Chapter 9
Mistress Grown guidò la ragazza vicino ad un pergolato di clematite, come in passeggiando, parlandole con dolcezza, sorridendole con bontà. Ella non aveva coscienza di ciò che faceva. Ma pensava che il personaggio, il qual le era stato raccomandato di sì alto, e che pareva sì colmo di dignità e di distinzione, non poteva pigliarla a complice di una cattiva azione. Si prestava quindi adesso con non troppa repugnanza ai desiderii dello straniero. Poi una luce le traversò per la mente:
--Vorrebb'egli riparare un torto?--si dimandò ella interiormente. È troppo giovane, pertanto! Lo si sarebbe incaricato... Di che?
Maud la seguiva, niente affatto sorpresa dell'immenso favore di famigliarità cui la direttrice le mostrava. Sembrava così rassegnata, che la si sarebbe creduta indifferente. Non sperava ella adunque più nulla su questa terra, dove si spera sempre? Ovvero aveva dessa una confidenza più illimitata che altrui nell'avvenire?
Chi lo sa?
Una serenità completa regnava sul suo sembiante.
I suoi occhi non esprimevano alcun desìo--se tuttavia non n'era uno quel lungo sguardo di cui seguire una rondine, sì alto nel cielo, che la si sarebbe detta perduta nello spazio.
--Così che dunque, figliuola mia--diceva mistress Grown, continuando la conversazione--voi non avete alcuna preferenza per un mestiere anzi che per un altro?
--Dio mio, madama--rispose Maud--io so che debbo il mio tempo ed il mio lavoro a colui che mi dà del pane. Ch'egli ne usi allora come vorrà.
--Pertanto vi sono lavori più o meno duri, più o meno servili--soggiunse la direttrice. Noi abbiamo attitudini diverse, vocazioni... Ne avete voi una, figliuola mia?
--A che pro averne una, madama, se io non sono al caso di scegliere? Quando non si à neppure ciò che conforta i più piccoli uccelli del cielo, i più piccoli insetti dei campi: una madre! sarebbe mai lecito avere altri desiderii, madama?
--Chi sa, piccina mia--sclamò mistress Grown, volgendo gli occhi verso il traliccio di liane. Non sareste voi la prima creatura abbandonata che avrebbe trovato di un tratto una famiglia e l'opulenza.
--Sì madama--replicò Maud--ma Dio è troppo in alto per guardar sovente a di sì piccoli atomi e seminare miracoli. O' letto nella Bibbia...
--Come, figlia mia--l'interruppe la direttrice con tristezza--disperereste voi dunque della bontà di Dio?
--No, madama. Ma ò paura di averlo stancato a forza di domandargli sera e mattino...
--Dei sogni?
--Non ancora, madama: un miracolo!
--Ed avete avuto torto, figliuola mia. La cagion prima dei nostri mali sulla terra è la non-rassegnazione.
--Gli è vero, madama. O' avuto torto. Un giorno però voi mi diceste che, quando si depositò la mia culla alla porta di questa casa, si depositò pure una somma di 500 ghinee--un dono per lo stabilimento.
--Sì. E poi?
--Un altro giorno, madama, mi ricercarono per occuparmi in una casa di confezione come cucitrice. Io voleva andarvi. Voi mi diceste allora, madama, che si era imposto allo stabilimento, depositandomivi, di non disporre di me prima che io non mi avessi compiuto i sedici anni.
--Ebbene, che volete voi conchiudere di codesto?
--Dio mio! l'è chiaro, pertanto. Se vi impedivano di disporre di me, si voleva dunque reclamarmi prima di quell'età.
--Ah!
--Io ò terminato i miei diciassette anni, madama--soggiunse Maud con abbandono--ed alcuno non è venuto.
--Voi disperate, allora?
--Talvolta, madama. Perchè, ecco lì due anni, che non è scorsa un'ora della mia giornata, una sola delle mie notti, in cui io non mi abbia delirato di quell'assente. È dessa morta? mi dico. Ebbene, che mi si indichi la sua fossa, perchè io mi vada talvolta a piangervi e portarvi dei fiori. È dessa povera? io so lavorare; lavorerò per lei. È dessa colpevole? io le perdono--di gran cuore le perdono. Arrossisce di me? ebbene, che me la si mostri soltanto, ed io andrò alla sua porta a vederla passare e benedirla di tutte le forze dell'anima mia. Mi à dessa obliata? ma che la mi oblii. Io non le dimando nulla: non voglio che vederla una volta sola, una volta, per dare una forma al mio sogno implacabile, un obietto al mio amore assetato; per sapere ove volgere il mio sguardo nell'orizzonte, su quale testa invocare la benedizione di Dio, quale angelo adorare nella mia preghiera. Ò io torto, madama, di disperare talvolta, di aspettar sempre, malgrado ciò?
Mistress Grown si tacque un istante, non sapendo che rispondere.
Poi sclamò:
--Figliuola mia, è la volontà di Dio: bisogna obbedire.
--Per fermo, madama--replicò Maud sospirando. Nè è Dio che io mi accusi. Però, come avviene che Iddio--il quale alimenta così amorosamente gli uccelli del cielo; che dà ai fiori ammanto sì bello ed alito così profumato; che riveste gli alberi di fresche foglie per garantirli contro gli ardori del sole; e che tira delle farfalle da immondi bruchi... come avviene, mi domando io, che egli non abbia il male se non per le povere creature dell'uomo, come noi, e che ci orbi di ciò cui dà ai più miseri esseri della creazione: una madre?
La logica del sentimento è senza pietà. E la finisce per far di Dio un mostro, a forza di attribuirgli le più piccole vicissitudini della vita.
Se si fosse detto a Maud che non era Dio, ma una società rachitica che le rubava lo sguardo benedetto di sua madre, il suo dolore sarebbe forse divenuto ateo, trovando che vi era qualcosa al disopra di Dio, più potente di Dio: se stesso ed il mondo!
Il giovane forestiero, che restava senza fiatare dietro la spalliera di liane, gli occhi inchiodati sulla fanciulla, le orecchie tese, si fece avanti di un tratto.
A quell'apparizione inaspettata, Maud si turbò. Divenne di bracia, bassò lo sguardo, si ritirò di un passo indietro.
Lo straniero s'avanzò di un'aria grave verso le due donne e le salutò. Poi, dirigendosi a mistress Grown, le chiese:
--Madama, sarebb'egli permesso di cavare questa giovinetta da quest'ospizio?
Mistress Grown alzò gli occhi su di lui con un certo piglio di osservazione, poi rispose lentamente e con gravità:
--Lo si può, milord, conformandosi a certe regole stabilite dai fondatori.
--Quali, madama?
--Da prima, milord, è mestieri conoscere il nome della persona che piglia a sua carico l'esistenza del trovatello cui le si affida, ed in seguito che vuole ella farne.
--In questo caso, madama--riprese con solennità il forestiero--io vi dimando questa fanciulla. Io sono il principe Pietro di Lavandall, cugino della duchessa di Shetland.
La direttrice e Maud levarono gli occhi attoniti sul principe.
--Come, Vostra Grazia...?--prese a balbuziare mistress Grown imbarazzatissima, dopo alcuni minuti di silenzio... Ma... scusi, milord... non m'inganno io forse? Vostra Grazia dimanda...
--Io vi dimando, madama, questa giovinetta--rispose il principe vivamente agitato.
--Mille grazie per lei, milord--riprese la direttrice. Perocchè gli è, senza dubbio, per farne una cameriera della signora principessa di Lavandall...
--Punto, madama.
--Ma allora, milord--soggiunse mistress Grown, rivenendo un po' della sua sorpresa...--che vorreste voi fare di questa povera orfana?
--Mia moglie, madama. Voglio farne la principessa Pietro di Lavandall.
E ciò dicendo, salutò le due donne e si allontanò di un passo rapido.
--A casa, e ventre a terra--gridò il principe ai suoi lacchè, salendo in vettura.
Sentiva che la sua emozione era per sopraffarlo.
II.
Il giorno delle nozze.
Il generale principe Paolo di Lavandall era venuto a Parigi nel 1815 con gli eserciti confederati stranieri.
Alla corte di Luigi XVIII, egli aveva conosciuto Paolina, figlia maggiore del duca di Saint-Cassan, amica intima della famosa nipote del principe Talleyrand.
Paolina non era così bella che la duchessa di Dino, ma era altrettanto ardita ed intraprendente. Si susurrava chiotto chiotto nei saloni che ella arrivava dove altre, infinitamente più belle di lei, non avrebbero osato collocare neppure una speranza, e che, aggiungendo la vivacità caustica del suo spirito e la distinzione delle sue maniere ad una solida istruzione, spigolata nell'esilio, ella avrebbe potuto pretendere a passare per letterata--se non avesse preferito di essere una civetta.
Il principe di Lavandall s'invaghì di lei e la sposò.
E si fece correre il rumore che l'imperatore Alessandro--il quale l'aveva veduta a Vienna, in casa del principe di Talleyrand--lo avesse spinto alle nozze.
Di questa unione, dopo un anno o due, nacquero due gemelli: Pietro ed Alessandro di Lavandall.
Pietro, venendo al mondo il primo, godè del rango di primogenito, e, poco dopo, del titolo e dei diritti della sua nascita, alla morte del padre.
Quantunque gemelli, i due bambini si rassomigliavano poco.
Al fisico, la dissomiglianza consisteva unicamente nella gradazione del colore dei capelli--cui Pietro aveva scuri e Alessandro di un biondo dorato--e forse anche nel colorito--cui il primogenito aveva pallido ed il cadetto molto animato. Ma al morale, questa dissomiglianza era più profonda.
Pietro era un sognatore. Egli amava la solitudine; aveva un carattere fermo; un coraggio freddo; una grande tenacità di volontà. E' si mostrava poco aperto. Più esatto al compito cui si assegnava egli stesso che a quello cui gli si avrebbe voluto imporre. Poi, calmo fino alla mollezza.
Alessandro, all'incontro, era rumoroso, metti-brighe, pigro. Sempre dietro a gonne di pettegole, con le mani nelle cameriere. Sempre a bisdosso di un cavallo, od un fucile alla mano. Abborriva i libri. Amava la danza; folleggiava per i piaceri; dava volentieri degli scappellotti; e quando non lo si trovava nei boschi a snidare gli orsacchi, i lupi, i nidi di aquila, si era certi trovarlo nella sala d'armi.
Questa differenza di gusti e di costumi non impediva che i due fratelli si amassero teneramente. Però per cagione appunto di questa differenza, per spirito di antitesi, il padre--il quale aveva identicamente il carattere del suo cadetto--preferiva il primogenito, e la madre--la quale, una volta maritata ed allontanata dalla corte, era divenuta una donna seria ed ambiziosa--ammattiva pel figlio cadetto.
Al suo ritorno da Parigi, il principe Paolo aveva concepito qualche sospetto sulle inclinazioni dello tzar Alessandro per sua moglie. Erasi quindi dimesso dal servizio militare e si era ritirato nelle sue terre. Fu mestieri, per conseguenza, che sua moglie ve lo seguisse e vi restasse tanto ch'ei visse.
Dopo la morte di lui, però, la principessa--che aveva subito la solitudine come una punizione--prese tosto la risoluzione di recarsi a corte, ove la nuova Tzarina, dopo la morte di Alessandro, le aveva mantenuto il grado di dama d'onore, ed aveva fatto ammettere suo figlio Alessandro come paggio dell'imperatore Nicola.
La principessa Paolina voleva condurre con lei anche il figliuolo primogenito.
Pietro, oggimai il principe Pietro, le manifestò il suo desiderio di partire per l'Alemagna.
--E che vuoi tu andar a fare in Germania, all'età tua?--dimandò la madre.
--Visitare le università e studiare.
--Ah!--sclamò la principessa.
--Ma ad una condizione--riprese il principe Pietro.
--Bravo! ecco delle condizioni, adesso.
--A due condizioni, anzi, se vi piace, madama--continuò il principe.
--E quali? mio signor principe, se tuttavolta degnate comunicarle--chiese la principessa, ammiccando di un'aria ironica.
--Primo, di sgabellarmi del mio istitutore, e di viaggiare accompagnato da un solo cameriere.
--Benissimo. Quel povero padre Toufferel v'imbarazza dunque, o non sa egli abbastanza?
--Sa anzi troppo. Però, io non voglio più gesuiti intorno a me.
--E secondo?
--Secondo, di vivere affatto libero e padrone delle mie azioni. Io so chi sono e dove vado.
Queste dimande parvero strane, sopratutto al padre Toufferel--il quale governava la testa ed il cuore della principessa, oltre la coscienza di lei.
Si oppose un rifiuto perentorio.
Il giovane principe ricusò a sua volta di ricevere ulteriormente il gesuita, e protestò a sua madre che non si sarebbe recato a Pietroburgo che trascinato dalla forza.
--E perchè?
--Perchè io non voglio disobbedire, come voi disobbedite, madama, ai desiderii, agli ultimi ordini di mio padre e del vostro marito e signore.
Quest'attitudine colpì la principessa, e diede a riflettere al gesuita.
La principessa--che andava alla corte per godere della sua libertà--vide di uno sguardo ch'ella vi menerebbe seco un testimone uggioso delle sue azioni, e più tardi--quando il giovine principe avrebbe raggiunto i suoi diciotto anni, età determinata dal padre per la maggiorità di lui--un padrone severo.
Si lasciò dunque piegare.
Il gesuita calcolò più freddamente: che valeva meglio conservare la direzione della donna che l'educazione del garzone refrattario.
E Pietro partì per la Germania, il giorno stesso in cui sua madre ed il confessore partivano per Pietroburgo.
La vita del _buchschaft_ esercitò sopra Pietro come un incanto.
Potendo pagare dei professori liberi, non si sommise alla severa disciplina della massoneria delle università germaniche. Non accettò dello studente che ciò che gli piacque--vale a dire l'abito, le maniere, la vita di studio mista alle dissipazioni, le libere aspirazioni, i vaneggiamenti elevati--quella mischianza, insomma, di metafisico e di artista che si trova accoppiata negli allievi istruiti delle scuole tedesche.
Non s'imbragò guari nè in teologia, nè in diritto, nè in pedagogia. S'innamorò invece dello studio della fisiologia, della chimica, della fisica. Poi, per una tendenza verso il soprannaturale che gli era propria, si cacciò capo giù nelle scienze mistiche e nelle speculazioni ermetiche.
Il professore di Tubinga, che lo dirigeva, era forte addentro a queste scienze e vi credeva coscientemente.
Il carattere di Pietro, di già sì serio, addivenne quinci in poi più grave e più scuro.
Un incidente lo immerse affatto nella tristezza.
Un giorno, a Heidelberg, e' venne a parole con uno dei suoi amici, a proposito d'una ragazza incontrata in un ballo. Si batterono alla spada. Si batterono da bravi. E sì bravamente, che, al terzo assalto, caddero entrambi nel medesimo tempo: Pietro, per svenimento; il suo avversario passato fuor fuori.
Ciò fu fatale al giovane principe di Lavandall.
La sua salute si alterò. La sua pallidezza aumentò di giorno in giorno. I suoi occhi perdettero il bagliore della giovinezza. Le sue guance smagrirono. I suoi lineamenti, completamente alterati, divennero di un tratto più maturi. Breve, l'insieme di sua figura acquistò un cotal che di strano e di turbato.
E' se ne penetrò, e s'impose per conseguenza un grande riserbo, una solitudine quasi completa. Evitò perfino le occasioni delle grandi emozioni.
Aveva torto? No.
No, perchè una sera, avendo ceduto all'attrazione di vedere il _Wallenstein_ di Schiller, alle ultime scene del dramma, il suo cameriere lo raccolse svenuto nel suo palco.
Lasciò dopo di ciò la Germania, ed andò a Parigi.
Pietro di Lavandall aveva allora ventitrè anni.
Il dottore di Nubo gli consigliò di abbandonare lo studio, che ruinava la sua salute, e di addarsi alla vita elegante ed agli esercizi signorili dello _sport_.
Il principe lasciò quindi il nome d'imprestito, assunto in Germania, e si recò da suo avolo sotto il suo vero nome.
Il duca di Saint-Cassan presentò il principe alle Tuileries, ed a quella parte della aristocrazia francese che aveva accettato la monarchia democratica. Per il suo nome però, per il suo titolo, per i precedenti di suo padre, egli fu ricercato altresì e carezzato nei saloni dell'aristocrazia _ribelle_ del Faubourg Saint-Germain.
La principessa di Lieven lo mise alla moda in mezzo al mondo dell'intelligenza.
Il principe di Lavandall era, oltre a ciò, ricchissimo, bel giovane, dalle maniere squisite, ma poco inchinevole verso il mondo e che, per ciò appunto, rilevava la persona a cui e' si piaceva interessare. Aveva un carattere eguale e fermo, e di una elevatezza costante nei sentimenti.
In una parola, a ventitrè anni, il signor di Lavandall era ciò che addimandasi un uomo serio, con cui è d'uopo contare, sia che prenda parte a qualcosa, sia che si astenga.
Infine, era affettuoso nel fondo, ed eccessivamente sensibile.
Il re Luigi Filippo gli dimandò una sera perchè non abbracciasse la carriera diplomatica.
--Perchè, sire,--rispose Pietro--il principe di Metternich ed il principe di Talleyrand àn fatto della diplomazia una mariuoleria elegante, ed i ministri di V. M. un'ingenuità pomposa.
--Ne siete voi ben sicuro?--disse il re, volgendo il dorso senza aspettare la replica.
S. M. rinculava innanzi alla spiega della frase _ingénuité pompeuse_, troppo, troppo cortigiana!
--Gli è un curioso giovane il vostro parente cosacco, signor duca--disse il re al signor di Saint-Cassan.
--Avrebbe spiaciuto a V. M.?--dimandò costui.
--Non bazzica egli dunque il mondo?
--Pochissimo, sire. E ciò che è più singolare, non à contratto alcun legame, nè con i giovani della sua età e della sua condizione, nè con gente di altra sorte.
--Non à desso un palco agl'Italiani ed all'Opéra?
--Sì, sire. Ma vi si mostra di raro, per qualche minuto solamente, e sempre solo.
--Non accetta inviti a pranzo?
--Neppure dal suo ambasciadore.
--Non si mostra ai balli?
--Solo per farvi un atto di presenza indispensabile, e di cui sarebbe impossibile astenersi. Ma non balla mai. À pranzato due volte sole al club, durante l'inverno, ed è passato tre volte pel Bois.
--À bei cavalli?
--I più belli che si siano veduti mai a Rotten-Row, a Londra.
--Giuoca allora?
--Lo si è visto, all'ambasciata d'Inghilterra, perdere tre o quattro mila _luigi_ al whist--parlando di scimie col barone di Humbold, assiso accanto a lui.
--Ma allora che si dice di lui?--chiese il re, il quale aveva forse una ragione ad un'altra in questa investigazione persistente e minuta.
--La vita del principe, sire--rispose il signor di Saint-Cassan--non à nulla di apparente, e quindi nulla che possa dar presa alla maldicenza od alle congetture. Le donne sono intrigate di questo mistero che traversa i saloni. Gli uomini son tenuti in distanza da quel ghiaccio e da quella riserbatezza. Tutto al più, sire, taluno si permette dimandarsi a voce bassa: perchè quella specie di misantropia in mezzo a tanta opulenza di favori della natura? perchè quell'aria stravolta in un sembiante che attira la simpatia? E non si va più innanzi, sire. Perchè un conte italiano, la settimana scorsa, essendosi permesso di domandargli se non fosse malaticcio--con quel pallore sì intenso e quella tristezza sì costante--il principe gli dette del guanto sul muso, ed il dì seguente l'uccise in duello, di un colpo di pistola. E, cosa strana, sire! egli cadde svenuto nelle braccia del conte di Nubo--il quale era nel tempo stesso il suo medico ed il suo unico testimone.
Luigi Filippo ne sapeva abbastanza per ricusarlo come segretario dell'ambasciata di Russia.
Si era discorso di ciò, pare, alla corte di S. Pietroburgo, e lo si era ripetuto nei saloni della principessa di Lieven.
Si vide però il principe di Lavandall prolungare, una sera, più tardi che di costume, la sua presenza al ballo in casa del duca di Luxembourg, e spingere la compiacenza fino a ballare con la signorina di Perceval, a cui la duchessa lo aveva presentato.
Il conte di Perceval aveva passato la sua vita nell'emigrazione, vi aveva mangiato il resto del suo patrimonio--cui Bonaparte gli aveva restituito,--e sciupato con una ballerina la sua parte del _miliardo_, cui i Borboni avevano avuto cura di fargli ben pingue, per compensarlo della sua fedeltà.
Questo conte non aveva voluto udire a parlare del _ramo cadetto_--gli Orléans--e viveva adesso di una _dotazione_ sui fondi secreti di Roma, cui il cardinale Lambruschini gli aveva fissata, in considerazione dei servizi che aveva resi al partito cattolico.
Il conte di Perceval si era ammogliato, dopo la Ristaurazione, per piacere alla signora di Cayla per meglio servire la Congregazione. Di questo matrimonio aveva colto, o raccolto, la bella personcina che aveva danzato col principe di Lavandall--la signorina Antonietta di Perceval.
Senza essere proprio sciocca, madamigella di Perceval--forse per timidità esagerata--s'imponeva una grande sobrietà di risposte, un grande riserbo di giudizi. Di guisa che passava per fanciulla di poco spirito, e desolava coloro i quali, per cortesia, si trovavano obbligati a chiaccherare con lei. Malgrado ciò, e forse a causa di ciò, dopo quella sera, dovunque Antonietta di Perceval andò, il principe russo si mostrò anch'egli.
Secondo la sua abitudine, non prolungava di molto la sua presenza nei saloni. Ma, durante il poco tempo che vi restava, alcun'altra persona non aveva il privilegio di disputarlo alla signorina di Perceval. Breve, le cose giunsero al punto, che si cominciava a dimandarsi se non si fosse caduto in inganno nell'apprezzamento dello spirito di quella giovinetta.
Di un tratto poi il rumore si sparse, che madamigella di Perceval sposava il principe di Lavandall.
--Scherzate voi?
--Il duca di Saint-Cassan à fatto la dimanda di matrimonio ed è stata gradita.
--Impossibile.
--Gli è il duca stesso che me lo à detto.
--Ed a me il conte.
I commentari cessarono. Lo stupore però non cessò.
Infrattanto si preparava il cesto da nozze.
La duchessa di Saint-Cassan e la sua cugina, la vecchia contessa di Cars, non si accordavano riposo--tanto l'impazienza del giovane principe era grande. La domenica seguente si fecero i tre bandi a S. Tommaso d'Aquino. Gl'inviti si spiccarono.
Due giorni più tardi, incontrandosi nei saloni dei Faubourg, la gente si diceva, di un tuono dolce ed insinuante:
--Non sapete? Il matrimonio di Lavandall è ito in malora.
--Come! rotto?
--Positivamente.
--Impossibile.
--Sì vero, che il principe è partito per Roma.
--Via, via! l'ò visto ieri sera, ed abbiamo anzi parlato dei suoi sponsali.
--Ciò può essere. Pertanto, ieri sera stessa, egli ebbe un colloquio col suo futuro suocero. La conversazione fu corta e secreta. Dopo che, il conte di Perceval, pare, ritirò la sua parola--ed il principe è partito stamane.
--Tutto codesto è vero--intervenne a dire il conte di Nubo. Il povero conte francese ha rifiutato la mano della sua figliuola al ricco principe russo. E questi corre le poste in questo momento sulla strada di Marsiglia. Che occorse egli fra quei due uomini? Alcuno nol sa; neppure la fidanzata. Alcuno nol saprà mai, forse.
Lo scacco subito, i commentari ingiuriosi che ne seguirono e circolarono, ferirono al vivo il principe di Lavandall. Visse a Roma un anno, senza vedere un'_anima_, tranne papa Gregorio XVI--che era un _maiale_--e che lo ricevè una volta ed andò a visitarlo due, nella di lui villa vicino Albano.
Il papa vi pranzò anzi, perchè Gregorio amava desinar bene, ed in casa Lavandall si faceva lauta mensa.
In questo frattempo, la madre del principe--la quale si era rimaritata ad un giovane conte polacco--capitò a Roma ed andò ad istallarsi in casa del figlio, verso il Pincio.
Tutto al contrario del principe di Lavandall--che scansava il mondo--la madre lo attirava intorno a lei a grossi fiotti.
Il principe Pietro si trovò di nuovo, dunque, malgrado lui, in mezzo alla società. La collera, del resto, era passata; il cordoglio si era calmato.
Egli cominciò, nonpertanto, a trovare i balli dei principi romani insopportabili; i desinari dei cardinali grossolani; gli spettacoli stolidi. Le feste di sua madre lo stancavano meno. Imperciocchè, se sua madre invitava l'aristocrazia romana e straniera, egli invitava nel tempo stesso, da parte sua, gli artisti e gli scienziati.
Ecco come codesto era avvenuto, con grande scandalo delle principesse romane--le quali non ricevono gli artisti ed i letterati che nei loro _boudoir_, dicesi, in un'altra camera più particolare, dicevan dessi.