Chapter 8
Ella non abbracciò neppur Nick, la sua guardia del corpo, che restava tutta la notte in fazion alla sua porta. Ella pianse pure senza troppo sapere perchè. Ella pianse di quelle lagrime che talvolta colano, subite e mute, e che muovon da Dio, vengono per la via del cuore, e ci sollevano di una tristezza profonda e misteriosa.
Regina si addormentò alla fine; e due lagrime--due ritardatarie, due _trainardes_--limpide, lente, spuntarono agli angoli degli occhi, solcarono tranquillamente le guance e bagnarono i guanciali. Erano di quelle perle, per le quali il dio dei cristiani avrebbe perdonato ben altre colpe che quelle di Regina!
A mezzanotte, ella dormiva del sonno placido ed eguale dei bambini.
Altra cosa occorreva nel tempo stesso nella camera di Sergio di Linsac.
XVI.
Una visita notturna.
Sergio era restato nel suo letto, immerso in una meditazione profonda, che si traduceva sul suo sembiante, seguendo fasi diverse: ora, con un rapido rossore; ora, con crispazioni delle labbra e dei muscoli del viso; ora, con la fissità della pupilla che gli dava la maschera del catalettico. E' sollevavasi di balzo su i suoi origlieri, si avvolgeva sotto le coltri, come per sottrarsi alla presenza ed alla pressione di un fantasima. Poi ridiveniva freddo, come se ghiaccio fuso e non più sangue riempisse le sue vene.
In questo parossismo di quietitudine e' si levò, all'una del mattino. Bassò il lucignolo della lampada, ed, i piedi nudi, imbacuccato nella sua veste da camera, traversò il suo gabinetto e recossi all'altra estremità dell'appartamento, fino alla camera da letto di Regina. Quivi fermossi ed ascoltò.
Egli udì il rumore cadenzato cui faceva Nick, rimovendo la coda sul tappeto, ed il _diapason_ eguale, lento, leggiero della respirazione di Regina.
Ella dormiva placidamente, profondamente!
Sergio restò qualche minuto ad udire quella musica santa del sonno dell'innocenza, poi ritornò nella sua camera.
Vi era ancora della bracia nel focolare.
Sergio prese il manoscritto, cui aveva dettato a Regina; ne tolse la lettera che questa aveva scritto a nome della Regina del romanzo, e cacciò il resto sotto i carboni ardenti. Ratto, la fiamma vi sorse e l'ultima scena dei _Sixièmes étages de Paris_ disparve.
Sergio assistè perfino alla trasformazione, alla scomparsa delle ceneri nere della carta, cui respinse sotto la brace. Prese in seguito la lettera, e cavò di sotto il guanciale la piccola fiala, cui suo fratello gli aveva portato il mattino.
La camera di Regina era rischiarata da una _veilleuse_ posta sul mobile vicino al capezzale. Il fondo di essa era immerso nell'ombra. Ma la fioca luce, che sprigionavasi di sotto ad un _abat-jour_ di alabastro, cadeva in pieno sul sembiante della giovane.
Regina dormiva supino, la faccia volta al cielo.
I suoi lineamenti erano calmi. Le sue palpebre erano socchiuse, di guisa che scorgevasi, tra le due ciglia, come un orlo degli occhi--banda di perla incastonando una linea di nero smalto. Le sue labbra erano semi aperte, e le ai vedeva sempre sul labbro superiore la scottatura ancor viva--cui Sergio vi aveva impressa--come una foglia di rosa pizzicata da un bruco.
Ella era bella.
Ella avrebbe data la vertigine a tutt'altro uomo, che ad un marito oltraggiato e dominato dal demone della vendetta. Le mani di lei pendevano fuori dei lembi del letto, ed il suo _peignoir_, sbottonato sul seno, offriva allo sguardo delle delizie che avrebbero messo la disperazione nel cuore di un artista.--Imperciocchè alcuno non idealizza come dama natura, quando la si da questo compito!
Sergio, egli stesso, restò tocco, abbarbagliato. Un brivido terribile gli corse lungo la spina. Ebbe la tentazione di gettarsi su quella divina creatura, svegliarla di un bacio, e sottrarsi all'incubo che lo possedeva.
Egli sentì che l'inebbriamento guadagnavalo. Fece un passo per retrocedere ed urtò in Nick, dietro ai suoi talloni.
L'aspetto di quest'essere vivente, altro che la fata la quale lo ammaliava e lo attirava, operò in lui una reazione rapida. Il mondo reale lo riacciuffò. Egli mise allora la lettera, cui Regina aveva scritta sotto la sua dettatura e firmata, sul piccolo _secretaire_ ove ella scriveva, e tornò innanzi al letto.
Egli era ancora a dimandarsi se assassinava o se eseguiva una sentenza!
Se Regina avesse aperto gli occhi, ella era salva. Se avesse potuto dire una parola, il boia sarebbe forse ridivenuto l'innamorato... Regina dormiva. La morte apparente rizzavasi tra suo marito e lei ed intercettava le correnti fra i due cuori.
Sergio cavò allora freddamente l'albarello del suo viluppo; sbirciò a traverso la luce il colore del liquido che vi si conteneva; lo sturò; e lasciò distillare una gocciola di quell'essenza d'inferno sulla piccola piaga che le aveva fatta col suo sigaretto.
La flittene erasi rotta e l'escara non ancora formata. La piaga era dunque viva.
Seguì un minuto secondo, che fu un'eternità.
E' lasciò cadere una seconda stilla.
Fu dessa una sensazione? fu una rivolta dell'istinto? Regina aprì gli occhi.
L'aspetto di Sergio doveva essere talmente scomposto e livido, che dessa, per intuizione fulminea, comprese tutto.
--Innocente ancora!--gridò ella tendendo le braccia al marito.
Era già troppo tardi di un secondo.
Regina ricadde sulle piume, la testa rovesciata fuori del letto...
Era morta.
Sergio gettò via per terra la fiala e fuggì.
Trovò alla porta Nick, che gli ringhiò orribilmente, e sordamente gemè.
Chiuse l'uscio ed andò a rificcarsi sotto le coperte.
Avrebbe voluto che quel giaciglio fosse l'abisso! Se non fosse piombato in deliquio, e' si sarebbe per fermo ucciso.
L'indomani, furono i gridi di Lisa ed i gemiti di Nick che lo tirarono di letargia.
Comprendendo allora tutta la portata dell'opera sua, ei si sarebbe infallibilmente denunziato, se suo fratello non si fosse trovato opportuno al suo capezzale per sorvegliarlo, per salvarlo.
Sergio corse alla camera di Regina, l'infraperse.... e fuggì.
Il dottore di Nubo, istruito dell'avvenimento, arrivò quindi a poco. Egli entrò nella camera dove era il cadavere, innanzi al commissario di polizia.
Il commissario leggeva la lettera di Regina.
Il dottore indovinò tutto, di un sol tratto, di un solo sguardo, ed uscì.
Egli entrò nell'appartamento di Sergio e rimase impiedi avanti ai due fratelli, ed in silenzio.
--Ella non era l'amante del principe di Lavandall--diss'egli infine, di una voce fioca e lenta. Ella non era che un agente diplomatico dell'ambasciata.
--Come?--gridò Sergio.
--Signor Sergio di Linsac--continuò il dottore--ecco due volte già che vi gettate a traverso della mia via. Guai a voi, se v'incontro una terza volta.
Il dottore uscì.
Sergio svenne.
La sera, i giornali di Parigi annunziavano, nei Fatti diversi:
«Una sventura orribile à colpito uno degli uomini i più distinti della stampa parigina. La signora contessa Sergio di Linsac si è suicidata col _curare_, in seguito all'infame calunnia sparsa sul conto di lei.
«Suo marito è pazzo di dolore.»
Il principe di Lavandall partì in congedo per un viaggio in Italia.
Ora, che era desso il principe di Lavandall?
Uditelo.
FINE DELL'EPISODIO PRIMO.
MAUD
EPISODIO SECONDO.
I.
The foundling hospital.
A capo di Lamb's-Conduit street, a Londra, sorge un grande edificio che occupa un considerevole posto nella strada.
À una spaziosa corte esterna, un gran giardino di dietro, Macklembourg Square all'est e Brunswik Square all'ovest.
Quest'edifizio occupa tre lati di un quadrato. La facciata è costrutta in pietre, le due ali in mattoni. Le finestre di mezzo sono ornate di vetri opachi; quelle dei lati di piccoli cristalli, sopra telari dipinti a rosso.
È il _foundling hospital_--l'ospizio dei trovatelli.
Il pubblico è ammesso a visitarlo ogni domenica, mediante una retribuzione di sei _pence_ (dodici soldi), che si lascia in un vassoio tenuto da uno degli amministratori dello stabilimento, alla porta della cappella. Gli altri giorni l'ingresso è interdetto.
Vi si va la domenica per udirvi suonar l'organo, il quale non à altro merito che quello di essere stato regalato da Haendel. Vi si va per ammirare il ritratto del capitano Thomas Coram--il fondatore dell'ospizio--magnifico dipinto di Hogarth, e qualche altro quadro più o meno bello di Ramsay, di Shackleton, di Hudson e di Joshua Reynold. Vi si va per udir cantare e veder mangiare i figli del luogo; osservare come sono coricati e con quanta nettezza tenuti.
Ed invero, non poche tenere madri augurano ai loro propri figliuoli la sorte di quelli abbandonati--mentre tanti fra costoro invidiano la felicità dei fanciulli che ànno una madre!
Una bella mattina di giugno, raggiante di un sole caldo e limpido--cui i detrattori della mia cara Londra le negano anche nell'estate--una carrozza sboccò dal lato di Mecklembourg Square e si fermò innanzi all'inferriata dell'ospizio.
La carrozza era stemmata, tirata da quattro cavalli grigi pomellati, condotta da un cocchiere che pesava due tonnellate, a parrucca incipriata, forte in colore, raso il mattino, vestito di una livrea amaranto a lacci neri. Tre lacchè, similmente vestiti, recando ciascuno nelle sue mani un lungo bastone a pomo di oro, tenevansi in sul pedile di dietro.
Discesero, ed un di costoro si avvicinò allo sportello per pigliare gli ordini del padrone.
Questi disse un motto, ed il valletto andò a suonare al cancello, dimandando al portinaio se mistress Grown fosse in casa.
Alla risposta affermativa del funzionario (che in Italia sarebbe stato cavaliere, se pur no commendatore) il lacchè gli significò di aprire e di lasciar entrare la vettura nella corte.
In generale, gli inglesi ànno un certo rispetto per tutte le persone che girano in cocchio. Ma questo rispetto si eleva ad ammirazione, se il veicolo à aggiogato quattro cavalli, e ad adorazione se le quattro dette rispettabili bestie sono accompagnate da tre o quattro fanti affusolati di parrucche infarinate, di tricorni, e pastorale a borchie lucenti.
Laonde, il portinaio, che aveva contemplato tutto codesto, non oppose la minima difficoltà agli ordini del lacchè del visitatore, e la carrozza entrò trionfalmente.
Allora, il personaggio che l'occupava cavò dal taccuino una lettera e la rimise al valletto.
--Fate dimandare a mistress Grown--diss'egli--se la può ricevermi.
Il valletto penetrò nello stabilimento.
Il personaggio rimase nel cocchio.
A capo di qualche minuto, il valletto tornò ed annunziò al padrone che mistress Grown aveva l'onore di aspettarlo.
Infatti, leggendo la lettera, la buona dama non solo consentì a ricevere immediatamente lo straniero, ma, raggiustata di un giro di mano la sua _toilette_--che non era proprio disacconcia--uscì dal suo appartamento e venne all'incontro del visitatore--non senza di essersi previamente e ripetutamente mirata nello specchio.
Ahimè! ciò giovava poco alla povera donna! Imperciocchè, per essersi contemplata per cinquant'anni in tutti gli specchi possibili, perfin gli specchi ustoridi del Politecnico! la non aveva accorciati di una linea i suoi lunghi denti, nè fatto impallidir di un zinzino il rosso ardente delle sue guance, nè offuscato di un'impercettibile nuance il tuono carota dei suoi capelli.
Del resto, se queste piccole contrarietà fisiche l'avevano messa talvolta in collera contro la natura--sopratutto quando una velleità di matrimonio le aveva solcato la mente--giammai quella collera non si era volta contro altrui, nè si era fatta risentire neppur di rimando.
Mistress Grown era di un'inesauribile bontà, e di una calma supremamente britannica.
Statemi dunque a far delle glosse contro i capelli carota!
--Chi può essere codesto straniero «di grande distinzione» cui la duchessa di Shetland mi raccomanda di accompagnare io stessa nella sua visita allo stabilimento, senza manco indicarmene il nome?--si domandava la buona mistress Grown, uscendo dal suo _drawing room_.
Ella ne era ancora a chiedersi codesto, quando il personaggio annunziato comparve.
Mistress Grown era la direttrice della parte orientale dell'edifizio, destinata alle fanciulle.
Bisogna credere che la si aspettasse ad altro, perchè una tal quale sorpresa si dipinse sul suo viso all'aspetto di colui che si avanzava verso di lei.
D'ordinario, i visitatori serii che picchiano alla porta di questi ospizi sono dei pubblicisti--i quali si occupano di scienze sociali--o di uomini di una certa età e mica ricchi.
Il visitatore, questa volta, si presentava con grande spanto; portava lettera di una delle più grandi dame della corte, parente della regina, ed in un giorno in cui il pubblico non era ammesso.
Gli era poi costui un giovane di venticinque a ventisei anni. E il suo vestire semplice, il suo portamento modesto non indicavano, di modo alcuno, ch'egli potesse avere il petto coperto di decorazioni, e che il giorno innanzi egli avesse aggiunto l'ordine della Giarrettiera a quello del Toson d'oro, alla Legione di onore, alla placca in diamanti di S. Andrea.
Il suo andare era lento ed un po' stracco. Trascinava il passo come la gente distratta, la quale si cura poco della terra cui calpesta e del mondo che la circonda. Era molto pallido. Ma s'indovinava di un'occhiata, che quella pallidezza, pur non essendo affatto naturale, non era una pallidezza completamente malaticcia, nè sopra tutto quel pallore sinistro che denunzia il vizio od il rimorso.
I suoi capelli bruni, un cotal poco laschi sulla fronte, inquadravano un viso leggiermente allungato e si armonizzavano con i tratti avvenentissimi della sua fisionomia.
Portava tutta la barba, d'un colore alquanto men scuro dei capelli.
Uno sguardo opaco e chiuso in di dentro spiccava d'ordinario dai suoi occhi di smeraldo. Per momenti però, quello sguardo si allumava, come le lanterne cieche che si animano di botto quando le si dirigono verso l'oggetto cui si vuole rischiarare. Per ciò, appunto, il suo sembiante dal color scialbo ed inespressivo di già, si velava inoltre di uno strato di ghiaccio. Quell'uomo diventava allora un mistero. Tanto più che la sua bocca si componeva di raro al sorriso, quantunque facesse mostra di denti magnifici, fra due labbra pallide nascoste sotto lunghi batti.
Quell'aspetto sofferente non si spiegava. Imperciocchè, non magrezza, non linee curve, non contrazioni violente di muscoli, non rughe, nulla insomma, l'abbiam detto, che dinotasse il disordine dell'esistenza di certi chiostri, un guasto permanente nella salute. Nulla che indicasse la causa, a quell'età, di quel tono freddo, di quell'aria molle, di quello spossamento di fluido che, dal primo incontro, teneva a distanza coloro che l'avvicinavano.
Non svegliava alcuna simpatia. Ma eccitava una specie di sorpresa curiosa, e forse un po' di paura--sopratutto quando la sua faccia si oscurava ed e' rientrava in sè o si stecchiva sotto il sentimento della collera.
Era poi alto, smilzo, ben proporzionato, dall'insieme elegante e senza affettamento, avvegnachè portasse, camminando, la testa un po' inclinata sul petto e la mano dritta sul cuore.
Le sue maniere erano distintissime, ma poco calorose. Non un gesto, parlando, per rilevare l'espressione di una voce, d'ordinario sorda ed incolore. Non era parlatore. Al contrario, il suo verbo era corto, quando alcuna passione nol dominava. Sotto l'impulsione di un affetto qualunque, però, egli diventava eloquente, poeta, ed aveva un accento sarcastico ed amaro.
Questo personaggio si avanzò verso mistress Grown e la salutò del capo, con rispetto, senza dire motto.
--Milord--esclamò mistress Grown restituendogli il saluto--la lettera di Sua Grazia la duchessa di Shetland, cui vostra signoria mi à fatto l'onore recapitarmi, mi apprende che la S. V. desidera di visitare l'ospizio. Sono agli ordini vostri, milord.
Lo straniero s'inclinò leggiermente.
--Di dove V. S. vuoi cominciare?--dimandò mistress Grown--dai garzoncelli o dalle figliuole?
--Dalle figliuole, madama--rispose il visitatore, in inglese, come mistress Grown gli aveva favellato.
--In questo caso, milord, vogliate darvi la pena di accompagnarmi.
Lo straniero le offerse il braccio, e cominciarono la visita dello stabilimento.
Mistress Grown, pur volendo mostrarsi graziosa verso colui cui le avevano raccomandato, bruciava di voglia di conoscere lo scopo di quella visita. Come non era guari a presumere che quel giovane signore avesse dimandato una lettera ad una dama della corte, per andare personalmente, in treno di gala, a scegliere una cameriera in un ospizio, la sua curiosità doveva avere un altro interesse.
--Non è nemmanco possibile--ruminava nel suo capo mistress Grown--che egli venga a visitare i quadri della sala del comitato. La _Marcia di Finchley_ di Hogarth, il cartone di Raffaello, l'_Angelo_ ed _Ismaele_ di Highmore, il _Cristo_ di Willis, il _Moise_ di Hayman, belli che siano, non richiedono un così alto intervento per essere ammirati. Verrebb'egli dunque per conoscere la storia del capitano Thomas Coram, e come quel bravo uomo fondò l'ospizio? Vien'egli per apprendere i nostri regolamenti e paragonarli a quelli del continente; per osservare come lo stabilimento è tenuto ed amministrato; per ottenere la statistica dei trovatelli raccolti? Non ne so nulla. Come dunque posso soddisfare ai suoi desideri se non l'indovino?
Malgrado si mettesse queste questioni, mistress Grown non osava nulla chiedere allo straniero. Si proponeva mostrargli tutto, tutto dirgli. Lo condusse dunque nella vasta sala ove le ragazze entravano in quel momento per pranzare.
Erano circa centocinquanta.
La sala, lindissima, era rischiarata da parecchi finestroni aperti, sporgenti sul giardino, da cui penetravano, nel tempo stesso, il sole a grandi ondate, la brezza, il cinguettare degli uccelli che folleggiavano negli olmi, ed il profumo dei fiori delle aiuole, misto all'odore delle vivande.
Delle tavole, senza mensale, coperte di tela verniciata, correvano da un capo all'altro della sala.
Ogni figliuoletta occupava il suo posto numerato.
La veste in cotonata bruna non le sformava troppo. L'azzardo le aveva abbellite di teste bionde, di occhi limpidi, di labbra rosee che sembravano sospirare i baci di una madre--e la minestra.
Quando ognuna fu al suo posto, un momento di silenzio seguì. Poi, dal centro delle tavole, una modesta ragazza di diciassette a diciott'anni, la più attempata della compagnia, intonò il _benedicite_ di una voce dolce ed un poco commossa.
Aveva questa terminato appena la preghiera, che un'altra giovinetta cominciò a dispensare con rapidità ed appropriatamente le porzioni di carne e legumi, ammonticchiate nel piatto a lei dinanzi.
La direttrice ed il visitatore percorrevano il refettorio silenziosi e lenti.
Si sarebbe potuto leggere sul sembiante di mistress Grown la soddisfazione, con la quale constatava la ciera di salute che mostravano quelle fanciulle, ed il buon appetito con cui esse divoravano la loro pietanza. Mistress Grown dimandò perfino a qualcuna d'elleno se era soddisfatta.
Il viso dello straniero, all'incontro, restava impassibile. Guardava pertanto attentamente, e rallentava talvolta il passo onde meglio osservare. Gli capitò perfino di fermarsi due o tre volte innanzi alle più adulte di quelle figliuole. Ed allora, se gli si fossero messi gli occhi negli occhi, vi si avrebbe potuto trovar forse quella vita e quell'acuità che mancava loro di abitudine.
Fece due volte il giro della sala, senza disserrare le labbra.
Uscendo del refettorio, mistress Grown, che si sentiva imbarazzata di quel silenzio; che si trovava appesa al braccio di quell'uomo come a quello di una statua di bronzo; che era curiosa di più in più, bisogna dirlo, e che avrebbe voluto trovare nella bocca di lui l'espressione dei suoi sentimenti, gli dimandò timidamente:
--Ebbene, milord, la S. V. pensa dessa che noi compiamo il nostro dovere verso quelle sgraziate creature?
--Lo penso, madama--rispose lo straniero di un tono secco.
--Ed ora, milord, vostra Grazia vuole ella visitare i dormitori delle fanciulle?
--No, madama--rispose lo straniero. Piuttosto il giardino.
--Dopo l'appartamento della segreteria, non è vero, milord?
--Prima, madama, se il permettete.
Uscirono nel giardino.
Lo straniero camminava adesso un poco più sollecito, dirigendosi verso un viale ombrato da folti platani, al coperto dal sole che cadeva a piombo sui praticelli. Delle grandi magnolie, in vasi, riempivano l'aria di olezzo. Le aiuole spiegavano i loro addobbi di girani, di viole, di flussie, mentre le ravanelle; gli anthemi, le cobee, le volubili si arrampicavano su per i tralicci verdi del muro e li tappezzavano di fiori di oro, di zaffiro e di argento.
La caldura e la luce sembravano risvegliare in quel giovane signore una certa animazione; perocchè, forzando il grave suo silenzio, chiese:
--Madama, che fate voi apprendere alle figliuole di questo ospizio?
--Mica molto, milord--rispose mistress Grown un poco imbarazzata. Imparano a leggere, a scrivere, a cucire--in breve, ciò che può occorrere ad una povera famiglia.
--Quale sorte le attende uscendo di qui?
--Le più fortunate divengono cameriere. In generale, si fanno serve od operaie.
Lo straniero si tacque.
--La loro sorte non è poi brillante, milord--continuò mistress Grown. Ma noi ci studiamo, innanzi tutto, d'impedire che esse cadano nel male.
--Sono figlie tutte del popolo?--dimandò lo straniero.
--Lo più sovente, milord. Però, capita talvolta altresì che delle persone di una condizione più elevata vengano a nasconder qui il frutto della loro vergogna o il malore della loro leggiera condotta. Non si dà giammai spiega alcuna. Ond'è che la povera fanciulla, cui si destina ad una cucina o ad una manifattura, potrebbe bene avere una madre che va a corte ed un padre che siede in Parlamento.
--Non avviene mai che una madre riprenda la sua prole?
--Una sopra dieci mila. Quando una donna à fatto rinculare il sentimento della maternità innanzi a quello della vergogna, è ben raro che la abbia un ritorno e si corregga. Quasi sempre, la natura à perduto la sua partita contro la società.
Lo straniero si tacque di nuovo. Ma mistress Grown, che si accorgeva con soddisfazione il ghiaccio cominciare a fondere, e se ne attribuiva modestamente il merito, dimandò:
--Milord, desidera egli la statistica dei resultati morali e materiali del nostro ospizio--che è lo più considerevole di Londra?
--Grazie, signora--rispose lo straniero. Vogliate dirmi piuttosto il nome di quella giovinetta che à recitato il _Gratia_ a desinare.
Mistress Grown guardò fra i due occhi il suo interlocutore, per provar di rendersi conto del senso intimo dell'interrogazione. Poi, dopo un istante di silenzio, rispose secco, secco:
--Maud, milord.
--Potreste farla venir qui e parlarle, madama?
--E che dovrei io dirle, milord, se me lo permettete?--obbiettò mistress Grown, di meglio in meglio stupita.
--Tutto ciò che vorrete, madama--riprese lo straniero;--basta ch'ella parli.
--Ah! sclamò la direttrice, osando guardare di nuovo. Vorreste interpellarla voi stesso, milord?
--Al contrario--rispose questi con vivacità. Io mi ritiro dietro quell'arcata di liane. Io non voglio che udirla.
Mistress Grown salutò profondamente, come qualcuno che si rassegna a cosa che gli spiace, ed uscì per andare in cerca della figliuola.
Due minuti dopo, la conduceva Maud della mano.
Lo straniero si nascose infatti dietro il pergolato.
Egli si sforzava di comprimere nel suo seno una specie d'inquietudine, che si tradiva fuori per un rianimamento inusitato delle guance ed una respirazione più calda e più celere. Le sue pupille, or ora sì opache, scintillavano adesso.
Egli avviluppò del suo sguardo la giovinetta, cui mistress Grown conduceva.
Se questa degna persona avesse potuto osservarlo, ella sarebbe restata sorpresa di trovare tanta vita in un sembiante cui aveva visto un momento fa sì placido e freddo, ed una espressione sì strana su dei lineamenti che un istante innanzi sembravano estinti.