Part 8
1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti, che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi, ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].
È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni. Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_ non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da _B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_, ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_ richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse, meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].
Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc., accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa, determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza, se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come sensazioni.
Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_, solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali, ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e attribuirono questa a quello, come a sua causa.
È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più? perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è in ragione inversa della ricchezza di mezzi.
Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge per la legge del minimo sforzo.
Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo, senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse si dovessero le loro vittorie.
2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli che io chiamo mistici.
La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro poltroneria[137].
All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione, indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio, l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude, per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.
«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la carta parli»[140].
Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico, l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro. Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo, scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro, applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro; Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco) (Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._ XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135) _credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria popolare del genio[141].
E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni, le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere. E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose: scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.
Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio, come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.
Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte. I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli, fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per preservativo dai mali le iniziali della formola:
_In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_ _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_
che sono appunto:
I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P. impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?
Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo: vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura, e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era perciò un vero simbolo mistico.
3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi, specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili; nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono, se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...». Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola. Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris, con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di S. Giovanni.
Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente, non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo, come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata, e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.
Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio) ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole, nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].
Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche detto magico.
4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva, unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare: ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto, giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.
Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia, sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione, che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del popolo[149].
5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi, perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al simbolo.
6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi, l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan, i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21) troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca, per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade, imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con l’esilio.