I suicidi di Parigi

Chapter 12

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«--Principe--continuò egli--voi sapete che io non amo mica mia figlia alla follia. Malgrado ciò, io ò la coscienza di dirvi: principe, permettetemi che io ritiri la mia parola. L'epilessia in Francia fa orrore. Essa è considerata come una malattia ridicola ad un tempo che sordida.»

--Noi non seppimo mai nulla di codesto--osservò Alessandro.

--Vel celarono. Tutta Parigi conobbe che io aveva toccato un rifiuto da quel conte alle piccole limosine. Viaggiai. Conobbi a Roma un'altra giovinetta. Ella era bella, figlia del popolo, artista, senza pregiudizi, povera, piana di spirito.... Al posto mio, altri avrebbe provato di farsi di lei una ganza. E perchè no? Kaunitz diceva a Maria Teresa: che ogni donna diviene ganza dell'uomo che può sborsarne il prezzo. Io aveva il prezzo di Aurora Mortier. La dimandai, al contrario, in matrimonio. Questa volta non mi diressi ai parenti, ma a lei stessa, alla persona interessata:

«--Mio bell'angelo--le dissi--questo fiore, che vi sembra sì bello, à un intacco; esso è stato morsicato da un bruco. Io sono epilettico.

«Aurora rinculò all'altra estremità dello studio, e gridò:

«--Giammai, principe, giammai! Io non mi caccierò mai in fra le braccia di un uomo che, volendomi dare un bacio, può spezzarmi la spina dorsale in un accesso di convulsione.»

--Insolente!--sclamò Alessandro.

--Ella aveva ragione--riprese il principe sospirando. Non è mancato di un mezzo secondo che codesto non sia capitato alla mia ultima.

--Alla principessa Maud?--sclamò Alessandro rabbrividendo.

--Sai tu ove ò io raccolto codesta principessa, conte Alessandro? Io mi dissi: l'aristocrazia non vuol di me; la borghesia non vuol di me; scandagliamo il nulla. Proviamo di una di quelle creature che non ànno nè padre, nè madre, che sono figlie della deboscia, della miseria, dell'onta, dell'adulterio, del delitto... chi lo sa? L'è la schiuma delle sentine delle grandi città. Ebbene, io discesi in un ospizio di trovatelli e ne cavai questo cencio.

--Quella stella!--gridò Alessandro con fermezza.

Il principe non fece attenzione a questo grido, e continuò.

--Con costei fui più generoso che con le altre. Le dissi che una grande sventura pesava sul capo mio. Le dissi che io era stato repulso due volte. Mi offersi a rivelarle tutto. La supplicai ginocchioni di non giudicarmi innanzi di udirmi... Io l'ò amata... io l'amo... Le ò offerto la libertà, la ricchezza... Le ò detto di fuggirmi, di andar a vivere ove ella volesse, dove la vita potesse essere per lei un cielo stallato di gioie... Ella à voluto restare.

--Ed è questo il suo delitto? obbiettò Alessandro. Ella à fatto il suo dovere.

--Ella à voluto restare, ma la cortina di velluto della sua camera è per me più intraversabile che il mare dei poli. Essa ci separa, come un cratere, dall'ora prima. Maud à voluto restare, ma come uno scherno, come una provocazione, come un rimorso, come un rimprovero, come una vendetta, come un supplizio. Ella à voluto restare per scavare a questo dannato un inferno più profondo dell'inferno--gridò il principe, alzandosi. Voi avete spaventata la mia agonia col rumor dei vostri baci... Ed io rivivo per punire.

Egli aspettava forse una risposta, poichè si fermò, essendo tremante per tutte le membra.

Il conte Alessandro, pallido come un chiaro di luna, si tacque.

Il principe riprese, di voce solenne:

--Io ti fo giudice adesso. Se io sono colpevole verso quella donna, vendicala ed uccidimi. Se non lo sono, tu mi oltraggiasti. Ti aspetto dunque domani, qui. L'uno di noi debbe restarvi.

E terminando queste parole, il principe Pietro di Lavandall snodò la briglia del suo cavallo, lo montò e partì al galoppo.

Il conte Alessandro rimase per qualche istante immerso nella più profonda preoccupazione, poi si allontanò.

Il principe Pietro aveva tutto preparato per lo scioglimento di questo lugubre dramma.

Maud partirebbe l'indomani, a mezzodì, precedendolo sempre di una tappa. La sua cameriera ed il suo intendente inglese l'accompagnerebbero. Ivan resterebbe presso di lei, fino a che il principe non li avesse raggiunti al villaggio d'Imazoff, a quattro leghe dal castello.

--Ivan--gli disse il principe--con te io non ò, fortunatamente, bisogno di parafrasi per spiegarmi, nè di rettorica per persuadere. Da quindici anni da che vivi meco, ti sei identificato alla mia persona. Tu provi i miei dolori. Tu comprendi le mie sofferenze. Tu indovini i miei pensieri. Tu udisti come me ciò che occorse nel _boudoir_ di mia moglie, mentre io mi torceva negli artigli del male, Ivan, io mi batto domani con mio fratello... Se io muoio... ella non deve vivere.

--Padrone, codesto duello è desso inevitabile?

--Inevitabile! Noi non possiamo più vivere insieme in questo mondo.

--La vostra decisione è dessa irrevocabile, padrone?

--Irrevocabile! Se sarà dunque mio fratello e non io che andrà a raggiungervi al villaggio d'Imazoff, apri la berlina di mia moglie, annunziale la mia morte, e bruciale le cervella di un colpo di pistola. Tu non avrai in seguito a presentare ai tuoi giudici che la lettera cui ti dò. L'imperatore ti farà grazia. Io ti fo ricco e libero.

--Padrone, tutto codesto è inutile: io avrò due pistole. I vostri ordini saranno compiuti.

Il principe l'abbracciò e sclamò:

--Sii benedetto, figlio! Perchè Dio, che le à dato tante cose, non le dette altresì la metà della tua anima?

Ivan uscì.

Il principe passò la sera a scrivere, a bruciare, a mettere in ordine carte. E' non volle ricevere sua moglie--a cui Ivan aveva trasmesso l'ordine della partenza per l'indomani.

Tutto ciò erasi passato presso il principe con una semplicità spaventevole. Nè la sua voce nè quella di Ivan non sembravano più commosse in quei preparativi di omicidio, che se si fosse trattato di una caccia ai colombi. Non quesiti, non discussioni, non dubbi, non esitamento, non rimorso: uccidila; sì!

Il conte Alessandro--il quale aveva compreso, alla voce di suo fratello, ch'ei si trovava in faccia di una fatalità inesorabile--non provò neppure di distornarla o di rimpicciolirla. Egli indovinò che ogni sforzo cui avrebbe fatto per piegare il destino, lo avrebbe anzi aggravato. Ritornò dunque al castello, pranzò nel suo appartamento e si coricò.

Il sonno non si presentò al suo primo appello. Ma il conte l'invocò con un _bol_ di _punch_: ed il sonno obbedì.

Il giovane, d'altronde, aveva la coscienza in pace.

E' non fu mica lo stesso della principessa Maud.

Parecchie circostanze avevano concorso a cangiare in un'angoscia mortale l'ansietà in cui l'aveva gittato l'ordine di quella partenza precipitata.--Suo marito gliel'aveva fatto ingiungere dal suo maggiordomo.

Ivan, che aveva l'attaccamento il più vivo per Maud, dopo aver compiuto la commissione del suo padrone, le era caduto a ginocchio ai piedi, e baciandole la mano, con un intenerimento profondo aveva soggiunto:

--Voi mi perdonerete, padrona: io debbo obbedire.

Poi soffocato dai singhiozzi, si era precipitato fuori della camera.

Maud avendo mandato la sua cameriera a dimandare a suo marito se la poteva recarsi da lui, Sarah aveva visto sur un canapè, nella biblioteca del principe, una scatola a pistole, e due spade. Tom Barcley, il suo intendente, trovandosi nel cortile quando il conte Alessandro era rientrato, aveva rimarcato che la figura di lui era estremamente pallida, disfatta, stravolta. E Maud avendo, su questa osservazione, mandato questo stesso intendente a dimandare al conte se egli non fosse malato, Alessandro aveva risposto, di una voce interrotta dalla commozione:

--Dite a mia cognata di pregare per me!

A tutte queste circostanze arrogevasi quella voce interna che addimandasi presentimento, e che in certi organismi nervosi acquista la lucidità della profezia.

Maud, natura sognatrice, possedeva questo attributo di seconda vista, e la era affatto _donna_, come quasi tutte le inglesi.

Le donne del Continente àn tutte, più o meno, delle fibre virili!

Maud comprese che qualche cosa di terribile aleggiava nell'aria; e la sua disperazione aumentavasi, avendo coscienza di non poter nulla scongiurare.

Ah! se ella avesse potuto veder suo marito ed aprirgli il suo cuore!

Ella passò dunque la notte impiedi, ora a piangere ora a pregare--mentre Sarah compieva qualche preparativo di viaggio.

L'alba la sorprese accovacciata sur un _canapé_, in uno stato di annientamento completo.

Sara supplicolla di andare a prendere qualche ora di riposo, prima della partenza.

Maud si slanciò ad un balcone che sporgeva sulla grande spianata del castello, ed incollò ai vetri il suo viso allividito dal freddo.

Alle dieci, ella vide uscire la _briska_ del conte Alessandro, e dirigersi verso la foresta.

Al punto stesso, Ivan, eccessivamente pallido ed agitato, venne a ricordarle, in nome del di lei marito, che a mezzodì una berlina di viaggio sarebbe nel cortile, e che ella doveva recarsi ad aspettare il principe nel villaggio d'Imazoff.

La vettura del conte Alessandro portava i due fratelli allo sboscato.

Poco dopo usciva Ivan, conducendo due cavalli sellati, carichi di un fascio avvilupato in una coverta da viaggio. Tutte le disposizioni erano state prese dal principe.

Giunta ad un certo punto della foresta, la vettura si fermò, ed i due fratelli discesero.

--Aspettate qui--disse Alessandro al lacchè.

Ed andò a raggiungere il principe che precedettelo a piedi.

Essi non scambiarono una parola.

Non una parola si erano detto nella _briska_.

Spuntando sullo sboscato, scorsero Ivan che vi spuntava da un altro viale, galoppando a briglia sciolta.

Alessandro sospirò.

Pietro fece un ghigno di sprezzo.

Quando Ivan ebbe raggiunto il luogo indicato dal principe, e' discese e legò i cavalli ad un vecchio abete morto, dai rami scorticati, imbianchiti, senza foglie, che tremavano e risuonavano alla brezza come le ossa di uno scheletro, a cui l'abete somigliava.

Due cavalli! uno per Ivan, l'altro per il sopravvivente. La _briska_, pel cadavere!

Poi Ivan svolse la coverta, e pose sur essa le due pistole e le due spade.

I due fratelli si approssimarono.

Il primogenito, le mani conserte dietro il dorso. Il cadetto, le braccia incrociate sul petto.

Quando furono giunti al sito dove Ivan li aspettava, fermaronsi, e si trovarono l'uno rimpetto all'altro.

Erano in una specie di aia di qualche centinaio di piedi di diametro, circondata da un gruppo di rocce bianche, arrotondate--le quali di lontano si sarebbero prese per una mandria di vacche della Campania che fa la siesta, tosando viole e bruiere; o per dei cranii di Titani, seminati sur un campo.

Gli era quasi un circo. Ed il vecchio abete, che avea l'aria di una forca, gli dava un aspetto sinistro.

Nonpertanto, il sole svegliava tutt'i canti della natura: terra e cielo palpitavano di vita!

Ivan risalì a cavallo, ed andò a costituirsi carceriere di Maud, aspettando di esserne l'assassino.

I due fratelli restarono un momento a squadrarsi, in silenzio; poi il principe proruppe:

--Ebbene, m'ài tu giudicato, conte di Lavandall?

--No--rispose Alessandro.

--No?--riprese il principe. Pertanto tu ài avuto tutta una notte per deliberare.

--È vero. Epperò non è il tempo che mi è mancato.

--E che dunque?

--Non si giudica ascoltando il solo accusatore.

--Chi ti à impedito di ascoltare altresì l'accusata?

--La paura di trovarti colpevole e di condannarti.

--Grazie. Io non ti aveva mica dimandata mercè--sclamò il principe con disprezzo.

--Ed io non dimando mica ad essere giudice--rispose il conte con calma. Amo meglio rimettermene al giudizio di Dio.

--Scegli le armi allora--replicò il principe.

--Principe, voi siete stato malato, la vostra mano trema. Io non posso scegliere la pistola: avrei troppi vantaggi.

--Che ciò non ti sconcerti. La mia malattia mi riguarda.

--Scelgo dunque la spada--disse Alessandro, prendendo quella che gli era dinanzi.

--Sia--sclamò il principe. Dammi l'altra.

--Le condizioni?--dimandò Alessandro.

--Alcuna. La morte d'uno dei due.

--Pietro, vuoi tu ascoltarmi un minuto?

--In guardia--gridò il principe mettendosi in guardia. Nella nostra famiglia non v'àn vigliacchi.

--Un solo minuto--replicò il conte--una sola parola...

--In guardia, ti dico--gridò il principe di nuovo, fendendosi.

Alessandro si pose in guardia, e lasciò l'assalto al principe.

Questi era destro, lesto, abile; ma la sua mano vacillava per debolezza. Alessandro parò. Avrebbe potuto disarmare a piacere ed uccidere suo fratello: nol volle. Non volle neppur troppo stancarlo. Fece una finta di _coupé_, ma assai larga, per lasciare il suo petto scoverto. Il principe allungò un colpo dritto, e forò suo fratello da banda a banda.

Alessandro cadde.

Il principe abbandonò la guardia della spada, volse le spalle, salì a cavallo e mormorò:

--All'altra, adesso.

E disparve.

Un minuto dopo, chiamava i famigliari del conte con la _briska_.

Venti minuti dopo, giungeva al villaggio d'Imazoff, dove Maud l'aspettava nella berlina.

Quando ella vide arrivar suo marito, il sembiante stravolto, lo sguardo feroce, gli occhi fuori dell'orbita, tremante di tutte le membra, comprese che un avvenimento tragico erasi compiuto, e svenne.

Il principe, avvicinandosi alla berlina ed aprendola, per annunziare a sua moglie l'assassinio cui veniva di commettere, non trovò che un corpo agghiacciato nelle braccia della cameriera.

Egli rinchiuse precipitosamente la vettura, e gridò ai postiglioni:

--Guida tripla: strada di Francia.

Poi entrò nell'altra berlina con Ivan, e seguì.

V.

Once again.

Dopo gli avvenimenti cui venghiamo di raccontare rapidamente, compiuti di un modo non meno rapido, non restava più posto, nel cuore del principe ed in quello di sua moglie, che per due sentimenti egualmente estremi: un odio feroce ed un amore forsennato.

In queste regioni tropicali dell'anima non è possibile che l'uragano.

Il principe fissò la sua dimora nelle vicinanze di Parigi, a Saint-Germain.

Molti mesi scorsero.

Il tempo però, il cangiamento di cielo e di residenza non produssero alcuna mutazione nella sua vita. Gli era lo stesso vuoto, la stessa solitudine, lo stesso silenzio, la stessa disperata tristezza che al castello di Lavandall. I domestici francesi, cui il principe aveva ingaggiati, non penetravano nell'atmosfera della famiglia. Perocchè Ivan sapeva che quella gente, i cui costumi son quasi sempre ignobili, si costituisce sempre giudice severo dei padroni. Ivan d'altronde bastava al principe; Sarah e Rosa bastavano alla principessa.

Un solo straniero frequentava il castello--ed ancora e' poteva passare per un vecchio amico: il dottore conte di Nubo. La salute del principe, ed oggimai la salute di Maud altresì avevan reso questa intrusione indispensabile.

Maud era attaccata da una malattia di languore.

Questo intervento di Dio nello scioglimento dell'opera sinistra del principe di Lavandall avrebbe dovuto illuminarlo, calmarlo, soddisfarlo in tutt'i casi. E' non ne fu che più esasperato. Non aveva egli detto: «All'altra, adesso?» Dio lo rubava di tutta la parte che vi prendeva. E' si decise allora a sorpassarlo in celerità.

Ma in Francia non era esattamente come nel fondo di una provincia russa, in un castello, innanzi la porta del quale la legge rincula, ove il padrone à, di fatto, dritto di vita e di morte.

In Francia si è permalosi della forma... si mette una bilancia nella mano della giustizia--affinchè dessa pesi bene quanto vale il ricco e quanto poco vale il povero! Si dice che la legge è cieca. Cieca è dessa: perchè segue un cane, il quale sa bene di qual dente morder la carne e di quale l'osso.

Il principe non aveva d'uopo di andare in busca dello strumento che doveva compiere la sua bisogna. Lo aveva sotto la mano--semplicissimo, destrissimo, opportunissimo: voglio dire il dottore di Nubo.

Non trattavasi che di trovare un metodo.

Chi cerca, finisce sempre per trovare.

Ma il principe aveva fretta: e' soccombeva sotto il peso della sua anima! Ed il dottore non ne aveva punto, perocchè, per lui, non solamente il tempo era oro, ma era pure un parafulmini.

Gli era questo, del resto, il solo punto di discordanza tra questo cuore e questo cervello malati.

Eppure, nè il principe, nè il dottore non aveva profferto un sol motto sull'obbietto!

Vi era compenetrazione di spirito: ecco tutto.

Se Maud fosse stata una donna italiana, la avrebbe provocato una spiega. Se fosse stata una francese, l'avrebbe fatta capitare. Donna essenzialmente inglese, la si taceva e moriva.

Non è che la non formasse il progetto di abbordare un giorno con suo marito lo scandaglio della loro esistenza. Ogni notte, nelle sue interminabili insonnie, suffuse di lagrime, ella dicevasi: Domani parlerò!

Infatti, la dimane arrivava; Maud aggiustavasi per quanto bella poteva; sforzavasi di risuscitare il sorriso sulle labbra diciannovenne, ed andava a picchiar all'uscio del principe.

Abitualmente, non era ricevuta.

Ma, una volta sopra dieci, l'inesorabile Russo l'ammetteva alla sua presenza.

All'aspetto di quell'uomo, la parola spirava sulle labbra di Maud, il sorriso tramutavasi in singhiozzo.

Il principe era irriconoscibile.

A ventisei anni, sembrava caduco. Gli stessi suoi capelli si brizzolavano. I suoi occhi, vitrei, si affossavano ogni giorno di più nelle orbite, come spaventati della luce. Le sue guance, scavate, ingiallivano. La sua fronte, sì pura, solcavasi di rughe intralciate. Solo la sua bocca, ardente di febbre, pareva bruttata di sangue.

Egli pure era attaccato da consunzione. Ma questa malattia, che abbelliva Maud dandole il diafano dei serafini della Chiesa, difformava il principe. E' trasudava la tisi dell'anima!

La vista di quella ruina turbava la ragione di Maud. Ella attribuivaselo.

D'altra parte, la vista di sua moglie metteva il colmo alla disperazione del principe.

--Sono io--dicevasi egli--che ò cominciato la distruzione di questa bell'opera di Dio, e che vado a compierla. Io, che sarei morto ai suoi piedi, come un giusto, per ottenerne un solo sguardo di pietà! Io le fo orrore. Io sento sprigionarsi da tutta la sua persona un fluido che mi respinge. Io mi consumo alla sua contemplazione, e mi spegno. Dio mio! poteva un uomo dare ad una donna più vaste prove di amore che io ne diedi a costei? Io ò ucciso mio fratello, per causa di lei... Però, se le parlassi ancora? Io vorrei strapparle almeno questa parola: Ti odio! Sopra una donna che odia si à una presa. La si può infine attirare, domare, tenerla. Un'ipocrita, come costei, è uno spettro che sfugge quando credesi di afferrarlo. Sì: che la mi dica almeno: Io ti odio! Ciò sarebbe un balsamo per la mia coscienza. Io potrei rispondere: Continua, tu fai bene; consuma la tua opera e muori con la gioia dei demonii... Ebbene, saggierò ancora una volta. Condannato, dimanderò una dilazione. Che io mi arrivi almeno a comprenderla!

Questa risoluzione presa, il principe spiò un'occasione propizia. Trattavasi conoscere l'ultimo verbo del suo destino.

L'era una bella mattina di ottobre. Il principe, steso sur un _voltaire_, s'inebriava di sole innanzi ad un balcone che sporgeva sul giardino, centellando una tazza di thè e bruciando un sigaretto. Sulle sue ginocchia, nascosto a mezzo da una veste da camera di nero velluto, poggiava aperto un volume delle opere di Humboldt.

Ivan introdusse il dottore di Nubo ed avvicinò una poltrona.

--Prendereste una tazza di thè, dottore!

--Perchè no? Vengo d'asciolvere al _Pavillon d'Henri IV_, con una delle vostre vecchie conoscenze, principe.

--Le mie conoscenze sono tutte vecchie oggimai, dottore. Chi dunque?

--Il conte di Perceval.

--Non è ancor morto?

--Lui morto? per chi lo prendete voi? È più giovane adesso che a trent'anni. Anzi, a quest'ora, tutta Parigi si occupa di lui.

--Parigi è ben amabile. Che à egli fatto? Si è ralligato agli Orléans? Sarebbe divenuto onest'uomo? È entrato ai gesuiti?

--Meglio, meglio che tutto ciò, principe. Io credo, _tout bonnement_, ch'e' si eserciti la mano all'assassinio.

--Diavolo!--sclamò il principe. Cotesto debb'essere allora assai piccante.

--Io non conosco ancora tutt'i dettagli della cosa. Me ne informerò e ve li conterò un altro giorno. So vagamente ch'egli è implicato nel suicidio di un _rat_ dell'_Opera_, cui intratteneva. Questa donzella si sarebbe suicidata per un poeta, un romanziere, un giornalista, qualche cosa come codesto--un tal Sergio di Linsac. In realtà, e' pare che il conte di Perceval non aveva presa la ballerina che per sottrarle non so quali cambiali del marchese di Caboul.

--Il marchese... di Caboul!

--Già, il quale non è altro che il R. P. Buzelin, dello stabilimento dei gesuiti alla Rue des Postes--il convertitore dei RR. PP. nel mondo galante. Ora, io m'immagino, che il conte di Perceval à furacchiato la figlioccia per furacchiarle le carte, e che dà oggi alla bisogna il nome e l'aria di suicidio. Questo birbo di conte è uomo di spirito, diascoli!

--Proprio così--sclamò il principe ghignando.

--E' sa che, in ogni cosa, il metodo è tutto. Ebbene, egli à trovato un metodo che converrebbe a non poche genti... oneste.

-Ciò potrebbe esser vero--rispose il principe, lentamente, scandendo le parole ed inchiodando lo sguardo sullo sguardo impassibile del dottore di Nubo. Poi soggiunse:

--Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata pel giardino? Datemi il braccio.

Il sembiante del dottore restò sereno, ed il suo cuore battè di soddisfazione.

E' non aveva raccontato l'aneddoto del conte di Perceval per nulla. Quella parabola significava: i tempi sono maturi; io sono pronto: finiamola!

E si rigioiva, accorgendosi che il principe l'aveva compresa così.

Il dottore possedeva infine questo metodo--questo metodo ch'egli cercava da tre mesi.

Poi, egli aveva premura. E' doveva recarsi in Svizzera. Aveva perduto una trentina di mille franchi al giuoco, al _club_. Aveva sottoscritto per un certo numero di azioni in un'intrapresa di scavi di carbon fossile, che prometteva molto. Aveva insomma bisogno di danari.

Gli onorari della sua professione lo facevano vivere come un nabab. Ma quelli onorari--che formavano una bella somma alla fine dell'anno--arrivavano gocciolo a gocciolo.

Ed il dottore abbisognava di centomila franchi in una manata.

Ora, non si dà una tale somma per ricuperar la salute. La si dà per un delitto.

--Un delitto!... l'è un metodo. Val desso la pena per darsi moina?

Facendo queste riflessioni, vedendo di già le sue mani nei scrigni del principe di Lavandall, il dottore di Nubo l'accompagnò nel giardino.

Faceva ancor tepido. Vi erano ancora abbastanza fiori, insetti, uccelli, per distrarli... per ascoltarli forse. Il principe s'intromise sotto una volta di pampani violetti che copriva un viale finamente sabbiato. Di un tratto, e' si fermò.

Il dottore irradiava internamente.

--Conte di Nubo--disse il principe--vi sentite voi capace di parlarmi francamente, da gentiluomo e non da dottore, che si crede obbligato di adoperare la speranza--e quindi la menzogna--come un mezzo di terapeutica?

--Se l'esigete, principe, io sono pronto.

--Ebbene--continuò il principe--voi vedete a che stato ne sono ridotto. Io lo sento, meglio pure che voi nol vediate. Malgrado ciò, io vi dimando: Posso io ancora guarire?

--Dell'epilessia?... no, principe mio--rispose il dottore.

--Gli è lungo tempo che ò preso il mio partito su codesto--replicò il principe di una voce sorda. Ma la consunzione?

--Il resto non mi scoraggia mica ancora--riprese il dottore.

--Perchè?