I suicidi di Parigi

Chapter 7

Chapter 73,677 wordsPublic domain

Avrebbe voluto parlare all'agente che aveva seguito sua moglie, per volgergli mille quistioni sul portamento e l'aria di lei; informarsi se l'era gaia, se l'era sollecita, se sembrava abbattuta, ed altro, ed altro ancora. L'agente non era lì. E d'altronde, per sistema, madama Goupil nol metteva giammai in confronto con i suoi clienti, onde scansare i disordini possibili, cui una conoscenza reciproca poteva poscia occasionare.

Sergio pagò le spese straordinarie ed andò via.

Ne sapeva già abbastanza. Tre volte, in cinque giorni, dal principe di Lavandall, in quella palazzina cui tutta Parigi denunziava come il _Parc-aux-Cerfs_ di sua Eccellenza!

Quando rientrò, all'una del mattino, egli andò ad abbracciare sua moglie, come di uso, ma non fermossi a lungo nella camera di lei. Pretestò un furioso mal di capo per andare a riposare nella sua propria stanza. Pertanto, non coricossi. Passeggiò la notte intera.

Egli giudicava sua moglie!

Alle cinque del mattino, agghiadato a mezzo, Sergio si annicchiò sotto le coverte. Ma il sonno non venne. Nondimanco, egli era calmo oggimai. Aveva preso una risoluzione. Dopo colazione, uscì. Voleva andare ad ispezionare personalmente i luoghi. Voleva, in seguito, prendere un _fiacre_; rinchiudervisi; bassar le tendinelle; appostarsi in faccia alla palazzina del principe. Passando nella strada, osservò che l'_atelier_ di un pittore suo amico sporgeva proprio sul piccolo giardino che precede la porta interna della dimora del principe--tra giardino e stufa--di guisa che, restando a sentinella nell'_atelier_, egli poteva vedere tutto ciò che avveniva nella palazzina.

Salì dal suo amico.

Poi, parlando sempre, aprì la finestra dell'_atelier_ e si assicurò ch'aveva ben giudicato della topografia del luogo. S'installò allora vicino la finestra ed allontanò un piccolo lembo di tela verde che figurava da bandinella e temperava la luce. Di questo modo, egli potè vedere liberamente di fuori senza esser visto. Chiacchierò molto col suo amico, mascherato dal cavalletto, e restò in agguato. Ad ogni strepito di carrozza, volgeva il capo dal lato della via.

Alle due, una superba vettura a due cavalli si fermò innanzi la palazzina, li cocchiere vociò: la vettura entrò nel giardino. E Sergio vide il principe, cui conosceva di vista, discendere sotto la _marquise_.

Mezz'ora dopo, giunse un _coupè_. Il cocchiere appellò pure: la porta si riaprì; si rinchiuse tosto. E Sergio scorse una dama, celata da un denso velo, saltar fuori d'un lancio, e d'un lancio spiccarsi nella palazzina.

La dama portava un abito verde scuro a strisce nere, un grande sciallo, un cappello nero.

E' riconobbe sua moglie.

Scambiò ancora qualche parola col suo amico, e ritirossi.

Aspettò Regina, che rientrò alle cinque e mezzo, a piedi, portando lo stesso vestimento della dama della palazzina del principe Alessandro di Lavandall.

--Tu sei incantevole, in quella _toilette_!--le diss'egli con un sorriso.

--N'è vero, amico mio? La trovan tutti elegante.

--Dove sei stata, _ma chèrie_?

--O' fatto un giro pel _Bois de Boulogne_ poi ò passeggiato dieci minuti per i _Champs Elysées_, e rientro a piedi.

--Chi ài incontrato?

--Molta gente e niuno... Ah! il re.

--Decisamente, andrai tu al ballo delle _Tuileries_?

--Non ne so nulla, a fè. Credo però che non androvvi. Tu porti il broncio; e me ne vorrebbero forte, al Faubourg.

--Tieni tu tanto all'opinione del Faubourg?

--Mah! l'è il tribunale del mondo elegante di Europa.

--E che si dice, al proposito, di questo conte portoghese che à ucciso sua moglie, perchè innaspava delle relazioni col suo cocchiere?

--Ch'egli è stato uno sciocco...

--Come mo'?

--Di esservisi preso di maniera da compromettersi con la giustizia.

--Ah! il delitto, per un certo mondo, non è dunque che un affare di stile?

--Orbè! la legge stessa non ammette le circostanze attenuanti?

--Veggo bene, diletta mia, che tu ti risenti della ricrudescenza dell'amicizia per tuo zio.

--Via, Sergio, tu ài torto di non amare mio zio. Egli è migliore di ciò che tu penai.

--L'è possibile. Ma in compenso, tu l'ami per due... e mi rubi.

--Saresti tu geloso?

--M'ami tu dunque sempre, _ma mie_?

Regina si alzò, cacciò le sue dita tra i capelli di suo marito, scartò le ciocche dalla fronte e la baciò dicendo:

--Più che giammai.

Ella uscì.

Sergio la seguì degli occhi, aggrottando terribilmente le sopracciglia, e sclamò lentamente:

--Se avessi potuto dubitare ancora, questa parola sarebbe bastata per condannarla. Ella morrà.

Infatti, le donne infedeli raddoppiano gli attestati di amore e carezzano più teneramente coloro cui tradiscono. Ma Regina non mentiva. Ella amava suo marito.

XIV.

Complicazioni che tutto semplificano

Sergio si diede, per parecchi giorni, al lavoro il più ostinato. Egli voleva avanzar la bisogna dei suoi _Sixièmes ètages de Paris_, cui aveva in cantiere, e la spinse di fatto ben oltre. Imperciocchè era di già giunto allo scioglimento, quando cadde ammalato.

Mandò il suo manoscritto al giornale senza dare avviso della sua indisposizione.

Sergio non aveva solo lavorato, aveva altresì passate quasi tutte le sere nei saloni di Parigi, togliendo al sonno le ore cui destinava ai piaceri. Non lo si era mai visto più gaio, più galante, più felice con maggior vena, raccontar con più spirito e con più amplitudine. Lo si diceva innamorato di una principessa russa, la quale faceva mattezze per lui.

Egli aveva ricevuto un secondo viglietto anonimo, più circostanziato del primo col quale lo si invitava di nuovo al ballo dell'_Opéra_.

Non v'era andato.

Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac, per mostrarglielo.

Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane, spiccate, mettevan paura nei timorosi--in quelli stessi del suo partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a un epigramma.

I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.

La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.

L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.

Suo fratello lo accudiva.

Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre _feuilletons_.

Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo debole.

Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.

--Bravo!--sclamò Sergio. Arriva a proposito. Va ad aiutarmi.

Si assise innanzi al caminetto ed aspettò.

Marco non venne da lui. Era entrato nel piccolo atelier di Regina. Sergio andò in busca di lui. Ma, giunto alla porta dell'_atelier_, alcune frasi, cui infraintese, colpironlo.

Ecco ciò che Marco raccontava:

--.......... Un'avventura, madama, che sarebbe stata davvero comica, se il vostro nome non vi si fosse mischiato, e se un uomo non fosse stato mortalmente ferito.

Sergio fermossi ed ascoltò.

--Il mio nome, voi dite?--gridò Regina--il mio nome al _foyer de l'Opéra_?

--Sventuratamente, sì, madama.

--Impossibile, signore.

--Io vi era, madama, ed ecco come le cose sono avvenute. Non debbo nulla dissimularvi.

--Parlate, al contrario.

--Eravamo riuniti, lì, verso l'una del mattino, un gruppo di giornalisti e di letterati e cicalavamo con delle maschere che ci facevano corona, di ogni specie di monellerie, quando, non so da chi nè perchè, il nome di Sergio fu pronunziato.

--«Non lo si vede più, disse taluno.

--«Lo si vede anzi da pertutto, adesso--sclamò un altro.

--«Egli è nel paradiso dei mariti--osservò un dominò al _faveur_ rosa.

--«Egli è in Russia--sbadigliò Prospero Dalleux.

--«Proprio! egli coltiva le steppe di una principessa russa--ripostò Gaston di Beauval.

--«L'è giustizia--fece riflettere un Selvaggio. Egli si vendica. Un principe russo amministra sua moglie.

--«Che?--gridammo noi tutti.

--«Ebbene, sì, signori--continuò il Selvaggio. Madama di Linsac è un'abituata del _Parc-aux-Cerfs_ del principe di Lavandall.

--Il miserabile!--gridò Regina saltando in piedi.

--Sì, madama, il miserabile--continuò Marco--ma quel miserabile--non aveva ancora finita la sua frase, che il signor Alberto Dehal gli aveva applicato una ceffata che rintronò in tutta la sala--gittandogli la sua carta al viso e gridando:

--Tu menti, facchino!

Il Selvaggio voleva slanciarsi sopra Alberto; ma io lo afferrai con violenza del braccio e gli dimandai la sua carta col suo nome. Egli si chiama il colonnello Stefano Stetzeneki, un polacco, e dimora al Faubourg Montmartre in un mobigliato mica mal mobigliato--imperciocchè à seco una deliziosa fanciulla di un vent'anni.

--Io credo sognare!--sclamò Regina quasi parlasse a sè stessa.

--Ieri--soggiunse Marco--Prospero Delleux ed io ci presentammo dal Polacco per sollecitare a mandare i suoi padrini. Egli li aspettava giusto allora. Nel pomeriggio, infatti, vennero da me due sotto-ufficiali dei _chasseurs_, e convenimmo che si sarebbero battuti stamane, alla spada, nel Bois di Meudon.

--Oh! Dio mio, Dio mio!--sclamò Regina.

--Alle otto, infatti, eravamo sul terreno.

--Ma il signor Dehal sapeva egli battersi alla spada?

--Lui!--sclamò Marco--egli è lo più forte allievo di Robert, signora. Sventuratamente, le cose non dovevano sciogliersi regolarmente. Il colonnello è uomo di un'età indefinibile. Perocchè à le guance bellettate, una parrucca rossiccia e dei baffi biondi lunghissimi. Quel sembiante colpì Alberto Dehal.

--«Io ò visto questo mariuolo altrove,--mi diss'egli.

Nondimeno, e' non vi fece più attenzione e si apparecchiò alla cosa con la calma che messa avrebbe ad una _toilette_ da ballo.

--Chi avrebbe sospettato mai codesto in quel garzone!--mormorò Regina.

--L'è vero--riprese Marco. Tanto più, che il duello non doveva mica esser uno di quegl'incontri di convenienza, dopo i quali si dice: «l'onore è soddisfatto!» Alberto aveva freddamente sete del sangue del calunniatore. Questi, dal canto suo, doveva esser evidentemente assoldato da qualche odio o da qualche gelosia furibonda.

--Ma io non ò nemici!--fece Regina.

--Credete voi, signora? rispose Marco--Voi siete tanto bella, così elegante, così spiritosa... tutti coloro che non sono per voi... Infine, si misero in guardia. Ma non appena Alberto ebbe visto il suo rivale di profilo ch'egli sclamò:

--«Poffardio! ò il capo del bandolo adesso. Un istante!

--Ch'era dunque?

--Udite. Fecimo bassar le spade. Alberto si avvicinò al colonnello, e volgendosi a noi:

--«Signori, diss'egli, io non posso battermi con questo galuppo.

--Perchè dunque?

--Perchè dunque? dimandarono infatti il colonnello ed i suoi testimoni di una voce.

--«Perchè, signori,--soggiunse Alberto, costui è un lacchè.

E ciò dicendo, di un colpo di mano strappava la parrucca ed i baffi del Polacco, e di un gesto imperioso ordinavagli:

--«Zio Timoteo, va a prendere il mio pastrano e vestimi. Su presto, mariuolo.

--Mio Dio, mio Dio!--disse Regina. Ma chi era dunque codesto domestico?

--L'intendente di una certa dama Thibault, cui voi conoscete, signora.

--Possibile!

--Sì, signora, ed Alberto nol conosce che troppo. Ora, gli è impossibile di farsi un'idea dello scompiglio che si stampò sul viso di quell'uomo smascherato così. Divenne di un tratto furioso.

--«Ah!--gridò egli--voi non volete battervi meco? Ebbene io vi forzerò.

--«Gli uomini come te, miserabile, risponde Alberto con calma, li si trascinano al banco della polizia correzionale.

--«Io non domando mica meglio--rimbeccò il Polacco. Prendete questo infrattanto.

E ciò dicendo, allungò la spada, e ferì Alberto profondamente al collo, e dettesi a gambe.

--Oh! l'assassino!--gridò Regina, lasciandosi cascare sur una seggiola.

--Il Polacco aveva preso i due sotto-uffiziali dai chasseurs nella caserma della via di Courcelles--continuò Marco--allegando che andava a battersi, ch'era straniero, e che non conosceva anima viva. Questi, appreso oramai che roba fosse il loro primo, volevano corrergli dietro, perchè il brigante fuggiva come un lepre. Alberto li ritenne, supplicandoli di lasciarlo andar via tranquillo.

--«Vuolsi far scandalo per assassinar l'onor di una dama,--diss'egli con voce soffocata. Non l'avete udito? desidera un processo in polizia correzionale?

--Il signor Dehal è dunque gravemente ferito? chiese Regina con inesprimibile ansietà.

--Sì, signora. Ed io trovomi qui per codesto.

--Parlate, signore, che volete da me?

--Innanzi tutto, signora, il silenzio il più assoluto su tutto questo avvenimento. Sergio deve ignorarlo...

Il signor di Linsac aprì la porta dell'_atelier_, si fe' avanti ed obiettò:

--E perchè dunque debbo io ignorarlo, Marco?

Marco di Beauvois si avvicinò al suo amico e gli tese la mano senza aggiunger verbo.

--Marco, riprese Sergio, mia moglie come la moglie di Cesare, è al disopra della calunnia.

E dicendo ciò, prese Regina fra le sue braccia, e senza avvertir forse ch'egli aveva un resto di sigaretto acceso nella bocca, la baciò.

Ella gettò un piccolo grido.

Sergio le aveva bruciato il labbro.

--Voi venivate qui per qualcosa, Marco--soggiunse Sergio, dopo aver dimandato scusa a sua moglie di averla scottata.

--Sì--rispose il giovane--Alberto Dehal è sul punto di morire. Egli vorrebbe vedere per l'ultima volta colei che gli fu fidanzata, e cui, duolmi ripeterlo, egli ama ancora....

--Io non andrò! gridò Regina con impeto.

--Tu andrai, cara, rispose Sergio. Se io non fossi ammalato, ti accompagnerei io stesso in casa Dehal. Ma mio fratello va a venire ed e' mi rimpiazzerà. Andrete insieme. Noi non siam mica dei _bourgeois_, perdio!

Regina gli si avvinse al collo, e disse:

--Voi siete un nobile e generoso cuore, Sergio.

Sergio uscì.

Questa scena l'aveva commosso. Ricoricossi. Suo fratello trovò che aveva la febbre.

I due fratelli s'intrattennero per qualche minuto. Regina si assentò per andare ad indossare uno _sciallo_ e mettere un cappellino per uscire con Giustino.

--Allora, a domani, fratello, eh?

--A domani, sì. Vorrei però che i giornali facessero innanzi tratto un po' di scandalo sulla scena dell'Opera e del bosco di Meudon.

--Non stare inquieto per codesto, Giustino--rispose Sergio. Coloro che àn manipolata la commedia, avran cura di darne partecipazione al pubblico. Vedo adesso donde il colpo è partito e cui vuolsi ferire. V'è lì sotto il dottore di Nubo, poichè vi è dell'Augusta Thibault.

Sergio non s'ingannava.

Il conte di Nubo raccontò l'avventura al _club_, senza nominare alcuno, della maniera la più comica, in presenza di un redattore del _Corsaire_. Questi andò per ragguagli alla caserma dei _Chasseurs_, ed il dì seguente, nella rubrica degli _échos de Paris_, si potè leggere l'aneddoto completo con indicazioni ed iniziali. Dicevasi:

«Una delle più belle giovani donne di Parigi, la _lionne_ dei nostri saloni aristocratici, R* di L... moglie di uno dei nostri romanzieri più a la moda ed il più grazioso dei tempi nostri, il signor S* di L...--il signor principe di L... rappresentante _in partibus_ di una delle grandi potenze del nord di Europa...--un poetico banchiere scandinavo, il signor A... D...--l'intendente di una bella vedova, conosciuta per l'eleganza del suo gusto ed i misteri della sua vita, madama A... T...»

Insomma, davansi tali segnalamenti, ch'e' sarebbe stato impossibile di confondere le persone, e raccontavasi la verità con l'esattezza di un processo verbale.

--Tu avevi ragione--disse Giustino l'indomani, presentando il giornale a suo fratello. Il colpo è dato.

--Ci servono appuntino. Dammi la fiala.

Giustino cavò lentamente di tasca un involtino, e sedè senza parlare, la testa inclinata sul petto, riflettendo. Sergio stese la mano per ricevere il boccettino. Lo prese, lo nascose sotto l'origliere.

Che sogni incantati n'aveva egli fatto, che ore celesti n'aveva egli vissuto su quell'istesso guanciale, faccia a faccia, bocca a bocca con Regina!

I due fratelli restarono in silenzio per qualche minuto.

--La ferita del signor Dehal è dessa mortale?--chiese Sergio.

--No--rispose Giustino--Non è che perigliosa.

Seguì un nuovo silenzio. Infine, Giustino si levò bruscamente e partì, senza soggiungere una sola parola, senza gittar neppure uno sguardo al fratello.

--Egli soffre più di me, in questo atroce giudizio--sclamò Sergio. Ma, non importa, giustizia sarà fatta.

E gittò il _Corsaire_ sulla brace.

XV.

Un capitolo di romanzo.

Le emozioni, che dalla vigilia, colpo su colpo, eransi avvalangate su Regina, l'avevano sconvolta, disfatta.

Questa giovane non aveva conosciuto fin lì altri fremiti che quelli del piacere; altre cure, che le cure della _toilette_; altri turbamenti, che quelli dei desiderii non per anco soddisfatti; altre sensazioni, in una parola, che le sensazioni diverse che accompagnano il compimento delle imprese della vita elegante, della vita delle feste, dell'esistenza dei favoriti della fortuna e della natura. Ora, questa sultana dei saloni aristocratici subiva, da ventiquattro ore, i dolori più strazianti, le ferite più spietate cui potevano infliggere il denigramento, il rimorso, l'insulto, l'ignominia.

Ella era sottostata al racconto di Marco di Beauvois; al perdono di suo marito; al disdegno freddo di suo cognato; alla vista commovente delle sofferenze di Alberto Dehal; a Sergio--il quale l'aveva perfino richiesta di dettagli sullo stato del suo antico rivale, quasi e' fosse stato uno straniero! Ella aveva sofferto l'insonnio della notte; la battaglia del cuore che consigliavale di rivelar tutto a suo marito; lo stoicismo ateo del dottore di Nubo, il quale aveva riso il mattino di tutte quelle corbellerie; e l'incontro col principe, cui ella aveva dovuto vedere quel giorno istesso per informarlo di tutto ciò che era avvenuto.

Il principe sapeva tutto di già.

Regina era abbattuta. Ella bruciava dei fuochi della febbre. I suoi pensieri s'infrangevano sotto il suo cranio come i cavalloni corrucciati della tempesta addentano il lido.

Rientrando, alle cinque, un messaggiero portò una lettera per suo marito. Ella la prese e gliela recò.

--Vien dal giornale--disse Sergio scorgendola. Leggila.

Regina lesse:

«Non abbiamo seppure una linea di manoscritto per domani. Ce ne occorre ad ogni costo. La fine, la fine, la fine ad ogni modo.»

--Ebreo errante, marcia!--gridò Sergio poggiando il capo sul guanciale.

--Andiamo, amico mio--ripetè Regina--un po' di coraggio. Vuoi tu che io scriva sotto la tua dettatura? Puoi tu dettare?

--Che ne so io? La mia testa se ne va.

--Prova, amico mio, vediamo, io sono qui. Se non puoi, cesseremo.

Sergio si sollevò sul suo cubito, passò la mano sulla sua fronte, e concentrossi, per raccogliere le sue idee. Infine, cominciò a dettare.

Regina coprì di scrittura pagina su pagina. Era la fine del romanzo: _Les sixièmes étages de Paris_.

Regina, l'eroina del romanzo a cui Sergio aveva impartito il nome tanto amato di sua moglie, era per suicidarsi.

Sergio dettava:

«Il veggio era acceso. Le finestre e la porta ermeticamente riturate. Il povero giaciglio, non più verginale, ma innocente sempre era pronto a riceverla, come l'altare riceve le vittime delle tragedie antiche.

«Regina baciò religiosamente una ciocca di capelli di suo padre, il ritratto di sua madre, che pendeva al suo capezzale, a lato dell'immagine della madre di Dio. Ella cacciò bene addentro, in una piega del suo busto, un fiore da lungo tempo appassito, una lettera che conservava ancora le impronte delle sue lagrime--l'ultima, la lettera di separamento da Maurizio d'Apremont. Ella lisciò i suoi capelli, raggiustò la sua veste da domenica, di cui erasi azzimata per presentarsi innanzi alla morte, linda, bella, con tutte le eleganze che l'avevano adorna in la vita. Poi si assise alla sua piccola tavola, da cui cavò un foglietto di carta, e scrisse la lettera seguente:»

--Di' carina--chiese Sergio--vuoi tu darmi una tazza di the?

--Lo vo benissimo--rispose Regina alzandosi dallo scrittoio. Ma l'è terribile e stupendo. Non mai avesti tu più di vena. Tu sei ispirato, amico mio.

--Esaltamento di febbre--replicò Sergio. Al postutto, ch'è dunque l'ispirazione se non una febbre cerebrale? Ed io ò due febbri: una alla testa, una al cuore.

Regina fece un passo verso di lui. Ebbe una tentazione subita di gittarsi nelle braccia del marito e di dirgli: «Giudicami! ecco le mie colpe!» Ma ella credè di scorgere negli occhi di Sergio uno sguardo sinistro, una luce scura che l'arrestò. Volse quindi il dorso in silenzio e se ne andò lentamente a preparare il the.

Sergio seguilla degli occhi con ansietà. Si avrebbe potuto leggere sul suo sembiante il desiderio di richiamarla... Si astenne. Invece, sporse la mano e preso tutto il manoscritto cui Regina veniva di terminare.

Questa ritornò tosto col the.

Sergio poggiò la tazza sul mobile vicino al suo letto, e, leggendo sempre la scritta della moglie, o sorbendo a centellini la bevanda profumata, le disse:

--Andremo a continuare.

--Dammi i fogli allora--rispose Regina.

--Prendi un altro quinterno--replicò Sergio senza levar gli occhi dal manoscritto.

--Non v'è che della carta a lettere.

--Ma! la carta a lettere è pur della carta, perdio!--sclamò Sergio con impazienza, leggendo sempre.--Scrivi dunque.

Regina prese un foglietto, e, la penna in aria, aspettò in silenzio che suo marito dettasse.

Sergio continuò:

«L'è troppo tardi, amico mio. Tu m'ài colpita del tuo disprezzo e m'ài minacciata di abbandono. La calunnia mi à ferita. Io sono sola. Non posso dunque lottare; non voglio più restare in piedi nella lotta.

«Se tu mi avessi creduta, io avrei resistito, ed avrei forse provato al mondo ch'esso ingannavasi. Tu ti sei arrangato dalla parte de' miei insultatori. Io aveva vagheggiato la felicità con te, e gustata l'aveva per un dì. Poichè oggi tutto si abbuia, io abbandono il posto, cedo la parte, e mi ritiro--perdonandovi tutti.

«Se non lascio nulla dietro a me, neppur dei rimpianti, sii sicuro, amico mio, che io porto meco qualcosa: la sovvenenza di un amore cui la bufera à fulminato, ma cui Dio non à cessato un istante di benedire. Adesso, le apparenze son contro me. Mi lascio dunque schiacciare da esse... e muoio.

«È terribile pertanto morire a vent'anni! Ma, mestieri n'è. Addio. Io non voglio venir manco, intenerirvi... Addio, amico. Che Dio ti accordi l'oblio, perocchè tu ài di già il perdono della donna che ti amò tanto e che t'ama sempre.»

«REGINA.»

--Regina!--rispose costei, lasciando cader la sua penna. Io scoppio, amico mio. O' voglia di piangere. L'è ben triste la sorte di questa povera fanciulla.

--Restiamone dunque lì per oggi, allora--disse Sergio. Anch'io ò il cuore gonfio. Sì, fermiamoci. Non è abbastanza per un'appendice; ma dessi aspetteranno fino a domani. Porgimi codesto foglietto ed apparecchiami un'altra tazza di the. Non desino.

Regina dette la lettera ed uscì. I suoi occhi navigavano nelle lagrime.

Sergio raccolse tutta la copia di Regina, la piegò e la mise sulla colonnina a fianco al suo letto.

La sera, e' si lamentò di un gran mal di capo.

Regina pranzò sola, ed alle dieci, Sergio la rinviò nella camera di lei.

Durante tutta la sera non le aveva volto dieci parole.

Rientrata in camera, Regina pregò e si coricò.