I simboli

Part 2

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La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne: una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente. Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive. Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica, che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore, la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.

Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco, aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma con la sensazione del colore della pelle.

I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi, lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare, risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto, che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro, si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente, conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza, idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli stati di coscienza spariscono.

Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono, se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie, giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento, anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera, l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.

Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato da una sensazione, che le fu associata.

Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo, ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o immediatamente continua».

Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale legge di inerzia.

Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta; ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti, che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello, risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del sole.

Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua non del pensiero essere una sensazione attuale[25].

3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo, di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione, della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo, e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni, la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più elementari della vita sociale[27].

Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi della vita.

PARTE I.

FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.

CAPITOLO I.

Simboli di prova.

1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto, una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità (autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà, ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più, strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse stesse che il prodotto d’idee assai complesse.

Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi.

Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale; così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo, vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire, tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie.

Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova. Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli, estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio, possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi non fugga, dopo aver ricevuto i regali?

Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo, e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento, redatto dal notaio.

Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi giuridici non si sottraggono alla legge comune.

2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente, con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico: suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire; e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione, per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel presente le ricchezze future.

Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore; quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa. Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento scritto. È insomma una forma primitiva di prova.

Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore (un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio; poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32].

Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo godimento della proprietà.

3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna; certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa, facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita. Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i testimoni potevano attestarlo.

4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale, l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale, già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni.

Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla ai suoi genitori[37].