I simboli

Part 9

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Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio, della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto, e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini, distruggevano il loro Dio.

Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati, trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento rupie.

Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente, senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.

Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre, ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il culto delle immagini.

7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno, diventa troppo complessa.

Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.

Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi, inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche, delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc., ecc.

Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.

Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis, e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era l’originale![153]

Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di guerra[155].

A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero, quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti sociali[156].

Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione, comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione; e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio può, liberamente.

Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere; per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_ simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava. Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo. Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o l’altro rappresentavano.

Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe la cosa più sacra di tutta la terra!

L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità; resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale; il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può sostituirla con sufficiente utilità.

Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana: del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù, che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone, immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di sviluppo psichico.

8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici segni in oggetto di venerazione.

Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose. In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc., non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso; nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286 eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559 l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.

Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_ per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento, se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante; basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli, come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.

Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento, unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata; quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.

9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una certa serie d’idee e di sentimenti.

È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione, fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi, ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il _segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro, del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla lettera delle disposizioni regolamentari.