I simboli

Part 5

Chapter 53,683 wordsPublic domain

Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87]. Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88]; ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_ = colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti, e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca, che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli oggetti materiali.

Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi, fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo, la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato sotto questa forma nei geroglifici indigeni».

Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_ significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_ (eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo: 1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non conoscono i limiti sonori delle singole parole».

6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_ le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine. Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc., ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso, il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono il primo loro tempio»[92].

È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato. Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio, perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti, ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.

Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola, a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare, anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure, dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali. Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.

CAPITOLO III.

Simboli di sopravvivenza.

1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi sopravvissero.

Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso. Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui, egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora, per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93]. Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima.

La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata, ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e, se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in tutte le sue parti della potestà consolare.

Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto, ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso ha _a poco a poco_ creato.

2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca, con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra, cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva. L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli, le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano con la forza.

Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria, oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che, rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto, e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte, quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà, perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante, gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco — non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione: occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_ abbondavano.

In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista, si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco. Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista.

Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle cose.

Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi anglo-normanne, che da un breve del Re[97].

Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con un mezzo estremo.

3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa.

È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali. Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così: i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale, i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto: dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98].