Part 3
5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato, perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi, era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare cucina.
Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato, mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro (V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie, faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].
Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto? Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui, perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui, fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato. Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_. Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.
6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione, sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es., vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].
Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo uso con i versi:
Li Duc ki les enfans ama Gunnor adoncques espousa, E li fi ki jà furent grant, Furent entre autres deux en estant Par dessus le mantiel la mère Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.
Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la ragion del riscatto su me»[46].
Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della popolazione[47].
7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel cerimoniale politico del Medio Evo.
Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk; tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù; perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].
Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no, la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè, perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni: quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso presso i Longobardi ed altri popoli germanici.
Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più: anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.
8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova. E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova abitazione[53].
9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente, pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.
Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello. Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa, ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi, che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al re, prima di battersi[54].»
Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.
Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo; e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme di citazioni usate da noi.
Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55]. Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure in Germania, sino nel secolo XVII.
In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre. Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione, quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il bisogno di sostituirvi altre forme.
10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.
CAPITOLO II.
Simboli descrittivi.
1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità. Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni, in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene dovevano venire gravissimi guai.
Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io, scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».
Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola _calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi, i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro, per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]: «Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore». Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure, una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia; essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria consegnate.
Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico: tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64]. E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto, significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde tartare.
Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento; e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento della compiuta adozione.
A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals, i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe (probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65]. Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre (erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre Ra-Undecunde[66].