Chapter 30
Il Forte in gamba, così detto per ironia, e contento del suo battesimo per modo che egli stesso s'era pigliato quel nome e messolo per insegna del suo teatro, era un uomo sui quarantacinque, o in quel torno, dal viso buffonescamente arcigno, dal mento sporgente, dai capegli rabbuffati che gli uscivano per tutti i versi da un vecchio berretto della guardia nazionale. E non dimentichiamo, ad onore del suo soprannome, che aveva le gambe fuori di sesta. Era egli il primo attore della sua compagnia di fantocci; suo figlio l'aiutante; sua moglie, od altro che fosse, faceva le parti di donna; in tre parlavano per dieci. Qualche volta l'uditorio strepitava; la ragazzaglia scontenta scagliava sul palcoscenico i turaccioli delle bottiglie stappate e le bucce delle melarance mangiate. Ma allora, bisognava vedere! Il dramma s'interrompeva; la prima donna restava lì, colle braccia in aria; il primo amoroso in ginocchio davanti a lei, ma collo smalto degli occhi verso gli spettatori; e da una cortina di fianco alla scena sbucava il berretto di guardia nazionale colla zazzera scompigliata dell'impresario, e una voce sgarbata tuonava all'assemblea.
--Furfanti! canaglia! Or ora vi accomodo io....
--Forte in gamba! Forte in gamba!--gridavano i ragazzi.--Badate che non vi si rompano gli __esse__.--
Gli __esse__ erano le gambe del nostro primo attore, e non è a dire come gli cuocesse lo scherno.
--Ah, sì, pendagli da forca? Gli esse? Ora ve li do io in quel servizio, gli esse! E tu che ridi, e mi fai le fiche, figlio di.... aspetta a me!
--Non son io. Forte in gamba, non son io che ho tirato!--urlava il ragazzo mal capitato, a cui l'impresario, uscito dalla sua tana, ministrava una correzione esemplare.--È quell'altro.... il figlio della Rossa.
--Sì? il figlio della Rossa? Orbene, tu pagherai per lui e per te!--
E lì una gragnuola di busse, un baccano, un diavoleto. Il Forte in gamba, che era arrogante come tutti i segnati da Dio, l'avrebbe fatta a tu per tu con Sansone, e soleva dire che non aveva paura nemmeno di cento. Bisognava sentirlo, quando, invece di ragazzi, erano uomini fatti che gli davano la baia!
--Malandrini! tagliaborse! Andate in chiesa a fare il vostro mestiere, a guadagnarvi la protezione di Sant'Andrea, che vi farà rivedere il sole a scacchi. Zitto là, mascalzone! È questa la scuola che t'hanno data in Oneglia? Voglion ridere de' fatti tuoi i mùggini della Siberia, quando ballerai la monferrina sul Molo vecchio! Tacete, voi, stradina, giubilata del Laberinto, buona a nulla, nemmeno a far la pappa al diavolo, nella cucina delle streghe!--
Queste gentilezze (delle quali i lettori non genovesi potranno intendere qualcosa, quando sappiano che a Sant'Andrea erano le carceri, sul Molo vecchio le forche, a Oneglia il penitenziario, e al Laberinto, sulle mura delle Grazie, l'infimo ritrovo di.... tutto quel che vorrete) queste gentilezze, diciamo, ed altre simiglianti, non avevano mai conseguenza di busse. Si rideva, si sghignazzava, si faceva rimando d'ingiurie, fino a tanto che il Forte in gamba, sentendosi stracco di lingua, non reputasse miglior partito rientrar nelle quinte co' suoi fantocci e ripigliar lo spettacolo al punto in cui lo aveva lasciato.
E adesso che avete potuto congetturare, dai battibecchi dell'impresario coll'udienza, che razza di gente bazzicasse in quella stamberga, non sarà male che diciamo alcun che delle rappresentazioni. Il teatro del Forte in gamba era celebre, come il suo padrone, in tutto il popoloso quartiere dei Servi, e in altri circostanti, che gli mandavano ogni sera il loro contingente di spettatori. Colà si recitavano drammi stupendi, come il __Guerrin meschino, i Reali di Francia, la Bella Maghelona, Ginevra di Brabante__, ossia il __Trionfo della virtù__, e commedie da sbellicarsi dalle risa, come i __Tre gobbi__, il __Flauto magico__, la __Serva padrona__, ed altre imitazioni di commedie e d'opere buffe dei maggiori teatri, ma sempre, nelle commedie e nei drammi, introducendo per amore o per forza i due personaggi di Barudda e Pippía, senza i quali il dramma non sarebbe stato un dramma, e la commedia non sarebbe stata una commedia, pei frequentatori del teatro. Il Forte in gamba s'era qualche volta arrisicato a calzare il coturno, cioè, intendiamoci, a calzarne i suoi fantocci, rappresentando qualche tragedia, come l'__Oreste__ dell'Alfieri; ma in questo caso Oreste era Barudda, e Pilade, l'amato Pilade, assumeva il nome e le spoglie del collega Pippía.
Chi erano questi personaggi? Oramai s'è indovinato; erano maschere del teatro popolesco di Genova. Ma quello che molti non sapranno ancora, e che bisognerà dire, si è che queste erano, e sono pur tuttavia ignobili maschere, e da non potersi dicevolmente raccomandare ad ogni ragion di lettori.
Barudda, il più notevole dei due, parla continuamente furbesco, e vi accompagna sempre le parole, anzi le sillabe, con suoni sconvenevoli. Gli è un tipo di screanzato. Ha un viso tozzo, avvinato, bitorzoluto, e va quasi sempre in maniche di camicia. Pippía non è altro che un suo scolaro degnissimo; mingherlino, pallido (come il __morticino__ dei vecchi fiorentini) col viso tirato a costa di spatola; va sulle pedate del sozio, quanto a morale, ma in genere non gli contende il privilegio dei suoni anzidetti; del resto parla furbescamente come lui, ma con un vizio di pronunzia che gli fa mettere la lettera Ve dappertutto. Egli, verbigrazia, vi dirà ova in cambio di ora, e per dirvi __vengo__ vi dipanerà un __vvvv....engo__, da non finirla più.
E questi due personaggi senza legge nè fede, quantunque chiusi nella ristretta cerchia d'un quartiere di Genova, hanno tre o quattro stamberghe per sè, dove attirano quella udienza che abbiam detto, e tutti i curiosi più arrisicati di altre classi, i quali volendo guadagnarsi il titolo di «Ligure istrutto nella sua patria» non si peritano di portare in quei luoghi il loro cappello a staio, che non sempre ne esce sano. Il lettore conosce certamente di fama alcuni di questi teatri; quello del Forte in gamba, celebre ai tempi di cui raccontiamo, è chiuso da un pezzo, nè sappiamo il perchè. __Habent sua fata Baruddae__.
La rappresentazione del __Don Giovanni, bastardo d'Austria__ era cominciata da un pezzo, quando il Bello entrò nello stanzone. Le prime panche erano stipate di gente: ma tra perchè tutti erano intenti allo spettacolo e non mostravano altro che la collottola, e perchè una fitta nube di polvere e di fumo ingombrava la sala, il nostro eroe non venne a capo di distinguere alcuno degli spettatori.
Egli era andato verso la parete, dove era vuoto il sommo d'una panca. Colà, messosi a cavalcioni, colle spalle al muro, aspettò che la nuvola si diradasse, o che i suoi occhi, avvezzati alla mezza luce della stamberga, gli facessero servizio migliore.
Una femmina, che stava seduta in un angolo, si alzò come lo vide e mosse alla volta di lui. Costei, che non doveva essere stata brutta alcuni anni addietro, ma che le consuetudini di una mala vita avevano sciupata anzi tempo, male in arnese, discinta, con le trecce rossigne scompigliate dagli atti maneschi della pubblica benevolenza, era la tavoleggiante del luogo, e veniva a chiedergli, con aria di vecchia conoscenza, se volesse da bere.
--Sì,--disse il Garasso, dandole un pizzicotto sulle guance avvizzite,--portami una mezza bottiglia di birra, ma che faccia spuma.
--Non dubitate. Bello,--rispose la femmina, schermendosi destramente dalle sue carezze,--è birra __numero uno__.
--Come il tuo primo amante, che Dio l'abbia in gloria?
--Che? lo fate già morto?
--E seppellito da vent'anni, Maddalena.
--Eh, lo so pur troppo, di non esser più bella, nè giovine! Ma un tempo c'è stato che non parlavate così neppur voi.
--Sì,--soggiunse il Bello,--quando non avevo ancor fatto gli occhi. Ma, a proposito d'occhi, dov'è il tuo innamorato, ch'io non lo vedo?
--Se li avete ora, cercatevelo! Io non l'ho mica in tasca.--Tra queste chiacchiere, Maddalena aveva presentato al Bello il vassoio di ottone, con suvvi il bicchiere e la mezza bottiglia di birra. Allo scoppio del turacciolo che saltò in aria, parecchi spettatori si volsero, ma tra quelle facce patibolari, il nostro eroe non riconobbe quella del Guercio che andava cercando.
--Che non ci fosse!--diss'egli tra sè.--Per solito egli non manca mai. Ho fatto male a dar la baia a Maddalena.--
Con questo pensiero in capo egli si volse alla femmina, porgendole il bicchiere con atto di popolesca cortesia.
--Maddalena, bevete.
--Non ho sete, io.
--Bevete, via, non mi tenete il broncio.
--Io non l'ho con nessuno.
--Oh sì, l'avete con me, con un vecchio amico....
--Tutti amici ad un modo, quando mi pagano.
--Orbene, io vi pagherò la mezza per intiera, purchè facciamo la pace. Suvvia, Maddalena; non vedete che ho fatto per celia? Ditemi, quando sentiremo le denunzie nella chiesa dei Servi? Il Guercio vi ha pure promesso di darvi presto l'anello!
--Oh, siete tutti d'una pasta, voi altri uomini! Così non avessi mai dato retta ad alcuno! Non avrei logorata la mia giovinezza, e sarei rispettata un pochino di più.
--Non pensate a queste sciocchezze, Maddalena; il Guercio vi vuol bene. L'altro giorno ancora me lo diceva; se faccio tanto di guadagnare certi quattrini, vo' metter su casa e sposarmi la Rossa.
--Non li guadagnerà mai,--rispose Maddalena rabbonita,--e non metterà su casa, e non troverà mai il giorno nè l'ora di mantener le promesse.
--Voi vedete tutto nero; e se egli sapesse che voi ci avete così poca fede....
--Ohè, da poppa!--tuonò improvvisamente una voce stentorea dalle prime panche.--Fate silenzio!--
Una risata universale tenne dietro al comando. Maddalena confusa volse le spalle, e andò a rincantucciarsi sollecita. Il Bello stette fermo, come se non avessero detto a lui, e poichè non gli era dato saper nulla di ciò che voleva, si fece a guardare la scena.
L'uditorio quella sera non era contento del Forte in gamba, perchè già si era al secondo atto, e Barudda e Pippía non avevano ancora mostrato il grugno. Questi erano tiri non infrequenti dell'accorto impresario, il quale non amava spendere ogni sera i pregi singolari di quella artistica coppia, e di tanto in tanto metteva fuori certi drammi, nei quali Barudda e Pippía non avevano che una particina da nulla. Ma allora l'uditorio, desideroso più che mai di sentirli, faceva baccano, e per la sera seguente si era certi di averli in scena dal principio alla fine del dramma.
Il Bello, come dicemmo, si fece a guardare la scena, dove Filippo II, vestito con quello sfarzo che i lettori potranno argomentare, stava dichiarando l'amor suo alla prima donna. La quale, non volendo saperne di lui, e messa alle strette dalle troppo vivaci espressioni della sua regia benevolenza, gli diceva:--scostatevi, sire; io sono un'ebrea.
--Un'ebrea!--gridava il re, che odorava il Sant'Uffizio. E non potendo impallidire, poichè non glielo avrebbe consentito il colore ad olio, nè la sovrapposta vernice, balzava indietro come uomo che si avveda di aver posto il piede sulla coda d'un serpe.
Ma l'udienza, che non partecipava agli scrupoli nè alle paure del re, gli dette apertamente dell'asino.
--E di che diamine avete paura, signor re?--gridava uno degli spettatori.
--Ve' come gli è sbollita, a quel re!--soggiungeva un altro.
--Ce ne vorrebbe uno che conosco io; e vedere se si tirerebbe indietro come lui!--
Questi ed altri consimili erano i discorsi; ma quinci e quindi uscivano, al ricapito del povero Filippo II, altri suoni, che Dante si sarebbe provato a descrivere con qualche vigorosa terzina, ma che noi non ardiremo neanche accennare in un periodo di umilissima prosa.
Il monarca di quello Stato su cui non tramontava mai il sole (come fu detto nello stile cortigiano del suo tempo) faceva intanto la più trista figura del mondo. Voleva parlare, e le sue parole erano soffocate dal tumulto popolare. Anche la prima donna era sgomentata, e agitava le braccia verso la platea, quasi chiedendo, in nome del rispetto dovuto al bel sesso, un po' di silenzio. Ma sì, altro che silenzio; la burrasca ingrossava.
--Vada via il re, e venga Barudda!
--Sì, Barudda e Pippía!
--Signori, mi avete già rotte le scatole,--rispose dai cieli del palcoscenico la voce dell'impresario.
--Le romperemo a te. Forte in gamba,--ribattè dalle prime panche della platea un'altra voce, che fece rizzar la testa al Bello;--le romperemo a te, se non ci dai Barudda e Pippía. Quelli sono amici che si può starli a sentire, perchè non hanno tante fisime, come il tuo re, che il diavolo lo porti.
--Guercio, un po' di pazienza!--disse il Forte in gamba, senza uscire dal suo nascondiglio.
--La pazienza l'hanno i frati!
--Bravo! e Barudda, che è frate nel monastero di San Giusto, ha la pazienza che manca a voi altri. Aspettate che la scena sia nel convento, e lo vedrete.
--Fatecelo vedere fin d'ora,--interruppe dal suo posto il Bello,--tanto da assicurarci che non l'avete messo in pegno per pagar le tasse.
--Sì, benissimo detto, fatecelo vedere!--
Come i lettori intenderanno, l'attenzione dei tumultuanti s'era un tratto rivolta al nuovo interlocutore. Era ciò ch'egli voleva, poichè in quella occasione gli occhi, o, per dire più veramente, l'occhio buono del Guercio si volse a lui e riconobbe l'amico. E l'amico gli fece un cenno che voleva dire: son qua e mi occorre parlarvi.
Frattanto, a chetare il tumulto comparve Barudda al proscenio, e senza riguardo alcuno per Filippo II e per la prima donna, salutò l'udienza con uno dei soliti suoni, per vibrare i quali egli non aveva neppur bisogno di farsi arco alle labbra col pollice e coll'indice tesi.
Quello era il __quos ego__ di Nettuno ai venti scatenati, e bastò a ricomporre ogni cosa. Un applauso universale accolse il prediletto personaggio, che si affacciava alla ribalta in tonaca da frate; poi fu un silenzio, universale del pari, per starlo ad udire.
Noi non abbiamo la sciocca presunzione di metter qui la predica di Barudda in tutta la sua nativa energia; che a far tanto ci vorrebbero molte cose; verbigrazia la facoltà di scrivere in vernacolo, con tutti i traslati, con tutte le licenze del gergo, con tutte le esorbitanti libertà del trivio, e la potestà di condire ogni frase coi larghi partiti dell'armonia imitativa, che è propria alla maschera di Barudda. I lettori discreti si contentino di un pallido compendio.
--Mascalzoni! screanzati! feccia di furfanti! Non rispettate dunque più nulla? nemmeno il __Sire__, che si è scomodato pei vostri grugni? Badate a voi, __buone voglie__, pendagli da forca! Se la va nell'orecchio all'assessore, vi manda tutti in galera senza processo. Belle cose, bravissimi! Io me ne stavo tranquillo a dire il breviario....
--In cantina,--interruppe una voce dalla platea.
--Ah! mangiate la foglia, birbe matricolate? Orbene, sì, stavo a berne un __nitro__ in cantina, e mi avete fatto perdere il filo del salmo.
--E Pippía?--domandò un altro.
--Pippía sta in cucina, presso i fornelli, a picchiarsi il petto e a pregare per la dannazione delle anime vostre. Il cuoco ha fatto una salsa nella quale vorrei cuocervi tutti, quanti siete, figli di galeotti, nipoti di impiccati, che mastro Nicola abbia presto a darvi la pedata anche a voi! Mi avete visto, ora? mi avete sentito? Andate in vostra malora; quando verrà il mio giro, mi vedrete da capo. __Sire__, Lei continui a dire le sue, e se fanno un'altra volta baccano, faccia calare il sipario. Addio, dunque, mascalzoni! Vi voglio bene. Amo meglio i morti che i vivi.
--__Ovvva__!--sclamò una voce dalle quinte, che fu tosto riconosciuto esser quella del socio Pippía.
Barudda diè fine alla predica con un altro e più romoroso de' suoi amabili suoni, al quale uno spettatore rispose per tutti: «buon pro' vi faccia!» e se ne andò pe' fatti suoi.
Così ebbe fine l'episodio, o, come dicono in Parlamento, __fu chiuso l'incidente__. Intanto il Guercio aveva saltato le panche, ed era venuto di costa al Garasso, che lo aspettava.
--Oh, eccovi qui, buona lana!--disse il Bello.
--Presente!--rispose l'altro.--Volete che andiamo a bagnarci il becco?
--S'intende. Ho da parlarvi a lungo.
--E anch'io, perdinci!
--Che ve ne pare?--disse il Bello.--Andiamo dalla Piccina? Laggiù ci si sta come papi.
--No, non ho tempo da perdere. Andremo qui presso, a dare una scorsa all'Acquasola. Tanto, per me la è tutta strada. E poi, lassù non avremo cattivi vicini. Che cosa ne dite?--
Il Bello, sulle prime, aveva arricciato il naso a quella proposta del Guercio. Ma egli aveva anche posto la mano sulla tasca, come per tastare qualcosa che v'era dentro, e il buon esito della sua ispezione lo aveva raffidato; però rispose al compagno:
--Come vorrete, amicone. Andiamo all'Acquasola.--Sull'uscio della stamberga trovarono Maddalena, a cui il Guercio, passando rasente, diede con garbo popolesco un colpo di spalla.
--Socia, vi saluto.
--Ed io vi contraccambio;--rispose asciutto la femmina.
--Che cosa avete, stasera?--chiese il Guercio, fermandosi sui due piedi.
--Andate là, che siete un bell'arnese!--disse Maddalena.--Mi avevate promesso di venire a casa, e andate già coi compagni.
--Nena, vi ho promesso, ma l'uomo propone e il diavolo dispone. Ho una faccenda per le mani, che mi preme.... e il Bello vi dirà.....
--Sì, sì, il vostro compare bugiardo.... Voi altri uomini vi sapete spalleggiare come va. Una mano lava l'altra....
--E tuttedue lavano il viso;--soggiunse il Bello ridendo.--State di buon animo, Maddalena; quando avremo dato sesto alle cose nostre, il Bastiano vi sposerà, ed io verrò alle nozze.--
Bastiano era il nome del Guercio. Maddalena non rispose altrimenti che con una crollata di spalle, la quale voleva dire: «se dessi retta a voi altri, dovrei credere che adesso è giorno chiaro».
I due compari non istettero più oltre a disputare con lei, ed infilarono le scale. Noi terremo dietro a costoro, poichè da Barudda e Pippía abbiamo spremuto quel tanto che si poteva, e colla ganza del Guercio non abbiamo nulla a strigare.
XXXIII.
Nel quale è dimostrato che una ne pensa il ghiotto e un'altra il tavernaio.
Il Guercio era un coso smilzo smilzo, che parea fatto a posta per uscir da ogni fesso, a guisa delle lucertole. Aveva la faccia scura e di poca apparenza, come un fico d'inverno, i capegli neri, ruvidi e corti, come le poche setole che gli ombreggiavano le labbra sottili. Il segreto della sua età era custodito dalle membra segaligne assai meglio che non lo custodiscano alle signore donne i cosmetici, le polveri e tutte le altre diavolerie che si mettono addosso. Lo chiamavano il Guercio, perchè nel dialetto genovese dicendosi guercio non già a chi ha gli occhi torti, ma a chi vede da un solo, egli per l'appunto ci vedeva solamente dall'occhio destro, e l'altro, il sinistro, era imperlato d'una maglia bianchiccia, la quale pur troppo non gli aggiungeva in bellezza quello che gli toglieva in potenza visiva. Cionondimeno, bisognerà soggiungere che il fratello superstite gli facesse un doppio servizio, perchè dov'egli adocchiava, le mani correvano spedite e sicure.
Era questi il peggiore ribaldo che si potesse immaginare. Adolescente, aveva bazzicato più assai nell'ergastolo che non nelle scuole; per contro, sapeva leggere, scrivere, e far d'abbaco, poi, come un provetto ragioniere. Nei ritagli di tempo che gli avanzavano dalle sue faccende, il Guercio leggeva volentieri, e mai di politica. I suoi libri prediletti erano i melodrammi del Metastasio, l'__Aristodemo__ del Monti, le favole del Pignotti, e tutti i romanzi pastorali e cavallereschi che si vendono sui muricciuoli. Tanto per darsi aria di guadagnare onestamente il suo pane, aveva un mestiere visibile, innocentissimo, diremo anzi bucolico; faceva il pollaiuolo. Il vino non gli dispiaceva punto; ma sapeva esser sobrio, come tutti gli uomini che hanno un alto disegno da proseguire, un gran concetto da far trionfare sulla terra.
Ma siccome non c'è niente di perfetto in questo basso mondo, così neanche il Guercio era perfetto, e ci aveva egli pure il suo lato debole come tutti i figli d'Adamo. Ora il lato debole del Guercio era il cuore; il cuore che si sentiva palpitare in seno, ogniqualvolta pensasse (e ciò gli occorreva sovente) ad una modesta casetta sui Gioghi, dove sarebbero bastati al suo bisogno i più famosi alimenti bucolici, mele, ballotte e latte rappreso; una casetta, insomma, un poderetto, nel quale avrebbe potuto ridursi a finire i suoi giorni con Maddalena; con Maddalena, avvizzita, scaduta, ma che lo aveva amato, lui Guercio, per la sua smilza persona, non già per i suoi quattrini, come tante altre; con Maddalena che non chiedeva nulla; con Maddalena che egli percuoteva talvolta, ma che s'era assuefatto a vedere e ad amare. Frattanto, aspettando il giorno che l'avrebbe tirata a stare con sè, stava tranquillamente con lei. La qual cosa non parrà che faccia un gran divario dall'altra; ma noi raccontiamo le cose come sono, senza togliere nè aggiungere un ette.
Nel suo mestiere nascosto (del visibile non rileva parlarne) non aveva ancora fatto roba abbastanza. Da giovine era stato disgraziato, come abbiam detto, e aveva salutato frequentemente il sole a quadrelli; oltre di che, non aveva saputo tener conto del fatto suo, se pure è lecito di chiamar fatto suo il frutto della rapina. Ora egli s'industriava a guadagnare il tempo perduto, ed aspettava molto da un certo colpo che a lui e a cinque compagni avesse dato modo di acciuffar la fortuna.
Ma non ci perdiamo in chiacchiere. I nostri eroi sono giunti presso le porte degli Archi, e barattando alcune parole di nessun conto, sono saliti, per l'erta di Santo Stefano, alla spianata dell'Acquasola, dove non hanno altri testimoni che i radi lampioni a gas confusi tra i filari delle robinie e dei platani, e non sono turbati da altro rumore che quello della vasca, il cui largo zampillo canta assiduamente nel mezzo.
--Eccoci giunti, Garasso!--esclamò il Guercio fermandosi prudentemente presso la siepe della vasca anzidetta, dove il frastuono dell'acqua spegneva la sonorità della voce.--Che cosa avete a dirmi di nuovo?
--Di nuovo, nulla; abbiamo da intenderci chiaramente su quello che sapete. Il colpo è per domani, alle dieci di sera, e bisogna che io possa contare su voi.
--Non dubitate; il Bastiano è puntuale come il banco Parodi. A proposito, e voi, come state a memoria?
--Che cosa volete dire? Ho io dimenticato qualcosa?
--Ma.... mi par bene. __I cum quibus__.
--__I cum quibus__ ci sono.
--Sta bene, ma quanti? Io li amo molto, i __cum quibus__!
--Anch'io;--rispose il Bello, ridendo.
--Appunto perchè so che li amate voi pure,--soggiunse il Guercio,--vorrei vederli e contarli, prima di fare il colpo.
--Non vi fidate di me?--chiese il Bello.
--Sì e no;--rispose Bastiano.--E non credo già di farvi torto. Vedete, io non mi fido neanche delle mie mani, perchè le conosco, e sto per dire che se potessero, le ingrate, ruberebbero perfino a chi le mantiene da trentacinque anni.... salvo errore.
--Quand'è così,--ripigliò il Bello,--non dico altro. Ma vi ho già raccontato l'altro giorno che l'amico non dà fuori i quattrini se non a colpo fatto.--
Il Guercio crollò il capo, a queste parole, e messe le labbra in moto per masticarsi la saliva.
--Che diamine, Bastiano? Voi non ragionate più, ora!--soggiunse il Garasso.
--Intendiamoci;--rispose l'altro, dopo un po' di silenzio.--Io ci ho gusto a quel giuoco, e già ve l'ho detto. Indossar l'onorata divisa, figuratevi! questa fortuna non capiterà mica ogni giorno....
--E notate che non c'è risico;--interruppe il Bello.--Avrete da vestirvi nella casa medesima, al primo piano, di guisa che non ci sarà da uscire per via, nè da esser veduti da alcuno. Là, in casa, non avrete da fare con altri che colla ragazza e col servitore, se pure ci sarà. E per questa fatica di salire e di scendere, vi buscate mille lire....
--Ma....--entrò a dire quell'altro, dandogli sulla voce,--e chi mi guarentisce che il danaro verrà?