I simboli

Part 4

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Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci (stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani (obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era sconosciuta.

Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite: onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della colonna.

2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone, bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.

Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona, a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto, invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera commendatizia o del sigillo particolare.

Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69], si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey, quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta, e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.

Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico poeta normanno, Roberto Wace:

Un gonfalon li envoya Mont precious et cher et bel . . . . . . . . . . . . . A ces enseignes li manda Et de par Dieu li otroïa Que Angleterre conquersist Et de Saint-Pierre le tensist.

E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.

In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte, l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta. Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74], quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova che si era legittimamente ricevuta l’eredità.

3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo; l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora, anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente mnemonici[76].

E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_, il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori. Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_ = scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura. L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_, che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o immagini[77].

Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso. Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79] Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra; ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano, potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc., ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia, ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.

Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la _manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di _mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico _Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium, mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.

4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura: alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora, per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto, come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana, che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente, senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti, sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).

Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso determinassero il vero significato della complessa rappresentazione. Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento = oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di _volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente); _dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita, dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della montagna)[82].

È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo, per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.

Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine, un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito _Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_ (kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente = lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco (puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].

Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse, qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua, incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre, abbracciandolo alla base.

Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi, anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri. Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione «_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata _servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro, dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo, diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota, per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno». Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa, orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio di Victor Hugo?

Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse: così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi, ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani, che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma, anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].

Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore, che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma dedotte da osservazione di fatti.

Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie, così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.

5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura, si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la parola infine ci dà l’imagine o l’idea.