere in grande errore?
CRISAULO. Errore. Ah quanto fòra 'l meglio esser nato in vil capanne, talora, e in boschi che ne l'alte case! Chi nol pruova nol sa.
PILASTRINO. Cosí sarebbe piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo; ché non mi truovo un soldo.
CRISAULO. Senza dubbio.
PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati e le fortune. E tu sarai contento sempre nel mio: e sí lieto e felice e senza alcun pensier che non vorresti, quando lo provi poi, per tutto il mondo non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo, torrò questi tuoi affanni.
CRISAULO. E che potresti cangiar se non que' panni e quella pelle? o 'l vizio orrendo che non potrá mai mancare in te? poi sai che non possiamo, per noi stessi, cangiar stato e fortuna: ché s'appartiene al ciel.
PILASTRINO. Ti vo' insegnare. Avremmo prima a tramutar la robba: _verbi gratia_, la tua fa' che sia mia. Tu voglio che ti chiami Pilastrino; ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo, non sol muterai nome, ma costumi, stato e natura; e forse ancor la mente. Proviam, se tu nol credi.
CRISAULO. Io ti ringrazio; ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio ch'oggi ne venda a me.
PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca! Non ti si può appicare oggi niente di questa mia dottrina. Io me ne vado. Qui non si busca.
CRISAULO. Sta', non ti partire; fermati un poco.
PILASTRINO. Non posso indugiare.
CRISAULO. E che buona facenda?
PILASTRINO. Un'altra volta, se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto, uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla, ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni, se mi vien fatta.
CRISAULO. Non vo' sapere altro. Guarda pur di non far qualche trabalzo che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno, non mi sai dir niente di colei? Tu sei pur negligente!
PILASTRINO. Ora non posso dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera. Ma vo' che sappi la piú bella berta ch'io tramo adesso.
CRISAULO. Non lo vo' sapere. Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio. Ier la vidi duo volte a la fenestra. Felice giorno!
PILASTRINO. Ed io piú di sei volte la vidi, dopo bere; e l'abbracciai. Chi è piú felice?
CRISAULO. Aimè! Vita infelice, quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni ti scorga Amor, che giá condotta a tale t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta in tuo conforto che la morte istessa o di lei la speranza?
PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso. Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, pur come suole, a noverar le stelle e gli animali e le donne e le piante; i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere dimanderá crudeli; e la fortuna e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; troverá tutti i santi, al fine, in fraude; e vorrá far vendetta. Io voglio andare a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, fin che giunga la sera, anch'io a gridare con le mezzette.
CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce, quando mai resterai di tôrti in gioco questa mia miser'alma? e quando avranno mai fin tante passioni? e le cocenti fiamme fian spente? e quando fia mai vinta da pietá cosí dura altera mente? o di me sazia quella cruda voglia? Certo, non mai; ché la mia sorte è tale ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, forse questa mia man ti fará lieta di tanto desiderio e fia disciolta l'alma d'esta prigion.
FILENO. Fornisce, un tratto. Che cosa è questa, tanto lamentarsi e rinnegar la fé? che tanti stinchi? tante prigion? Chi ti sentisse, certo, giudicherebbe ch'aspettassi or ora acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, come le donne, di voler morire d'ogni picciola cosa e avere in cima, come lo sputo, il pianto. Se non fosse ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, in fine al cuore avrei or con fatica ritenuto le risa. È pur vergogna tanta viltá.
CRISAULO. Dico che n'ho per sette de' buon consigli. Ma questo non basta: ché bisogna pazienza; di che i santi mancan talora.
FILENO. Eh! va': l'hai per costume questo voler morire. E poi per chi? Una fraschetta, che, chi la strizzasse tutta, non n'usciria tanto di buono che te n'ungessi un'unghia.
SCENA IV
Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di sposar Lúcia di corto.
CALONIDE madre, FILOCRATE giovane, LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.
CALONIDE. Chi è giú?
FILOCRATE. Io sono. Aprite.
CALONIDE. Aspettami, figliuolo.
FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse che non ci avesse visto! Iddio ti guardi, madre. Quanto m'allegro di vederti cosí di buona voglia! ch'istanotte non ho dormito mai, del dispiacere ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse Demofilo, iersera.
CALONIDE. Anzi, ci vide: e me ne dimandò; ma tanto seppi bene acconciarla che poi non disse altro. E di qui presi occasion d'entrare ne' fatti tuoi; e, per fartela breve, tanto ho saputo ben dir mal di te che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso, or n'è contento e l'ha rimessa in me. Che faremo ora?
FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo. Questo è stato ben fatto: aver disposto la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta. Porgimi qui la man; ti do mia fede di non mancare; e cosí fa' tu a me. Quando farem le nozze?
CALONIDE. Ora, a tua posta: ché a me non manca se non provedere a certe cosarelle; poi, del resto, possiam farlo istasera. Ma indugiamo ancor duo giorni perché a lui non paia che siam corrivi. E tu fa' che non manchi. A te ne sto.
FILOCRATE. Perché? non è giá fatta?
CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze: ché non vo' star piú in questo struggimento, ché importa troppo; e lo starne sospesa non è sicuro.
FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie; altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella mi toccasse la mano.
CALONIDE. Oh! S'è per questo, anco s'ha da far ben. Dálli la mano. Orsú! A chi dico?
FILOCRATE. Quando fia mai l'ora per me tanto felice che, legati d'eterno nodo, di tante fatiche e tanti stenti al fin mi sia concesso cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, sí come mi cognosco al tutto indegno d'un tal tesor, che non mi sia negato da la mia sorte.
CALONIDE. Lascia andar da canto queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, figliuolo, per potervi mantenere sempre nel grado vostro con onore, qualche onesto esercizio; ed io giá mai non ti son per mancar.
FILOCRATE. Lo voglio fare. E son restato in fine a questo giorno perché, mercé di lei, cosí inquieto era di mente che ad altro pensare non mi poteva dar che a dimostrarle quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio tanto esser de le suoi rare bellezze superba e altera che non par si degni accettarmi per suo.
CALONIDE. Taci, figliuolo. Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti ti parrebbe col ver; ché tutta notte m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno non ci sei stato. In fine, ancora in sogno ti chiama e piange e meco si lamenta con dir che tu non l'ami; e ben talora c'è che fare appagarla.
LÚCIA. Oh che bugie! Non è giá vero.
CALONIDE. Cosí fosse manco in tuo servigio come è da vantaggio di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi non staria bene a lei essere ardita e parlar come me. Ma sia pur certo che d'affezion ti avanza.
FILOCRATE. Lúcia, è vero?
LÚCIA. Che cosa?
FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
LÚCIA. Ha detto cose assai.
FILOCRATE. Non ti ricordi? Che tu ami tanto me quant'amo io te. Ma non lo credo.
LÚCIA. Tu non sei cristiano, se tu credi sí poco. E perché questo non creder, sí?
FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti, se cosí fosse. Or che rispondi a questo? Non ti fare insegnar.
LÚCIA. Faccia mia scusa la fanciullezza mia, ché inver non so darti risposta.
CALONIDE. E che vuoi che risponda? che non ha mai parlato con alcuno quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio passar di qua.
FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza: ché, secondo che ho inteso, è innamorato costí di Lúcia e la torria per moglie. Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! Felice quella donna che l'avrá! ché è tutto robba.
CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò! Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato e gottoso vuol tôr donna ancor egli? Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia? Guarda che bella cera!
LÚCIA. Par lo sposo de la madre de' vecchi.
CALONIDE. Io dico il padre de' guattari che sono innamorati. Non si può bussicar, tanto è pasciuto! M'ha cosí cera che debbe esser nato a la luna mancante.
FILOCRATE. Eh! Il poverino non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. Gli è caduto il cimurro: avria bisogno de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca! Bella cosa ch'è un pazzo!
CALONIDE. Orsú! Va' via, ché non pensasse mal: ché sai com'oggi si vive al mondo.
GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato. Mi parve pur veder lá non so chi; ed or si fugge; e sento in qua romore. Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io ritorni in dietro, che non ritrovassi quel che non vo cercando.
SCENA V
Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di Girifalco che non teneva famigli.
PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano.
PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla!
ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin?
PILASTRINO. To' questa robba. Non morrem giá di fame.
ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente. Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno. Che vòl dir questo? È forse dodici anni che sono in questa casa e sí ti giuro che non ne ho visto mai per la metá. Dimmi, di grazia.
PILASTRINO. Non è tempo, adesso. Fa' d'aver cura a questo, che stasera ogni cosa sia cotto.
ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco, ch'io caschi morta, se prima non dici la cosa come sta.
PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica? In casa s'ha da fare un par di nozze. Bastiti questo.
ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero.
PILASTRINO. Attende qui.
ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto.
PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima. Incomincia qui. Sú!
ORGILLA. Mezzi i pollastri arrosti e mezzi lessi e questa carne a l'ordinario e mezzi anco i pipioni faremo arrosto e gli altri in un tegame, da far solo a l'odor levare i morti, come so fare.
PILASTRINO. Iddio ti benedica. Tu sei saccente piú de la metá ch'io non pensava. L'altre cose tutte rimetto in te.
ORGILLA. Che vuoi far lí da canto di quel fagian?
PILASTRINO. Lo voglio di mia mano governare istasera: e imparerai un modo onde potrai fare al messere mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne, i suoi stivali. Come torna, digli che aspetti in casa; ché avrò il negromante stasera meco.
ORGILLA. E tu vai, Pilastrino? Che m'hai promesso?
PILASTRINO. Nulla.
ORGILLA. Ah sciagurato! Tornaci pure a cena. O vecchio matto, dove hai lasciato andare il tuo cervello? dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi da incatenar che non farian mai quello che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia che non sia qualche tratto di costoro di mala sorte. Eparo! o Eparo!
EPARO. Ben?
ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco!
EPARO. Ben, madonna: che ti manca?
ORGILLA. Non altro se non quello che hai tu e non ho io.
EPARO. Non so che m'av'é che questi pagni frusti qui di nogona ed una capannuccia a ca' e l'asina di mia moiera. Egghi negotta ancora che sia per ti?
ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina di tua mogliera.
EPARO. Mò non g'ho di quella a far negotta é, ché l'è del suoccio. Li faccio ben le spese e la somezo e la governo ancor; ma l'è di lui. Maidò, non g'ho da fare é.
ORGILLA. O cappachione, si vede pur che sei nato villano, c'hai piú dura la pelle de la testa e de la fronte che non han le bestie. Vo' farti scorto.
EPARO. E perché? Non ti intendo, se Dio m'aida.
ORGILLA. Perché spuntar fuora non ti posson le corna de la testa. E pur sei becco.
EPARO. Parla ch'io t'intenda; ché non son becchi ne' nossi paesi, se non quegghi che ammontan le bestiuole. I galli e le galline ancora l'hanno; ma non l'ho é.
ORGILLA. Ascolta, anima mia. Che vuol dir che tu sei sí grossolano? Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto di qua in cucina.
EPARO. E che tanto cianciare e berlingar? Dimmi se vuoi covelle, ché vo' spazzar la ca'.
ORGILLA. Possi morire, se tu vedesti mai camicia a donna. Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono? Va', sta pur con le capre.
EPARO. Vagghi ti; ché non sei buona se non da sbelare e non sai che ti voglia.
ORGILLA. Guarda razza di matto scempio! Vorrei venir teco ad esser tua mogliera a casa tua. Te ne contenti?
EPARO. N'ho d'avanzo n'una é. Che credi, se ben siam grossi di pagni, che siam poi asen? ché non è bastante ad una donna sol tutto un comuno di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta, Orgilla me.
ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua; e porta sú tutt'oggi de le legna; tramuta quei pietron che sono a basso; e fa' netto il terrestre e la cantina com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio! Si voglion gli animali adoperare solo a quel che son buoni.
EPARO. Ben, madonna.
SCENA VI
Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta piú cose strane che v'ha veduto.
FILENO, CRISAULO.
FILENO. Addio, vecchiona. Parti che ne facci a dritto ed a traverso? E poi al padrone porta mille ciancette e vuol che creda che questa sia la prima che ha venduto e quel che fa sol faccia per servirlo, come intera e da bene!
CRISAULO. Ecco Fileno. Ringraziato sia Dio. Che nuove porti? che t'ha risposto? verrá qui istasera? ha fatto nulla?
FILENO. Non l'ho ancor trovata; ch'era, m'han detto, andata fuori al monte a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato che venghi, come giunge.
CRISAULO. A chi parlasti?
FILENO. A quei di casa, ché v'era una corte che l'aspettava. Io so che quella strega ha tutte le virtú cardinalesche e l'arti liberali. Mi ricorda, quand'entro in quella casa, de l'inferno, a quel ch'ivi si vede.
CRISAULO. Che dirai? T'intendo ben. Sei stato fino a sera lá, con qualche carogna che ha per casa, ed or vuoi far la scusa.
FILENO. Io non lo niego. Ma non son giá carogne; ché, a la fede, c'è di bei visi.
CRISAULO. Tanto avestú fiato.
FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda l'opre belle che fa questa tua arpia. Il collo torto, il volto consumato, quegli occhi lagrimosi accompagnati con l'abito fratino e i paternostri che sempre biascia inganneriano il tempo che inganna ognuno.
CRISAULO. Di' che cosa è questa, se lo sai dire.