Part 6
Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo. Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda, sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che, difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva, per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo. Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102].
In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di conquista.
Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età.
4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo romano che simula, come è noto, un duello.
È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada. Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello giudiziario presso gli antichi Tedeschi.
Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore, contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo. Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di discussioni capziose»[103].
Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo, e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere sacro per un altro.
Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole. Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi.
Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che, fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_ la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca.
In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo.
Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra _apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani, ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare, voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa: _Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa: _Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_, cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i _praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua scommessa.
Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili, salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente si portò al giudizio una zolla[105].
È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi, attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità (in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente; a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa; quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari: e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa prevalse in modo che il duello non fu più usato.
Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo.
5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare: siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate, e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli.
Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale, rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare. Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108], intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111]. Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes, e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione «nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali. Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba verde[113].
Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario, perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato, dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi. Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile, come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i dibattiti erano orali.
6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società, nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non capirà mai nemmeno una sillaba.
Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale, un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia? Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso.
E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni, usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua. Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione giudiziaria nel cervello dell’uomo.
CAPITOLO IV.
Simboli di riduzione.
1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.
Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba, nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con contorni indecisi ed indeterminati.
Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono sensazioni ridotte.
Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.