I tre moschettieri, vol. II

Part 3

Chapter 33,834 wordsPublic domain

— Perchè, io ve l'ho detto, senza di voi, io non posso niente, e temo che mi ricusiate la grazia che io vengo a domandarvi, se non sapete con quale scopo io ve la domando.

— Conservate il vostro segreto, giovane, e ditemi ciò che desiderate.

— Io desidero che otteniate, dal sig. des Essarts, un congedo di quindici giorni.

— Quando?

— In questa stessa notte.

— Voi lasciate Parigi?

— Vado in missione.

— Potete voi dirmi ove?

— A Londra.

— Vi è qualcuno che abbia interesse perchè non arriviate alla vostra meta?

— Il ministro, io credo, darebbe tutto al mondo per impedirmi di riuscire.

— E voi partite solo?

— Io parto solo.

— In questo caso, voi non arriverete a Rondy; sono io che ve lo dico, fede di Tréville.

— In che modo?

— Vi si farà assassinare.

— Allora sarò morto nel fare il mio dovere.

— Ma la vostra missione non si adempirà.

— È vero, disse d'Artagnan.

— Credetemi, continuò de Tréville, nelle intraprese di questo genere, bisogna andare in quattro per arrivarne uno.

— Ah! voi avete ragione, signore, disse d'Artagnan; ma voi conoscete Athos, Porthos ed Aramis, e voi sapete se io posso disporre di loro.

— Senza confidar loro il segreto che io non ho voluto sapere?

— Noi ci siamo giurati, una volta per sempre, confidenza cieca, e attaccamento a tutta pruova. D'altronde voi, potete dir loro che avete ogni confidenza in me, e non saranno più increduli di voi.

— Io posso inviare a ciascuno di loro un congedo di quindici giorni, ecco fatto: ad Athos, che soffre sempre della sua ferita, perchè vada alle acque di Forges; a Porthos e ad Aramis, per seguire il loro amico che non vogliono abbandonare in un così doloroso stato. L'invio dei loro congedi sarà una pruova che io autorizzo il viaggio.

— Grazie, signore, voi siete buono cento volte.

— Andate dunque sul momento a cercarli, e che tutto si eseguisca in questa notte. E primieramente, scrivetemi la vostra istanza pel signore des Essarts, forse avete una spione alle vostre calcagne, e la vostra visita, che in questo caso è già conosciuta dal ministro, sarà in tal modo legittimata.

D'Artagnan formulò questa domanda, ed il signor de Tréville, nel riceverla fra le sue mani, lo assicurò che avanti le due ore dopo la mezzanotte i quattro congedi sarebbero al rispettivo domicilio dei viaggiatori.

— Abbiate la bontà di mandare il mio all'alloggio d'Athos, disse d'Artagnan. Io temerei, ritornando in casa mia, di fare qualche sinistro incontro.

— Siate tranquillo. Addio e buon viaggio. A proposito... disse il signor de Tréville richiamandolo.

D'Artagnan ritornò in addietro.

— Avete voi del denaro?

D'Artagnan fece risuonare il sacchetto che portava in saccoccia.

— Abbastanza? domandò il sig. de Tréville.

— Trecento doppie.

— Basta! con queste si va in capo al mondo; andate dunque.

D'Artagnan salutò il signor de Tréville che gli stese la mano, d'Artagnan la strinse a lui con rispetto misto a riconoscenza. Da che egli era giunto a Parigi, non aveva avuto che a lodarsi di quest'uomo eccellente, che aveva sempre ritrovato degno, leale e grande.

La sua prima visita fu per Aramis, egli non era più ritornato in sua casa da quella famosa sera in cui aveva seguito la signora Bonacieux. Vi era di più: rare volte aveva veduto il moschettiere, e ciascheduna volta che lo aveva riveduto aveva creduto notare una profonda tristezza impressa nel suo viso.

Quella sera ancora, Aramis vegliava cupo ed astratto; d'Artagnan gli fece alcune interrogazioni su questa malinconia prolungata; Aramis se ne scusò con la difficile interpretazione di un passo di filosofia di Demostene che era obbligato di scrivere in latino per la successiva settimana, e ciò lo teneva molto preoccupato.

Siccome i due amici parlavano già da qualche tempo, un servitore del signor de Tréville entrò portando un plico sigillato.

— Che cosa è questo? domandò Aramis.

— Il congedo che il signore ha domandato, rispose il lacchè.

— Io? io non ho mai domandato congedi.

— Tacete e prendete, disse d'Artagnan; e voi, amico mio, eccovi una mezza doppia per il vostro incomodo. Voi direte al signor de Tréville che Aramis lo ringrazia sinceramente e di cuore. Andate.

Il lacchè salutò fino a terra e partì.

— Che significa questo? domandò Aramis.

— Prendete tutto ciò che vi abbisogna per un viaggio di quindici giorni, e seguitemi.

— Ma in questo momento non posso lasciare Parigi senza sapere...

— Che cosa sia avvenuto di lei? continuò d'Artagnan.

— Chi? riprese Aramis.

— La donna ch'era qui, la donna del fazzoletto ricamato.

— Chi vi ha detto che qui v'era una donna? disse Aramis divenendo pallido come la morte.

— Io l'ho veduta.

— E voi sapete chi ella è?

— Almeno credo di dubitarne.

— Ascoltate, disse Aramis, poichè voi sapete tante cose, sapreste dirmi ove sia andata questa donna?

— Io presumo ch'ella sia ritornata a Tours.

— A Tours! Sì, è lei; voi la conoscete! Ma in che modo ritornata a Tours senza dirmi niente!

— Perchè ha avuto timore di essere arrestata.

— E perchè non mi ha scritto?

— Perchè ha temuto di compromettervi.

— Sì, è per questo, d'Artagnan, voi mi rendete la vita. Mi credeva ingannato, tradito; sarei stato tanto felice di poterla rivedere! Io non poteva credere che ella avesse arrischiata la sua libertà per me, eppure per quale altra causa sarebbe ella ritornata a Parigi?

— Per la stessa causa che oggi ci fa partire per l'Inghilterra.

— E qual è questa causa? domandò Aramis.

— Un giorno voi la saprete, ma pel momento bisogna che io conservi la stessa riserva che voi avete conservata per la _nipote del dottore_.

Aramis sorrise, perchè si ricordò un certo racconto fatto una sera ai suoi amici.

— Ebbene! dunque, dappoichè ella ha lasciato Parigi, e che voi ne siete sicuro, d'Artagnan, niuna cosa più mi trattiene, ed io sono pronto a seguirvi. Voi diceste che noi andiamo...?

— Da Athos, pel momento, e se voi volete venire, vi prego ancora di sollecitare, poichè noi abbiamo già perduto abbastanza tempo. A proposito, prevenite Bazin.

— Bazin viene dunque con noi? domandò Aramis.

— Forse: in ogni modo è bene ch'egli ci segua fino ad Athos.

Aramis chiamò Bazin, e dopo avergli ordinato di venirlo a raggiungere in casa di Athos, partiamo, diss'egli prendendo il suo mantello, la sua spada e le sue pistole, e aprendo con molta galanteria alcuni tiratori per vedere se mai vi avesse smarrito qualche doppia. Quindi quando fu ben sicuro che questa ricerca era inutile, egli seguì d'Artagnan chiedendo a se stesso come mai poteva accadere che il giovane cadetto delle guardie sapesse tanto bene quanto lui chi era quella donna alla quale egli aveva accordata ospitalità; e sapesse meglio di lui che ne era avvenuto.

Soltanto, nel sortire, egli pose una mano sulla spalla di d'Artagnan, e fissandolo collo sguardo:

— Voi non avete parlato con alcuno di questa donna? diss'egli.

— Ad anima vivente.

— Neppure ad Athos e a Porthos?

— Non ho detto loro una parola.

— Alla buon'ora.

E tranquillizzato su questo punto importante, Aramis continuò la sua strada con d'Artagnan, ed entrambi giunsero ben presto alla casa d'Athos.

Essi lo ritrovarono che con una mano teneva il suo congedo e coll'altra una lettera del sig. de Tréville.

— Sapreste voi spiegarmi che cosa significa questo congedo e questa lettera che ho ricevuta in questo momento? E Athos lesse:

«Mio caro Athos, acconsento volentieri, poichè la vostra salute lo esige assolutamente, che voi vi riposiate per quindici giorni. Andate a prendere le acque di Forges, o qualunque altra più convenga, e ristabilitevi prontamente.

«Vostro affezionatissimo.

Tréville.»

— Ebbene! questo congedo e questa lettera significano che bisogna seguirmi, Athos.

— Alle acque di Forges?

— O in un qualche altro luogo.

— Pel servizio del re?

— Del re o della regina: non siamo noi servitori delle Loro Maestà?

In questo momento entrò Porthos.

— Per bacco! diss'egli, eccone una delle nuove; da quando in qua, nei moschettieri, si accordano dei permessi ai soldati senza ch'essi li domandino?

— Da quando vi sono degli amici che li domandano per loro.

— Ah! ah! disse Porthos, sembra che qui vi sia qualche cosa di nuovo?

— Sì, noi partiamo, disse Aramis.

— Per qual paese? domandò Porthos.

— In fede mia, non so niente, disse Athos, domandatelo a d'Artagnan.

— Per Londra, signori, disse d'Artagnan.

— Per Londra! gridò Porthos; e che cosa andiamo noi a fare a Londra?

— Ecco quello che io non posso dirvi, signori, e bisogna che abbiate confidenza in me.

— Ma per andare a Londra ci vuol del danaro, aggiunse Porthos, ed io non ne ho.

— Neppur io, disse Aramis.

— Neppur io, disse Porthos.

— Ne ho io, riprese d'Artagnan, cavando di saccoccia il suo tesoro, e deponendolo sulla tavola. Prendiamone settantacinque per cadauno, ed è quanto basta per andare a Londra e per ritornare. D'altronde siate tranquilli, noi non vi giungeremo tutti a Londra.

— E perchè?

— Perchè secondo tutte le probabilità, vi sarà qualcuno di noi che rimarrà per la strada.

— È dunque una campagna che noi intraprendiamo?

— È delle più pericolose, ve ne avverto!

— Va bene! ma poichè noi corriamo il rischio di farci uccidere, disse Porthos, vorrei almeno sapere per chi arrischiamo.

— Tu non ne saprai di più, disse Athos.

— Però, disse Aramis, io sono del parere di Porthos.

— Il re ha forse l'abitudine di rendervi dei conti? No; egli vi dice soltanto: «signori, si dovranno battere in Guascogna o nelle Fiandre; vadano a battersi.» E voi andate. Perchè? Voi non ci pensate neppure a domandarlo.

— D'Artagnan ha ragione, disse Athos; ecco i tre congedi che ci vengono mandati dal sig. de Tréville, ed ecco trecento doppie che ci vengono non so da chi. Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono d'andare. La vita valesse la pena di fare tante interrogazioni? D'Artagnan, io sono pronto a seguirvi.

— Ed io pure, disse Porthos.

— Ed io pure, disse Aramis. Tanto più che non sono mal contento di lasciare Parigi. Io ho bisogno di distrazione.

— Ebbene! voi avrete delle distrazioni, signori, siate tranquilli! disse d'Artagnan.

— Ed ora, quando partiamo noi? disse Athos.

— Subito, disse d'Artagnan, noi non abbiamo un minuto da perdere.

— Olà! Grimaud, Planchet, Mousqueton, Bazin! gridarono i quattro giovani chiamando i loro quattro lacchè! date il grasso agli stivali, e conducete i cavalli all'alloggio.

Infatti ciaschedun moschettiere lasciava al palazzo generale, come una caserma, il suo cavallo e quello del suo lacchè.

Planchet, Grimaud, Mousqueton, e Bazin partirono in tutta fretta.

— Ora stabiliamo il piano di campagna, disse Porthos. Dove andremo noi per il primo?

— A Calais, disse d'Artagnan; è la linea più diretta per giungere a Londra.

— Ebbene disse Porthos, ecco il mio parere.

— Parla!

— Quattro uomini che viaggiano assieme sarebbero sospetti, d'Artagnan darà a ciascun di noi le nostre istruzioni. Io partirò avanti per la strada di Boulogne, per esplorare il cammino; Athos partirà due ore dopo, per la strada d'Amiens; Aramis ci seguirà per quella di Noyon; in quanto a d'Artagnan, egli partirà per quella strada che vorrà, cogli abiti di Planchet, nel mentre che Planchet ci seguirà vestito alla d'Artagnan con l'uniforme delle guardie.

— Signori, disse Athos, il mio parere si è che non convenga in modo alcuno l'immischiare i lacchè in simili affari. Un segreto può essere tradito da dei gentiluomini, ma questo è un caso, nel mentre che è sempre venduto dai lacchè.

— Il piano di Porthos mi sembra impraticabile, disse d'Artagnan, molto più che ignoro io stesso quali istruzioni potrei darvi. Io sono portatore di una lettera, ecco tutto. Io non ho, e non posso fare tre copie di questa lettera, mentre essa è sigillata; bisogna dunque, a mio avviso, viaggiare in compagnia. Questa lettera è qui in questa saccoccia, (e mostrò la saccoccia ove teneva la lettera). Se io resto ucciso, uno di voi la prenderà, e continuerete la strada; se egli rimane a sua volta ucciso, toccherà ad un altro l'incaricarsene, e così di seguito, purchè un solo giunga: questo è tutto quanto abbisogna.

— Bravo d'Artagnan! il tuo parere è anche il mio, disse Athos. D'altronde bisogna essere conseguenti; io vado a prendere le acque, voi mi accompagnerete; invece delle acque di Forges vado a passare le acque di mare; io sono libero. Se vorranno arrestarci, io mostrerò la lettera del sig. de Tréville, e voi mostrerete i vostri congedi; se verremo attaccati, noi ci difenderemo; e se saremo giudicati, noi sosterremo che non avevamo altre intenzioni che di tuffarci un certo numero di volte nel mare; avrebbero troppo poco da fare nell'attaccare quattro uomini isolati, nel mentre che quattro uomini riuniti formano una truppa; noi armeremo i quattro lacchè di pistole e di moschetti; se ci verrà inviata contro un'armata, noi daremo battaglia, ed il sopravvivente, come lo ha detto d'Artagnan, porterà la lettera.

— Ben detto! gridò Aramis; tu non parli spesso, Athos, ma quando parli sei come un Demostene. Adotto il piano d'Athos; e tu Porthos?.

— Io pure, disse Porthos, se piace a d'Artagnan che porta la lettera; è naturalmente il capo dell'impresa; che egli decida, e noi eseguiremo.

— Ebbene! disse d'Artagnan, io decido che noi adottiamo il piano d'Athos, e che partiamo tra una mezz'ora.

— Adottato! risposero in coro i tre moschettieri.

E ciascuno allungò la mano verso il sacchetto, prese le 75 doppie e fece i suoi preparativi per partire nell'ora convenuta.

CAPITOLO XX.

VIAGGIO

A due ore dopo la mezzanotte i nostri quattro avventurieri sortirono da Parigi per la barriera di S. Dionigi; fino a che fu notte, essi rimasero muti; loro malgrado subivano l'influenza della oscurità e dappertutto vedevano delle imboscate.

Ai primi raggi del giorno le loro lingue si sciolsero; col sole ritornò l'allegria; era come il giorno innanzi di una battaglia, gli occhi ridevano ma il cuore batteva, e sentivano che la vita, che forse stavano per lasciare, in fin dei conti, era qualche cosa di buono.

Del resto, l'aspetto delle carovana era dei più formidabili: i cavalli neri dei moschettieri, il loro portamento marziale, quell'abitudine di squadrone che fa camminare regolarmente questi nobili compagni del soldato, avrebbero tradito il più stretto incognito. I lacchè li seguivano, armati fino ai denti.

Tutto andò bene fino a Chantilly ove giunsero olle otto ore del mattino. Bisognava far colezione. Discesero davanti un albergo che si raccomandava con la sua grande insegna rappresentante S. Martino nell'atto di dare la metà del suo mantello ad un povero. Ingiunsero ai lacchè di non levare la sella ai cavalli e di tenersi pronti a partire immediatamente.

Entrarono nella sala comune e si misero a tavola.

Un gentiluomo che giungeva allora dalla strada Dammartin era assiso a quell'istessa tavola e faceva colezione. Egli intavolò la conversazione sulla pioggia e sul bel tempo; i viaggiatori risposero; egli bevè alla loro salute, i viaggiatori corrisposero alla sua gentilezza.

Ma al momento in cui Mousqueton venne ad annunziare che i cavalli erano pronti, e in cui si alzarono da tavola; lo straniero propose a Porthos di bere alla salute del ministro. Porthos rispose che egli non domandava di meglio, purchè lo straniero a sua volta avesse bevuto alla salute del re. Lo straniero gridò che non conosceva altro re che il ministro. Porthos lo chiamò ubriaco; lo straniero cavò la spada.

— Voi avete fatto una sciocchezza, disse Athos; ma non importa, adesso non bisogna dare addietro; uccidete quest'uomo e venite a raggiungerci il più presto che potete.

E tutti e tre rimontarono a cavallo e partirono a briglia sciolta, nel mentre che Porthos prometteva al suo avversario di perforarlo con tutti i colpi conosciuti nella scherma.

— È uno! disse Athos, in capo a cinque minuti.

— Ma perchè quest'uomo ha attaccato Porthos piuttosto che qualunque altro di noi? domandò Aramis.

— Perchè Porthos, parlando a più alta voce di noi, è stato preso pel capo, disse d'Artagnan.

— Io ho sempre detto che questo cadetto di Guascogna era pozzo di saggezza, mormorò Athos.

E i nostri viaggiatori continuavano la loro strada.

A Beauvais si fermarono due ore, tanto per rinfrescare i cavalli, che per aspettare Porthos. In capo a duo ore, siccome Porthos non giungeva, e neppure nessuna notizia di lui, si rimisero in cammino. Ad una lega da Beauvais, in un luogo ove la strada si ritrovava chiusa fra due rialti, incontrarono otto o dieci uomini, che, approfittando della strada che non era selciata, avevano l'aspetto di lavorare scavando dei fori e praticando delle rotaie fangose.

Aramis, temendo di infangare i suoi stivali in questa mota artificiale, li apostrofò con rozzezza. Athos volle trattenerlo, ma era troppo tardi. Gli operai si misero a beffeggiare i viaggiatori, e colla loro insolenza fecero perdere la testa fin anche al freddo Athos, che spinse il suo cavallo contro di loro.

Allora ciascuno di questi uomini dette addietro fino ad un fosso e vi prese un moschetto nascostovi; ne resultò che i nostri sette viaggiatori furono alla lettera passati per le armi. Aramis ricevette una palla sulla spalla e Mousqueton un'altra palla che penetrò nelle parti carnose che sono sottoposte ai reni. Il solo Mousqueton però cadde da cavallo, non già perchè fosse gravemente ferito, ma siccome non poteva vedersi la sua ferita, credè senza dubbio di essere rimasto ferito più pericolosamente di quello che lo era.

— Questa è una imboscata, gridò d'Artagnan, non bruciamo una miccia e andiamo.

Aramis quantunque ferito, si afferrò alla criniera del suo cavallo che lo trasportò con gli altri. Quello di Mousqueton li aveva raggiunti e galoppava da solo al suo rango.

— Questo ci servirà per un cavallo di cambio, disse Athos.

— Avrei amato meglio avere un cappello di cambio, disse d'Artagnan; il mio è stato portato via da una palla. È una fortuna, in fede mia, che non vi tenessi la lettera dentro.

— Ma essi uccideranno il povero Porthos quando passerà, disse Aramis.

— Se Porthos fosse sulle sue gambe, a quest'ora ci avrebbe raggiunti, disse Athos. Io sono persuaso che sul terreno l'ubbriaco avrà perduta l'ubriachezza.

E galopparono ancora due ore, quantunque i cavalli fossero così stanchi che era a temersi che non si riducessero ben presto inetti al servizio.

I viaggiatori avevano presa una strada traversa operando in questo modo di non essere disturbati; ma giunti a Creve-Coeur, Aramis dichiarò che non poteva andare più avanti. Infatti, era stato necessario tutto il coraggio che egli nascondeva sotto i suoi modi gentili per giungere fin là. Ad ogni istante egli impallidiva, ed erano obbligati di sostenerlo sul suo cavallo; fu fatto discendere alla porta dell'osteria, gli si lasciò Bazin, che del resto in una scaramuccia era più imbarazzante che utile, e ripartirono nella speranza di andare a dormire ad Amiens.

— Per bacco! disse Athos, quando si rimisero in via, siamo ridotti a due padroni, e a Grimaud e Planchet, per bacco! io non sarò più il loro buffone, e vi rispondo che non mi faranno aprire la bocca nè cavare la spada fino a Calais. Io giuro...

— Non giuriamo disse d'Artagnan, galoppiamo, se tutta volta i nostri cavalli vi acconsentano.

E i viaggiatori piantarono gli speroni nel ventre dei loro cavalli, che, in tal modo stimolati vigorosamente, ritrovarono ancora delle forze. Giunsero ad Amiens a mezzanotte, e discesero all'albergo del Giglio d'Oro.

L'oste aveva la ciera del più onesto uomo della terra; egli ricevette i viaggiatori, tenendo con la mano il suo candeliere, e coll'altra il suo berretto di cotone: voleva alloggiare i due viaggiatori ciascuno in una camera separata, disgraziatamente queste due camere erano alle due estremità opposte dell'albergo. D'Artagnan e Athos ricusarono; l'oste rispose che non ne aveva altre degne delle Loro Signorie, ma i viaggiatori dichiararono che avrebbero dormito in una camera comune, ciascuno sopra un materasso che si sarebbe gettato per terra. L'oste insistè, i viaggiatori tennero fermo, e bisognò fare a modo loro.

Essi avevano disposti i loro letti e barricata la porta per di dentro, quando fu battuto alla finestra del cortile; essi domandarono chi era, e riconobbero la voce dei loro camerieri ed aprirono.

Infatti, erano Planchet e Grimaud.

— Grimaud basterà per far la guardia ai cavalli, disse Planchet, se questi signori lo permettono, dormirò a traverso la porta, in questo modo saranno sicuri che nessuno giungerà fino a loro.

— E sopra che cosa dormirai tu? disse d'Artagnan.

— Ecco il mio letto, rispose Planchet.

E mostrò un fascio di paglia.

— Vieni dunque, disse d'Artagnan, tu hai ragione; la figura dell'oste non mi persuade, essa è troppo graziosa.

— Neppure a me, disse Athos.

Planchet montò per la finestra, s'installò a traverso la porta, nel mentre che Grimaud andò a chiudersi nella scuderia, assicurando che alle cinque del mattino egli e i cavalli sarebbero pronti.

La notte fu passata assai tranquillamente, è vero che verso le due ore dopo mezzanotte fu tentato di aprir la porta, ma siccome Planchet si svegliò con un sussulto gridando: chi va là? fu risposto che si erano sbagliati, e si allontanarono.

Alle quattro della mattina s'intese un gran rumore nelle scuderie, Grimaud aveva voluto svegliare i mozzi di stalla, e questi lo bastonarono. Quando fu aperta la porta si vide il povero lacchè privo di sensi, con una ferita in testa prodotta da un colpo di manico di forca.

Planchet discese nel cortile, volle insellare i cavalli, ma i cavalli avevano le zampe attrappate per la stanchezza. Quello di Grimaud soltanto, che il giorno innanzi aveva viaggiato per cinque o sei ore senza cavaliere, avrebbe potuto continuare la strada, ma, per un errore inconcepibile, il chirurgo veterinario, che era stato mandato a chiamare, a quanto sembrava per salvar il cavallo dell'albergatore, aveva cavato sangue a quello di Grimaud.

Ciò cominciava a diventare allarmante: tutti questi accidenti successivi potevano essere opera del caso, ma potevano eziandio essere il frutto di un complotto. Athos e d'Artagnan sortirono, nel mentre che Planchet andava ad informarsi nelle vicinanze se vi fossero stati tre cavalli da vendere. Alla porta vi erano due cavalli insellati, freschi e vigorosi. Quest'era quanto occorreva. Fu chiesto ove erano i padroni, e risposero ch'essi avevano passata la notte nell'osteria, ed allora stavano regolando i conti coll'albergatore. Athos discese per pagare la spesa, nel mentre che d'Artagnan e Planchet stavano sulla porta della strada; l'oste era in una camera bassa ed oscura, fu pregato Athos d'entrarvi.

Athos entrò senza alcuna diffidenza, e cavò due doppie per pagare. L'oste era solo, assiso davanti al suo scrittoio, uno dei cassetti del quale era per metà aperto. Prese il danaro che gli presentava Athos, lo voltò e rivoltò fra le sue mani, e ad un tratto gridando che era oro falso, dichiarò che avrebbe fatto arrestare lui e i suoi compagni come falsi monetarii.

— Birbo! disse Athos andandogli sopra, io ti taglierò le orecchie!

Ma l'oste si chinò, cavò dal cassetto due pistole, e puntandole contro Athos, chiamò soccorso.

Nello stesso istante quattro uomini armati fino ai denti entrarono dalle porte laterali e si gettarono sopra Athos.

— Io sono preso! gridò Athos con tutta la forza dei suoi polmoni; al largo d'Artagnan, sprona!

E lasciò andare due colpi di pistola.

D'Artagnan e Planchet non lo fecero ripetere due volte: essi staccarono i due cavalli che aspettavano alla porta, vi saltarono sopra, vi piantarono gli speroni nel ventre, e partirono alla gran carriera.

— Sai tu cosa sia accaduto ad Athos? domandò d'Artagnan a Planchet correndo.

— Ah! signore, disse Planchet, ne ho veduti cader due ai suoi due colpi, e mi è sembrato vedere a traverso l'invetriata ch'egli battagliava con gli altri due.

— Bravo Athos! mormorò d'Artagnan. E quando penso che bisogna abbandonarlo!... Del resto forse aspettano noi a dieci passi di qui. Avanti! Planchet, avanti! tu sei un bravo uomo.