Chapter 10
Per fare eseguire un busto di suo padre, il principe Pietro aveva visitato lo studio di uno scultore francese, Filippo Mortier, che gli era stato indicato come uomo di rara abilità. Andando all'_atelier_, gli era capitato due o tre volte di non trovarvi lo scultore. Però aveva parlato con la sorella di lui, madamigella Aurora--la quale pingeva il ritratto in miniatura della principessa di lui madre--oggi contessa Soblowiski.
Madamigella Aurora, a vero dire, lasciava molto a desiderare, quanto a capacità d'artista. Ma ella pigliava il passo e precedeva di più tappe, anche le donzelle le più felicemente dotate, quanto a spirito ed a bellezza.
Ella ne aveva più, di entrambi, che tutte le principesse romane fuse insieme.
Il principe di Lavandall--forse contrariato la prima volta di non incontrare lo scultore e d'incontrare sua madre--ne fu ammaliato la seconda volta. Di poi, egli non si recò più allo studio che quando Filippo e la principessa non vi erano.
Il principe Pietro invitò alle sue feste lo scultore e la sorella, e qualche altro artista di Roma.
Arrivò ciò che era inevitabile.
Il principe--anima tenera ed affettuosa, uomo solitario e di natura timida--s'infiammò di madamigella Aurora, la quale, scaltraccia! restò ben calma da parte sua. Gli era in ogni modo savio, nel posto di quella savia damigella. Imperciocchè, che poteva ella aspettarsi dal principe di Lavandall, se non di divenire la sua amica?
Ora, quale non fu il suo stupore quando, un giorno, suo fratello le disse:
--Doh! la bella, tu non sai?
--Che mò?
--Indovina.
--Il papa à partorito.
--Ciò si è visto. Meglio ancora che codesto, birbaccia.
--Oh! oh!
--Io ti dò marito.
--N'era tempo, m'immagino.
--Forse. Ma, che mi affoghi, Satana! se tu avessi aspettato ancora dieci anni non avresti trovato di meglio.
--Lasciamo i _se avessi_ ed _avresti_, e parla tondo. Con chi mi mariti tu? Con Pasquino?
--Ambiziosa! Sali ancora.
--Fino a che piano?
--Scendi al primo.
--Ci siamo. Con chi dunque?
--Col principe di Lavandall.
Aurora scoppiò in un immenso scroscio di riso.
--Gli è pertanto vero, giuro a Dio!--sclamò lo scultore. Quell'originale, mica più tardi che stamane, _à avuto l'onore_ di dimandarmi la tua mano.
--Destra o manca?
--Ti porti il diavolo.
--E tu?
--Io ò risposto che tu eri la più milensa artista di Roma.
--Insolente. Ed egli?
--Egli à replicato... Indovina.
--Peste sia del tuo indovina!--scoppiò Aurora.
Vi era nello studio un pezzo di specchio. Madamigella Aurora lo avvicinò con grande serietà agli occhi suoi, e, dopo aver contemplato per alcuni secondi i suoi lineamenti stupendi, soggiunse, di un'aria fra il serio ed il comico, imitando la voce del principe:
--E perchè no, al postutto? Egli à risposto: madamigella Aurora è la più milensa artista, voi dite, signore? Io me la fumo! Ella è, in ogni caso, la più bella fanciulla di Roma.
--Alla lettera, sillaba per sillaba!--sclamò lo scultore.
--Egli à dello spirito, allora--replicò Aurora con la gravità di un giudice.
E si lasciò amare.
Chi non avrebbe fatto altrettanto?
Ma, una volta il fratello cacciato dentro nella cosa; una volta il motto magico di matrimonio pronunziato; bisognava venire a una conclusione. La modesta damigella voleva strombettare il proposito, parlare alla madre del principe, riempirne Roma e le _quattro_ parti del mondo--come diceva papa Gregorio--che s'intendeva più di _trippe_ alla milanese che di geografia. Prima di spingere le cose fin lì, il principe chiese un colloquio ad Aurora onde comunicarle i suoi pensieri.
Il colloquio ebbe luogo.
Fu corto.
L'indomani dicevasi per Roma:
--Il principe di Lavandall è partito stanotte!
La notizia era vera.
Aurora gli aveva negata la sua mano.
Un anno era scorso da questo avvenimento, ed abbiamo visto come il principe Pietro di Lavandall, due volte respinto--una volta dal padre della fidanzata, una volta dalla fidanzata ella stessa--si fosse poscia deciso a cercarsi una moglie in un ospizio di trovatelli--senza consultare le inclinazioni della fanciulla.
Una zia del principe era venuta di Alemagna--ove era prima dama d'onore della regina di Würtemberg--ed aveva condotta seco la giovinetta in Lamagna.
La sovrana l'aveva nobilitata.
Di guisa che, un anno dopo la scena dell'ospizio di Londra, in tutta la Parigi aristocratica si ripeteva la notizia che il principe di Lavandall sposava la contessa Maud di Walenheim.
Il matrimonio doveva aver luogo a Parigi nella chiesa protestante della strada d'Aguesseau.
Tutto era pronto nel palazzo del principe, ove la zia aveva condotto la fidanzata.
Si terminava la _toilette_ delle nozze. Gli amici, i parenti, riempivano i saloni. Il principe entrò nella camera della zia--ove Maud si teneva, attorniata da cameriere--e dimandò che lo si lasciasse un istante solo con costei.
La zia e le cameriere uscirono.
Maud si guardava intorno con un'intensa timidità.
Pietro la prese per le mani, la guidò ad un canapè, e, facendola sedere, cadde alle ginocchia di lei.
--Maud--diss'egli, riprendendo nelle sue ambe le mani dalla fanciulla--angelo mio diletto, ascoltami.
Maud provò a rialzarlo, senza rispondere. Il principe restò e continuò:
--Per soddisfare alle leggi del mondo, andremo a presentarci or ora innanzi ad un altare, ove un prete benedirà la nostra unione. Ciò vi lega, voi, perchè quel prete è il vostro; il Dio di quell'altare è quello cui voi adorate e che vi à fatto così bella. Io, non sarò legato...
--Perchè dunque, signore?--dimandò Maud timidamente.
--Perchè il dio mio è un altro che il vostro, ed il mio Dio non à sacerdoti. Ma gli è dinanzi a voi che io vado a prestar giuramento; io vado ad impegnare a voi la mia vita. Accettatemi contessa Maud di Walenheim.
--Mio signore, voi avete dunque obliato che mi tiraste dal _Foundling hospice_ di Londra?
--Eh! che importa donde io vi abbia cavata, mio bell'angelo!--riprese il principe. Le creature come voi vengono dal cielo. Chi si preoccupa del luogo ove giaquero le perle e i diamanti che adornano il vostro collo? Io vi amo, Maud. Io vi amo tanto quanto una creatura sulla terra può amare.
--Grazie--sclamò la giovinetta in uno slancio di riconoscenza, levandosi impiedi e rilevando il principe. Voi mi date più che io non avrei giammai osato di chiedere, più che non avrei giammai osato sperare: grazie, grazie, grazie!
--Io non vi dò nulla--continuò il principe, portando le mani della fanciulla sul suo cuore--e non vi domando nulla ancora. Il mio nome, le mie ricchezze, il mio cuore, certo, nella bilancia del mondo meritano qualche considerazione. Per me, tutto codesto non à valore alcuno. Ma voi, vi siete voi dimandata, perchè io mi andassi a cercare in una terra straniera, fra le fanciulle abbandonate, la moglie a cui volevo dar il mio titolo, la mia opulenza, il mio amore?
--Sovente--rispose la giovinetta.
--E vi rispondeste?
--Io nono ancora nelle tenebre, e...
--E?
--O' paura, ma ò fede: temo, ma credo.
--Ebbene--sclamò il principe--il giorno in cui lo saprete, il giorno in cui dovrete giudicarmi, Maud, ve ne supplico a ginocchi, siate indulgente. Innanzi di pronunziare la prima parola che vi verrà alla bocca, fermatevi, guardate il cielo... e forse mi aprirete le braccia e direte: io vi perdono!
--Voi mi spaventate--mormorò la contessa tremando.
--No, figliuola mia. Imperciocchè voi non avete alcun delitto a perdonare, neppure una colpa.
--Ma allora?
--Allora vi sovvenga che potrete versare la felicità in una esistenza, riparare l'ingiustizia o il gastigo di Dio...e che vi amo. Sì, io vi amo.
--Oh! se potessi comprendere!--sclamò Maud con un movimento istintivo d'ingenuità.
--Se volete comprendere, e non credere, io mi spiego--rispose il principe con impeto. Ma ve ne supplico ancora, abbiate confidenza. O' voluto parlarvi per dimandarvi questa grazia. Io transigo sul mistero della vostra nascita. Abbiate pietà del dolore della mia vita.
Maud si tacque per due minuti, poi chiese:
--Voi nascondete dunque un segreto?
--Sì.
--Se io avessi una madre, glielo rivelereste voi?
--Senza esitare.
--E quale sarebbe la condotta ch'ella terrebbe in questo caso?
--Un padre mi rifiutò la mano di sua figlia.
--Che condotta, credete voi, terrei io stessa, se mi parlaste?
--Un'altra donna, in una situazione identica, mi respinse.
Seguì un momento di silenzio.
Maud bassò gli occhi, mentre i colori si alternavano sul suo sembiante. Poi, alzandosi di un tratto, ella disse con una grande solennità, quasi la fosse nata in un castello:
--Principe di Lavandall, voi avete richiesta la mia mano?
--La vostra mano oggi,--rispose il principe con una specie di sussulto--domani...
--Il domani appartiene a Dio, signore--replicò la giovinetta di un'aria ispirata. Principe di Lavandall, eccovi la mia mano.
--Grazie, angelo del cielo!--sclamò il principe al colmo dell'entusiasmo.
--Tutto ciò che una donna può impartire, principe di Lavandall, io ve lo dò. Divozione, fedeltà, sommissione, sacrificio, fede... io metto tutto ai vostri piedi. Voi m'introducete alla vita. La mia vita, a partir da oggi, vi appartiene. Entrando nel vostro focolaio, io non lascio nulla dietro a me--nulla, che dei vaneggiamenti! Voi siete tutto per me, passato ed avvenire, parenti e sposo, la terra tutta intera: mia madre!
--Basta, Maud--fece il principe. Voi obliate però una parola, fra tutto codesto. Ora, se questa parola, che voi obliate adesso, la ritroverete giammai nel vostro cuore, ditemela! perchè giammai un uomo non avrà tanto studiato di sì ben meritarla che me. L'amore non si fabbrica, nasce.
E dicendo ciò, prese la mano della sua fidanzata e vi appoggiò per la prima volta le labbra.
Poi entrò nel salone con lei.
Il viso del principe portava lo stampo di un grande esaltamento. I colori vi andavano e venivano come le onde sulle rive dell'Oceano. Un sudor freddo perlava la sua fronte. Le sue mani erano madide e ghiacciate. Un sordo tremolio alterava la sua voce.
Si andò alla chiesa.
Il principe sollecitava dello sguardo la fine dalla cerimonia. Il mondo gli turbinava d'intorno.
Gli sponsali compiuti, i suoi muscoli, la sua anima, si rilassarono. Il suo sguardo, sempre commosso, divenne più sereno; la sua respirazione più eguale. Stringeva la mano di sua moglie in una convulsione di inebriamento.
Il dottore di Nubo, che era naturalmente fra i numerosi invitati, e seguiva degli occhi ansiosi le alterazioni di quel viso, trovò modo di guizzare fino a lui e di susurrargli all'orecchio:
--State forte contro voi stesso; stecchitevi, principe, e ritornate all'istante a casa.
Il principe trascinò quasi sua moglie, e gittandosi nella sua berlina di viaggio--che li doveva condurre dritto nella Svizzera--ordinò all'intendente:
--Fate il giro dei _boulevards_ esterni, e ritornate al palazzo.
Poi bassò le tendine e cadde ai piedi di Maud. Questa non capiva nulla a quell'agitazione, a quelle contraddizioni, ai contrordini. Agitata, sorpresa, aspettava.
Il tatto di quella mano di donna amata calmò il principe.
Egli non pronunziò una parola e s'inebriò degli sguardi druidici di Maud--la quale, a sua insaputa lo magnetizzava.
Il palazzo di Lavandall--ove il principe non era atteso, dovendo egli partire per la Svizzera uscendo di chiesa--era quasi vuoto. Pietro condusse la sposa nei suoi appartamenti e chiuse la porta.
Le otto scoccavano.
L'appartamento era rischiarato da un fioco riflesso di luna, che penetrava dai balconi. L'aria era imbalsamata del profumo dei fiori che riempivano le giardiniere.
Un silenzio completo e fitto regnava tutto intorno. Uno strato di neve, spolverato sugli alberi del giardino e sulle aiuole, faceva trovar delizioso il soave calore dell'appartamento.
La figura di Maud, tutta vestita di bianco; la sua corona di fiori bianchi sulla ricca capigliatura bionda; la pallidezza cui le cagionava una strana emozione; la luce bianchiccia della luna che cadeva a piombo su lei dall'alto di un balcone, le davano qualche cosa di fantastico. Era una delle più belle visioni che avessero mai sfiorato l'immaginazione di un poeta.
Il principe di Lavandall la contemplava con occhi febbrili, smarriti; era agitato da un brivido straordinario.
Il suo viso era contratto. Le sue labbra, di un pallore spaventevole. Egli aprì di un tratto le braccia; allacciò sua moglie in una stretta convulsiva; le dette il primo...l'ultimo bacio! sulle labbra. Poi, la dietrospinse con un'estrema violenza, facendo uno sforzo terribile per snodare le sue braccia dalla vita della giovinetta--che si sentiva scricchiolare le ossa, spezzare e soffocare.
Ella andò a cadere sur un divano. Egli stramazzò per terra, svenuto.
Stravolta, smarrita, Maud non pensò neppure a chiamar aiuto.
Aprì il balcone per dar aria.
Un raggio brillante di luna, che si sprigionava da due nuvole, bagnò il sembiante del principe.
Maud rinculò spaventata.
Quel sembiante sì nobile testè, quei lineamenti sì belli, erano accartocciati da un'orrida convulsione. Le labbra spandevano una schiuma livida e sanguinolenta. Gli occhi rotavano ferocemente nelle orbite. Tutto il viso si copriva di una pallidezza lurida, piombiccia, schifosa a vedere.
Il principe era epiletico¹.
¹ Questa malattia non fa tanto orrore in Italia, dove si è visto Pio IX, l'imperator Ferdinando d'Austria e Ferdinando II di Napoli portarla sul trono. Nel resto d'Europa, la è considerata nel senso d'irresistibile repugnanza orrore e disgusto con cui è pinta in questo racconto.
Maud, spaventata, andò a rifugiarsi in un attiguo gabinetto, e pregò.
Due ore dopo, il signor di Lavandall rinvenne in sè. Si guardò attorno: era solo in mezzo alla tenebre, e... vedovo!
--Vedovo!--sclamò egli infatti, cercando dello sguardo e del desiderio la moglie.
E ricadde nel parossismo.
III.
Al castello di Lavandall.
Il giorno che seguì la scena cui abbiamo raccontata, il principe fece dimandare alla consorte se poteva riceverlo.
Maud aveva passata la notte--la sua prima notte di nozze--accoccolata sur un canapé nel _boudoir_. Le sue cameriere la avevano rilevata, all'alba, agghiadata di freddo e di orrore.
Un bagno caldissimo, qualche ora di riposo, le avevano poscia restituito un po' di calma. Ma il suo spirito era tuttavia sotto il peso dello spavento.
Quando le si annunziò la dimanda di suo marito, un tremor sordo la convulse.
Era alzata. Le sue cameriere, stupefatte ed intrigate dal mistero di quella strana notte, la circondavano.
Maud fece rispondere al marito che era pronta a riceverlo, e rinviò le fanti.
Tranne il pallore un po' più intenso, lo sguardo un po' più vago, la pupilla un po' più larga e fosca, e l'andare un po' più affranto, alcun'altra traccia non restava della crisi della notte sulla persona del principe. Era ridivenuto quel giovane calmo, bello, dalle maniere eleganti, che seduceva il mondo.
Vestito come per una visita di mattino ad una persona estranea, guantato, cappello in mano, e' si avanzò di un'aria serena e grave nel _boudoir_ di sua moglie.
La principessa si levò.
Il suo primo movimento fu di rinculare di un passo. Poi, si precipitò incontro a lui.
Il principe la salutò rispettosamente, e, prendendola dalle punte delle dita, la ricondusse al _canapé_. Rimarcò che la tremava tutta.
--Madama--disse egli, dopo alcuni istanti di silenzio, unicamente turbato dal sibilo della respirazione commossa,--madama, io vengo a prendere i vostri ordini. Sono costretto a partir oggi stesso pel castello di Lavandall, ove mia madre mi aspetta da qualche giorno, ed ove mio fratello arriva stasera. Vengo a dimandarvi ciò che meglio gradite: se ritornare a Londra, restare a Parigi o permettermi di offrirvi l'ospitalità nella mia dimora.
--Monsignore, rispose Maud, tremando sempre e biascicando--ciò che vi dissi ieri, non lo ritratto oggi. Sono la vostra consorte, vi seguirò dappertutto.
Il principe salutò e si tacque un momento. Poi riprese:
--Madama, la vita al castello di Lavandall è ben triste, sopratutto monotona.
Maud sorrise malinconicamente.
--Un immenso edificio di granito grigiastro, addossato ad una montagna sterile, spaziando sur una pianura immensa, alberata, traversata da un fiume dalle acque terrose, circondato da villaggi con contadini più o meno infelici... ecco il castello!
--Io amo le montagne, amo i boschi, amo i fiumi, amo i disgraziati--rispose Maud, bassando gli occhi. Amo sopratutto la solitudine.
--La vita che si mena in quella magione--continuò il principe--è delle più lugubri. Il signore del luogo detesta e disprezza il mondo; lo fugge per conseguenza. Di visite, rarissime. Giammai feste. Non cacce. Qualche passeggiata solitaria. Sempre il silenzio. Gli stranieri potrebbero dire che la è dimora del rimorso. Altri sanno che la è il coviglio del dolore.
Maud si alzò come spinta dall'impeto di un sentimento generoso.
Il principe restò assiso e freddo. E continuò:
--Voi vedete, madama, che vi condannereste al più squallido dei chiostri, scegliendo quella residenza.
--La scelgo--rispose Maud, risedendo lentamente.
--Sola, straniera sur una terra straniera, in mezzo a stranieri, ecco, madama, ciò che voi sarete nel castello di Lavandall--soggiunse il principe, alzandosi a volta sua. Io parto stasera. La vostra servitù attende i vostri ordini, madama, per partire o restare, per seguirvi dovunque. Il mio notaro vi comunicherà, madama, che da domattina vi è una pensione di 200,000 franchi di rendita annua, costituita in vostro favore.
--Vi ringrazio, signore--rispose Maud con fierezza, raddrizzandosi sulla persona. Io non posso accettarla. Il mio posto è assegnato al vostro focolaio. Esso sarà così esiguo che io potrò farmelo; ma vi resterò--finchè non me ne avrete scacciata. Dio mel comanda.
--Sta bene--rispose il principe. Addio, madama. Non vedrete più nulla che possa cagionarvi ripulsione.
E così parlando, senza aspettare risposta, salutò rispettosamente ed uscì.
Maud lo seguì degli occhi; poi si accasciò sul divano e pianse.
Il principe partì la sera alle sette, non menando con sè che il suo vecchio intendente, il quale da quindici anni conosceva tutti i suoi segreti.
Maud diè congedo alle cameriere che l'avevano trovata la mattina in così lagrimevole stato, e partì la sera stessa, alle otto, accompagnata da quella fanciulla inglese, cui il principe le aveva dato quando la tirò dall'ospizio, e che le si era affezionata. Ella condusse seco altresì un maggiordomo, anche inglese, che l'aveva seguita da quell'epoca.
Quindici giorni dopo, il principe e la principessa di Lavandall entravano insieme al castello. Il principe aveva aspettato Maud ad una giornata di distanza dalla sua residenza.
Ora, quella residenza non era poi così tetra e desolata come il principe l'aveva dipinta a sua moglie. La si sarebbe detta, al contrario, un castello reale.
Era tutta costruita in marmo rossastro, vasta, ornata di terrazze che sporgevano sur una immensa campagna, bellissima. L'attorniavano dei bei giardini con ricche stufe. La popolavano un centinaio o due di servi. I mobili erano di un gusto squisito; le tappezzerie ricchissime; i quadri preziosi; le curiosità senza numero: tutto scelto, insomma, con intelligenza, gusto e conoscenza.
Una foresta di dieci leghe di diametro, ove serpeggiava una riviera dalle acque malinconiche e chiare, era gremita di laghetti, come dei pezzi di argento gittati sur un verde tappeto.
Il castello dominava, a parecchie leghe d'intorno, un numero di piccoli villaggi, con dei _chalets_ dallo stile bisantino, chioschi e minareti di stagno, che risplendevano all'aurora ed al tramonto come guglie di oro, quando il sipario della nebbia, ondulata come i cavalloni del mare, si diradava.
Il clima era dolce. Il cielo profondo e sereno. L'aria pura. La contrada poco montuosa, ma non monotona. Perocchè una vegetazione vigorosa, animata, da parecchi corsi d'acqua, carezzava lo sguardo per una verdura graduata di tutte le tinte.
Un corriere aveva annunziato l'arrivo del signore. Tutti erano dunque in trambusto, e trenta mila fiaccole di legno resinoso rischiaravano la via al principe ed alla principessa, in mezzo ai loro servi, schierati su due file.
Il conte Alessandro venne loro all'incontro.
Erano parecchi anni che i due fratelli non si erano visti, benchè si scrivessero ogni settimana, l'uno per raccontare le sue imprese alla corte di Nicola, l'altro per minutare la storia della sua anima.
Io dico la storia della sua anima, imperciocchè il principe Pietro non partecipò mai nè a sua madre, nè a suo fratello, l'istoria dei suoi matrimoni naufragati, nè la storia di Maud.
Questa fanciulla era per tutti (la zia di Alemagna e la regina di Würtemberg tranne) la contessa di Walenheim.
Non appena i due fratelli si scorsero, balzarono di vettura e caddero l'uno nelle braccia dell'altro.
Restarono qualche minuto così, senza dir verbo.
Infine, Alessandro richiese suo fratello di essere presentato alla principessa.
Maud, imbaccuccata in una calda e ricca pelliccia, si teneva rannicchiata in uno spigolo della carrozza. Un raggio di Luna, a traverso i cristalli degli sportelli, le aleggiava sul viso e ne accresceva la pallidezza. Aveva l'aria di una visione.
Quando il principe aprì lo sportello per presentarle suo fratello, un fiotto di luce delle fiaccole, che circondavano la vettura, la inondò. La visione sembrò arrossire. Un hourrah! eclatante corse su tutta la linea, mentre il conte Alessandro diceva di una voce commossa:
--Permettete, madama, al primo dei vostri vassalli di baciare la vostra mano.
Quella mano era ghiacciata e tremante.
Alessandro la sentì a traverso il guanto.
Maud rispose semplicemente:
--Grazie, fratello!
Ma i due fratelli avevano tante cose a dirsi; Alessandro aveva tanti complimenti a fare a Pietro sulla bellezza della sua consorte; bruciava tanto di comunicargli tutt'i suoi progetti, tutti i suoi favori alla corte, sopratutto dello tzar... Il principe entrò nel coupé del fratello, e Maud continuò il suo viaggio sola.
Ciò colpì Alessandro. Si astenne però di esprimere alcuna osservazione.
La loro madre li aspettava sotto la marquise del verone, fra un esercito di lacchè e di servi che riempivano l'aria di acclamazioni.
La vista di Maud li abbarbagliò tutti.
E per questa semplice ragione, la giovane principessa spiacque alla vedova suocera.
Il principe condusse Maud nell'appartamento di lei, per riposare, per prepararsi al banchetto ed alla festa di notte che li aspettavano.
Entrando nella camera da letto, i loro sguardi caddero sur una lettera, in un vassoio d'oro, sopra una piccola tavola di malachite. Il principe, credendo che quella lettera, la quale li attendeva, fosse a lui destinata, la prese. Però, leggendo che l'indirizzo portava il nome di Maud, gliela rimise.
Questa l'aprì sbadatamente.
Era una lettera di mistress Grown, che ne conteneva un'altra.
Maud l'aprì, lesse e barcollò.
Il principe rimarcò tutto e non profferì verbo.
Maud gli porse allora ambo le lettere.
Il principe non lesse quella di mistress Grown. Lesse a mezza voce l'altra, concepita così:
«Se un dì sarete svanturata ed avrete bisogno di aiuto, scrivete ogni primo giorno del mese a mistress Evelyn March, fermo in posta, a Londra, e sarete protetta. Siete amata, avvegnachè sembriate abbandonata.»
Il principe salutò sua moglie, restituendole la lettera, senza soggiunger motto, ed uscì.
Maud gettò la lettera nelle fiamme del focolaio, e, malgrado lei, scattò fuori dal suo petto come un grido:
--È troppo tardi!
Il principe l'udì, e volse la testa per osservare sua moglie.
Ella contemplava quasi con gioia la distruzione di quel foglio di carta, che la rallegava ad un mondo sconosciuto.
Il principe portò ambe le sue mani al volto, e scomparve dicendo:
--Povero me!
Noi passiamo oltre la descrizione delle feste.
Lo tzar Nicola e la tzarina mandarono un monille di diamanti alla giovane sposa, ed un invito pel castello dell'Hermitage.