I tre moschettieri, vol. IV

Part 12

Chapter 123,833 wordsPublic domain

Ad un tratto, alla voltata della strada, vide rilucere i cappelli gallonati e ondeggiare le piume; essa contò due, poi otto cavalieri. Uno di essi precedeva gli altri per la distanza di due cavalli.

Milady mandò un ruggito. In quello che stava alla testa riconobbe d'Artagnan.

— Oh! mio Dio! mio Dio! gridò la sig. Bonacieux, che cosa è dunque?

— È l'uniforme delle guardie del ministro; non c'è un istante da perdere, gridò milady. Fuggiamo, fuggiamo.

— Sì, sì, fuggiamo, ripetè la sig. Bonacieux, ma senza poter fare un passo, ritrovandosi inchiodata dal terrore nel posto ove era.

S'intesero i cavalli che passavano sotto la finestra.

— Venite dunque, ma venite dunque! gridava milady, cercando di trascinare la giovine pel braccio. Per mezzo del giardino, noi possiamo ancora fuggire, io ne ho la chiave; ma affrettiamoci, fra cinque minuti sarà troppo tardi.

La sig. Bonacieux tentò di camminare, fece due passi, e cadde in ginocchio.

Milady tentò di sollevarla, e di portarla, ma non vi riuscì.

In questo momento s'intese il rotolio della carrozza, che, alla vista dei moschettieri partiva al galoppo. Poi rintronarono tre o quattro colpi di fucile.

— Un'ultima volta, volete voi venire? gridò milady.

— Oh! mio Dio! mio Dio! voi vedete bene che mi mancano le forze fuggite sola.

— Fuggir sola, lasciarvi così! no, no, giammai! gridò milady.

Ad un tratto un livido lampo brillò nei suoi occhi, corse alla tavola, versò nel bicchiere della Bonacieux ciò che contenevasi nella legatura del suo anello, che aperse con una prontezza singolare.

Era un grano rossastro che si sciolse sul momento.

Poi prendendo il bicchiere con mano ferma:

— Bevete, disse ella, questo vino vi darà le forze, bevete.

Ed avvicinò il bicchiere alle labbra della giovine; che bevve macchinalmente.

— Ah! non è così, che io voleva vendicarmi, disse milady con un sorriso infernale, rimettendo il bicchiere sulla tavola, in fede mia! si fa quello che si può.

E tosto si slanciò fuori dell'appartamento.

La sig. Bonacieux la guardò fuggire senza poter seguirla; essa era come quelle genti che sognano di essere perseguitate e tentano invano di camminare.

Passarono alcuni minuti, un rumore spaventevole rintronò; ad ogni istante la sig. Bonacieux si aspettava di vedere ricomparire milady, che non ritornava.

Molte volte, forse dal terrore, un freddo sudore colò dalla sua fronte ardente.

Finalmente, s'intese il rumore della porta che si apriva; quindi quello degli stivali e degli speroni che salivano le scale; successe un gran mormorio di voci che andavano avvicinandosi, in mezzo alle quali le sembrava di sentir pronunciare il suo nome.

Ad un tratto gettò un gran grido di gioia, e si slanciò verso la porta: essa aveva riconosciuto la voce di d'Artagnan.

— D'Artagnan! d'Artagnan! gridò ella, siete voi? per di qui!

— Costanza! rispose il giovane, dove siete voi? mio Dio!

Nello stesso momento la porta della cella cedè all'urto, anzichè aprirsi. Molti uomini si precipitarono nella camera, la sig. Bonacieux era caduta sopra una sedia, senza poter fare un movimento.

D'Artagnan gettò una pistola che aveva ancor fumante in mano, e cadde in ginocchio davanti alla sua innamorata. Athos rimise la sua alla cintura; Porthos e Aramis, che tenevano le spade nude, le rimisero nel fodero.

— Oh! d'Artagnan, mio diletto d'Artagnan, tu dunque vieni finalmente! tu non mi avevi ingannata; sei veramente tu!

— Sì, sì. Costanza. Finalmente siamo riuniti!

— Oh! _ella_ aveva un bel dire che tu non saresti venuto, io sperava sordamente; io non ho voluto fuggire.

— Oh! come ho fatto bene! come sono felice!

A questa parola _ella_, Athos, che si era seduto tranquillamente, si alzò ad un tratto.

— _Ella_? chi _ella_? domandò d'Artagnan.

— La mia compagna quella che per amicizia voleva sottrarmi ai miei persecutori; quella che, prendendovi per guardie del ministro si è data alla fuga.

— La vostra compagna, gridò d'Artagnan diventando più pallido del velo bianco della sua amica; di qual compagna volete voi parlare?

— Di quella la di cui carrozza stava alla porta; di una donna che si dice vostra amica, d'Artagnan; di quella donna a cui avete raccontato tutto.

— Il suo nome! gridò d'Artagnan; mio Dio! non sapete voi il suo nome?

— Lo sapeva! fu pronunciato avanti a me; aspettate; ma che cosa è questo... mio Dio! la testa si confonde, io non ci vedo più.

— A me! amici miei, a me! le sue mani sono di gelo, gridò d'Artagnan; ella sta male. Gran Dio, ella perde i sentimenti.

Nel mentre che Porthos chiamava soccorso in tutta la forza della sua voce, Aramis corse alla tavola per prendere un bicchier d'acqua, ma si fermò vedendo l'orribile alterazione del viso di Athos, che in piedi, davanti alla tavola, coi capelli irti, i lineamenti agghiacciati per lo stupore, guardava uno dei bicchieri, e sembrava in preda al dubbio il più orribile.

— Oh! diceva Athos, oh! no! è impossibile! Dio non permetterà un simile delitto!

— Dell'acqua! dell'acqua! gridava d'Artagnan, dell'acqua!

— Oh! povera donna! oh! povera donna! mormorava Athos con voce dolorosa.

La signora Bonacieux riaprì gli occhi sotto i baci di d'Artagnan.

— Essa ritorna in se! gridò il giovane, oh! mio Dio! mio Dio! io ti ringrazio!

— Signora, disse Athos, signora, in nome del cielo, chi ha bevuto in questo bicchiere vuoto?

— Io, signore, rispose la giovane con voce moribonda.

— Ma chi ha versato il vino che era in questo bicchiere?

— _Ella._

— Ma, chi era questa _ella_?

— Ah! ora mi sovvengo, disse la sig. Bonacieux: la contessa de Winter.

I quattro amici mandarono un solo ed unico grido ma quello di Athos dominò sopra gli altri.

In quel momento il viso della sig. Bonacieux divenne livido, un dolor sordo l'atterrò, e cadde fra le braccia di Porthos e d'Aramis.

D'Artagnan afferrò le mani di Athos con una angoscia impossibile a descriversi.

— E che! diss'egli tu credi?...

La sua voce si estinse in un singulto.

— Io credo tutto, disse Athos mordendosi le labbra fino al sangue.

— D'Artagnan, d'Artagnan, gridò la signora Bonacieux, ove sei tu? non mi lasciare, tu vedi bene che io muoio!.

D'Artagnan lasciò le mani di Athos e corse ad essa.

Il suo viso, così bello, era tutto sconvolto, i suoi occhi vitrei non avevano più lo sguardo, un tremito convulsivo agitava tutto il suo corpo, il sudore grondava dalla sua fronte.

— In nome del Cielo, correte, chiamate Porthos, Aramis, chiamate soccorso!

— Inutile, disse Athos, inutile, il veleno che essa versa non ha contravveleno.

— Si, sì, soccorso! soccorso! mormorava la sig. Bonacieux; soccorso!

Poi, riunendo tutte le sue forze, prese la testa del giovane moschettiere fra le sue mani, la guardò un istante, come se l'anima sua fosse passata per quello sguardo, e, con un grido, singhiozzando, appoggiò le sue labbra su quelle dell'amico.

— Costanza! Costanza! gridò d'Artagnan.

Un sospiro sfuggì dalla bocca della signora Bonacieux, sfiorando quella di d'Artagnan; questo sospiro era quello di quell'anima così casta e così innamorata, che saliva al cielo.

D'Artagnan non stringeva più fra le sue braccia che un cadavere.

Il giovane mandò un grido e cadde vicino alla sua bella, tanto pallido ed agghiacciato, quanto essa.

Porthos pianse: Athos mostrò il pugno al cielo: Aramis si fece il segno della croce.

In questo momento comparve un uomo sulla porta, quasi tanto pallido quanto lo erano quelli che stavano in camera; egli guardò intorno a se, vide la sig. Bonacieux morta e d'Artagnan svenuto.

Egli comparve in quell'istante di stupore, che segue le grandi catastrofi.

— Io non mi sono ingannato, disse colui; egli è il sig. d'Artagnan, e voi sarete i suoi amici, i signori Athos, Porthos ed Aramis.

Quelli, i di cui nomi erano stati pronunziati, guardarono lo straniero con meraviglia; sembrava a tutti e tre di riconoscerlo.

— Signori, riprese il nuovo venuto, voi siete senza fallo come me alla ricerca di una donna che, aggiunse egli con un terribile sorriso, deve essere passata per di qui, poichè vi vedo un cadavere.

I tre amici rimasero muti; soltanto alla voce ed al viso si ricordavano di un uomo; che avevano già veduto, ma non potevano ricordarsi in quale circostanza.

— Signori, continuò lo straniero, poichè non potete, o non volete riconoscere un uomo, che probabilmente vi deve per due volte la vita; bisogna bene che io mi nomini: io sono lord de Winter, il cognato di quella donna.

I tre amici gettarono un grido di sorpresa.

Athos si alzò e gli stese la mano.

— Siate il ben venuto, milord, diss'egli, voi siete dei nostri.

— Io sono partito cinque ore dopo di essa da Portsmouth, disse lord de Winter, sono giunto tre ore dopo di essa a Boulogne; l'ho fallita di venti minuti a Saint-Omer; finalmente, a Lilliers, ho perduto le sue tracce. Io andava a caso, informandomi presso tutti, quando vi ho veduti passare al galoppo; ho riconosciuto il signor d'Artagnan, vi ho chiamati; voi non mi avete risposto; volli seguirvi, ma, il mio cavallo era troppo stanco per andare colla stessa corsa dei vostri, e frattanto sembra che, ad onta della fretta che avevate, siate giunti ancora troppo tardi.

— Voi lo vedete, disse Athos mostrando a lord de Winter la signora Bonacieux morta e d'Artagnan svenuto, che Porthos ed Aramis cercavano di richiamare in vita.

— Sono dunque essi morti entrambi? domandò freddamente lord de Winter.

— No, fortunatamente, rispose Athos, d'Artagnan non è che svenuto.

— Ah! tanto meglio! disse lord de Winter.

Infatti, in quel momento d'Artagnan riapriva gli occhi.

Egli si sciolse dalle braccia di Porthos e di Aramis, e si gettò come un insensato sul corpo della sua innamorata.

Athos si alzò, andò verso il suo amico con passo lento e solenne, lo abbracciò teneramente, e, siccome egli dava in singulti, gli disse con la sua voce così nobile e così persuasiva:

— Amico, sii uomo: le donne piangono i morti, gli uomini li vendicano.

— Oh! sì, disse d'Artagnan, sì, se è per vendicarla, io sono pronto a seguirvi.

Athos approfittò di questi momenti di forza, che la speranza della vendetta rendeva al suo disgraziato amico, per far segno a Porthos e ad Aramis di andare a cercare la superiora.

I due amici la incontrarono nel corridoio, ancora tutta turbata e spaventata da tanti avvenimenti; essa chiamò alcune religiose, che, contro tutte le regole monastiche vennero alla presenza di cinque uomini.

— Signora, disse Athos passando il braccio di d'Artagnan sotto il suo, noi abbandoniamo alle vostre pietose cure il corpo di questa disgraziata donna. Essa fu un angiolo sulla terra, prima di andare ad essere un angiolo in cielo. Trattatela come una delle vostre sorelle: noi ritorneremo un giorno a pregare sulla sua tomba.

D'Artagnan nascose il suo viso contro il petto di Athos fondendosi in lagrime.

— Piangi, disse Athos, piangi, cuore pieno di amore, di gioventù, di vita. Ah! io vorrei pianger come te!

E trascinò il suo amico, come un padre affettuoso, come un prete consolatore, come un grand'uomo che ha molto sofferto.

Tutti e cinque, seguiti dai loro lacchè che tenevano i cavalli per le redini, si avanzarono allora verso la città di Béthune, di cui scorgevasi il sobborgo, e si fermarono davanti al primo albergo che ritrovarono.

— Ma, disse d'Artagnan, non perseguiteremo noi quella donna?

— Più tardi, disse Athos; debbo prendere prima alcune misure.

— Essa ci sfuggirà, riprese il giovane, essa ci sfuggirà, Athos, e sarà colpa tua.

— Io rispondo di lei, disse Athos.

D'Artagnan aveva una tal confidenza nella parola del suo amico, che abbassò la testa, entrò nell'albergo senza risponder niente.

Porthos e Aramis si guardavano, non comprendendo niente sulla assicurazione di Athos.

Lord de Winter credeva che egli parlasse così, per calmare il dolore di d'Artagnan.

— Ora, signori, disse Athos, allorquando si fu assicurato che vi erano cinque camere libere nell'albergo, ritiriamoci ciascuno nella nostra. D'Artagnan ha bisogno di restar solo per piangere, e voi per dormire. Io mi incarico di tutto, siate tranquilli.

— Mi sembra però, disse lord de Winter che, se vi è qualche misura da prendere contro la contessa, ciò debba riguardare me pure; essa è mia cognata.

— Ed essa è mia moglie! disse Athos.

D'Artagnan fremette, poichè comprese che Athos era sicuro della sua vendetta, mentre rivelava un tal secreto; Porthos ed Aramis si guardarono impallidendo, lord de Winter pensò che Athos fosse pazzo.

— Ritiratevi dunque, disse Athos, e lasciatemi fare; voi vedete bene che, nella mia qualità di marito, ciò mi riguarda. Soltanto, d'Artagnan, se non lo avete perduto, rimettetemi quel foglio che è sfuggito dal cappello di quell'uomo, e sul quale sta scritto il nome di una città.

— Ah! disse d'Artagnan, ora comprendo; questo nome scritto di sua mano...

— Vedi bene, disse Athos, che vi è un Dio nel Cielo!

CAPITOLO LXIV.

L'UOMO DAL MANTELLO ROSSO

La disperazione di Athos aveva dato posto ad un dolore concentrato, che rendeva ancor più chiare e più brillanti le qualità di questo uomo.

Tutto intento ad un solo pensiero, quello della promessa che aveva fatta e della responsabilità che aveva presa, egli si ritirò per ultimo nella sua camera, pregò l'albergatore di procurargli una carta della provincia, vi si curvò sopra, studiò le linee tracciate, riconobbe che quattro strade differenti si portavano da Béthune ad Armentières. E fece chiamare i quattro lacchè.

Planchet, Grimaud, Mousqueton e Bazin si presentarono e ricevettero gli ordini chiari, puntuali e gravi di Athos. Essi dovevano partire alla punta del giorno dell'indomani, e portarsi ad Armentières, ciascuno per una strada differente. Planchet, il più intelligente dei quattro, doveva seguir quella che aveva presa la carrozza, sulla quale i tre amici avevano tirato, e che era accompagnata, si ricorderà, dal domestico di Rochefort.

Athos mise i lacchè in campagna, primieramente perchè, dal momento che questi erano entrati al servizio suo e dei suoi amici, si era riconosciuto in loro delle qualità differenti ed essenziali; poi de' lacchè che interrogano, inspirano sempre nei paesani minor diffidanza dei loro padroni, e trovano maggior simpatia presso quelli ai quali s'indirizzano.

Finalmente, milady conosceva i padroni nel mentre ch'essa non conosceva i servitori. Al contrario i servitori conoscevano tutti perfettamente milady.

Tutti e quattro dovevano ritrovarsi alle undici antimeridiane in un punto indicato. Se avevano scoperto il luogo di ritirata di milady, tre rimanevano a guardarla, e il quarto ritornava a Béthune, per prevenire Athos, e servir di guida ai tre amici.

Prese queste disposizioni, anche i servi si ritirarono.

Athos allora si alzò dalla sedia, cinse la spada, si avviluppò nel mantello, e uscì dall'albergo; erano circa dieci ore di sera; si sa, in provincia le strade sono poco frequentate. Athos visibilmente cercava però qualcuno a cui potere indirizzare la parola. Finalmente incontrò un passaggiero ritardato, si avvicinò a lui e gli disse alcune parole. L'uomo al quale si era indirizzato indietreggiò con terrore; però rispose alle parole del moschettiere per mezzo di una indicazione. Athos offerse a questo uomo una mezza doppia per accompagnarlo; ma questi si rifiutò.

Allora s'internò nelle strade che l'indicatore aveva designate col dito; ma giunto ad una croce-via si fermò di nuovo visibilmente imbarazzato; nella lusinga però che quivi passasse più facilmente qualcuno, si fermò. Di fatto, dopo pochi minuti passò un vigile della notte. Athos gli ripetè la stessa interrogazione che aveva già fatta alla prima persona incontrata. Il vigile lasciò scorgere lo stesso terrore, rifiutò egli pure di accompagnare Athos, e gli mostrò colla mano la via che doveva seguire.

Athos camminò nella direzione mostrata, giunse al sobborgo indicato, nell'estremità opposta della città e del luogo ov'era alloggiato, in compagnia dei suoi amici. Là, parve di nuovo inquieto ed imbarazzato, e per la terza volta si fermò.

Fortunatamente passava un mendicante, che si accostò ad Athos per dimandargli l'elemosina. Athos gli offerse uno scudo per accompagnarlo ove voleva andare; il mendicante esitò un istante, ma alla vista della moneta di argento che brillava nell'oscurità, si decise e camminò davanti ad Athos.

Giunto all'angolo di una strada, gli mostrò di lontano una piccola casa, isolata solitaria e trista. Athos si avvicinò ad essa, nel mentre che il mendicante, il quale aveva ricevuto il suo salario, si allontanava a tutte gambe.

Egli vi girò attorno per poter distinguere la porta in mezzo al color rossastro di cui era dipinta tutta quella casa. Nessun lume appariva attraverso le fenditure delle gelosie, nessun rumore poteva far supporre che questa casa fosse abitata; essa era muta e cupa come una tomba.

Tre volte Athos battè senza che gli fosse risposto. Al terzo colpo, però, s'intesero dei passi avvicinarsi; finalmente la porta fu mezza aperta, e un uomo di alta statura, di colorito pallido, coi capelli e la barba nera, comparve.

Athos e lui si cambiarono alcune parole a voce bassa, quindi l'uomo di alta statura fece segno al moschettiere che poteva entrare.

L'uomo che Athos era venuto a cercare, e che aveva ritrovato con tanta pena, lo fece entrare in un laboratorio, in cui era occupato al legare con dei fili di ferro le ossa di uno scheletro. Tutto il corpo era già legato, la sola testa stava sopra la tavola.

Tutto il resto del mobilio indicava che quest'uomo si occupava di scienze naturali; vi erano dei vasi di vetro pieni di serpenti, coi loro bigliettini indicanti le specie; delle lucertole diseccate, risplendenti come gli smeraldi, e attaccate sopra una tavola nera. Finalmente dei fasci di erbe selvatiche, odorifere, e senza dubbio dotate di virtù sconosciute al volgare degli uomini, erano attaccati al soffitto, e discendevano negli angoli dell'appartamento.

Del resto nessun individuo di famiglia, nessun servitore: l'uomo di alta statura abitava solo in quella casa.

Athos gettò un colpo d'occhio freddo ed indifferente su tutti gli oggetti che abbiamo descritti, e dopo l'invito di quello che era andato a ritrovare, si assise vicino a lui.

Allora gli spiegò la causa della sua visita ed il servigio che reclamava: ma appena egli ebbe esposta la sua domanda, che lo sconosciuto, che era rimasto in piedi davanti al moschettiere rinculò pel terrore e si rifiutò. Allora Athos cavò di saccoccia un piccolo pezzo di carta su cui erano scritte due righe, accompagnate da una firma e da un sigillo, e lo presentò a quello che dava troppo prematuramente dei segni di ripugnanza. L'uomo dall'alta statura, appena ebbe lette le due linee, vista la sottoscrizione, e riconosciuto il sigillo, s'inchinò in segno di non avere altra obbiezione a fare, e di essere pronto ad obbedirlo.

Athos non chiese di più, si alzò, uscì, riprese andandosene, la strada che aveva fatta nel venire, rientrò nell'albergo, e si chiuse nella sua camera.

Alla punta del giorno d'Artagnan entrò da lui, e gli chiese che cosa si doveva fare.

— Aspettare, rispose Athos.

Alcuni istanti dopo, la superiora del monastero fece prevenire i moschettieri che i funerali della vittima di milady avrebbero avuto luogo nel mezzogiorno. In quanto alla avvelenatrice, non se ne erano ricevute notizie, soltanto ch'essa aveva dovuto fuggire dal giardino, nella sabbia del quale si erano riconosciute le impronte dei piedi di milady, e del quale si era ritrovata la porta chiusa: quanto alla chiave, era scomparsa.

All'ora indicata, lord de Winter ed i quattro amici si portarono al convento; le campane suonavano a tutta tratta, la cappella era aperta, la sola gelosia del coro era chiusa. Il corpo era esposto nel mezzo del coro, vestito degli abiti di novizia. Da ciascun lato di esso, e dietro le gelosie che comunicavano col convento, era tutta la comunità delle Carmelitane che di là ascoltava l'ufficio divino, e univa il suo canto al canto dei preti, senza vedere i profani e senza essere veduta.

Alla porta della cappella d'Artagnan sentì venirgli meno il coraggio, si voltò per cercare Athos, ma Athos era scomparso.

Fedele alla sua missione di vendetta; si era fatto accompagnare in giardino, e là, sulla sabbia seguiva il passo leggiero di questa donna, che aveva lasciata una traccia sanguinosa ovunque era passata; si avanzò fino alla porta che metteva nel bosco, se la fece aprire, si internò nella foresta.

Allora tutti i suoi dubbi si confermarono; la strada per la quale era passata la carrozza fuggendo, circondava la foresta. Athos seguì questo sentiero con gli occhi fissi al suolo; alcune piccole macchie di sangue, sparse o dall'uomo che serviva la carrozza come postiglione, o da uno dei cavalli, tracciavano qua e là la strada. In capo a tre quarti di lega a cinquanta passi circa da Festubet, compariva una macchia di sangue più grande. Il suolo era coperto di impronte di ferri di cavalli. Fra la foresta e questo luogo denunciatore, un poco più addietro delle peste dei cavalli, si scopriva la stessa traccia di piede che fu ritrovata in giardino.

La carrozza si era qui fermata.

In questa direzione milady era uscita dal bosco ed era salita in carrozza.

Soddisfatto di questa scoperta, che confermava tutte le sue congetture, Athos ritornò all'albergo, e ritrovò Planchet che lo aspettava con impazienza.

Tutto era avvenuto come lo aveva preveduto Athos.

Planchet aveva seguita la stessa strada, aveva rimarcate le stesse tracce di sangue, come Athos; aveva riconosciuto il luogo ove si erano fermati i cavalli; ma era andato più avanti di Athos, di modo che, nel villaggio di Festubert, bevendo in un'osteria, e senza bisogno d'interrogare nessuno, aveva saputo che circa alle otto e mezzo della sera innanzi, un uomo ferito, che accompagnava una dama che viaggiava in legno di posta, era stato obbligato di fermarsi, non potendo andare più avanti. L'accidente veniva attribuito ai ladri che avevano voluto fermare la carrozza nel bosco. L'uomo era rimasto nel villaggio, e la dama aveva cambiati i cavalli e aveva continuata la sua strada.

Planchet si mise in cerca del postiglione che aveva condotta la carrozza, e lo ritrovò. Egli aveva condotta la dama fino a Fromelles e da Fromelles era partita per Armentières. Planchet prese una strada traversa e a sette ore del mattino egli era ad Armentières.

Non vi era che un albergo, quello della posta. Planchet andò a presentarvisi come un lacchè senza padrone, che cercava un posto. Non erano dieci minuti che parlava coi servi dell'albergo, che sapeva giù che una donna sola era arrivata alle undici di sera, aveva presa una camera, aveva fatto venire il padrone dell'albergo, e gli aveva detto che desiderava di dimorare per qualche tempo nelle vicinanze.

Planchet non aveva bisogno di saperne di più. Corse al luogo dell'appuntamento, trovò gli altri tre lacchè, esatti al loro posto, li condusse, li situò in sentinella a tutte le uscite dell'albergo e ritornò da Athos, che terminava di ricevere le informazioni di Planchet, quando rientrarono i suoi amici.

Tutti i visi erano tetri, perfino il dolce viso di Aramis.

— Che cosa dobbiamo fare? domandò d'Artagnan.

— Aspettare, rispose Athos.

Ciascuno si ritirò, nella sua camera.

Alle otto ore di sera, Athos dette l'ordine d'insellare i cavalli, fece prevenire lord de Winter e i suoi amici di tenersi pronti per la spedizione.

In un istante tutti e cinque furono all'ordine; ciascuno visitò le sue armi e le preparò. Athos discese per ultimo e trovò d'Artagnan di già a cavallo, che si impazientava.

— Pazienza, disse Athos, ci manca ancora qualcuno.

I quattro cavalieri si guardarono intorno con meraviglia, poichè cercavano inutilmente nel loro spirito chi era quello che poteva mancare.

— Aspettatemi, diss'egli, io ritornerò subito.

E partì al galoppo.

Un quarto d'ora dopo ritornò effettivamente accompagnato da un uomo mascherato, avvolto in un gran mantello rosso.