Chapter 13
--Perchè vi è in voi un principio di atrofia della vita fisica, occasionata dall'esorbitante assorbimento della vita morale. L'anima vi divora. Bisogna dunque soddisfarla... o ucciderla. Io non afferro le cause di questa mancanza di equilibrio tra le due funzioni, il di cui esercizio parallelo costituisce la vita normale e la salute. Io non vi domando di penetrare nei ripostigli intimi del vostro cuore. Voi avete, ad ogni modo, dei pensieri, dei desideri, dei progetti, che vi rodono. Voi perdete il fiato camminando verso un fine;... e gli è così che il vostro corpo si spossa, che la lampa della vostra vita fumiga e soffoca la luce.
--Ciò è possibile--sclamò il principe, riflettendo e parlando a sè stesso.
--Ora, non vi sono che due modi, come vel dicevo testè--continuò il dottore--per ricostruire la vostra salute relativa.
--Quali?
--O noi cominciamo a vannare, ad analizzare uno ad uno i fenomeni, le cause, le idee, le ansietà che vi consumano, e scartiamo questo, addolciamo quello, diamo soddisfazione da un canto, calmiamo dall'altro...
--Ovvero?
--Ovvero... sopprimiamo di un colpo il focolaio dell'insurrezione interna, la quale à ingenerato l'anarchia nelle vostre funzioni fisiologiche, e l'anemia.
--Hum!--fece il principe riflettendo.
--Sopprimere l'anima--continuò il dottore--sopprimere la coscienza, sopprimere i rimorsi, sopprimere gli scrupoli, sopprimere il dubbio, disoppannare la vita, in una parola, della sua parte morale e ridurla ad una semplice funzione fisica...
--Si potrebbe egli?
--Ciò si può. Ed allora la guarigione si ottiene subito e radicale. Il primo mezzo è più lungo e più incerto.
--Ciò si può, dite voi? Si può dunque obliterare il pensiero?
--Sopprimete la causa che produce l'eretismo di questo pensiero, e voi l'avrete ridotto, se non all'impotenza, almeno all'innocuità. Tutto, del resto, dipende da voi, dalla dose di volontà che potrete sviluppare, dai mezzi impiegati al trattamento.
--Potreste voi dilucidare codesta teoria con un esempio, dottore?
--Ma! prendiamo giustamente per esempio quel conte di Perceval, di cui parlavamo or ora. Supponghiamo che egli si sia trovato in presenza di un ordine del generale dei gesuiti che gli abbia detto: Bisogna ricuperare, ad ogni costo, le carte firmate dal Padre Buzelin, sotto il falso nome di marchese di Caboul: l'onore della Società lo esige.
--Ebbene?
--Ebbene, se il conte di Perceval avesse avuto in lui la preponderanza della vita morale, e' sarebbe caduto in un'ansietà che lo avrebbe condotto al sepolcro.
--Perchè ciò?
--Perchè? ma, strappar delle cambiali, pel valore di 150,000 franchi, dalle mani di madamigella Verray, soppannata dal suo amante Sergio di Linsac... avrebbe valso altrettanto che strappare una lacca di montone dagli artigli d'una tigre o di una lionessa. Rubargliele? la coscienza insorge. Truffargliele? l'onore protesta. Sedurre la giovine ballerina? Perceval era troppo vecchio... e d'altronde, non si seducono mai 150,000 franchi. Interessarla, con la virtù, all'onore della Compagnia di Gesù? Ester era ebrea...
--Infatti...
--Ed ecco lì il conte a struggersi, ad ammagrire, esitando tra il dubbio, il rimorso, la coscienza, la lealtà, la divozione, l'amore che la giovane _drôlesse_ gl'inspirava... ed il resto. Che fa desso?
--Che fa? sì, che fa desso?
--In luogo d'intraprendere la sua guarigione mediante il soddisfacimento di tutte queste esigenze della sua anima, egli sopprime la causa. Sopprime l'anima... ed uccide la fanciulla, scientificamente, facendola passare come la si fosse suicidata.
--Ciò è ancora oscuro--sclamò il principe--ma non importa. Noi ritorneremo su di questa teoria medicinale. Ora, ditemi, avete voi visto la principessa?
--Non ancora, stamane.
--Che pensate voi del suo stato?
--Ella può guarire. In lei, l'è pure il morale che invade il fisico. Però, come nell'organizzazione della principessa il fisico è più sviluppato che il morale, dando, dal lato vostro, un po' di soddisfazione a questo, aiutando io il fisico con mezzi terapeutici, l'equilibrio si può ristabilire.
--A maraviglia.
--Io fo costruire adesso un apparecchio, a cui vado a sottomettere la principessa, ed ò grande speranza nel successo. Ma ritorniamo a voi, principe...
--Non vi torniamo più, per oggi--interruppe il principe, uscendo dal viale per rientrare nel castello. Sono stanco. Ò colte le vostre idee e le mediterò.
Il dottore, evidentemente contrariato da questo brusco congedo, si recò agli appartamenti della principessa.
--Questo miserabile mi assicura che io posso guarire, che ella può guarire--pensò il principe passeggiando lentamente nel suo gabinetto. Proviamo allora. Ad ogni modo, ò in mano lo scioglimento.
La sera che seguì, Maud, con uno stupore che lambiva il terrore, vide entrare da lei, senza essere annunziato, il principe Pietro, che le disse:
--Amica mia, volete voi darmi una tazza di _the_ presso di voi? Mi sento meglio stasera e vengo a passare qualche istante con voi.
Maud, senza rispondere, sollecitossi ad avvicinargli un seggio.
Il principe lo respinse e soggiunse:
--Mica qui. Questa stanza è troppo grande: uno vi si perde, non vi si vede l'un l'altro. Venite nel vostro _boudoir_.
Ed offrendo il braccio a sua moglie, senza aspettare il consentimento di lei, la condusse in un gabinetto attiguo, rischiarato da una semplice lampada di alabastro.
Il _boudoir_ era tappezzato di raso giacinto a fiori bianchi. Il fuoco brillava nel camino. L'aria era tiepida e profumata da guastade di fiori. Là, il piano. Ad un angolo, una tavola a lavoro. Dei pastelli sulle mura. Uno spiro d'innocenza, di pudore, di felicità, di vergine amore in tutta quell'atmosfera di alba.
Dio vi sarebbe venuto a visitare Maria--senza mandarle un messaggiero!
--Sarah, servite il _the_ qui--disse il principe, ed andate ad aspettare madama nella sua camera da letto.
Nulla non potrebbe esprimere lo stupore, il terrore di Maud e di Sarah vedendo i preamboli del principe, il quale aveva l'aria d'imporre, anzi che di dimandare un colloquio.
Sembrava gaio. La sua salute appariva più solida; il suo spirito, più sereno. E' fece perfino dei complimenti a sua moglie, a proposito di un pastello, cui vide sur un cavalletto, e sur un ricamo che giaceva sur un divano. Ma non appena il _the_ fu servito, ed i domestici si furono ritirati, il principe si levò dal posto, cui aveva preso a fianco di sua moglie, sul canapè, e cominciò a passeggiar lentamente per la stanza--ricadendo nel suo silenzio e nelle sue tenebre.
Alla fine, e' s'avvicinò alla principessa e proruppe--scattando come un uomo che si decide di un tratto:
--Maud, io sono stato troppo duro verso di te: perdonami.
Questa sottomissione, questa confessione dalla parte di un uomo come il principe, e nella situazione di lui, stupirono più che non toccarono la giovane inglese.
Ella rimase disorientata, e ne pianse.
Il principe se ne avvide, ma non si scoraggiò.
--Maud--continuò egli--io non ti chiedo ancora nulla. Io so che non isveglio in te se non ripulsione e terrore. Ma, ài tu riflettuto alla mia condotta? Ti sei tu dimandato: Quale è la vita di questo dannato alla porta del paradiso?
--Io mel sono dimandato e mel dimando ogni dì, principe.
--E...?
--E... non vi ò compreso.
--Non mi à compreso!...--gridò il principe coprendosi il viso di ambo le mani. Tu non ài dunque capito il mio supplizio? Tu non ài capito il vuoto dell'anima mia, la solitudine delle mie interminabili giornate, la disperazione delle mie notti senza sonno? Tu non ài capito che il mio sangue, a ventisei anni, bruciava; che la mia ragione smarrivasi nel delirio dei sogni? Tu non ài capito che io poteva amare, che io poteva esser geloso, che io poteva temere, che io poteva essere assetato di te--cui io vedeva passare innanzi ai miei occhi il giorno e traversare i miei sogni la notte come una visione fantastica? Tu non ài compreso che io dimandava a te ciò cui non dimandavo più a Dio: grazia!--grazia per la sventura di cui la fatalità mi aveva colpito? Tu non ài compreso che io ti amava, che lo ti circondava del rispetto di una regina, di una adorazione di angelo, e che giorno e notte io mi trascinava alla tua porta, chiedendoti perdono, mercè? Non ti aveva io detto: Aspetta prima di colpire, ascolta prima di giudicare, respingi le impressioni subite, ed apri il cuore alla pietà?
--Signore mio Dio!--sclamò Maud--mi avreste voi dunque trovata dura?
--Tu sei stata crudele--gridò il principe, cangiando il tuono della sua voce.
--Giammai--replicò Maud con calma.
--Ove eri tu, quando l'angelo del male mi toccava del suo dito?--replicò il principe con forza. Tu eri fuggita! Chi era al mio capezzale, quando io mi attorcigliavo sull'aculeo della vendetta di un Dio sinistro? un servo! Il letto dell'infermo, cui tu avresti dovuto confortare, era vedovo. La camera del paziente era orba di quella consolazione che si chiama la donna. Io non aveva madre, non sorella, non moglie... Che facevi tu, quando io mi dibatteva nell'agonìa?... Io ò udito il rumore dei baci.
--No, no--gridò Maud.
--No? Io l'ò udito, e non sono stato solo ad udirlo... Ed ò vendicato l'insulto.
Maud ruppe in gemiti, e le sue parole si spersero in un singhiozzo di disperazione.
--Io amava mio fratello--continuò il principe sciogliendo in lagrima anch'egli--e l'ò ucciso. Di', ora, di', donna, quale creatura mortale poteva darti prove di un amore più forsennato? E adesso, che io pur mi muoio, io mi trascino ai tuoi piedi e ti dico: oblìo tutto... abbi pietà di me!
--Gli è da Dio, principe, che dovete implorare pietà--replicò Maud di una voce commossa--perchè avete commesso il delitto di Caino.
--Ancora? ancora?--gridò il principe. Maud, non ritornare giammai più su codesto. Io non sarei sempre padrone della mia ragione. Non chiudete l'orecchio a questo ultimo grido dell'anima mia. Io ò bisogno di dimenticare. Io ò la volontà di vivere. A ventisei anni, la terra à ancora delle rose, la donna à ancora dei baci, la testa à ancora delle ambizioni, il mondo offre ancora delle seduzioni, delle soddisfazioni, dei sorrisi... Maud... orsù Maud, viaggiamo. Prestami le tue braccia per riposare la mia testa condannata. Apri il tuo cuore alla voce del mio cuore. Sii donna... sii moglie! Lasciami vaneggiare del cielo sul seno tuo... o lasciamivi nascondere il viso per piangere e per morirvi.
Ed e' cadeva in ginocchio innanzi a lei, innalzando verso lei le sue mani supplichevoli.
Il momento era decisivo.
Dio pronunziava la sentenza.
--Principe--sclamò Maud, vedendo i lineamenti di suo marito alterarsi rapidamente--calmatevi. Non vi fate guadagnare, sopraffare da un'emozione fatale. Voi guarirete. Dio mi ascolterà alla fine: voi guarirete.
Ed alzandosi, ella stese le mani al marito per aiutarlo a rilevarsi. E' la guardò come pietrificato; e levandosi solo, lentamente, solennemente, soggiunse:
--Io sono giudicato. Non temete nulla, signora, dalla mia emozione. Guardatemi... essa è passata. Addio, signora. Non sono riescito; ma non mi pento del passo che ò fatto. Io soffocava sotto il pondo delle cose cui vi ò confessate. Mi sento alleviato, ora che ò acquietato il convincimento che vi àn dei sentimenti invincibili. Io non sapevo che un poco di pietà, un poco di amore, fossero un tesoro sì immenso. Io pensavo di aver fatto qualcosa per meritarlo: io era un vanaglorioso. Bisogna ricominciare. Ricominciare! Ma se sapessi almeno che, dove, come? Credetemi, signora, io non ò più proprio nulla: ò dato tutto--tutto! Ciò non è bastato. Mi ritiro... Addio!
--Principe--gridò Maud--nel nome di Dio onnipotente, calmatevi.
--Su via, forzato--continuò il principe senza più fare attenzione a sua moglie--su via, galeotto, alla tua catena, ai tuoi giorni senza luce, alle tue notti piene di vampe, ai tuoi vaneggiamenti, ai tuoi rimorsi, ai tuoi delirii, alla tua sete di vita, alla tua disperazione. Marcia, corri, va ad accoccolarti sul tuo giaciglio di carboni ardenti, e rumina, che tua moglie à un cuore... ma per altrui! che tu sei Caino! che tu sei solo in mezzo al mondo che ti respinge! che tu sei orrido! che tu sei un lebbroso! che tu sei un dannato! Marcia... bevi il tuo fiele e la tua belletta fino all'imo; consumati, muori come un paria... e silenzio... Silenzio! che alcuno non si avvegga della tua respirazione oppressa, del tuo polso accelerato, dei tuoi occhi infiammati di voglie, dei tuoi labbri assetati di baci... resta mogio, calmo, placati... tu li spaventi... La parola fatale trema sulla loro bocca... guarda... tu li volgi in fuga... e' si turano le orecchie... stornano lo sguardo... orribile! orribile!... non è vero, madama? Ebbene, addio... Vi gradirebbe, madama, che io mi esilii nelle Indie? I _fakirs_, madama, non avranno la stessa paura, la stessa ripulsione che voi: essi mimeggiano la cosa, essi!
--Principe, principe--gridò la giovinetta--se un giorno sarete assai calmo...
--Oh! certo, madama, certo, se io fossi saggio voi mi fareste dono di un giocatolo, di uno zuccherino... come al vostro _Polly_ che gnignola sì bene il _God save the Queen_. Ebbene, sì, io sarò calmo un giorno; ma allora, non vi dirò più, madama, come vi dicevo or ora: Io vi amo, io vi voglio, io ò assassinato per voi, io vi ò cavata fuori da un ospizio donde voi sareste uscita una serva, ed ò fatto di voi una delle stelle dell'aristocrazia d'Europa. Io divengo folle per voi, diventerò forse delinquente... no, no, io non vi dirò più codesto, madama, il giorno in cui sarò calmo. Voi non correrete più il rischio, allora, di vedermi epilettico; ma io mi sovverrò e vi dirò: Adultera, tu ami tuo cognato!
Maud si precipitò verso il principe per rattenerlo, per parlargli... E' la respinse sul divano e fuggì.
La crisi aveva raggiunto il suo apogeo.
Maud era vinta.
Ella aveva preso una risoluzione.
Il dì seguente ella fece chiamare Ivan, per sapere se il principe fosse in istato di riceverla.
Ivan la supplicò di non vederlo quel dì. Il principe era ancora spossato dalle emozioni della notte.
Il terzo giorno Maud fece ripetere la dimanda.
Ivan rinnovò la medesima preghiera, e le disse che quando gli sarebbe sembrato che il momento fosse opportuno, sarebbe venuto ad annunziarglielo.
Passarono infatti cinque giorni.
Il mattino del sesto, Ivan andò a dire alla principessa:
--Venite. Oggi è calmo. Egli à parlato lungo tempo col dottore, ed io gli ò rimesso delle lettere. E' può lavorare; potrà dunque intrattenersi con madama la principessa.
Maud traversò immediatamente il gran salone ed andò a picchiare alla porta del gabinetto del principe.
Io dovrei dire del suo laboratorio. Perocchè, le tre o quattro stanze occupate dal principe eran zeppe di libri, di macchine di fisica e di chimica, e di oggetti di storia naturale di ogni specie.
Il dottore di Nubo avevagli fatto comprare le collezioni che da cinquant'anni accumulava uno dei fisiologhi e naturalisti più rinomati di Francia, morto testè.
Il principe, leggendo sempre e disuggellando le sue lettere, senza levare il capo disse:
--Entrate.
E' non scorse Maud.
Ella si trascinò fino a lui.
Di un tratto, ella videlo tremare come un uomo che esce da un bagno ghiacciato, riconoscendo il carattere di una lettera e provando ad aprirla con violenza.
Vi riescì alla fine e lesse.
Poi, levandosi di soprassalto, egli andava a prorompere non so in quale esclamazione, quando vide innanzi a lui Maud, impiedi, gli occhi devaricati da stupore e da terrore.
--Ah!--gridò il principe con una veemenza spaventevole--ah! voi venite per apprendere sue nuove!... Ebbene, infame... eccone.
E ciò dicendo, gittò la lettera sul viso della moglie.
Di più in più attonita, spaventata, Maud raccolse la lettera e lesse, a suo turno, ad alta voce:
Parigi, Hôtel du Rhin, 3 novembre. «Fratello,
«Io non sono morto. Gli è a ricominciare. Io amo sempre Maud.
«ALESSANDRO.»
La lettera cadde dalle mani di lei. Maud fuggì gridando, in inglese:
--_Once again! once again!_--ancora una volta!
Il principe si accasciò come fulminato sulla sua seggiola e sclamò:
--Ella pure l'ama sempre!... Ebbene, sia; _Once again!_
VI.
Il grido del sangue.
Il conte Alessandro aveva ricevuto un colpo di spada che gli aveva traversato le costole ed il lobo inferiore del polmone destro, poi aveva lambito il diafragma ed eragli uscito nel dorso. La ferita era due volte mortale.
Eppure, era guarito.
Il suo cocchiere russo ed il suo cameriere francese, che erano sulla _briska_, lo avevano trasportato al castello, credendolo morto, e si era mandato in cerca di un chirurgo, piuttosto per constatare il decesso, che per medicar la ferita.
In una cittaduzza--a qualche versta dal castello di Lavandall--dimorava il dottore Taddeo Varnetrahler. Questo Tedesco, che aveva sposato una Russa, scienziato profondo, aveva fatto le campagne del 1813, 1814 e 1815 con gli eserciti sassoni e prussiani. Egli era accorso. Aveva fasciato il ferito. Aveva udito attentamente le poche parole cui il conte gli aveva diretto, a voce morente, ed aveva dichiarato che il caso era mortale. In seguito di che, aveva allontanati dalla camera tutt'i domestici del castello, ed erasi installato al capezzale del moribondo, assistito solo dal cameriere francese.
Tre giorni dopo, si era convenevolmente seppellita nella cappella del castello una cassa lunga, ornata di velluto, ripiena di vecchi scartafacci--che erano passati pel cadavere del conte Alessandro.
Quanto a costui, la notte precedente era stato trasportato, sur una barella, al castello del conte Alessio di Rumanzowski, a quattro verste dal castello di Lavandall.
Il giovane amico e sua moglie--una bella polacca--aiutati dal dottore, avean celato e salvato il conte Alessandro, cui tutta la Russia credeva morto. Egli era deciso a ricominciare, se guariva. Non voleva però attirar sul fratello l'imputazione terribile di questo accanimento ad ucciderlo.
Tutto gli era riescito a voglia.
Ed ora, eccolo ad aspettare all'Hôtel du Rhin l'ultimo motto del suo destino.
Era pronto ancora una volta a lasciarsi uccidere...
Il suo cameriere entrò ed annunciò:
--La signora principessa Maud di Lavandall.
Ella si era recata la mattina nell'appartamento di suo marito per dirgli questa parola magica:
--Io t'amo!
Il conte Alessandro si collocava di nuovo tra il principe e lei come un abisso.
Ritornata in camera, dopo la scena cui abbiamo raccontata alla fine del capitolo precedente, ella aveva dato ordine per la sua carrozza, e, d'un tratto, era venuta a Parigi.
Il conte Alessandro, steso per un divano, leggeva il _Débats_, aspettando Ivan, il principe stesso, i testimoni di lui, perfino il diavolo, anzi che la principessa.
E' non poteva credere agli occhi suoi vedendo in piedi innanzi a lui quella grande e pallida figura--tanto cangiata in sei mesi! Vestita tutta di nero, quasi portasse il lutto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua felicità! E' corse pertanto verso di lei, che era restata sulla soglia, e cadendo a ginocchio le baciò i lembi della veste, coma ad una madonna.
--Conte--disse Maud alla fine--voi siete il cattivo genio della vostra casa. Dio vi perdoni! Perchè rivenite?
--Avreste voi desiderato, madama, che io fossi restato nel sepolcro?
--Conte, voi sapete che io, men ch'altri, non posso avere un tal desiderio. Voi siete stato il mio solo amico, in quella casa ove vostro fratello mi aveva introdotta ed ove e' mi trattava come straniera.
--Ebbene, madama--riprese il conte--io sorgo dalla tomba per venire a proclamare innanzi a Dio, ed innanzi a mio fratello, che vi amo... E poi morire, se posso.
--Conte--rispose Maud, quasi affogata, tendendogli le mani per rilevarlo--se io avessi il diritto di dimandarvi una grazia, io vi direi: Lasciate Parigi oggi stesso, in questo punto, in questo istante stesso... Ogni minuto che passa può contenere una catastrofe... E se una confessione può accelerare codesta partenza, io non esito a farla, a voi, a voi il primo: Io amo mio marito!
Il conte Alessandro vacillò; poi soggiunse con calma:
--Io non invidio a mio fratello questa bontà di Dio. E' non n'à altra!
--Oh! sì, egli è ben sventurato... sclamò Maud... E l'è colpa mia. Io non ò osato. Io non ò saputo vincere il terrore, la repugnanza, che la sua malattia mi cagiona. Io l'ò amato, pertanto, dal primo giorno. La nobiltà del suo carattere, la sua delicatezza, la sua modestia, mi toccarono... Poi, quella sera fatale arrivò. Io ne abbrividisco ancora... Era la notte, in una sala rischiarata unicamente dalla luna. Io sentii le sue braccia avvinghiarsi alla mia vita, stringermi, comprimermi, ribadirsi sulla mia carne e sulle mie ossa come due serpenti... La mia respirazione soffocavasi. I miei occhi schiattavano dalle mie orbite... La voce mi mancava per gridare... Le mie costole scricchiolavano... Un secondo ancora, e la mia spina dorsale era spezzata in due... Egli dovette vedere il mio spavento. E' dovè sentire il male orribile che mi facea. E' dovette accorgersi che andava ad uccidermi nel suo abbracciamento di morte, perchè fece uno sforzo terribile per snodare le sue braccia e rigettarmi lontano, mentre egli cadeva sul tappeto... Io lo vidi allora torcersi nella sua orrida convulsione: io compresi...
--Sventurati!
--E dopo, ogni qualvolta l'ò visto avvicinarsi a me, lo stesso terrore mi à presa. Ei se n'è avvisto. À rispettato il mio spavento, e si è ingannato sulla natura della mia repulsione. Noi siamo restati stranieri. Ma la mia anima gli era unita; tutta la mia vita è un pensiero di lui. Il corpo lo fugge; il cuore lo appella. Ma io sono codarda.
--Perchè, madama, mi fate voi queste confessioni, cui non vi domando?
--Perchè, conte, voi vi siete ingannato quando avete portato su me degli sguardi che mi offendevano. Forse, io fui imprudente. Io mi lamentai, io mostrai, più che vero non era, allontanamento per lo sventurato che si disperava nelle spire della gelosia... Ve ne domando perdono. Io aveva bisogno di sfogo; e nella solitudine, io credeva poter cercare il cuore di un fratello per riposarmi.
--Vi ò io indirizzato mai una parola che abbia smentito il fratello a cui voi v'indirizzaste, Maud?
--No.
--Ebbene, quando si risuscita da una tomba e che si viene per farsi uccidere, si à il dritto di proclamare il Dio cui si adora, la ragione del martirio.
--Ma io vi replico ch'io l'amo--gridò la principessa sporgendo le mani da supplicante. Come sia ciò avvenuto, nol so. La prima impressione è riapparsa. La paura, il disgusto, che solo mi allontanavano da lui, sono stati vinti dalla pietà di una sì grande sventura. Quando ò visto quest'uomo a non chiedermi giammai nulla; non volgermi alcun rimprovero; comprendere la lotta che si compieva in me; rispettare la mia debolezza; non varcar mai la soglia di una porta lasciata sempre aperta; adorarmi in silenzio; soffrire la tortura dei desiderii senza dolersene; rassegnarsi, attendere, circondarmi della sua protezione--cui voi avete dovuto trovare terribile--deperire, ma non uccidermi, credendomi colpevole, come vi aveva ucciso... quando l'ò visto supplicarmi, delirar di passione, attirar sulla sua testa il fulmine del suo male a forza di amarmi, sopraffatto dall'emozione, cui la mia vista cagionavagli sempre... ebbene, fratello, io che l'amavo di già nella profondità del mio cuore; io che non osavo, per timidezza, per rispetto, per sciocchezza, forse, rivelarmi a lui, far eco alla sua passione... io ne sono folle adesso fino all'impudenza. Io non soggiungo più nulla... o piuttosto, io non soggiungo che un motto: Partite, vivete, siate felice! La nostra ora, a noi, è certa. Possiate sovvenirvi di noi senza rimorso e senza rancore.
--Io amava una donna; io adoro un angelo!--sclamò il conte accasciandosi sur una seggiola o nascondendo il capo nelle mani, per piangere.
La principessa lo contemplò, avendo anch'ella gli occhi ottenebrati dalle lagrime. Poi senza rispondere, si ritirò indietreggiando, sollevò la portiera e scomparve.