I tre moschettieri, vol. II

Part 4

Chapter 43,826 wordsPublic domain

— Ve l'ho detto, signore, rispose Planchet, i Piccardi si conoscono nell'usarli; d'altronde io sono qui nel mio paese, e ciò mi dà eccitamento.

Ed entrambi spronando a più potere, giunsero a Saint-Omer d'un sol tratto. A Saint-Omer fecero prender fiato ai cavalli, tenendo le briglie infilate alle braccia, per paura d'accidente, e mangiarono un tozzo di pane colle mani, entrambi in piedi sulla strada, dopo di che ripartirono.

A cento passi dalle porle di Calais il cavallo di d'Artagnan stramazzò, e non vi fu mezzo di farlo risorgere, il sangue gli sortiva dal naso e dagli occhi; restava quello di Planchet, ma il suo si era impiantato, e non v'era modo di farlo smuovere.

Fortunatamente, come abbiamo detto, essi non erano che a cento passi dalla città, essi lasciarono i due cavalli sulla strada maestra, e corsero al porto.

Planchet fece osservare al suo padrone un gentiluomo che sembrava molto affaccendato. Aveva egli i suoi stivali coperti di polvere, e s'informava se poteva passare sull'istante in Inghilterra.

— Niente sarebbe più facile, rispose il padrone di un bastimento pronto a mettere alla vela; ma questa mattina è giunto l'ordine di non lasciar partire nessuno senza un permesso espresso del ministro.

— Io ho questo permesso, disse il gentiluomo cavando di saccoccia il foglio: eccolo.

— Fategli fare il visto dal governatore del porto, disse il padrone, e datemi la preferenza.

— Dove posso ritrovare ora il governatore?

— Alla sua campagna, a un quarto di lega dalla città: osservate, si vede di qui ai piedi di quella piccola collina, quel tetto acuminato.

— Benissimo! disse il gentiluomo.

E, seguito dal suo lacchè, prese la via della casa di campagna del governatore.

D'Artagnan e Planchet seguirono il gentiluomo a cinquecento passi di distanza.

Una volta fuori di città, d'Artagnan affrettò il passo, e raggiunse il gentiluomo mentre stava per internarsi in un bosco.

— Signore, diss'egli, voi mi sembrate molto stimolato dalla fretta?

— Non si può esserlo di più.

— Io ne sono afflittissimo, perchè, essendo io pure affrettato, voleva pregarvi di farmi un favore.

— Quale?

— Di lasciarmi passare pel primo.

— Impossibile! disse il gentiluomo. Io ho fatto sessanta leghe in quarantaquattro ore, e bisogna che domani prima del mezzogiorno io sia a Londra.

— Io pure ho fatta la stessa strada in quarant'ore, e bisogna che domattina alle dieci io sia a Londra.

— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato pel primo, e non passerò pel secondo.

— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato il secondo, e devo passare pel primo.

— Servizio del re! disse il gentiluomo.

— Servizio di me stesso! disse d'Artagnan.

— Ma questa che mi movete è una cattiva contesa, mi sembra.

— Per bacco! e che cosa volete che sia?

— Cosa desiderate?

— Volete saperlo?

— Certamente.

— Ebbene! io voglio l'ordine che voi portate per potervi imbarcare, atteso che io non l'ho, e me ne abbisogna uno.

— Presumo che voi vogliate scherzare?

— Io non ho scherzato mai.

— Lasciatemi passare.

— Voi non passerete.

— Mio bravo giovane, io vi spaccherò la testa. Olà! Loubin, le mie pistole.

— Planchet, disse d'Artagnan, incaricati del servo, ch'io m'incarico del padrone.

Planchet fatto ardito dalla prima intrapresa, saltò sopra Loubin, e siccome era forte e vigoroso, lo rovesciò coi reni contro terra, e gli mise un ginocchio sul petto.

— Fate il fatto vostro, signore, io ho fatto il mio.

Vedendo questo, il gentiluomo cavò la spada e andò a fondo su d'Artagnan; ma egli aveva un forte antagonista.

In tre secondi d'Artagnan gli caricò tre colpi di spada, dicendo a ciaschedun colpo:

— Uno per Athos, uno per Porthos ed uno per Aramis.

Al terzo colpo il gentiluomo cadde come un masso.

D'Artagnan lo credè morto, o per lo meno svenuto, e si avvicinò a lui per levargli l'ordine, ma al momento in cui stendeva il braccio per fregarlo, il ferito, che non aveva lasciata la sua spada, gli portò un colpo di punta nel petto dicendogli:

— Ed uno per voi.

— Ed uno per me! all'ultimo, il buono! gridò d'Artagnan furioso, inchiodandolo in terra con un quarto colpo di spada nel ventre.

Questa volta il gentiluomo chiuse gli occhi e si svenne.

D'Artagnan frugò nella saccoccia ove aveva veduto mettere l'ordine pel passaggio e lo prese. Esso era a nome del conte Wardes.

Quindi gettando un ultimo sguardo sul bel giovane, che aveva appena venticinque anni, e che lasciava là giacente, privo di sentimenti e forse morto, mandò un sospiro su quello strano destino che conduce gli uomini a distruggersi l'un l'altro per l'interesse di persone che loro sono sconosciute, e che spesso non sanno nemmeno che esistono.

Ma fu ben presto tolto da queste riflessioni da Loubin, che mandava degli urli, e chiamava con tutte le sue forze soccorso.

Planchet gli applicò la mano sulla gola, e la stringeva con tutta la forza.

— Signore, diss'egli, fino a che lo terrò stretto a questo modo, egli non griderà, ne sono ben sicuro ma subito che lo lascerò ritornerà a gridare. Io lo riconosco per un Normanno, e i Normanni sono ostinati.

In fatti per quanto fosse stretto, Loubin cercava di filare la voce e mandare un suono.

— Aspetta! disse d'Artagnan, e prendendo il suo fazzoletto, glielo mise intorno alla bocca.

— Ora, disse Planchet, leghiamolo ad un albero.

La cosa fu fatta coscienziosamente. Quindi fu tirato il conte de Wardes vicino al suo domestico, e siccome la notte sopraggiungeva, ed il ferito ed il legato erano a molti passi internati nel bosco, era evidente che dovevano restar là fino all'indomani.

— Ed ora, disse d'Artagnan, andiamo al governatore.

— Ma voi siete ferito, mi sembra, disse Planchet.

— Non è niente, occupiamoci del più interessante, quindi penseremo alla mia ferita, che del resto, non mi sembra molto pericolosa.

Ed entrambi s'incamminarono a gran passi verso la campagna del degno funzionario.

Fu annunziato il sig. conte de Wardes.

D'Artagnan fu introdotto.

— Avete voi l'ordine firmato dal ministro? disse il governatore.

— Sì, signore, rispose d'Artagnan; eccolo.

— Ah! Ah! egli è in regola, ben raccomandato, disse il governatore.

— È semplicissimo, rispose d'Artagnan, io sono uno dei suoi più fedeli.

— Sembra che sua Eccellenza voglia impedire a qualcuno di passare in Inghilterra?

— Sì, ad un certo d'Artagnan, un gentiluomo bearnese che è partito da Parigi con tre de' suoi amici con l'intenzione di trasferirsi a Londra.

— Lo conoscete voi personalmente? domandò il governatore.

— Chi?

— Questo d'Artagnan.

— A meraviglia.

— Datemi i suoi connotati.

— Niente di più facile.

E d'Artagnan uno per uno descrisse tutti i connotati del conte de Wardes.

— È egli accompagnato? domandò il governatore.

— Sì, da un cameriere chiamato Loubin.

— Si veglierà sopra essi, e se si giunge a metter loro le mani addosso, Sua Eccellenza può restar tranquilla; essi saranno ricondotti a Parigi sotto buona scorta.

— E agendo così, signor governatore, disse d'Artagnan, voi diventerete benemerito del ministro.

— Lo rivedrete voi al vostro ritorno, signor conte?

— Senza alcun dubbio.

— Ditegli, vi prego, che io sono un suo vero servitore.

— Io non mancherò.

E contento di questa assicurazione, il governatore fece il visto al lascia-passare, e lo rimise a d'Artagnan.

D'Artagnan non perdè tempo in inutili complimenti, salutò il governatore, lo ringraziò e partì.

Una volta fuori, egli e Planchet presero la corsa, e, facendo un lungo giro, evitarono il bosco e rientrarono per un'altra porta.

Il bastimento era sempre pronto a partire; il padrone aspettava sul porto.

— Ebbene? diss'egli scorgendo d'Artagnan.

— Ecco il mio lascia-passare col suo visto, disse questi.

— E quell'altro gentiluomo?

— Egli non partirà per oggi, disse d'Artagnan; ma siate tranquillo, io pagherò il passaggio per noi due.

— In questo caso, partiamo, disse il padrone.

— Partiamo, ripetè d'Artagnan.

Ed egli con Planchet saltò nella lancia; cinque minuti dopo essi erano a bordo.

Ed era tempo; non avevano fatto mezza lega in mare, che d'Artagnan vide brillare une luce e intese una detonazione.

Era il colpo del cannone che annunziava la chiusura del porto.

Venne tempo di occuparsi della sua ferita, fortunatamente, come lo aveva pensato d'Artagnan, non era affatto pericolosa; la punta della spada aveva incontrata una costa e aveva strisciato lungo l'osso; di più la camicia si era subito attaccata alla carne e appena aveva sparso qualche goccia di sangue.

D'Artagnan era spossato dalla fatica: gli fu steso una materassa sul ponte, vi si gettò sopra e si addormì.

L'indomani alla punta del giorno egli si ritrovò a tre o quattro leghe soltanto dalle coste d'Inghilterra; la brezza era stata debole tutta la notte e avevano potuto camminare.

A due ore il bastimento gettava l'ancora nel porto di Douvres.

A due ore e mezzo d'Artagnan metteva piede sul suolo d'Inghilterra, gridando:

— Finalmente eccomi qui!

Ma questo non era il tutto, bisognava giungere a Londra. In Inghilterra la posta era ben servita. D'Artagnan e Planchet presero ciascuno un polledro; un postiglione corse davanti a loro; in quattro ore essi giunsero alle porte della capitale.

D'Artagnan non conosceva Londra; d'Artagnan non sapeva una parola d'inglese, ma egli scrisse il nome di Buckingham sopra un pezzo di carta e ciascuno gli sapeva indicare il palazzo del duca.

Il duca era alla caccia a Windsor col re.

D'Artagnan domandò il cameriere di confidenza del duca, che avendolo accompagnato in tutti i suoi viaggi, parlava perfettamente il francese: gli disse che giungeva da Parigi per affare in cui trattavasi della vita o della morte, e che abbisognava che parlasse sull'istante col suo padrone.

La confidenza con la quale parlava d'Artagnan convinse Patrizio, che questo era il nome di questo ministro. Egli fece insellare due cavalli e s'incaricò di condurre la giovane guardia. In quanto a Planchet era stato tolto dalla sua cavalcatura intirizzito come un giunco. Il povero servitore era al termine delle sue forze; d'Artagnan sembrava di ferro.

Si giunse al castello, e si chiesero le informazioni: il re e Buckingham erano alla caccia del falcone nelle paludi poste a tre leghe di là.

In venti minuti furono al luogo indicato. Ben presto Patrizio intese la voce del suo padrone che chiamava il suo falcone.

— Chi debbo io annunziare a milord duca? domandò Patrizio.

— Quel giovane che una sera gli mosse contesa sul Ponte Nuovo, in faccia alla Samaritana.

— Questa è una singolare raccomandazione!

— Voi vedrete che ella vale quanto un'altra.

Patrizio mise il suo cavallo al galoppo, raggiunse il duca, e gli annunziò, nei termini che abbiamo detto, che un messaggiero lo aspettava. Buckingham riconobbe d'Artagnan sull'istante, e dubitando che accadesse qualche cosa in Francia, di cui gli si faceva pervenire la notizia, egli non prese che il tempo di domandare ove era quello che portava, e avendo riconosciuto da lontano l'uniforme delle guardie, mise il suo cavallo al galoppo, e venne direttamente incontro a d'Artagnan. Patrizio per discrezione si tenne in disparte.

— Non è già accaduta nessuna disgrazia alla regina, gridò Buckingham, esponendo tutto il suo pensiero, e tutto il suo amore in questa interrogazione.

— Io non lo credo; però credo che ella corra qualche gran pericolo, da cui Vostra Grazia soltanto può toglierla.

— Io? gridò Buckingham. E che! sarei io tanto felice per esserle buono a qualche cosa? parlate! parlate!

— Prendete questa lettera, disse d'Artagnan.

— Questa lettera? e chi mi manda questa lettera?

— Sua Maestà, a quanto credo.

— Sua Maestà! disse Buckingham impallidendo in modo che d'Artagnan temette che fosse per sentirsi male.

E ruppe il sigillo.

— E che cosa è questo strappo? disse egli mostrando a d'Artagnan un punto in cui era forata a giorno.

— Ah! ah! disse d'Artagnan, una sgraffiatura.

— Giusto cielo! che leggo! gridò il duca. Patrizio resta qui, o piuttosto raggiungi il re ovunque ei sia, e dì a Sua Maestà che io lo supplico umilmente a scusarmi; ma che un affare della più alta importanza mi chiama a Londra. Venite, signore, venite.

Ed entrambi ripresero al galoppo la strada della capitale.

CAPITOLO XXI.

LA CONTESSA DI WINTER

Lungo tutta la strada, il duca si fece mettere al corrente da d'Artagnan, non di tutto ciò che era accaduto, ma di tutto ciò che d'Artagnan sapeva. Ravvicinando tutto che sentiva sortire dalla bocca del giovane colle sue rimembranze, potè farsi un'idea abbastanza esatta di una posizione, sulla gravità della quale del resto la lettera della regina, per quanto corta ed esplicita fosse, gli dava la misura. Ma ciò che soprattutto io maravigliava, era che il ministro, interessato grandemente che questo giovane non mettesse piede in Inghilterra, non fosse giunto a fermarlo sulla via. Fu allora dietro la manifestazione di questa meraviglia, che d'Artagnan gli raccontò le prese precauzioni, e come, mercè la divozione, dei suoi tre amici, che aveva sparsi insanguinati sulla strada, egli era giunto a esserne sortito con un sol colpo di spada, che aveva trapassato il biglietto della regina, e che aveva reso al sig. Wardes con una così terribile moneta. Mentre ascoltava questo racconto fatto con la più grande semplicità, il duca guardava di tratto in tratto il giovane con aria meravigliata, come se non avesse potuto comprendere in che modo tanta prudenza, tanto coraggio e tanta devozione potessero collegarsi con un viso che non indicava ancora venti anni.

I cavalli andavano come il vento, e in pochi minuti furono alle porte di Londra. D'Artagnan aveva creduto che, entrando nella città, il duca avrebbe rallentato la corsa del suo, ma non andò così; egli continuò la strada di gran carriera, poco inquietandosi di rovesciare quelli che incontrava nel suo passaggio. Infatti, traversando la città, accaddero due o tre accidenti di questo genere, ma Buckingham non voltò nemmeno la testa per guardare che cosa era accaduto a quelli che aveva cacciati sottosopra. D'Artagnan lo seguiva in mezzo a certe grida che rassomigliavano molto a maledizioni.

Entrando nel cortile del palazzo, Buckingham saltò da cavallo, e senza inquietarsi di ciò che poterà avvenire di lui, gli gettò le briglie sul collo, e si slanciò sulla scalinata. D'Artagnan fece altrettanto con un poco più d'esitanza per questi nobili animali, di cui egli aveva potuto apprezzare il merito; ma egli ebbe la consolazione di vedere che tre o quattro camerieri si slanciavano dalle cucine e dalle scuderie, e si impadronivano tosto delle loro cavalcature.

Il duca camminava così rapidamente, che d'Artagnan appena lo poteva seguire. Egli traversò successivamente diversi saloni di una tale eleganza, che i più gran signori di Francia non ne avevano neppure un'idea, e giunse finalmente in una camera da dormire che era un miracolo di buon gusto ad un tempo e di ricchezza. Nell'alcova di questa camera, era una porta nascosta sotto la tappezzeria, che il duca aprì con una piccola chiave d'oro, che egli portava al collo, sospesa ad una catena dello stesso metallo. D'Artagnan per delicatezza era rimasto indietro, al momento in cui Buckingham oltrepassava il limitare di questa porta, egli si voltò, e vedendo l'esitazione del giovane:

— Venite, gli disse, e se voi avrete la felicità di essere ammesso alla presenza di Sua Maestà, le direte ciò che avete veduto.

Incoraggiato da questo invito, d'Artagnan seguì il duca che chiuse la porta dietro a lui.

Allora tutti e due sì trovarono in un piccolo gabinetto tappezzato di seta di Persia e broccato d'oro. Al disotto di un magnifico baldacchino sormontato dalla corona reale e da piume bianche e rosse, stava il ritratto di Anna regina di Francia, grande al naturale, e così perfettamente rassomigliante, che d'Artagnan mandò un grido di sorpresa nello scorgerlo; si sarebbe detto che la regina stava per parlare.

Sotto il ritratto, e sopra un dado ricoperto con magnificenza, era il bauletto che racchiudeva i puntali di diamanti.

Il duca si avvicinò con quel rispetto e divozione, che avrebbe usata per cosa santa, quindi aprì il bauletto.

— Prendete, gli disse, cavando da quello un grosso nastro di fettuccia blu tutta risplendente di diamanti, prendete ecco questi preziosi puntali, coi quali aveva fatto giuramento di essere sepolto. La regina me li aveva dati, me li prende, sia fatta la sua volontà in tutte le cose.

Quindi si mise a baciare gli uni dopo gli altri questi puntali da cui stava per separarsi per sempre. Ad un tratto mandò un grido terribile.

— Che avviene? domandò d'Artagnan con inquietudine, e che vi accadde, milord?

— Vi è che tutto è perduto! gridò Buckingham diventando pallido come un cadavere; mancano due di questi puntali, non ve ne sono più che dieci.

— Milord gli ha forse perduti, o crede che gli sieno stati rubati?

— Mi sono stati rubati, riprese il duca, ed è il ministro che ha fatto fare il colpo. Osservate, guardate la fettuccia che li sosteneva, che è stata tagliata con le forbici.

— Se milord potesse sospettare chi ha commesso il furto... forse la persona gli ha ancora fra le mani.

— Aspettate, aspettate! gridò il duca. La sola volta che io ho messo questi puntali è stato ai ballo del re à Windsor, otto giorni or sono. La contessa de Winter, con la quale era in collera, mi si è accostata in questo ballo. Questo accomodamento è stato una vendetta di donna gelosa. Da quel giorno io non l'ho più riveduta. Questa donna è una agente del ministro.

— Ve ne sono dunque in tutto il mondo? gridò d'Artagnan.

— Oh! sì, sì, disse Buckingham stringendo i denti per la collera; sì, è un terribile competitore. Ma frattanto, quando avrà luogo questo ballo?

— Lunedì prossimo.

— Lunedì prossimo! cinque giorni ancora? vi è più tempo di quello che ci abbisogna. Patrizio! gridò il duca aprendo la porta di questa specie di santuario, Patrizio!

Il suo cameriere di confidenza comparve.

— Il mio gioielliere e il mio segretario!

Il cameriere sortì con una prontezza ed un silenzio che provavano l'abitudine che egli aveva contratta di obbedire ciecamente e senza replica.

Ma quantunque fosse stato il gioielliere il primo chiamato, il primo a comparire fu il segretario.

Era naturale, egli abitava nel palazzo. Trovò Buckingham assiso davanti una tavola nella sua camera da dormire, che scriveva alcuni ordini di sua propria mano.

— Sig. Jackson, gli disse, portatevi sul momento dal Lord-Cancelliere, e ditegli che io lo incarico della pronta esecuzione di questi ordini. Io desidero che sieno promulgati nell'istante medesimo.

— Ma, mio signore, se il Lord-Cancelliere mi interroga sui motivi che possono avere indotto Vostra Grazia ad una misura così straordinaria, che cosa risponderò io?

— Che tale è stata la mia volontà, e che io non rendo conto a nessuno della mia volontà.

— Dovrà esser questa la risposta da trasmettersi anche a Sua Maestà, riprese sorridendo il segretario, se per caso Sua Maestà avesse la curiosità di sapere perchè nessun vascello può più sortire dai porti della Gran Brettagna?

— Voi avete ragione, signore, riprese Buckingham, in questo caso egli dirà al re che io ho deciso la guerra, e che questa misura è il primo atto di ostilità contro la Francia.

Il segretario s'inchinò e partì.

— Per questo lato eccoci tranquilli, disse Buckingham voltandosi verso d'Artagnan. Se i puntali non sono già partiti per la Francia essi non vi arriveranno che dopo di voi.

— In che modo?

— In questo momento ho dato la proibizione a tutti i bastimenti che si trovano nei porti di Sua maestà di partire senza un particolare permesso, e neppure un solo avrà il coraggio di alzare l'ancora.

D'Artagnan guardò con stupore quest'uomo che impiegava nel servizio dei suoi amori tutto l'illimitato potere di cui era rivestito dalla confidenza del re. Buckingham vide, dalla espressione della fisonomia del giovane, ciò che passava nel di lui pensiero, e sorrise.

— Si, disse egli, sì, è Anna la mia vera regina, per una di lei parola io tradirei il mio paese, tradirei il mio re. Ella mi ha domandato di non mandare ai protestanti della Rochelle i soccorsi che io aveva loro promessi, ed io l'ho fatto. Io manco alla mia parola, ma non importa, obbedisco al suo desiderio, ma sono stato pagato largamente della mia obbedienza, alla quale devo il suo ritratto.

D'Artagnan ammirò quel debole filo e qualche volta sconosciuto, dal quale dipendono i destini di un popolo e la vita degli uomini.

Egli era nel più profondo di queste riflessioni allorquando entrò il gioielliere: questi era un Irlandese dei più abili nell'arte sua, e che confessava egli stesso di guadagnare seimila lire all'anno col duca de Buckingham.

— Signor O'Reilly, gli disse il duca conducendolo nel gabinetto, guardate questi puntali di diamanti, e dite quanto costano l'uno.

L'orefice gettò un colpo d'occhio sul modo elegante con cui erano legati, calcolò l'uno per l'altro il valore dei diamanti, e senza alcuna esitazione:

— Mille e cinquecento doppie l'uno, milord, rispose egli.

— Quanti giorni ci vogliono per far due puntali come questi? vedete ne mancano due.

— Otto giorni, milord.

— Io li pagherò tremila doppie l'uno, ma mi abbisognano per dopo domani.

— Milord li avrà.

— Voi siete un uomo prezioso, sig. O'Reilly, ma questo non è tutto, questi puntali non possono essere confidati ad alcuno, bisogna quindi che sieno fatti nel mio palazzo.

— Impossibile, milord, non vi sono che io che li possa fare in modo da non accorgersi della differenza tra i nuovi ed i vecchi.

— Così, mio caro sig. O'Reilly, voi siete mio prigioniero, e da quest'ora, quando anche voleste sortire dal mio palazzo non lo potreste più! adattatevi adunque. Nominatemi quelli fra i vostri garzoni di cui avete bisogno, e ditemi gli utensili che vi devono portare.

Il gioielliere conoscendo il duca, sapeva che era inutile ogni osservazione, si adattò quindi fino da quel momento alla sua situazione.

— Mi sarà permesso di avvertire mia moglie? domandò egli.

— Sì, e vi sarà anche permesso di vederla, mio caro sig. O'Reilly; la vostra prigionia sarà dolce, e siccome ogni incomodo vuole un compenso, così, ecco un buono di mille doppie, oltre il prezzo dei puntali, per farvi dimenticare la noia che vi procuro.

D'Artagnan non poteva rimettersi dalla sorpresa che gli cagionava questo ministro, che rimescolava a piene mani uomini e milioni.

In quanto all'orefice, scriveva a sua moglie inviandole il buono di mille doppie, e incaricandola in contracambio d'inviargli il suo miglior giovane di negozio e un assortimento di diamanti di cui le indicava il peso ed il titolo, e una lista d'utensili che gli erano necessari.

Buckingham condusse l'orefice nella camera che gli venne destinata, e che in capo ad una mezz'ora fu trasformata in un'officina. Mise quindi una sentinella a ciascheduna porta, con proibizione di lasciare entrare chi che siasi, ad eccezione del suo cameriere Patrizio. È superfluo l'aggiungere ch'era assolutamente proibito all'orefice ed al suo lavorante di sortire sotto alcun pretesto.

Regolata questa bisogna, il duca ritornò a d'Artagnan.

— Ora, mio giovane amico, gli disse, l'Inghilterra è vostra; che volete, che desiderate?

— Un letto, rispose d'Artagnan; ciò è pel momento, ve lo confesso, la cosa di cui ho maggiore bisogno.

Buckingham assegnò a d'Artagnan una camera attigua alla sua. Egli voleva conservare il giovane presso di sè, non già perchè diffidasse di lui, ma perchè desiderava aver qualcuno con cui parlare incessantemente della regina.

Un'ora dopo fu promulgato in Londra l'ordine di non lasciar sortire dai porti nessun bastimento diretto per la Francia, e neppure il _pacchebotto_ delle lettere. Agli occhi di tutti, questa era una dichiarazione di guerra fra i due regni.

Il giorno dopo, a undici ore, i due puntali di diamanti erano compiuti ed imitati così esattamente, e così perfettamente uguali, che Buckingham non potè distinguere i nuovi dai vecchi, e che vi sarebbero rimasti ingannati anche i più esercitati in simili materie.