Part 1
BIBLIOTECA ANTROPOLOGICO-GIURIDICA — Serie II, Vol. XIX.
GUGLIELMO FERRERO
I SIMBOLI
IN RAPPORTO
ALLA STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO ALLA PSICOLOGIA E ALLA SOCIOLOGIA
FRATELLI BOCCA Librai di S. M. Il Re d’Italia
TORINO Via Carlo Alberto, 3 ROMA Corso, 216 FIRENZE Via Cerretani, 8
DEPOSITI PALERMO MESSINA CATANIA — 1893.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero.
A MIO PADRE
E
A MIA MADRE
PREFAZIONE
Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte; tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente negletti.
Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora attendono l’ora della giustizia.
Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore, dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime. Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle più tormentose infelicità del mondo moderno.
G. F.
INTRODUZIONE
La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.
1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più caratteristici della psicologia umana.
Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro, anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare, soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese _travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino _labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più forte cacciatore e guerriero[3].
Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana, da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio, la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.
Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot, volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente, mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi: ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande. «L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo, che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_» esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori, che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li circonda[6].
L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose, sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica. «La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto, il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti della scienza, guarire con rimedi da comari.
Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre, a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti: e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento incosciente.
Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica. Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica; divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo abbozzo, tutta la struttura politica.
Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni. Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].
Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte una splendida violazione delle leggi naturali.
Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora, le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini, in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si esauriscono.
2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente, se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto, pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].
Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come, senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.
«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente, perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente, non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro fatta alcuna suggestione».
Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire, come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione. La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_, della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo. Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso, l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava: «una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo l’intensità dell’eccitazione».
Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet, trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico, trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene; ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che, scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del pensiero?[17].