I simboli

Part 10

Chapter 103,545 wordsPublic domain

Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione. All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato. Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni sentimento di più alto dovere.

Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.

10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro: e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi. Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche, allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose, e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e per ciò anche estremamente conservatrice.

Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo loro al disotto.

CAPITOLO VII.

Atavismo e patologia del simbolo.

1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva. Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in certi individui e in certe classi sociali.

2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura, ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere. Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura, come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale.

Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro, 2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna, vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione).

Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più, siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito, si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e agro poi) e una sigla V T = vendetta.

Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti, essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura. L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato.

3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena, che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti.

Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il nuovo.

«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra, l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni: — Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte la società, già riunita.

Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo. Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo.

Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro compagno.

_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama?

_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane?

(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del neofita sono noti).

_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e chiamatelo.

_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società.

_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso?

Nessuno risponde per tre volle.

_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso?

_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società.

_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa?

_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa.

_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la Società.

_Capo._ — Copritevi.

_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta la Società.

_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate?

_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che facevo prima.

_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato? Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno.

_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società.

_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo passare ad una votazione?

All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale primitivo.

_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto. Desiderate altro?

_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio da sinistra a destra.

_Capo._ — Fate i vostri doveri.

Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte.

_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son forse più bello degli altri?

_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice).

_Capo._ — Desiderate altro?

_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti.

_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire pure i camorristi e fare le commissioni loro.

Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole, per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158].

A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi. Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto, si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e la loro espressione.

4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi sempre le sole consonanti.

Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori, tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che egli si fece precipitandosi dall’alto.

Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che è l’espressione grafica di questa canzonetta:

Un veleno ho preparato. Due pugnali tengo in seno: Questo viver disgraziato Finirà una volta almeno? T’amerò sino alla tomba E anche morto t’amerò. La campana lamentosa Sonerà la morte mia; Ed allor tu udrai curiosa Quella funebre armonia. T’amerò ecc. ecc. Una lunga e mesta croce Nella via vedrai passar; Ed un prete sulla forca _Miserere_ recitar. T’amerò ecc. ecc.

Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa; i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_ sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa; l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete) della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_ sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio.

Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici, facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui negozi giuridici.

5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra, riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia, che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo esagerata.

Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato. Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per dir così tutto l’amore.

In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes, y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté; c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite, une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous cela».