I tre moschettieri, vol. II

Part 5

Chapter 53,909 wordsPublic domain

Egli fece subito chiamare d'Artagnan.

— Prendete, gli disse, ecco i puntali di diamanti che siete venuto a domandarmi, e siate mio testimonio, che io ho fatto tutto quel che il potere umano poteva fare.

— Siate tranquillo, milord; io dirò quello che ho veduto; ma Vostra Grazia mi consegua i puntali senza il bauletto?

— Il bauletto vi sarebbe d'impiccio; d'altronde il bauletto mi è tanto più prezioso in quanto che non mi rimane altro. Voi direte che l'ho conservato.

— Eseguirò la vostra commissione parola per parola.

— Ed ora, rispose Buckingham guardando fissamente il giovane, in qual modo mi appareggerò con voi?

D'Artagnan arrossì fino al bianco degli occhi. Vide che il duca cercava un mezzo di fargli accettare qualche cosa, e l'idea che il suo sangue e quello dei suoi compagni gli venisse pagato dall'oro inglese, gli ripugnava in un modo straordinario.

— Intendiamoci bene, milord, riprese d'Artagnan, e pensiamo bene alle cose avanti, affinchè poi non si abbia a dar luogo al disprezzo. Io sono al servizio del re e della regina di Francia, e faccio parte della compagnia delle guardie del conte des Essarts, che unitamente a suo cognato, il conte de Tréville, sono in particolar modo attaccati alle Loro Maestà. Tutto quello che ho fatto fu per la regina, e niente affatto fu per Vostra Grazia. Vi è ancor più, ed è che forse non avrei fatto niente di tutto questo se non si fosse trattato di rendermi aggradito ad una tale, che è la mia dama, nello stesso modo che la regina è la vostra.

— Sì, disse il duca sorridendo, e credo ancora di conoscere chi è questa tale, ella è...

— Milord, io non l'ho nominata, interruppe con vivacità il giovane.

— È giusto disse il duca. È dunque a questa persona, che io debbo essere riconoscente del vostro interessamento?

— Voi lo diceste, milord, poichè precisamente, in questo momento che si tratta della guerra, vi confesso, che nella Vostra Grazia io non vedo che un Inglese, e per conseguenza un nemico, che sarei ben molto più contento d'incontrarvi sul campo di battaglia che nei corridoi del Louvre, e nel parco di Windsor: ciò però, del rimanente, non m'impedirà di eseguire a puntino la mia missione e di farmi ammazzare, se abbisogna, per compierla; ma, lo ripeto a Vostra Grazia, senza ch'ella abbia personalmente a ringraziarmi di ciò, più di quello che io faccio per me in questo secondo incontro, che di ciò che già feci per lei nel primo.

— Noi diciamo: «fiero come uno Scozzese» mormorò Buckingham.

— E noi diciamo: «fiero come un Guascone» rispose d'Artagnan. I Guasconi sono gli Scozzesi della Francia.

D'Artagnan salutò il duca e si dispose a partire.

— Ebbene voi ve ne andate così e per dove? e come?

— È vero.

— Diamine! i Francesi non dubitano di niente?

— Aveva dimenticato che l'Inghilterra è un'isola, e che voi ne siete il re.

— Andate al porto, domandate del brich il Juno, consegnate questa lettera al capitano; egli vi condurrà in un piccolo porto, ove certamente non siete aspettato, ed ordinariamente non approdano che piccoli legni pescherecci.

— E questo si chiama?

— San Valerio; ma aspettate: giunto là, voi entrerete in un cattivo albergo senza nome, e senza insegna, una vera bettola da marinari, voi non potete sbagliare, non ve n'è che una.

— Quindi?

— Voi direte all'oste: _forward_.

— Che vuol dire?

— _In avanti_: è la parola d'ordine. Egli vi darà un cavallo insellato, e v'indicherà la strada che dovete tenere. In tal modo voi ritroverete quattro ricambi lungo la via. Se a ciascheduno d'essi volete lasciare il vostro indirizzo di Parigi, i quattro cavalli vi seguiranno; voi ne conoscete già due, e mi è sembrato che li abbiate saputi apprezzare come amatore; sono quelli che montavamo: credete a me, gli altri non sono a loro inferiori. Questi quattro cavalli sono bardati da campagna. Per quanto siate fiero, non rifiuterete d'accettarne uno, e di fare accettare gli altri tre ai vostri tre compagni; questi saranno per farci la guerra. Il fine scusa i mezzi, come dite voi altri Francesi, non è vero?

— Si milord, io accetto, disse d'Artagnan, e se piace a Dio, noi faremo buon uso del vostro regalo.

— Ora, la vostra mano, giovinetto; ben presto noi torneremo ad incontrarci sul campo di battaglia; ma frattanto, noi ci lasciamo buoni amici, lo spero.

— Sì, milord, ma colla speranza di divenir nemici ben presto.

— Siate tranquillo, io ve lo prometto.

— Io conto sulla vostra parola, milord.

D'Artagnan salutò il duca, e si diresse prontamente verso il porto.

Dirimpetto alla Torre di Londra egli ritrovò l'indicato bastimento rimise la sua lettera al capitano che la fece vidimare dal governatore del porto, e mise tosto alla vela.

Cinquanta bastimenti erano di partenza e aspettavano.

Nel passare vicino ad un di essi, d'Artagnan credè riconoscere la donna di Méung, quella stessa che lo sconosciuto gentiluomo aveva chiamata Milady, che egli, d'Artagnan, aveva ritrovata così bella, ma mercè la corrente del fiume, e il buon vento che spirava, il suo naviglio andava così presto che in capo a pochi istanti non fu più alle viste.

Il giorno dopo, verso le nove del mattino fu approdato a S. Valerio.

D'Artagnan si diresse sull'istante verso l'albergo indicato, e lo riconobbe alle grida che ne sortivano: si parlava della guerra tra l'Inghilterra e la Francia, come di una cosa vicina e indubitata, e i marinari gaudenti facevano gozzoviglia.

D'Artagnan trapassò la folla, si avanzò verso l'oste, e pronunciò la parola _forward_. Sull'istante l'oste gli fece segno di seguirlo, sortì con lui da una porta che dava nel cortile, lo condusse nella scuderia, ove lo aspettava un cavallo già insellato, e gli domandò se aveva bisogno di qualche altra cosa.

— Ho bisogno di conoscere la strada che devo seguire, disse d'Artagnan.

— Andate di qua a Blangy e da Blangy a Neufchatel. A Neufchatel entrate nell'albergo dell'Orsa d'Oro, date la parola d'ordine all'oste e voi troverete come qui un cavallo insellato.

— Debbo io pagare qualche cosa? domandò d'Artagnan.

— Tutto è pagato, disse l'oste, e largamente. Andate adunque e che Dio vi accompagni.

— Amen, rispose il giovane partendo al galoppo.

Quattr'ore dopo era a Neufchatel.

Egli seguì strettamente le istruzioni ricevute; a Neufchatel, come a San Valerio, trovò un cavallo insellato che lo aspettava; volle trasportare le pistole dalla sella che lasciava a quella su cui montava, ma i fondi erano già provvisti di eguali pistole.

— Il vostro indirizzo a Parigi?

— Caserma delle guardie, compagnia des Essarts.

— Bene, rispose questi.

— Che strada devo prendere? domandò a sua volta d'Artagnan.

— Quella di Rouen; ma voi lascerete la città sulla vostra destra. Voi vi fermerete nel piccolo villaggio d'Econes, non vi è che un albergo, lo Scudo di Francia. Non lo giudicate dall'apparenza; esso avrà nelle sue scuderie un cavallo uguale a questo.

— La stessa parola d'ordine?

— Esattamente.

— Addio, padrone.

— Buon viaggio, mio gentiluomo. Avete voi bisogno di qualche cosa?

D'Artagnan fece segno con la testa di no e riprese la sua strada di tutta carriera. A Econes si ripetè la stessa scena: ritrovò un oste egualmente gentile, un cavallo fresco e riposato, lasciò il suo indirizzo come aveva fatto, e ripartì colla stessa velocità per Pontoise. A Pontoise; cambiò per l'ultima volta di cavallo e a nove ore entrò di galoppo nel cortile del palazzo del sig. de Tréville.

Egli aveva fatto quasi sessanta leghe in dodici ore.

Il signor de Tréville lo ricevette come se in quella mattina lo avesse già veduto; soltanto nello stringergli la mano un poco più fortemente dell'ordinario, gli annunziò che la compagnia del sig. des Essarts, era di guardia al Louvre e che egli poteva andare al suo posto.

CAPITOLO XXII.

IL BALLO DELLA MERLAISON

L'indomani non vi era altro discorso in tutta Parigi che del ballo che i signori consoli della città davano al re e alla regina, e nel quale le Loro Maestà dovevano danzare il famoso ballo della _merlaison_, che era il ballo prediletto del re.

Da otto giorni si facevano tutti i preparativi nel palazzo della città per questa solenne serata. I falegnami della città avevano innalzato dei palchetti sui quali dovevano rimanere le dame invitate; lo speziale della città aveva somministrato dugento torce di cera bianca per guernire le sale, cosa che per l'epoca era un lusso inaudito; finalmente venti violini erano stati avvisati, e il prezzo che loro veniva accordato era il doppio dell'ordinario, attesochè, dice il rapporto, essi dovevano suonare tutta la notte.

Alle dieci ore del mattino il sig. della Coste, portabandiera delle guardie del re, seguito da due caporali e da diversi arcieri del corpo, andò a chiedere al cancelliere della città, chiamato Clemente, tutte le chiavi delle porte, delle camere, e degli uffizii della città; ciascuna di esse portava un bigliettino che doveva servire a farla riconoscere, e da quel momento il signor della Coste fu incaricato sulla guardia di tutte le porte e di tutte le entrate.

A undici ore venne a sua volta Hallier, capitano delle guardie conducendo seco una cinquantina di arcieri, che ripartirono subito nel palazzo della città ai posti che loro vennero indicati.

A tre ore giunsero due compagnie delle guardie, l'una francese e l'altra svizzera. La compagnia delle guardie francesi era composta, metà di uomini del sig. Hallier, e metà di uomini del sig. des Essarts.

A sei ore della sera, cominciarono a entrare gli invitati. A misura che essi entravano, erano disposti nella gran sala sui palchetti preparati.

A nove ore giunse la signora prima-presidente. Siccome essa era, dopo la regina, la più ragguardevole della festa, fu ricevuta dai signori della città e situata nel palco dirimpetto a quello che doveva occupare la regina.

A dieci ore, furono allestiti i trattamenti di confetture pel re nella piccola sala di fianco alla chiesa di S. Giovanni, dirimpetto alle stoviglie d'argento della città, che erano custodite da quattro arcieri.

Subito dopo, i signori consoli, vestiti dei loro abiti di drappo, e preceduti dai dieci sergenti, ciascuno dei quali teneva in mano una torcia, andarono incontro al re, che ritrovarono ai primi gradini, ove il prevosto dei mercanti gli fece il suo complimento, dandogli il benvenuto, complimento al quale Sua Maestà rispose scusandosi per esser venuto così tardi, ma gettando tutta la colpa sul ministro, che lo aveva trattenuto fino alle undici ore a parlare di affari di Stato.

Sua Maestà, in abito di cerimonia, era accompagnato da Sua Altezza Reale _Monsieur_[1], dal conte de Soissons, dal gran-priore, dal duca de Longueville, dal duca d'Elbeuf, dal conte d'Arcourt, dal conte della Roche Guyon, dal sig. de Liencourt, dal sig. de Baradas, dal conte de Cremail e dal cavaliere de Souveray.

Ciascuno rimarcò che il re aveva l'aspetto tristo e preoccupato.

Un gabinetto era preparato pel re, un altro per _Monsieur_. In ciascuno di questi gabinetti erano deposti gli abiti da maschera. Altrettanto era stato fatto per la regina e per la signora presidente. I signori e le dame del seguito delle Loro Maestà, dovevano mascherarsi due per due in altrettante camere preparate a tale effetto.

Prima di entrare nel gabinetto, il re si raccomandò di esser tosto avvisato quando giungeva il ministro.

Una mezz'ora dopo l'entrata del re, s'intesero nuove acclamazioni, queste annunziavano l'arrivo della regina. I consoli rinnovarono ciò che avevano già fatto, e, preceduti dai sergenti, si avanzarono incontro alla loro illustre invitata.

La regina entrò nella sala: si notò che, come il re, ella aveva l'aspetto tristo e molto affaticato.

Nel momento medesimo che ella entrava, il cortinaggio di una piccola tribuna, che fino allora era rimasta chiusa, si aprì e si vide comparire la testa pallida del ministro vestito da cavaliere spagnuolo. I suoi occhi si fissarono su quelli della regina ed un sorriso di terribile gioia passò sulle sue labbra: la regina non aveva i puntali di diamanti.

Ad un tratto il re comparve col ministro ad una delle porte della sala. Il ministro gli parlava a bassa voce, ed il re era pallidissimo.

Il re ruppe la folla, e, senza maschera, con i nastri del suo saio appena allacciati, si avvicinò alla regina, e con voce alterata:

— Signora, le disse, perchè dunque, in grazia, non portate voi i vostri puntali di diamanti, quando sapete che avrei aggradito di vederveli?

La regina girò lo sguardo intorno a se, e vide, dietro il re, il ministro che sorrideva con un sorriso diabolico.

— Sire, rispose la regina con voce alterata, perchè, in mezzo a così gran folla, temeva non accadesse qualche infortunio.

— E voi avete avuto torto! signora. Io vi ho fatto questo regalo perchè ve ne abbigliaste. Io vi dico che voi avete avuto torto.

E la sua voce era tremante per la collera; tutti guardavano ed ascoltavano con meraviglia, non intendendo niente di ciò che accadeva.

— Sire, disse la regina, io posso mandare a prenderli al Louvre, ove sono, e così i desiderii di Vostra Maestà saranno esauditi.

— Fatelo, signora, fatelo, ed al più presto; perchè fra un'ora comincerà la danza.

La regina salutò il re in segno di sommissione, e seguì le dame che dovevano condurla al suo gabinetto.

Dal canto suo il re rientrò nel proprio.

Nella sala vi fu un momento d'imbarazzo e di confusione.

Tutti poterono rimarcare ch'era accaduto qualche cosa fra il re e la regina, entrambi avevano parlato così a bassa voce, e ciascuno per rispetto si era allontanato di alcuni passi, per cui nessuno aveva potuto sentire niente. I violini suonavano con tutta la loro forza, ma non v'era alcuno che li ascoltasse.

Il re sortì pel primo dal suo gabinetto vestito da cacciatore, e gli altri signori erano vestiti come lui. Era l'abito che il re portava meglio, e vestito così, egli sembrava veramente il primo gentiluomo del suo regno.

Il ministro si accostò al re, e gli consegnò una scatola. Il re l'aprì, evi trovò due puntali di diamanti.

— Che significa questo? domandò egli al ministro.

— Niente, rispose questi; soltanto se la regina ha dei puntali, del che ne dubito, contateli, sire, e se voi non ne ritrovate che dieci, domandate a Sua Maestà chi mai può averle rubati i due puntali che sono qui.

Il re guardò il ministro come quando si vuole interrogare, ma egli non ebbe il tempo d'indirizzare alcuna domanda, un grido di ammirazione sortì da tutte le bocche. Se il re sembrava il primo gentiluomo del suo regno, la regina era a colpo sicuro, la più bella donna di tutta la Francia.

E in vero chè il suo vestito da cacciatrice le stava a meraviglia; aveva un cappello di feltro colle piume blu, una giubba di velluto grigio-perla, riattaccata con delle grappe di diamanti ad una veste di seta blu tutta broccata d'argento. Sulla sua spalla sinistra risplendevano i puntali di diamanti, sostenuti da un nodo del colore medesimo delle piume della giubba.

Il re fremente di gioia ed il ministro di collera; però distanti com'essi erano dalla regina non poterono contare i puntali; la regina li aveva; ma ne aveva ella dieci o dodici?

In questo momento i violini dettero il segnale della danza. Il re s'innoltrò verso la signora presidente colla quale doveva danzare, e Sua Altezza _Monsieur_ colla regina. Si situarono al loro posto, e la danza incominciò.

Il re faceva la figura dirimpetto alla regina, e ciascheduna volta che le passava vicino, divorava con gli occhi i di lei puntali, di cui non arrivava a conoscere il numero. Un sudore freddo copriva la fronte del ministro.

La danza durò un'ora; vi erano sedici rientrate.

Finito il ballo, in mezzo agli applausi di tutta la sala, ciascuno ricondusse la sua dama al suo posto; ma il re approfittò del privilegio che aveva di lasciare la sue ove si ritrovava, per innoltrarsi prestamente verso la regina.

— Io vi ringrazio, signora, della compiacenza che avete mostrato ai miei desiderii, ma credo che manchino due puntali, ed io ve li riporto.

Nel dire queste parole egli stese alla regina idue puntali che gli aveva dati il ministro.

— Come! sire, gridò la regina fingendo la sorpresa, voi me ne regalate ancora altri due! ma allora saranno quattordici.

In fatti il re contò, e si ritrovarono effettivamente dodici puntali sulla spalla della regina.

Il re chiamò il ministro.

— Ebbene! che significa questo, signor ministro? domandò il re con tuono severo.

— Ciò significa, sire, rispose il ministro, che non osava offrirli io stesso, ed ho adottato questo mezzo.

— Io ne sono tanto più riconoscente a Vostra Eccellenza, rispose Anna con un sorriso che provava che non si lasciava ingannare da questa ingegnosa galanteria, in quanto che sono certa che questi due puntali vi costano così cari da se soli, quanto gli altri dodici hanno costato a Sua Maestà.

Quindi dopo aver salutato il re ed il ministro, la regina riprese la via della sua camera, ove si era abbigliata, ed ove doveva svestirsi.

L'attenzione con la quale abbiamo dovuto seguire gli illustri personaggi introdotti in scena fino dal principio di questo capitolo, ci ha distratti un momento da quello al quale la regina Anna doveva l'inudito trionfo che aveva riportato sul ministro, e che confuso, ignorato, perduto nella folla, appoggiato a una delle porte, aveva osservata di là questa scena che non poteva esser compresa che da quattro persone soltanto, vale a dire il re e la regina, Sua Eccellenza e lui.

La regina era rientrata appena nella sua camera, e d'Artagnan si apparecchiava a ritirarsi, allora quando sentì toccarsi leggermente sopra una spalla; egli si voltò e vide una giovane donna che gli faceva segno di seguirla. Questa donna aveva il viso coperto da una maschera di velluto nero, ma ad onta di questa precauzione che, del resto, non era presa per lui ma bensì per gli altri, egli riconobbe nel medesimo istante la sua guida ordinaria, la leggiadra e spiritosa sig. Bonacieux.

Il giorno innanzi si erano appena veduti un momento presso lo svizzero Germano. D'Artagnan l'aveva fatta domandare. La fretta che aveva la giovane sposa di portare alla regina l'eccellente notizia del felice ritorno del suo messaggiero, fece sì, che i due amanti poterono cambiarsi appena qualche parola. D'Artagnan seguì dunque la sig. Bonacieux muto pel doppio sentimento, l'amore e la curiosità. Durante tutto il tragitto, ed a misura che i corridoi divenivano più deserti, d'Artagnan voleva fermare la giovane, prendersela, contemplarla, non fosse stato che per un istante; ma svelta come un uccello ella sguizzava sempre dalle sue mani, e quando egli voleva parlare, il suo dito, ricondotto avanti alla sua bocca con un piccolo gesto imperativo pieno di grazia, gli ricordava che egli era sotto l'impero di una potenza alla quale doveva ciecamente obbedire, e che gli proibiva perfino la più piccola lagnanza; finalmente, dopo un minuto e due giri e rigiri, la sig. Bonacieux aprì una porta e introdusse il giovane in un gabinetto del tutto oscuro. Là ella fece un nuovo segno di mutismo; e aprendo una porta nascosta dalla tappezzeria, le di cui aperture sparsero ad un tratto una viva luce, ella disparve.

D'Artagnan dimorò un istante immobile dimandandosi ove egli era, ma ben presto il raggio di luce che penetrava da questa camera, l'aria calda e profumata, che giungeva fino a lui, la conversazione di due o tre donne con un linguaggio rispettoso ad un tempo ed elegante; la parola di Maestà ripetuta più volte, gli indicarono chiaramente, che egli era in un gabinetto attiguo alla camera della regina.

Il giovane si trattenne nella parte oscura e aspettò.

La regina sembrava allegra e felice, cosa che faceva maravigliar molto le persone che la circondavano, le quali avevano l'abitudine di vederla quasi sempre pensierosa. La regina attribuì questi sentimenti d'allegria alla bellezza della festa, al piacere che aveva provato nella danza; e siccome non è permesso il contraddire una regina sia che ella sorrida o che ella pianga, ciascuno felicitava i signori consoli della città di Parigi, per la loro galanteria.

Quantunque d'Artagnan non conoscesse la regina, egli distinse ben presto la sua voce tra le altre voci, primieramente da un leggero accento straniero, quindi da quel sentimento d'impero impresso naturalmente in tutte le parole sovrane. Egli la sentiva allontanarsi e avvicinarsi a questa porta traperta, e due o tre volte vide ancora l'ombra di un corpo intercettare la luce. Finalmente; ad un tratto una mano ed un braccio adorabili per le loro forme e bianchezza comparvero a traverso la tappezzeria; d'Artagnan comprese quella era la sua ricompensa: egli si gettò in ginocchio, prese questa mano e vi appoggiò rispettosamente le sue labbra; quindi questa mano si ritirò lasciando cadere nelle sue un oggetto, che egli riconobbe essere un anello; subito dopo la porta si chiuse, e d'Artagnan si ritrovò nella più perfetta oscurità.

D'Artagnan mise l'anello al suo dito e aspettò di nuovo; era evidente che tutto non era ancor finito. Dopo le ricompense al suo zelo, doveva venire la ricompensa al suo amore. D'altronde, la danza era stata eseguita, ma la serata era incominciata, la cena era per le tre ore, e l'orologio di San Giovanni da qualche tempo aveva già stonato le due e tre quarti.

Infatti, a poco a poco il rumore delle voci diminuì nella camera vicina; quindi s'intesero allontanarsi; poi la porta del gabinetto ove era d'Artagnan, si riaprì e vi si slanciò la sig. Bonacieux.

— Voi finalmente! gridò d'Artagnan.

— Silenzio! disse la giovane sposa appoggiando la sua mano sulle labbra del giovane; silenzio! e andatevene per dove siete venuto.

— Ma dove e quando vi rivedrò io? gridò d'Artagnan.

— Un biglietto, che voi ritroverete rientrando nella vostra camera, ve lo dirà. Partite, partite!

E a queste parole ella aprì la porta del corridoio e spinse d'Artagnan fuori del gabinetto.

D'Artagnan obbedì come un fanciullo, senza resistenza e senza obiezione alcuna, cosa che provava essere egli realmente innamorato.

CAPITOLO XXIII.

L'APPUNTAMENTO

D'Artagnan ritornò correndo al suo alloggio; e quantunque fossero più delle tre ore del mattino, e dovesse traversare i più pericolosi quartieri di Parigi, egli non fece alcun cattivo incontro. Si sa che vi è un Dio per gli ubriachi e un altro per gli innamorati.

Egli ritrovò la porta del suo corridoio socchiusa, salì la scala e battè dolcemente, e in una maniera convenuta tra lui ed il suo lacchè. Planchet, che egli aveva rimandato due ore prima dal palazzo di città, raccomandandogli di aspettarlo, venne ad aprire la porta

— Qualcuno ha portato una lettera per me? domandò prestamente d'Artagnan.

— Nessuno ha portato lettere, signore, rispose; ma ce n'è una che è venuta da se sola.

— Che vuoi tu dire, imbecille?

— Io voglio dire, che rientrando, quantunque avessi la chiave del vostro appartamento nella mia saccoccia, e che questa chiave non mi avesse mai lasciato, ho trovato una lettera sul tappeto verde della tavola, nella vostra camera da dormire.

— E dov'è questa lettera?

— L'ho lasciata dove era, signore. Non è naturale che le lettere entrino in questo modo nelle case delle persone. Se la finestra fosse stata aperta o soltanto socchiusa, io non dico, ma no, tutto era ermeticamente chiuso. Signore, state in guardia, perchè qui sotto vi è certamente qualche magia.

In questo mentre il giovine si era slanciato nella camera e apriva la lettera. Ella era della signora Bonacieux, ed era concepita in questi termini:

«Si ha dei vivi ringraziamenti da farvi e da trasmettervi: trovatevi questa sera, verso le dieci ore, a Saint-Cloud, dirimpetto al padiglione che s'innalza all'angolo della casa del sig. d'Estrées. «C. B.»

Leggendo questa lettera, d'Artagnan sentì il suo cuore dilatarsi e restringersi con dolce spasimo che tortura ed accarezza il cuore degli amanti.

Era il primo biglietto che riceveva, era il primo appuntamento che gli veniva accordato. Il suo cuore gonfio dall'ebbrezza della gioia, si sentiva vicino a svenirsi sulla soglia di questo paradiso terrestre, che si chiama amore.