Chapter 29
--Ah, la vedremo!--andava mentalmente dicendo.--Domani a sera tenteranno la grande impresa per la liberazione d'Italia.... L'avranno, sì, l'avranno, l'Italia! L'avranno a Genova, a Livorno, a Napoli, e dovunque salterà loro il grillo di muoversi. E dire che se Bonaventura non era, se non li teneva d'occhio uno di questi poveri frati che i messeri del governo, per far cortesia alla plebaglia ubbriaca, hanno cacciato fuori come tanti lebbrosi, domani, sì davvero, sarebbero stati colti all'impensata! Che cime d'uomini! Ma vegliano per essi i lebbrosi, i reietti, e la Dio mercè comandano e comanderanno ancora un bel pezzo, a marcio dispetto dei libertini....--
Il monologo fu interrotto in questo punto da un altro de' sorrisi invisibili di padre Bonaventura. Il sarcastico uomo, non sapendo con chi pigliarsela, scherniva sè stesso.
--Adagio, Biagio! Tu vai mulinando una predica, come se si trattasse ancora di parlare ai fedeli nella chiesa di Sant'Ambrogio, o di tener bordone ai colleghi Curci e Bresciani sulla __Civiltà Cattolica__. Quegli arruffapopoli hanno la loro parte di ragione.... cioè intendiamoci, l'avrebbero, se venissero a capo de' loro disegni. __Post factum lauda__. Ora comandiamo noi ed abbiamo ragione noi; questo è il punto. Branco di pecore matte, che non s'avvedono del lupo! E più matti quei giovani presuntuosi che s'attentano di tenere il campo contro di noi. Il Salvani, il colonnello in erba, l'avrà domani, la sua, e più salata che forse non pensa. Quanto all'altro.... Oh ecco! questi ha da essere proprio il Collini; sono infatti le undici.--
Era una nuova scampanellata (i lettori già l'indovinano), che interrompeva ancora l'allegro monologo del gesuita.
Il dottor Collini, che infatti era egli, entrò nello studio del suo antico maestro.
--Oh, buon giorno; capitate proprio a tempo;--gli disse Bonaventura.
--Mi avevate detto di esser da voi a quest'ora, e sono puntuale;--soggiunse il Collini;--la puntualità è la cortesia dei principi, e dei medici.
--E qui poi, dove non c'è nè un suddito nè un ammalato,--ripigliò il gesuita,--bisognerà darvene lode due volte. Sedete e ragioniamo.
--Domani a sera, dunque,--incominciò il Collini ex abrupto,--metteranno il fuoco....
--Lo so.
--Il Mazzini è in Genova da parecchi giorni, e....
--Lo so.
--Il Salvani s'è riserbata l'impresa della Darsena....
--Lo so.--
Il dottor Collini, interrotto da tutti questi monosillabi, ammutolì.
--Orbene, non dite altro?
--Che ho più da dir io, se ad ogni capoverso delle mie notizie rispondete: lo so?
--E sta bene; so per l'appunto tutte le cose che volevate accennarmi; ma non c'è proprio altro, e di più rilevante, che pure avevate da dirmi?
--Non v'intendo, padre mio.
--Ah, vedo che bisognerà rinfrescarvi la memoria. Il negozio del vostro banco.... Come si chiama il vostro banco? Cardi e....
--Cardi Salati e compagni.
--Benedetto nome! Cardi Salati e compagni; me lo dimentico sempre. Or dunque, vi siete già intesi?
--Ma.... non ancora. Credevo che fosse un negozio poco urgente, da parlarne poi, a bell'agio e a mente riposata.
--No, no, v'ingannate, figliuol mio. È urgentissimo, anzi, e mi sta a cuore.
--Vi sta a cuore!--notò a denti stretti il Collini.--Io del resto ne ero già entrato, ma così alla grossa, e senza conchiuder nulla. Sapete che siamo cinque socii, che anzitutto a trovarci tutti insieme, e poi a persuaderci scambievolmente.... D'altra parte, si tratta di una somma ragguardevole, e di questi giorni non credo ci sia tanto danaro in cassa da poterne cavare tutto questo in una volta.
--Pretesti! ragazzate!--sentenziò Bonaventura. Queste cose s'hanno a poter fare in mezz'ora. Quanto al danaro, ne entrerà tutti i giorni. E poi, perchè lo tenete, se non per darlo a prestito e guadagnarvi su? Ora, questo negozio è d'oro, e così buone occasioni non capitano mica ogni giorno!--
Il Collini non rispose nulla a queste considerazioni; ma, con accento da cui trapelava un tal po' d'amarezza, ne fece egli un'altra al maestro.
--Avete una gran voglia di aiutarlo, questo nobile spiantato!
--Sì, non lo nego, gli ho posto amore;--rispose Bonaventura, facendo ballar tra le dita la stecca che aveva tolta dallo scrittoio; segno che incominciava a perder la pazienza.
--E perchè, in tal caso.... Scusate, padre, se vi parlo alla libera....
--Sì, dite, dite; c'è sempre qualcosa da imparare, a sentirvi.--
Il Collini fece una smorfia; ma proseguì:
--Perchè, in tal caso, non gliele date voi ad imprestito, le trentamila lire?
--Io non le ho.
--Potete fargliele imprestare dal suo nonno, che ha tanti conti da saldare!--incalzò il Collini.
--Ragazzo!
--Ragazzo! Me lo avete già detto troppe volte.
--Perchè siete tale, e non volete mutarvi mai. Uomini nati ieri, che v'impancate coi vecchi, e non sapete ancora l'abbiccì della vita! Sentite, Collini; siete stato mio scolaro, e non avete fatto mala prova. La gente vi ha stima, come medico, lo concedo. Ma voi dovreste pur ricordare che tutto ciò che siete ora, non è merito del vostro ingegno, sibbene di chi ha preso a proteggervi.
--E l'ho io mai negato?--chiese il giovine, non giungendo ancora ad intendere dove volesse andare il gesuita.
--No,--soggiunse questi,--ma col fatto mostrate di volervi ribellare a quando a quando. E ciò non va bene. Lasciamo stare la gratitudine, santa che non è sul vostro calendario; lasciamo stare anche il vostro tornaconto, che io serberò per le frutte; parliamo da amici, da gente che si conosce, e che ha da stare insieme come pane e cacio. Queste vostre ribellioni mi seccano. Siete fidato ed operoso ma nella vostra fedeltà e nella operosità vostra recate troppi difetti. E i vostri difetti, figliol mio, se durano, leveranno il pregio ai vostri servizi.
--Difetti....--si provò a dire il Collini.
--Sì, e non lievi. È il vostro vecchio maestro che ve lo dice, e che vuol darvi un insegnamento. Sarà l'ultimo. Volete che io vi dica quel che siete? Un cervello piccino. Ecco, voi eravate nulla, e da fanciullo, in collegio, portavate invidia ai più ricchi, ai più svegliati, ai più belli di voi. Una penna dorata, un calamaio, un astuccio di matite, messo in mostra da uno de' vostri fortunati compagni, vi facevano stare in broncio per intiere giornate. Non eravate ricco di biancheria, nè di quei gingilli con cui si adorna la gioventù, ed eravate lì sempre a tirarvi i manichini, a rassettarvi allo specchio. Sono inezie, scusate, ma dalle inezie del fanciullo fanno capolino i vizi dell'uomo fatto. Vi ricordate la scena col Pedralbes? Amore della nettezza, direte voi, e sarà; ma intanto, quando il Pedralbes, vostro vicino allo studio, nella camerata, ebbe a farvi schizzare per caso una macchiolina d'inchiostro sulla vostra camicia di lino, gli metteste rabbioso i pugni sotto il naso, e minacciaste di richiamarvene al rettore, se egli non vi dava in cambio una delle sue belle camicie di tela battista, che guardavate da un pezzo con tanta malinconia di desiderio.
--Ma Padre, queste piccolezze....
--Abbiate pazienza; ora vengo al buono. All'università non vi siete mostrato punto dissimile da quello che eravate in collegio. Eravate assiduo alle lezioni, sempre a capo della prima panca, perchè i professori vi vedessero pigliar note di continuo, far tesoro dei loro insegnamenti. Ed anzi, per non averne a perdere un ette, imparaste anche la stenografia, e notaste ogni cosa, perfino gli spropositi. I vostri compagni vi chiamavano lo sgobbone; ma voi non ve ne davate per inteso, e tiravate innanzi a studiare. Ciò tornava ad elogio vostro, sicuro; non già il ricusar che facevate i vostri quaderni ai compagni, quando all'avvicinarsi degli esami, taluno di essi faceva capo a voi, perchè gli dèste una mano. Ricordate il Cosmelli, che tenuto a bada dalle vostre mezze promesse, non ebbe poi i quaderni, e fu coperto di palle nere all'esame?
--Voi vi ricordate di molte cose,--entrò a dire il Collini, che s'andava contorcendo sotto i colpi del sarcastico aguzzino,--ma io ricordo altresì che allora voi stesso mi deste ragione, perchè il Cosmelli era figlio d'un liberale.
--Non si tratta di me, ma di voi;--disse Bonaventura di rimando.--Proseguiamo intanto. Più tardi venne il tempo di raccogliere ciò che avevate seminato; venne il tempo degli onori, dei guadagni e degli amori. La vostra passione suprema, l'invidia, si manifestò sotto tutte le forme. Volevate esser ricco, per andar di pari passo coi ricchi; del dotto invidiavate i ciondoli, dell'elegante la sciocca attillatura, del giovinotto più in voga le avventure galanti. Credo che se un giorno passando per via aveste veduto far ressa intorno ad un pagliaccio e ammirarne le capriole, avreste invidiato la gloria del pagliaccio. E le donne, come piacevano a voi? Perchè piacevano ad altri. E quali vi piacevano di più? Quelle che notavate più riverite, più decantate dal pubblico. Corteggiavate la Cisneri perchè attorniata di spasimanti; v'impuntaste ad ottener le sue grazie per soddisfare una smisurata vanità, e ci guadagnaste una briga con Aloise di Montalto. Volevate atteggiarvi da cavaliere, da spadaccino, per non parere, anche in questo, da meno dei più celebrati Don Giovanni; e ne avete riportato il danno le beffe. Nè vi basta; c'è ancora il desiderio di mettere il vostro cuore a' piedi della Torre Vivaldi. Crescono gli anni, la superbia del pari. Che diamine? la più ragguardevole dama, la più bella di Genova; e non ci saremmo un tantino anche noi, inginocchiati sul tappeto? C'è Aloise di Montalto, e noi no? Egli cercato, desiderato, voluto in casa dal marito, e noi no? Egli entrarci di primo acchito, laddove noi da due anni andiamo inutilmente implorando l'onore....
--E voi, padre, da due anni me lo contendete!--interruppe sdegnoso il Collini.
--Io non vi ho conteso nulla,--rispose Bonaventura, con la sua pacatezza crudele.--In queste cose io non c'entro. Il marchese Antoniotto non può chiamarvi presso di sè come medico, dacchè ci ha il suo, del quale non ha ragione a lagnarsi. Come amico, non vi conosce: non siete della sua sfera, e non può nè deve sapere che voi desideriate tanto di entrare in casa sua. Aloise di Montalto è in quella vece un gentiluomo....
--Senza il becco d'un quattrino.
--Più o meno; certo non è ricco, ma gentiluomo.
--Or bene, se vuol quattrini, li pigli a prestito dai gentiluomini.
--Lasciatemi finire, e glieli darete voi.
--Sì,--gridò amaramente il Collini,--perchè possa pagare il __phaeton__ testè comperato a Milano; perchè si possa cavare il ruzzo di avere i due cavalli inglesi del principe Sobinski, e di sfoggiarla da gran signore sulla strada di Quinto....
--Sicuro, per tutte queste belle cose. Vedete, Collini, qui le vostre solite malinconie vi disaiutano, come sempre, e vi acciecano, come tante altre volte. Se foste un uomo avveduto, come vi dànno vanto di essere, avreste già capito che questo giovanotto manda le cose sue a rifascio; che con sette od ottomila lire di entrata, necessarie a vivere, non si possono far debiti senza mangiarsi il capitale. O che? vedete un giovine sodo, assennato fino al presente, il quale incomincia ad operare da pazzo, e non capite che le pazzie degli uomini sodi sono le più gravi e menano più rapidamente in malora? Per una vostra invidiuzza, per la soddisfazione di un momento, rinunziate ad una contentezza di tutta la vita? Venite qua, e consideriamo la questione da ambedue i lati. Entrate voi in casa Torre Vivaldi? No. Ed anco entrandoci, che fate? Nulla. Ve lo trovate di fronte, lui, sempre lui. Vi dà l'animo di romperla? Nemmeno. Ed anco se il cuor vi bastasse, vincereste il cuore di una donna come la Ginevra? Neppure. Egli ha gioventù, nome, bellezza, e non le ha baciato il sommo delle dita. Che otterreste voi, che non potete entrare in paragone con lui, e che al cospetto di quella avreste il gran torto di farle ricordare l'accaduto di San Nazaro? Ma guardate da quest'altra parte, la vendetta vera, la vendetta piena, la vendetta sicura. Tra un anno, Aloise è sul lastrico....
--Ah!--interruppe il Collini.--Così diceste il vero!
--È in vostra balìa che ciò avvenga. Non vi lasciate sviare dalla piccola invidia e della piccola vendetta; proseguite la grande. Ci guadagnerete voi, e non ci perderanno gli altri, che voi impacciate coi vostri rancori e le vostre imprese piccine. E qui torno al mio primo concetto, dal quale ho dovuto dilungarmi per voi. Obbedite senza disputare. La Compagnia, voi lo sapete meglio di tutti, non ha mai dimenticato i suoi fedeli. Essa ha il suo tornaconto a farvi salire, perchè altro è il servigio reso dal basso, altro il servigio reso dall'alto. Non mi parlavate voi d'un matrimonio? Orbene, io posso farvi contento, quando avremo dipanata tutta questa matassa.
--Ma....--disse il discepolo a cui gli occhi sfavillarono subitamente,--quel nobilume accetterà d'imparentarsi con me?
--Perchè no, se noi lo vorremo? La fanciulla non ha volontà. Il consiglio di famiglia è tutto cosa nostra. Quanto alla nobiltà, siete un uomo per la quale; da due anni cavaliere; tra pochi giorni potrete essere uffiziale, e commendatore al tempo del matrimonio. Vi si farà eleggere deputato, se occorre. Farete una professione di fede costituzionale. Insomma, salirete, e i vostri nemici saranno nel fango.--
Abbacinato da tutte quelle grandezze che il maestro gli sciorinava sugli occhi, il Collini rimase un tratto sovra pensiero; quindi alzando la fronte e scuotendo il capo come uomo che ha pensato il pro ed il contro, rispose:
--Orvia, capisco che bisognerà fare a modo vostro. Il Montalto avrà domani le trentamila lire.
--Ah, così vi voglio!--soggiunse Bonaventura, alzandosi da sedere.--Ma badate; lettere di cambio! lettere di cambio! È vanaglorioso e vorrà pagare alla scadenza; perciò si voterà anco al diavolo, e in cinque giorni venderà per trenta ciò che vale sessanta. Voi mi capite.
--Oh, non dubitate. Padre mio; gli costeranno salate, quelle trentamila lire. Scadenza a tre mesi!
--__Optime, fili mi__; e lasciatevi vedere domani, che oggi s'è lavorato abbastanza.--
XXXII.
Nel quale i lettori non genovesi impareranno chi fossero Barudda e Pippía.
Noi lasceremo adesso il padre Bonaventura alle sue cure, e terremo dietro al Bello; il quale, dopo aver fatto una lunga sosta nella sala da giuoco della bottega da caffè del Gran Corso, dopo aver salutata la Violetta e chinata pazientemente la testa a tutti i suoi mattutini capricci, dopo essersi bisticciato a tavola colla sua cara metà e aver misurato una mezza serqua di ceffate alle sue guance carnacciute, se n'è uscito zufolando dal tetto maritale, per andarsene a fumare un mezzo sigaro fuori di Porta Pila, tanto per far giungere l'ora di andare dai Servi, dove avrebbe potuto, all'imbrunire, far l'ambasciata di padre Bonaventura.
Gli stava a cuore di render servizio al gesuita. I lettori che ci hanno seguitato fin qui, sanno che legami corressero tra i due. Bonaventura conosceva tutte le marachelle del Bello, e lo teneva come la biscia all'incanto. Talvolta, poi, quantunque non volesse confessarlo al Collini, gli lasciava cadere di bei contanti tra le mani, in premio de' suoi servigi, e segnatamente per quest'ultimo gli aveva promesso un largo beveraggio. Su questo faceva assegnamento il Bello, ed anche sulla metà di quelle duemila lire che il gesuita gli aveva a snocciolare per la magna impresa del Guercio.
I denari non duravano molto nelle tasche del Garasso. Contrariamente a quella tal borsa della favola, dove tanti ne toglieva il felice padrone, altrettanti ne germogliavano dal fondo, quella del nostro Adone, più egli ce ne metteva, più sempre era vuota. Laonde, si sarebbe potuto paragonarla a que' terreni sabbiosi che appaiono asciutti e screpolati mezz'ora dopo il temporale, a cagione del sole che, dardeggiando assiduo dall'alto, li va prosciugando di continuo. E il sole del Bello era la Violetta, quella Violetta che l'aveva stregato, per la quale si metteva sotto i piedi le gioie sacramentali, e torceva gli occhi dalle bellezze stantìe dell'amorosa consorte.
La Violetta era una di quelle donne che non si sa donde siano venute, nè dove vadano a finire; talvolta condotte al male dalla turpe miseria, più spesso dal lusinghevole esempio del lusso delle loro sorelle in Eva; fuorviate qualche volta da Alcibiadi spiantati, presso cui riempiono gl'intervalli (ahi troppo lunghi!) di più superbi amori; più spesso da logori Cresi, che esse consolano della freddezza o del tedio domestico; che poscia, avvezze al mercimonio, passano di mano in mano senza arrossire, come le cartelle del debito pubblico, e, ragguagliate da principio a cento, valgono ottanta da capo, oscillano insomma, oscillano sempre tra il più e il meno, tra il meno e il più, secondo i capricci del caso e la credulità della gente.
Costei ci aveva i suoi trenta suonati; però lasciamo argomentare a voi se non avesse oscillato. Aveva già dato il pretesto ad una separazione di coniugi; mandato due cassieri in Isvizzera ed un mercantuzzo in prigione per bancarotta fraudolenta; spennacchiati cinque o sei figli di famiglia, e messo un tutore al punto di non poter rendere i conti ai pupilli. Il resto si omette per brevità.
Vi basti sapere che da qualche tempo era scaduta un tantino, e aspettava la rivincita dal mondo ingrato, vivendo in un quartierino modesto, che si apriva a pochissimi; andando di rado per le vie, ma sempre contegnosa come una vedovella che non vuol sentir parlare di Cupido se non è accompagnato dal suo collega Imeneo: mostrandosi nei teatri a tutte le prime rappresentazioni, e non accettando, da quei pochissimi che abbiam detto, altro che fiori e cartocci di zuccherini; segno che li teneva a stecchetto. Nessuno sapeva dond'ella cavasse i danari, per menar quella vita; si facevano chiacchiere di molte, e senza dare nel segno. Era ciò che ella voleva; il resto sarebbe venuto da sè.
Questa cartella che s'industriava a crescer di prezzo, in un mondo il quale non cura che il valsente, al cospetto di uomini i quali stimano e ragguagliano tutto a lire e centesimi, virtù, vizio, dolore e piacere, era posseduta segretamente, o, per dir meglio, era lei che possedeva il Garasso. Egli, corto ingegno ed uomo volgare, non sarebbe mai venuto a capo d'indovinare i fini riposti di quella donna, che lo chiamava __biondino__ e lo comandava a bacchetta. Essa lo accoglieva e lo rimandava quando le mettesse conto; gli teneva il broncio, e col broncio la porta chiusa, per intiere settimane; poi lo racconsolava con mezze carezze. Ed egli durava quella vita, metteva fuori quattrini, e gli pareva ancor grazia. Quella fragranza, anche viziata, di donna elegante, era una certa novità che egli non aveva sentito mai, egli stropicciatosi per tutta la sua gioventù con gente da taverna e da bisca. In quella casa si sentiva odor di giaggiolo; colà passeggiava su d'un tappeto di lana, in mezzo a pareti coperte di carta felpata, e sedeva su d'un canapè foderato di velluto, mezzo seta e mezzo cotone.
Qualche volta (e questo era avvenuto per l'appunto in carnevale) la Violetta non aveva reputato disdicevole alla sua dignità di indossare le umili vesti della popolana, e imbacuccata nel mèzzaro far le notturne scappate con lui, gongolante e pomposo, nelle festicciuole della bordaglia. Quella era una degnazione! Se la signora Momina l'avesse veduta, e avesse potuto sollevare la maschera di quella femmina che posava audacemente il suo braccio su quello del suo maritino, certo sarebbe morta d'apoplessia. Ma egli era così felice a sentirlo sotto il suo, quel braccio delicatamente tornito! Quella bocca mezzo nascosta dal pizzo della maschera, sapeva bere con tanta grazia lo sciampagna apocrifo delle trattorie! E quando aveva bevuto, sapeva dirgli tante tenerissime cose! __In vino veritas__, avevano sentenziato gli antichi, e gli antichi la sapevano lunga. Dunque essa lo amava, non amava altri che il suo biondino, essa, corteggiata, desiderata da tanti pezzi grossi, che le recavano inutilmente i fiori e i cartocci di zuccherini!
Da parecchi giorni la maliarda ci aveva delle voglie pazze. Il suo salottino non le andava più a' versi, e bisognava metterlo a nuovo, sacrificando il vecchio velluto rosso ad un fresco ed elegantissimo tessuto verde a cordelloni. Abbiamo dimenticato di dirvi che la Violetta era bionda, epperò il verde le andava a capello.
Il biondino non diceva mica di no; ma in quel mese egli aveva già speso molto per lei, e la vena del giuoco, da cui cavava una parte de' suoi guadagni, dava uno scarso zampillo, a cagione dell'estate che sparpagliava i merlotti fuori del nido. Ora non è a dire se i denari del gesuita venissero a taglio, e se per guadagnarli egli ci andasse di buone gambe.
Con questi pensieri in capo, come gli parve ora da ciò, rifece la sua strada, e giunto ai quattro canti di Portoria tirò da mancina per la piazza di Ponticello e pel borgo de' Lanajuoli fino alla via dei Servi, dove andò ad infilare un buio portone, il quale era sormontato da una nicchia, con entro una Madonna di gesso, tinta di giallo, e onorata di una lanterna dalla pietà del vicinato. Un'altra lanterna splendeva nell'androne, tanto per lasciar leggere, sulla tela trasparente che le stava tesa sul maggior lato, la scritta seguente: «__Teatro del Forte in gamba.--Questa sera si recita.--Entrata: dieci centesimi__».
Il Bello si affrettò per una scala umidiccia e logora dal lungo uso, col passo spedito di un uomo assai pratico del luogo. Al primo pianerottolo una lucerna a riverbero, appiccicata al muro, rischiarava il cartellone dello spettacolo, che diceva così:
DON GIOVANNI BASTARDO D'AUSTRIA _con Barudda padre guardiano e Pippía converso_ _nel monastero di San Giusto._
Il teatro era al primo piano, e ci s'entrava sollevando una cortina unta e bisunta, proprio di rincontro alla lucerna e al cartellone che v'abbiam detto. Figuratevi un camerone, una stamberga dalle pareti ruvide, disuguali, il cui intonaco, nelle sue frequenti sfaldature, mostrava sei o sette mani di bianco datevi su da altrettante generazioni, con uno zelo degno di miglior causa. Lo zelo dell'ultimo padrone si chiariva altresì da certe strisce di carta tinte di terra rossa, che la pretendevano a simulacri di colonne, e da certi sgorbi d'ogni colore che volevano parer fregi, festoni, fioroni, ed altri consimili ornamenti. Dalle nere travature del soffitto pendeva una specie di lampadario spento, che sembrava piuttosto un arnese da pigliar mosche, e che si accendeva solo nelle grandi occasioni, vogliam dire allorquando la sala diventava una festa da ballo, e il palco del teatrino si tramutava in orchestra. La luce fioca che stenebrava il camerone, si spandeva per consueto dai fungosi lucignoli di due lumi a stella, le cui spere di latta pendevano dalle pareti, l'una di rincontro all'altra, e non venivano a capo di confondere i loro riverberi nel mezzo della sala.
Nè vanno dimenticati due cartellini, scritti a stampatello, l'uno de' quali accennava alla vendita di birra e gassosa, e l'altro significava il divieto di certi servizi che avrebbero potuto danneggiare l'intonaco. I lettori discreti intenderanno la perifrasi. Il pavimento era di mattoni, che, stropicciati un tal poco, svolgevano in aria una finissima polvere rossigna; ma il Forte in gamba li risciacquava diligentemente ogni giorno, per non levare addirittura il respiro al colto pubblico che veniva ogni sera a sedersi e a far baccano sulle dieci panche zoppe e sconnesse della platea.