Chapter 11
A cinquanta leghe intorno, la nobiltà russa venne a visitare la nuova castellana, e tutti si accomiatarono incantati. Perocchè non è mestieri di dire che la storia misteriosa di questi due martiri restò sprofondata nei loro cuori.
Il carattere del principe Pietro non sorprese alcuno. Alla Corte stessa dello tzar erasi favellato dei suoi gusti da scienziato e della sua capacità; ciò che aveva occasionato il rumore, lo tzar lo avesse in vista per un posto diplomatico. Ma se tutti--e la vecchia principessa ella stessa--s'ingannarono, vi eran ben due occhi, i quali, non fissandosi mai sovra alcuna cosa, vedevan tutto e vedevano a fondo.
Un mese scorse.
Esso era sembrato un'eternità alla vecchia principessa, che l'aveva passato mezzo a sbadigliare, mezzo a correr dietro al suo giovano marito. Il quale, a volta sua, correva dietro alle giovani contadine del principe, quando non era ubbriaco. Questo soffri-amore di una civetta di cinquantatre anni, imbalsamata di divozione e d'ambizione, avrebbe destato pietà, se non fosse stato ridicolo.
Non avendo dunque ad esercitare nè l'ambizione, nè la civetteria, nè la divozione a parata, in quel tetro castello di Lavandall--ove un giovane sole esso stesso spegnevasi--la principessa Antonietta parlò di ritorno a S. Pietroburgo, onde assistere alle ultime feste della stagione.
Il suo figlio primogenito non la ritenne.
Il suo figlio cadetto la sollecitò a partire, promettendole di andarla presto a raggiungere.
Ed il conte polacco la rapì quasi, vedendosi sorvegliato da vicino--in questa residenza di provincia--dal suo terribile dragone.
Partirono.
Alessandro restò.
Chi lo ritenne?
L'affezione per suo fratello.
Egli ignorava la ragione delle cose; ma aveva tutto indovinato: l'amore del principe per sua moglie; la pietà di Maud per suo marito; la loro vita solitaria e separata, in quell'appartamento che simboleggiava agli sguardi del mondo un nido di amore. Alessandro aveva intravisto che un abisso divideva questi due esseri, cui scorgevansi traversare insieme il cammino della vita.
Una circostanza però gli porse ben presto il filo di Arianna del mistero che lo investiva.
Dopo la cessazione delle feste e la partenza della vecchia principessa, la calma rientrò nel castello di Lavandall. E' non vi risuonava oggimai che una voce: quella del conte Alessandro. Non altro movimento lo turbava che quello cui vi portava il giovane conte con le sue cacce perigliose, le sue escursioni nelle vicinanze, i suoi fucili, i suoi cani, i suoi cavalli, i suoi compagni di piacere, i quali venivano a prenderlo od a tenergli compagnia.
Maud passava come un'ombra bianca e silenziosa in mezzo alla calma, o piuttosto al vuoto, che si allargava intorno a lei più sempre e poi sempre.
Non eravi attenzione minuta, prevenenza ch'ella sparmiasse a suo marito. Indovinava i desiderii di lui ed andava loro incontro. Faceva dei miracoli per imparare certi pezzi di Bellini e di Donizzetti, i quali le era sembrato toccassero di più il principe nei suoi viaggi per Francia ed Italia. Ed ogni sera, dopo il thè, ella lo prendeva dolcemente per la mano, si slanciava al piano, e gli modulava, a voce bassa, per lui solo solo, l'aria che aveva discifrata nel dì.
Ella divorava la notte i poeti, per recitare a suo marito gli squarci i più belli, nelle loro rare passeggiate sulle terrazze del castello, od accanto al fuoco, la sera. Ella studiava le scienze naturali, onde avere un obietto di conversazione che sembrava più gradevole al principe. Ella sapeva far nascere sul suo sembiante un sorriso che non era nella sua anima, per offrire un raggio di aurora a quella notte.
Gli è vero che nel suo sguardo Maud portava più sollecitudine che tenerezza; che dalla sua conversazione la parola amore era esclusa; ch'ella non fece giammai un segno per incoraggiar suo marito a rompere la cerchia terribile cui aveva scavata intorno a lei la sua prima notte di nozze; ch'ella non fece giammai un'allusione tenera per alleviare il supplizio di quel Tantalo; ch'ella non indicò giammai la via del cielo a quel dannato. Però, se si fosse scandagliata l'anima della giovane donna, vi si sarebbe forse trovato più timidezza che avversione.
Il principe le ispirava paura e pietà.
Se l'orrore non vi si fosse mischiato, l'amore vi si sarebbe guizzato.
Il principe, dal lato suo, non provò di nulla per favorire le proferte di sua moglie, i primi passi. Egli l'amava alla follia, e perciò appunto si mostrava più inesorabile. S'immergeva nella solitudine e nello studio. Correva i boschi a cavallo, seguito unicamente da Ivan (il servo fedele, che non lo aveva abbandonato da quindici anni), esecrando la vista delle umane creature, involandosi a sovvenenze che lo stringevan di presso, fuggendosi, fuggendo, reprimendo forse i rimorsi di non aver parlato, come parlato aveva ad Aurora Mortier, prima del matrimonio.
Egli cercava sottrarsi alla febbre dei desiderii che lo bruciava; scappar forse a suo fratello, la di cui gaia e sana giovinezza lo gittava in un vortice di delirii.
Il principe avrebbe voluto obliare, e si sentiva di più in più attirato, con una vertigine spaventevole, dagli oggetti ch'ei si sforzava di estirpare dal suo cuore e dalla sua memoria.
Maud lo fascinava.
Alessandro lo inteneriva.
Il principe passava le sue giornate nella biblioteca del castello, toccando a mille libri e non leggendone alcuno.
Parlava poco, talvolta con durezza, con ironia sempre. Ascoltava Maud distratto; suo fratello, attentamente. Egli spiava sempre, intento all'incognito, all'assente, a quello che sbrigliava la bufera nel fondo dell'anima sua ed aleggiava negli spazi infiniti. E' non sarebbe stato che una mente malata, se la prudenza, il soffio sì vicino, la vista sì abbagliante della sua giovane sposa--che gli svolazzava intorno come una nera farfalla--non lo avessero briacato di una demenza sensuale.
Quinci la sua malattia s'inciprigniva.
Quando e' la sentiva approssimare, sia che fosse nella sua camera da letto, o nel suo gabinetto, o nella sua biblioteca, egli toccava un campanello, in un modo convenuto, ed Ivan accorreva ed asserragliava le porte, ove egli restava a guardia fino a che la crisi non si fosse dissipata.
La consegna era inviolabile.
Ora, egli avvenne un giorno che il conte Alessandro avesse urgente uopo di parlare a suo fratello. Ne andò in busca alla biblioteca, ove recavasi di ordinario dopo l'asciolvere. Alessandro incontrò Ivan alla porta.
--Il principe è qui, Ivan?
--Sì, padrone.
--Apri.
--Non si entra, padrone.
--È egli solo?
--Solo.
--Lavora dunque?
--No.
--Apri.
--Impossibile, padrone.
--È per suo ordine?
--Padrone, sì.
--Che fa egli dunque?
Ivan si tacque.
Alessandro riflettè, poi soggiunse:
--Cotest'ordine riguarda me solo?
--Gli è per tutti, padrone.
--Anche per sua moglie?
--Padrone, sì.
--Ma egli non è ammalato, m'immagino, Ivan?
Ivan non rispose.
Alessandro riflettè, poi domandò:
--Posso tornare più tardi?
--Forse, padrone. Ma gli è meglio che non rivenghiate.
--Che cosa è codesto mistero?
Ivan tacque.
--Gli è la prima volta che mio fratello ti dà quest'ordine?
--L'è una consegna per certe circostanze.
--E se forzassi la consegna, Ivan?
--Padrone, bisognerebbe uccidermi prima. E poscia non sareste contento di essere entrato.
--Ne sei tu sicuro?
Ivan restò silenzioso.
--Me ne lamenterò a lui, Ivan, e tu sarai punito.
--Voi gli fareste della pena, padrone.
--Ma se la principessa volesse entrare, glielo impediresti tu veramente?
--A lei più che a tutt'altri padrone.
Alessandro si allontanò, pensieroso, ed uscì nel giardino.
Maud vi passeggiava.
Essi s'incontrarono di un tratto al gomito di un viale. Per un movimento istintivo, entrambi fecero un passo indietro onde evitarsi. Poi, arrossendo entrambi, si avanzarono vivamente l'uno all'incontro dell'altra, e si stesero la mano.
Seguì un momento di silenzio, camminando sempre verso la porta a vetri che immetteva in una sala del castello. Alessandro sforzandosi a ridere, disse infine:
--Cognata, io m'immagino che Pietro è in via di scoprir l'elexir della giovinezza eterna, perchè egli à piantato alla porta della sua biblioteca il suo cerbero Ivan, ed alcuno non entra.
Maud ebbe un brivido che non sfuggì agli occhi dei conte Alessandro.
--Io sono stato or ora mandato via--continuò egli--E se voi vi andaste, cognatina, avreste la stessa sorte. Me ne sono informato.
--Io non vi andrò, no--gridò Maud, di una voce che denunziava il terrore.
Maud non aveva parlato mai di suo marito con suo cognato. Ella ignorava dunque se questi conoscesse o no il segreto della malattia di lui. Ella aveva però sospettato talvolta che il fratello e la madre dovessero tutto sapere.
--Allora, voi siete a giorno di ciò che egli fa--riprese Alessandro con calma. Non parliamone più.
--Ma voi, voi non sapete dunque nulla?--dimandò Maud con ansietà.
--Che dunque, cognatina?
Maud scoppiò di un tratto in una esplosione di lagrime, e fuggì al suo appartamento.
Alessandro restò a piè del verone, come una statua. La sua immaginazione batteva i campi a ragione di cento mila leghe al minuto.
Una mano si poggiò sul suo braccio.
Il principe--rimesso dell'accesso--si era trascinato al balcone della biblioteca per rianimarsi al soffio di una giornata di maggio. Aveva visto sua moglie e suo fratello passeggiare. Non aveva udito la loro conversazione. Ma lo scoppio di lagrime e la fuga precipitosa di sua moglie lo avevano colpito. Uscì dunque e venne a suo fratello.
Questi, sempre assorto, non lo guardò e si lasciò condur via, dietro un ciuffo di arbusti, ove erano dei sedili di marmo.
Il principe si assise, in faccia ad un raggio di sole di pieno meriggio.
--Alessandro, cosa ài tu detto a Maud per farla piangere e scappar via così precipitosamente?--dimandò egli di una voce calma e sorda.
--Che tu non avevi voluto ricevermi... Ma che è dunque?--gridò Alessandro prendendo suo fratello fra le braccia. Mio Dio! che è dunque? Come sei pallido? come i tuoi lineamenti sono alterati! i tuoi capelli sono irti sul capo; i tuoi occhi smarriti, stravolti!... Dio mio! Dio mio! la tua camicia, la tua bocca, la tua barba sono macchiate di sangue... Pietro, Pietro... cosa è dunque, fratello mio?
--Nulla, Alessandro--rispose il principe provando di sorridere. O' avuto un terribile mal di denti ed ò tentato strapparne uno... senza riescirvi. Le gengive àn sanguinato... Calmati... e grazie.
--Pietro...--sclamò Alessandro, fissando il suo sguardo scrutinatore sul fratello, con un accento di rimprovero. Pietro, tu mi nascondi un segreto ch'altri conoscono, perfino un servo. Io credeva che tu mi amassi.
Pietro cacciò il capo nelle braccia del fratello, e non rispose altrimenti che per un singhiozzare represso.
Alessandro se lo strinse vivamente sul cuore e lo baciò sulla fronte, senza turbare il suo silenzio. Infine, il principe si raddrizzò bruscamente, e, prendendo il braccio del fratello, sclamò:
--Io non voglio involare alla provvidenza l'ufficio di fare dei miseri. Maud sorprese il mio segreto... e tu l'ài vista piangere. Tu pure, sarai tu un giorno testimone della mia miseria, ed il dolore entrerà nel tuo cuore. Non anticipiamo nulla. Il cordoglio arriva sempre troppo presto.
E dicendo ciò, e' tornò di un passo frettoloso nel suo appartamento, e vi si rinchiuse fino all'ora del pranzo.
A tavola si vide l'uomo consueto, calmo, composto, elegante... La procella era passata, non lasciando altro guasto che quelli cui essa aggiungeva ogni dì nel cuore più che nel corpo dello sventurato.
Alessandro però era stato profondamente colpito da quelle mezzè rivelazioni della giornata. Egli dava la caccia alle supposizioni le più stravaganti, ma sempre lontane dal vero.
E' non si abbassò ad interrogare Ivan.
E' rinunziò a comprendere suo fratello.
Egl'intraprese ad osservare sua cognata.
Alcuno non nasconde un segreto come una donna. Però, se il suo cuore vi è implicato, ella à inevitabilmente dei momenti di abbandono in cui si tradisce.
Se il giovane conte fosse stato un acuto psicologo, le sue osservazioni avrebbero presto messo capo ad un risultato. Ma il conte Alessandro non aveva persistenza nella sua analisi. Imperciocchè egli cominciava sempre per mettere innanzi il cervello, e lo trovava poi sempre distanzato dal cuore.
Lo studio di Maud era, gli è vero, fascinante. Ma forse, pure il conte Alessandro non fece nulla per scongiurar la magia.
Nell'esploramento di questa miniera misteriosa di un'anima, e' non rivenne che diamanti: la purezza, l'ingenuità, il candore, l'affezione, la divozione, la pietà, la tenerezza.... Maud cantava tutta la solfa della virtù per quel filosofo di venticinque anni, il più bel giovane dell'impero russo--«dopo l'imperatore» soggiungevano i cortigiani.
La bellezza di Maud era irresistibile. L'insieme lo aveva impressionato a prima vista. L'esame dei dettagli lo esaltava adesso.
E' si proponeva di sorprendere negli occhi di sua cognata il secreto della desolazione di lei... e si vedeva nascere l'iride! Egli sperava strapparle dalle labbra la parola del mistero... e vi vedeva pullulare baci che dimandano le ali! E' scandagliava la pallidezza di quel sembiante... e vi scorgeva la trasparenza! E' si aspettava a ritrovar su quella fronte le stigmate dell'ambascia... e vi leggeva l'elevazione della preghiera! La desolata si cangiava in fata; la fata cingeva l'aureola di una santa.
Che distanza dalle voluttuose bellezze che l'avevano inebriato alla corte di Pietroburgo! Queste gli inoculavano la febbre; Maud, l'estasi.
Maud metteva in evitare suo cognato la sollecitudine cui questi metteva ad incontrarla. Ella non usciva sola nel giardino, nel parco, a cavallo, in visita per soccorrere ai bisogni dei suoi servi, che quando il conte Alessandro era partito per la caccia o in visita presso i vicini. Ella voleva sfuggire le spieghe ulteriori sul conto di suo marito: ecco tutto.
Aveva dessa compresa altra cosa?
Ella aveva potuto avere un'intuizione, un sogno forse; ma non altro indizio che questi.
Ah! se ella avesse potuto interrogare suo marito che era sì penetrante!
Che abisso, infrattanto, in questo povero cuore torturato!
Il principe di Lavandall diveniva ogni giorno più misantropo. Gli era perchè gli accessi della sua malattia, lungi dal distanzarsi, si rapprossimavano?
Ogni qualsiasi cosa lo stancava adesso. Ogni piccola emozione lo scuoteva, al punto ch'ei non poteva più tollerare le corte conversazioni accanto al fuoco, dopo il desinare, ed i bricioli di musica cui Maud gli regalava all'ora del thè, come per lo avanti.
Adesso, dopo il pranzo, il principe si ritirava nelle sue stanze.
Maud lo imitava.
Il conte Alessandro passava le sue serate come poteva.
Talvolta però, alzandosi da tavola, il principe diceva al fratello:
--Vuoi che andiamo a prendere una tazza di thè da lei, se non la scomodiamo poi troppo?
L'invito era un gaudio per il giovane conte; un ordine per la moglie. Ma la riunione non si prolungava mai al di là delle nove.
Maud ed Alessandro vedevano bene che la salute del principe si alterava di peggio in peggio; che lo spirito di lui era più colpito, che la melanconia lo divorava.
Un giorno, Alessandro gli propose di fare un viaggio in Francia; andare alle acque in Germania. Gli occhi del principe corruscarono, e non rispose.
La vita diveniva intollerabile. Ora, se Maud aveva il dovere di subirla e l'abitudine di soffrirla, quali erano le ragioni--dimandavasi il principe--per le quali il giovane conte vi si sottometteva? Perchè non ritornava egli alla corte, piuttosto che proporre distrazioni di viaggio? Che interesse aveva egli a restare in quel soggiorno di cordoglio e di ombre--lui cui le feste invocavano, cui l'amore agognava, cui il favore del sovrano attirava?
Il principe Pietro trovavasi una sera sotto l'imperio di queste riflessioni, prendendo il thè da sua moglie, in compagnia di suo fratello, quando e' credette sorprendere, e sorprese di fatto, uno sguardo di intelligenza in fra le due giovani persone.
Lo sguardo del conte era intenerito; quello di Maud, spaventato.
E si facevano segno.
Il fatto è che la fisonomia del principe si scomponeva a vista; che i suoi occhi addiventavano orribilmente stralunati; che un pallore cinereo si diluiva sul suo sembiante; che la sua bocca contorcevasi; ch'e' tremava tutto; che sforzavasi di aggraffarsi alla tavola, al seggiolone; che, una parola agonizzava a rantolo nella sua strozza.
Maud diceva degli occhi al conte: chiamate Ivan!
Il conte si sentiva il cuore compreso di una pietà senza limite per suo fratello, cui egli tanto amava e cui vedeva tanto soffrire.
Il principe colse quello sguardo e cadde di peso sul solare, innanzi che suo fratello gli aprisse le braccia.
Maud gettò un grido di terrore e fuggì.
Il conte Alessandro possedeva adesso il segreto di quel disastro di famiglia. Egli rilevò suo fratello che si dimenava nelle convulsioni, e lo depose sur una _dormeuse_. Poi e' corse a chiudere gli usci, e fece chiamare Ivan.
Ivan venne. Ed ambo assistettero con amore la povera creatura perduta in tanta sciagura.
Alessandro restò presso di suo fratello tutto il tempo che le convulsioni durarono. Quando però la crisi si calmò, e' si ritrasse, onde non umiliarlo di sua presenza al ritorno dei sensi. Egli entrò nel gabinetto vicino, per sortire, e si fermò sulla soglia.
E' vide Maud a ginocchio, che pregava, suffusa, annegata nelle lacrime, gli occhi rivolti al cielo.
Il conte non seppe dominare la sua commozione. Fece un passo verso di lei, le cadde accanto in ginocchio e prendendole la mano gliela baciò.
Quel bacio era una rivelazione, una confessione, una catastrofe: esso risuonò.
Il principe sentillo ribalzare sul suo cuore, e levò la testa--sotto il peso ancora della mano della malattia.
E non potè sollevare il suo corpo. Ma e' vide suo fratello traversare la camera, senza volger la testa dal lato suo, e partir precipitoso.
IV.
Le spiegazioni.
Una settimana passò.
Il principe non uscì dai suoi appartamenti. Altri che Ivan non vi fu ammesso. A Maud e ad Alessandro, che andavano ogni giorni a chiedere nuove di lui, il laconico guardiano rispondeva invariabilmente:
--Meglio, ma non ancora in istato di ricevere.
Infine, un mattino, quando il conte si presentò per udire il bollettino ordinario sulla salute di suo fratello, Ivan gli disse:
--Il principe sta bene. Egli è uscito or ora a cavallo, e vi prega, padrone, di andarlo a raggiungere nello sboscato del lago.
--Non à detto altro?
--No, padrone.
Alessandro uscì, preoccupato.
Qualche minuto dopo saliva a cavallo.
Era una bella giornata in sul finire di maggio. Faceva ancor freddo come in febbraio a Palermo, ma la neve aveva fuso. Gli alberi delle foreste si coprivano di giovani foglie. Il sole svestiva le sue ultime nuvole e si alzava sereno e pomposo. Le viole smaltavano le macchie. Gli uccelli, disgelati, provavano melodie--per accertarsi che il freddo del verno non li aveva arraucati. Il cielo era puro, ma di un turchino grigiastro, ove una brezza tagliente ed uggiosa sforzavasi a connettere dei lembi di nuvole bianche.
Le bestie, magre e sporche, che aveano passato l'inverno negli stabbi, covavano i campi e la foreste di uno sguardo gaudioso, tosando qui un ciuffo di giovani erbe, decapitando là le cime degli arbusti. Il contadino, la contadina, sollecitavansi a dimandare alla terra la sussistenza del nuovo anno. Tutto spirava la giovinezza, la gioia, la pletora della vita che spandesi al di fuori. Un soffio di amore avviluppava la creazione, che sembrava palpitare e sorridere.
Un uomo solo trascinavasi quivi, tetro e freddo come le notti della Siberia: il principe di Lavandall.
Egli aveva legato il suo cavallo ad un cespo, ed erasi assiso sur un tronco di albero, alle sponde del lago.
Il lago azzurro corruscava, sotto i raggi del sole, come un monile di diamanti alle faci di una festa. Il principe contemplava il respirare delle onde; ma non scorgeva nulla. Imbaccucato in ampia pellicia, egli meditava, o piuttosto continuava il vaneggiamento che l'assorbiva da otto giorni. E' non si accorse neppure dell'arrivo di suo fratello.
Il conte Alessandro, da che scorselo da lontano, accelerò il passo, discese da cavallo, ed avanzò verso il principe, gridando:
--Eccomi qui, Pietro.
Il principe fece una mossa come qualcuno che si risveglia di soprassalto, e fissò il suo sguardo freddamente violento e acuto sul sembiante aperto del giovane.
Il conte gli aveva tesa la mano.
E' non toccolla.
--Pietro--disse il conte un po' sconcertato dell'attitudine sinistra di suo fratello--mi avete fatto avvertire di venirvi a trovar qui. Sono felice di vedervi.
E stese di nuovo la destra, cui il principe si astenne dallo stringere.
--Conte Alessandro di Lavandall--sclamò egli infine di una voce lenta e cavernosa--avevate desiderato di conoscere il mistero della mia vita. L'avete conosciuto; l'avete visto.
--Fratello--mormorò il conte mettendosi le mani sul volto--io ne sono annientato.
--Io pure--continuò il principe senza porre mente alle parole del fratello--io pure, io, voleva sapere. O' saputo; ò visto.
Alessandro impallidì e traballò.
--Ebbene--soggiunse il principe--poichè vi aveste il malanno di avvicinare le vostre labbra a questa coppa di fango e di lagrime, cioncatela tutta, fino alla belletta. Sappiatevi il resto.
Alessandro incrocciò le braccia sul petto, e restò impiedi, lo sguardo al suolo, l'aria costernata.
--Io sono un misero--sclamò il principe di una voce sorda e concentrata. A venticinque anni, colmo di tutti i favori della fortuna, io desidero la morte. Mi dicono avvenente; son di gran nascimento; sono ricco... e fo orrore! Io invidio la sorte del mendicante ebreo, cui i cani mordono all'uscio nostro: e' non è che povero! Io mi ebbi bello ad interrogare la scienza. Questa cortigiana, non à sorriso per la sventura. Essa civetta con le piccole malattie. Biascica nonsensi, in presenza di quei castighi fatali che si addimandano tisi, apoplessia, epilessia, gotta, ed il resto. Mi son tuffato nello studio, nelle feste, nei viaggi, nei pericoli i più insensati, onde, almeno, obliare. In capo a tutto ò trovato quest'orrido spettro... Ed il mondo sclama sul mio passaggio: che à dunque fatto quest'uomo alla Provvidenza per strapparlo lo scrigno delle felicità?!
--Ah! se sapessero!...--mormorò Alessandro.
--Proprio così; perocchè, quando si seppe, il ritornello cangiò. Il tempo delle prove arrivò. Pensai ad ammogliarmi.
Alessandro abbrividì.
Il principe avvertì quel sussulto.
--Incontrai nei saloni di Parigi una stolidella, figlia di un conte mendicante, debosciato, spia della corte di Roma, strumento dei gesuiti. Io non avrei voluto toccare della punta delle dita la donzella, della punta dei piedi il padre. La chiesi in matrimonio e feci la corte al sacripante. Tutto vola sulle ali di oro, cui io appicco all'affare, e gli sponsali si fissano. Io condussi il padre nel suo gabinetto, e gli dissi:
«--Conte, ò un segreto a rivelarvi.
«--Che dunque?--sclamò il facchino--Sareste voi che avete ucciso l'imperatore Alessandro?
«--E se ciò fosse?--risposi io, facendomi violenza per non schiaffeggiarlo--mi rifiuteresti voi la vostra figliuola?
«--Io direi--replicò il conte--uccidete lo tzar Nicola.... Questo cancella quello. E vi consegnerei mia figlia.
«--Voi mi confortate--ripresi io con un sorriso di sprezzo non dissimulato. Ma io sono meno colpevole di così. Il mio segreto è questo: io sono epilettico.
Il conte si alzò e salutò.
«--Principe mio--diss'egli--se io avessi a fare ad un borghese arricchito, ad un plebeo liscivato alla _savonnette à vilain_, a cui io avessi promesso mia figlia per ragione dei suoi scudi, io direi: Puah!--E chiamerei il mio lacchè per ordinargli: Riconduci il signore!
«--Bene--sussurai io fremendo--ed a me che dite voi, signor conte?