I rossi e i neri, vol. 1

Chapter 28

Chapter 283,723 wordsPublic domain

--Grazie tante! Ma andiamo innanzi. Pensate un poco voi altri, di quanta efficacia sarebbe il mettere tutto questo contingente di appunti quotidiani a pro' del nostro consorzio, e scriverlo sul gran libro per ordine alfabetico. Non passa un anno, e la storia di una bella signora si trova là dentro, scritta da cima a fondo, come se ci avesse posto mano Plutarco. E adesso veniamo all'utilità del negozio. Uno dei colleghi è innamorato della tale; s'è posto a corteggiarla, e non sa come venirne a capo; risica, per poca conoscenza del suo umore, di fallire la strada, di pigliar la più lunga, o di pigliarne una che lo conduca in un ronco. Che fa egli, essendo dei nostri? Apre il libro mastro a quella tal lettera dell'alfabeto; legge e rilegge il capitolo che narra la vita e i miracoli della dama; vede che cosa ella abbia fatto in suo vivente; quali affetti l'abbiano consolata o desolata; quali argomenti di tristezza ella abbia avuti, o abbia tuttavia in casa; in quali aneddoti, in quali storielle sia stata protagonista; di quali persone si fidi, e di quali no; che piccoli fatti ci siano che ella crede ignoti al mondo, e che la vigilanza assidua di taluno ha scoperti e la malevolenza propalati. Vestito, anzi catafratto di questa armatura, il Don Giovanni scende in campo, combatte e vince, poichè conosce il lato debole della sua bella nemica.--

Un applauso universale soverchiò le ultime parole del discorso, e un brindisi proposto al valente oratore fu accolto da tutti con una sollecitudine degna di miglior causa.

--Bello! sublime!--gridavano.--È un profondo concetto, e merita che ti s'innalzi un monumento.

--Ha da essere più duraturo del bronzo;--gridò il più giovine, quel degli scrupoli,--Orazio lo insegna. Il monumento degno dell'amico sarà dunque nel mandar prontamente ad effetto la sua buona pensata. Cominciamo subito dal poco, e andremo facilmente al molto. Il presidente lo abbiamo; io mi profferisco come segretario per la compilazione delle note, e domani potremo tenere una prima seduta.

--Dove?

--In casa mia. Per domani dunque, e ognuno prepari la sua parte di note.

--Sì, sì,--gridarono tutti,--per domani!--

Era un ignobile spettacolo, in verità! Quei giovanotti avevano sulle prime arrossito un tantino al pensiero di cavar profitto dai segreti del prossimo; ma udito poscia che si trattava soltanto di donne, la loro coscienza non aveva più sentito un rimorso. E tutti avevano madre, sorelle, ed un sacrario di affetti domestici, gelosamente custoditi!

Ma così allora si educavano i giovani spensierati. In tal guisa cresceva una generazione di malveggenti, i quali, come in gioventù si disponevano a commettere bricconate amorose, si preparavano per l'età matura a commetterne in ogni ragione di cose, e sempre in apparenza di galantuomini.

La società, come è agevole argomentare, fu fatta, e s'intitolò del __parafulmine__, per guardarsi dai tradimenti, o dalle malizie femminili. Poverini! Erano essi che si guardavano.

Nel giro di pochi mesi, il libro della società del Parafulmine divenne doppiamente nero, e certo il più nero non fu l'inchiostro col quale erano scritte tutte quelle prelibate notizie. I dodici compilatori cavavano profitto da ogni cosa; scandali grossi e piccoli, segreti gelosi, induzioni, raffronti, tutto andava a rimpinzare la loro raccolta.

E venne giorno che, maravigliati dell'opera loro, se ne accesero a tal segno da lavorare pel solo piacere di lavorare, la qual cosa nel campo letterario fu significata col famoso precetto: __l'arte per l'arte__.

L'incentivo era grande; perchè infatti lo scandalo risponde assai bene ai gusti dell'uomo, e tale che si addormenta se vi fate a svolgere un teorema filosofico, sta poi ad udirvi con tanto d'orecchi se gli narrate del più veniale tra tutti i peccati di una graziosa donnina. Ora i soci del Parafulmine mettevano in quel loro negozio tutte le forze dell'ingegno, facendo a chi recasse maggior copia di note. Non c'era storia che rimanesse dimezzata o manchevole, poichè non usavano porsi attorno ad una donna, senza piluccarne ogni minuzia, e in breve ora gli appunti dell'uno confortavano e supplivano nelle lacune gli appunti dell'altro.

Intanto, cosa che parrà strana, non ci fu alcuno di loro che violasse il segreto della combriccola. I messeri del Parafulmine erano vincolati della comunanza della vergogna, in quella istessa guisa che i galeotti sono appaiati dalla catena. Ma per essi, in famiglia, non c'era vergogna; e ci fosse anco stata, l'utile che ne derivava ad ognuno l'avrebbe fatta tacere. Perchè infatti, come già i lettori avranno argomentato, le note biografiche della società non si tenevano più nei ristretti confini delle avventure galanti. Le indagini erotiche avevano posto i nostri cacciatori sulle tracce di miglior selvaggina, e v'ebbero uffizi parecchi ed onori che ripetevano la loro origine da quelle note acconciamente sfruttate.

Nel 1844, cioè dieci anni dopo l'instituzione della confraternita, i socii s'erano ridotti a cinque. Qualcheduno, ammogliato, aveva preso un nuovo indirizzo; qualchedun altro era andato in America; due erano morti. Ma intanto il libro era cresciuto a dismisura per notizie d'ogni fatta, nelle quali tutta la società più o meno elegante era passata in rassegna; sicchè poteva dirsi una vera enciclopedia dei sette peccati capitali, ad uso dei compilatori superstiti.

Ma ohimè, ogni bel giuoco dura poco; e anche la società del Parafulmine doveva morire. Egli avvenne che il segretario della confraternita ammalò gravemente, e bisognò mandare pel medico, il quale a sua volta mandò pel confessore. Il più saldo sostegno del Parafulmine non istette saldo egualmente contro la morte, e il pensiero della vita eterna lo assalse, lo soverchiò, con tutte le sue immagini paurose. La confessione fu ampia, e grande il pentimento; ma l'assoluzione costò salata, perchè il confessore, saputo del libro, orribile fattura di dodici scapestrati, volle fosse dato alle fiamme innanzi che l'infermo ricevesse il conforto della manna celeste.

Ma come fare per darlo alle fiamme? Il buon confessore si tolse egli quel grave incarico, ed anzitutto portò via i dodici volumi, i quali (così egli diceva) davano odore di zolfo.

E tuttavia quel cattivo odore non tolse che il reverendo personaggio rimanesse grandemente ammirato per la novità e il pregio dell'opera. Egli era un uomo di senno, il confessore, e si chiamava padre Bonaventura Gallegos, __de Societate Jesu__.

Da quel giorno ne passarono quaranta; e il buon padre Bonaventura non uscì quasi mai dalla sua camera, dove aveva riposto il suo bottino, senza darsi pensiero dell'odore di zolfo, che avrebbe potuto mettere in sospetto i suoi santi colleghi. Egli forse aveva pensato che bastasse non dirne parola ad alcuno, tenendo il libro sotto chiave, quando per qualche negozio fosse costretto ad uscire. In quanto alle lunghe ore che passava nel silenzio e nella solitudine, c'era una buona ragione da chiuder la bocca ai curiosi. Il padre Bonaventura meditava un commento alle opere di Sant'Agostino; perciò non doveva sapere di strano ch'egli rimanesse volentieri nella sua camera, assorto nello studio dell'autore suo prediletto.

E per studiare con maggior profitto, mandò le __Opera omnia__ del vescovo d'Ippona al legatore, perchè le rilegasse a nuovo, inframmettendovi i fogli di carta bianca consacrati alle sue dotte annotazioni teologiche; le quali in buona sostanza non erano altro che gli appunti biografici della società del Parafulmine. Sant'Agostino fu per tal guisa rilegato in ventiquattro tomi, che parevano fatti a bella posta per dare alloggio alle ventiquattro lettere dell'alfabeto; e l'arguto lettore intenderà il rimanente; come, ad esempio, l'erede universale del Parafulmine, da quel savio uomo ch'egli era, facesse fruttare e crescere il patrimonio ad interessi composti. Da dodici anni scriveva, scriveva sempre, conducendo a perfezione il suo commento; sicchè, giunto al 1857, cominciava a pensare che la carta bianca gli sarebbe indi a non molto mancata. Però gli era venuto in mente di lasciare Sant'Agostino, per commentare gli scritti di Tertulliano, già acconciamente interfogliati in anticipazione.

È noto adunque che cosa scrivesse il padre Bonaventura, a che studi profondi si desse, in cambio di andarsene a dormire, dopo la partenza del marchese Antoniotto. Egli aveva squadernato sullo scrittoio il volume decimonono di Sant'Agostino, o, se più vi garba, la lettera T della sua preziosa enciclopedia, e stava facendo qualche giunterella alla biografia dei Torre Vivaldi.

Là entro potevate leggere vita e miracoli del marchese Antoniotto, della madre di lui, del padre e d'altri aderenti alla famiglia. Veniva quindi la storia della bella Ginevra dagli occhi verdi, a gran pezza più lunga di quella del marito. E non era già perchè ci fosse molto a dire della bella marchesa, ma perchè, rispetto alle donne, il padre Bonaventura diventava più facilmente prolisso. Degli uomini notava i fatti, stringendoli in brevi parole; delle donne poi o, per dir meglio, di certe donne, notava le opere, i pensieri e perfino le ommissioni. Egli a ragione pensava, la vita delle donne essere una trama così sottile e delicata di nonnulla, da non doversi dimenticare la più piccola cosa. Se la bilancia degli imponderabili non fosse stata trovata dai fisici, certo il padre Bonaventura l'avrebbe scoperta egli, per adoperarla in quelle biografie femminili.

Ora, se il tempo non stringesse, e le fila del dramma, fatte più numerose, non ci persuadessero della necessità di badare anzitutto a raccoglierle, vorremmo esporre ai lettori ciò che ha spigolato il padre Bonaventura intorno alla vita ed ai più riposti pensieri della bella Ginevra. La quale, a dir vero, quantunque sia tra le più spiccate figure del quadro, non ci ha ancora lasciato scorgere una parte del suo cuore, rimanendo per tutti enigmatica come la sfinge egiziana.

Ma questo si rechino in pace i lettori, condonando la passeggera molestia alle ineluttabili necessità del racconto. Una cosa già sanno; che l'entrata di Aloise dai Torre Vivaldi era un accorgimento del padre Bonaventura. Un'altra ne diremo loro: che il gesuita, aperto il volume decimonono delle Opere di Sant'Agostino, si pose diligentemente a notarvi il ricevimento del giovine, come gli era stato narrato dal marchese Antoniotto, aspettando che una lettera di Ginevra, alla viscontessa della Roche-Huart di Parigi, venisse a chiarirgli tutti i minuti particolari del felicissimo evento, ingrossando così la biografia dei Torre Vivaldi. Molt'altre ce n'erano già, debitamente trascritte, che la bella Ginevra andava scrivendo da sei anni alla sua amica di collegio, e che una mano misteriosa andava a sua volta ricopiando e rimandando a Genova, in quel medesimo palazzo dond'erano uscite.

Ginevra adunque, quell'anima chiusa, commetteva i suoi pensieri alla carta traditora? Sì veramente, questo era il punto debole di una armatura per tanti rispetti fortissima. Fin dai primi giorni del suo matrimonio, la bella vittima delle consuetudini aristocratiche e delle arti gesuitiche collegate, aveva per costume di svelare, di raccontar sè medesima alla compagna d'infanzia. Il cuore della gentildonna, stretto dalle leggi della fredda cerimonia, gelato dalle catene, a gran pezza più fredde, del talamo, si schiudeva alle ricordanze dell'amicizia lontana, prolungava nella vita adulta le libere e dolci confessioni della spensierata adolescenza. Ed erano lettere minuziose, delibazioni d'ogni cosa udita o veduta, scavazioni d'ogni più lieve affetto sentito, giudizi intorno alle costumanze della civil compagnia, donne ed uomini passati in rassegna; infine che vi diremo? debolezze umane considerate dall'alto, e considerate da un angelo; ma da un angelo il quale non si peritava di rasentarle col sommo delle piume e intingervisi un pochettino. Poichè, se la donna è un angelo, e tuttavia rimane in terra, bisogna dire che sia un angelo a cui qualche peccatuzzo faccia tarde le ali e impedisca il ritorno a casa.

E adesso, per farvela breve, lettori umanissimi, vi diremo che in quel carteggio della bella Ginevra si leggeva un nome, che, per essere quello di un uomo non mai avvicinatosi a lei, appariva troppo spesso ripetuto; il nome di Aloise Montalto.

Come ci fosse scritto, e perchè, sarà detto più oltre.

XXXI.

Nel quale si racconta dell'uomo vestito di nero e degli apprestamenti che fece per una giornata campale.

La mattina del 28 giugno, chi avesse potuto vedere il padre Bonaventura nel segreto della sua camera da studio, avrebbe durato fatica a riconoscerlo. Era vestito di nero, come sempre; mostrava le guance e il mento accuratamente rasi di quel giorno medesimo; non era insomma nè più bello, nè più brutto di quello che i nostri lettori sanno; ma ne' suoi occhi sfavillanti si leggeva qualcosa d'insolito, come la gioia di una vittoria ottenuta, o la speranza di riportarla tra poco. Il che, per gli uomini avvezzi a' grandi disegni, è tutt'uno.

Inoltre, il padre Bonaventura (cosa strana a vedersi, quando era nel suo studio) non leggeva, nè scriveva. Le opere di sant'Agostino non erano squadernate sullo scrittoio; la penna, povera vittima della sua feroce alacrità, si riposava un tratto nel calamaio, e forse andava col suo compagno di sventura facendo le meraviglie di questo non mai sperato giubileo che loro concedeva il padrone.

Questi, intanto, passeggiava concitato dall'una all'altra parete, o, per dire più veramente, dall'una all'altra scansìa, come un uomo a cui dolgano i nervi. Ad ogni tanto andava stropicciandosi forte le mani, poi le tornava a raccogliere dietro le spalle, senza punto smettere del suo passo breve e spedito, che lo costringeva a frequenti giravolte sui tacchi.

Finalmente si fermò un istante; e fu per guardare una ventesima volta il suo orologio.

--Ancora pochi minuti!--borbottò egli tra i denti.--Sia lodato il cielo! Signora Marianna!...--

E siccome non gli parve che la chiamata fosse efficace, fatti altri due giri, andò verso l'uscio e tornò a gridare:

--Signora Marianna! signora Marianna!

--Vengo, Padre, vengo,--rispose una voce dall'anticamera.

E poco stante comparve sull'uscio quella vecchia governante che i lettori conoscono, col naso bitorzoluto e il mento fiorito di peli, tutta chiusa nella sua gonnella di lana nera, nella sua cuffia e nel suo grembiale di pannolino.

--Non è ancora venuto nessuno?--chiese Bonaventura.

--Padre, no.

--Appena verrà qualcheduno, faccia entrare.

--Padre, sì.--

E la signora Marianna fece per andarsene e richiuder l'uscio, in quella che Bonaventura ripigliava la sua passeggiata.

--Signora Marianna,--diss'egli ad un tratto, come un uomo che si risovvenga di qualche cosa,--e il caffè?

--Domine!--esclamò ella voltandosi, e giungendo le palme in atto di maraviglia.--O non l'ha anche bevuto?

--E come vuole che io l'abbia bevuto, se non l'ha ancora portato?

--Ma sì, ma sì, Padre! Eccolo appunto, là, sulla scrivania. Sono venti minuti che l'ho portato, ma Lei pensava, e m'ha fatto cenno di lasciarlo là e di andarmene.

--È vero, è vero; l'avevo dimenticato. Grazie tante!--rispose in fretta Bonaventura, andando verso la scrivania.

--Ma sarà freddo, ora;--proseguì la signora Marianna.--E Lei che lo ama caldo....

--Non importa, non importa!--ribattè Bonaventura; e fosse per castigarsi della sua smemoratezza o per farla finita colle considerazioni della governante, mandò giù d'un tratto il caffè, rimettendo tra le mani di lei il vassoio e la chicchera.

La signora Marianna non disse altro; ma recandosi in mano il vassoio, notò la zuccheriera che non era stata neanche scoperchiata; segno che padre Bonaventura aveva trangugiato il suo caffè amaro (egli che lo amava inzuccherato per bene) e non se ne era accorto neppure.

--Quest'oggi è molto astratto;--disse ella tra sè.--Il sant'uomo lavora troppo, e non vuol sentirselo a dire. E sì, ch'egli non è più di primo pelo, e non fo per dire, ci ha tre anni più di me.--

Con questi pensieri, la governante dalle cinquanta primavere uscì dallo studio. Bonaventura frattanto avea ricominciato a passeggiare, a stropicciarsi le mani, a raccoglierle dietro le spalle, a guardar l'orologio. Pari al Cerbero dantesco, egli «non avea membro che tenesse fermo».

Una scampanellata si udì finalmente, dieci minuti più tardi, all'uscio di casa, e Bonaventura tese l'orecchio. La signora Marianna era lenta di soverchio nello andare ad aprire. Benedetta donna, sempre a tu per tu coi paternostri! O non aveva tempo la sera, a mettersi in grazia con Domineddio? Quasi quasi andava egli in persona, a far da portinaio! Ma, lode al cielo, la signora Marianna s'era mossa; si udiva il suo passo da sergente invalido nella sala d'entrata. A Dio piacendo, ella giungeva all'uscio; lo schiudeva un tantino per vedere chi fosse di fuori; finalmente, raffidata dalla sua ispezione, faceva uscir la catena dal gancio, e un passo mascolino suonava sul pavimento. Pochi secondi dopo, la signora Marianna apriva l'uscio dello studio, e si tirava da un lato, per lasciar entrare il nuovo venuto.

--Alla perfine!--non potè trattenersi dal dire Bonaventura, quando ebbe visto dinanzi a sè la faccia scialba del Bello.

Era per l'appunto il Bello, che padre Bonaventura aspettava; il Bello, che quel giorno mal rispondeva al suo nomignolo; colla zazzera bionda, ma un po' scarmigliata; le guance rosee come le mele cotogne, ma come cotogne avvizzite. La cascaggine delle membra, gli occhi rossi, cerchiati di giallo e male avvezzi ancora alla luce, dicevano chiaro che il Garasso aveva passata la notte fuori di casa, con grande rammarico della signora Momina. Del resto, sempre vestito colla sua popolesca attillatura; una giacca di panno del colore di fava secca; un fazzoletto di seta rossa sprezzatamente annodato al collo; i calzoni a quadrelli, anticamente del color del latte, ma ingialliti dall'uso; insomma, quell'Adone da quadrivio che i lettori rammentano.

--Signor mio,--disse egli, per rispondere alla esclamazione dell'altro,--sono appena suonate le dieci....

--Sì, sì, sta bene; non dicevo per questo;--ripigliò Bonaventura.--Mi sapeva mill'anni di vedervi a giungere, perchè il tempo stringe. Veniamo a noi; che cosa avete fatto?

--Non tutto; il Guercio non l'ho veduto.

--Dovevate trovarlo ad ogni costo;--rispose asciutto il gesuita.--Garasso, badate; ne va la vostra riputazione....--

Pareva che celiasse, il padre Bonaventura, con quella sua frase. Ma così non parve al Bello, che conosceva con chi avesse da fare, epperò sudava già freddo.

--Perdoni, illustrissimo,--diss'egli,--io non potevo fare il miracolo di.... non potevo essere in dieci luoghi ad un tempo. Vossignoria sa benissimo che iersera dovevo andare nella combriccola.... per pigliar lingua.... e penso che trattandosi d'una faccenda, la quale ha da esser finita domani a sera....

--Sì, sì, domani a sera;--interruppe Bonaventura;--ma intanto, se non m'industriassi io, non ci sarebbe mai nulla di fatto. Siete stato dal Ceretti?

--Illustrissimo, sì. Le sei divise son pronte in casa sua. Mastro Nicola se n'è andato ieri a Molassana; così il suo figliuolo, rimanendo solo in casa, avrà le mani più libere. Del resto, come ho già detto a Vossignoria, il Guercio è contentissimo, e non gli par vero di dover fare quella stupenda figura.

--Lo credo io!--sclamò Bonaventura.--Si piglia anche una bella moneta, per farla. E ditemi, la cassettina d'ebano?

--Sempre a posto, illustrissimo. Iersera ho veduto Michele, che ha trincato con me, e l'ho mandato cotto fradicio a casa.

--Vi rimarrà egli, domani a sera?

--Ah, credo di sì, perchè il Salvani non vorrà lasciar sola, in così grande trambusto, la sua sorella adottiva.

--Bisognerà farlo uscire con qualche pretesto;--notò Bonaventura.

--Sarà difficile, illustrissimo; tanto più che io dovrò essere al mio posto.

--Ah, ah!--disse Bonaventura.--Al vostro posto! voi? E dove sarà il vostro posto, di grazia?

--Sulla piazza della Nunziata. Il quartier generale è laggiù.--

Qui il padre Bonaventura si atteggiò dentro di sè ad uno di que' sorrisi invisibili che erano la sua consolazione, sorrisi dei quali c'è già occorso notarne parecchi nei suoi dialoghi col dottor Collini e col marchese Antoniotto, sorrisi somiglianti alla parentesi dei personaggi da tragedia, che l'interlocutore può indovinare, se è accorto, ma che non ode nè vede.

--Garasso,--diss'egli,--bisognerà che per domani il quartier generale rimanga senza di voi. Uno di meno nel gran numero non farà sconcio, voglio sperare, e non ci si baderà più che tanto.

--Oh, non è per questo;--rispose timidamente il Bello, che ben vedeva come il gesuita lo canzonasse, mostrando di pigliarlo sul serio;--è pel timore di quello che potranno dirmi poi, se non m'avranno veduto in compagnia.

--Ma dunque,--esclamò spazientito Bonaventura, piantando in viso al Bello i suoi occhi grifagni,--avevate proprio fermo in mente di andare a farvi accoppare anche voi? Bravo, Garasso, me ne congratulo colla vostra prodezza. Ma andiamo per la più breve, che in queste ciarle non si guadagna nulla, nemmeno il gusto di trovar chi le creda. Voglio darvi un consiglio da padre. Voi non siete mai stato alla guerra.... Neppur io, ma ve ne parlo d'udita. Fate domani a sera come tanti e tanti usano fare alla guerra. Statevene rannicchiato in qualche buco, fino a tanto che tuona il cannone e fischiano le palle. Poi uscite fuori e vi fate scorgere qua e là nei crocchi, dove ognuno ci ha da raccontare la sua. Qui tenete bordone a chi le sballa più grosse. Egli vi piglierà tosto per testimonio, e farà a sua volta testimonianza onorevole per voi. Una mano lava l'altra e tuttedue lavano il viso.

--Ella ci ha sempre la sua celia per tutti, illustrissimo!--disse il Bello, ridendo.

--Perchè conosco un tantino gli uomini, Garasso, e conosco voi come tutti gli altri;--rispose Bonaventura.--Ora torniamo al fatto vostro; voi rimarrete domani a sera dal Ceretti, per invigilare il negozio, e al momento opportuno trarrete fuori di casa il Michele, con qualche frottola di vostra fattura. A voi queste alzate d'ingegno non mancano....

--Ha altro da comunicarmi?--chiese il Bello, inchinandosi a quella lode meritata.

--Sì, che troviate il Guercio, per dargli l'appuntamento ed esser sicuro di lui e de' suoi compari. Fino a domani, poi, cercherete di stargli a' fianchi, perchè non vi giri nel manico. Perciò vi consiglio, per questa sera, a lasciare in disparte anche la Violetta.

--O come!--esclamò il Bello, trasognato.--Ella sa?...

--So tutto, io. So che passate troppo di frequente la notte fuori di casa, e alla signora Momina, a quella santa donna--(Bonaventura disse proprio: santa donna)--fate veder lucciole per lanterne: che gli amici vi hanno trattenuto, che avete dovuto adoperarvi per me, eccetera, eccetera; e a me, poi, tocca rappezzare le vostre bugie presso quella megera innamorata. Basta, questa notte vi voglio veder di ritorno, a ragguagliarmi d'ogni cosa. Le due mila lire pei vostri compari le avrete a colpo fatto. E badate a non lasciarvi fuggire di bocca il nome di chicchessia; se no, metto fuoco alle polveri.... m'intendete?

--Oh, la non dubiti!--si affrettò a dire il Bello.--Ci ho troppi debiti con Vossignoria.... E poi, so bene come s'abbiano a maneggiare queste faccende.

--Benissimo, ora andate con Dio, e a rivederci stanotte.--Con queste parole il gesuita accomiatò il suo aiutante, e se ne tornò a passeggiare per la camera, stropicciandosi le mani.