I Robinson italiani

Part 17

Chapter 173,685 wordsPublic domain

Quando le tenebre calarono, i naufraghi riguadagnarono la vetta portando con loro delle piante arrampicanti secche e dei rami strappati ai cespugli, per tentare dei segnali.

Appena giunti sulla cima guardarono verso l'isola, la cui alta montagna si disegnava confusamente sull'orizzonte stellato, cercando di scoprire qualche punto luminoso che indicasse la direzione della capanna aerea.

— Guardate, signor Albani, — disse ad un tratto il maltese, che teneva gli sguardi fissi verso il nord-ovest.

Il veneziano ed Enrico guardarono nella direzione indicata e sul margine estremo della loro isola, quasi a fior d'acqua, scorsero un lumicino che non poteva confondersi colla luce d'una stella.

— È Piccolo Tonno che si prepara la cena dinanzi alla capanna, — disse Enrico. — Se quel bravo ragazzo sapesse che noi lo spiamo ansiosamente e che invochiamo il suo aiuto! Ah! Come sarei contento di dividere il suo pasto!

— Sì, — disse Albani. — Quel fuoco è stato acceso dal ragazzo. Non mi ero ingannato sulla posizione di questo scoglio. Deve essere quello che noi abbiamo scorto dalla finestra della nostra caverna.

— Dunque noi ci troviamo di fronte ai nostri magazzini?

— Se non proprio di fronte, un po' più al sud, ma a venticinque o trenta miglia di distanza.

— Credete che Piccolo Tonno possa scorgere il nostro fuoco?

— Certo, Enrico.

— E che accorra in nostro aiuto?

— Ecco quello che non possiamo sapere. Può temere che il fuoco sia stato acceso da dei pirati e invece di farci dei segnali, fuggire.

— Diavolo, — mormorò Enrico, grattandosi furiosamente la testa. — Ma non vedendoci ritornare, dovrebbe immaginarsi che una disgrazia ci è toccata.

— Ma dovranno trascorrere prima parecchi giorni, non avendogli fissata l'epoca del nostro ritorno. Però, vedendo tutte le sere questo fuoco, finirà forse col persuadersi che si cerca di attirare la sua attenzione. Orsù, accendiamo gli sterpi. —

Radunarono sulla più alta cima del cono le legne portate e le accesero. Una grande fiammata si alzò subito, lanciando in aria nembi di scintille che il venticello notturno spingeva sul mare come tante minuscole stelle.

L'antico vulcano pareva che si fosse risvegliato dal suo sonno secolare. I suoi fianchi, illuminati da quel falò che il vento ravvivava, pareva che si fossero coperti di lave ardenti, mentre il mare tutto all'intorno, si tingeva di riflessi sanguigni.

Quel vivo chiarore, che spiccava nettamente sul fondo oscuro del cielo e sui flutti, non doveva passare inosservato al mozzo, malgrado la notevole distanza che separava lo scoglio dalle sponde settentrionali dell'isola.

Il falò per un quarto d'ora scintillò fra le tenebre, poi non più alimentato si abbassò lentamente, finchè si spense del tutto.

I naufraghi, ritti sulla più alta punta, guardavano sempre verso il nord-est, sperando di vedere il punto luminoso a ingrandirsi, ma invece tutto d'un tratto scomparve.

— Piccolo Tonno non ci ha compresi, — disse Enrico. — Forse si sarà invece spaventato.

— È probabile, — rispose Albani, — ma finirà col persuadersi che questo fuoco è un segnale.

— Ripetiamolo, signore.

— È inutile, Enrico. Piccolo Tonno deve aver scorta questa luce e poi dobbiamo economizzare le piante che sono così scarse su quest'isolotto. Anche mantenendo il fuoco acceso tutta la notte, non riusciremmo a persuadere il mozzo che è un segnale di pericolo.

Ripetendolo per parecchie sere e non vedendoci ritornare, forse s'immaginerà che siamo noi che chiediamo aiuto.

Scendiamo, amici, e andiamo a dormire. —

Essendo inutile vegliare, non avendo da temere assalti da parte di nessuno ed essendo assai stanchi, non avendo dormito la notte precedente, s'affrettarono a ritornare al loro ricovero ed a chiudere gli occhi.

Il loro sonno non fu turbato da alcun incidente e poterono riposare tranquillamente fino allo spuntare del giorno, malgrado i muggiti delle onde, le quali si sfasciavano sempre contro lo scoglio con grande violenza.

L'indomani però, il mare era ritornato calmo. Solamente delle larghe ondulazioni lo percorrevano, rompendosi contro i frangenti.

Inghiottirono alcune dozzine d'ostriche che il maltese era andato a raccogliere sulla spiaggia sabbiosa, poi risalirono sulla vetta del vulcano per vedere se sulla loro isola si scorgeva qualche segnale, ma invano. Nessuna colonna di fumo s'alzava sulle spiagge, nè sulla cima della montagna.

Senza dubbio Piccolo Tonno, non sospettando chi erano gli autori di quel segnale, aveva stimato cosa prudente il non rispondere. Probabilmente aveva creduto che fossero dei pirati o dei pescatori delle Sulu o del Borneo, individui che stavano meglio lontani anzichè cercare di attirarli sull'isola.

Rivolsero allora la loro attenzione sui frangenti, per vedere se era possibile di tentare il passaggio, ma in causa delle larghe ondulazioni che di tratto in tratto si rovesciavano sulle scogliere, non fu possibile scorgere i banchi che dovevano prolungarsi in direzione dell'isola. Bisognava aspettare che il mare tornasse perfettamente calmo.

— Per oggi nulla possiamo tentare, — disse Albani. — Questa sera ripeteremo i segnali e se non avremo alcuna risposta, domani, se il mare sarà tranquillo, ci avventureremo sui frangenti. —

Un po' scoraggiati da quelle delusioni, ridiscesero e si diressero verso la spiaggia per fare raccolta di ostriche, non avendo altro cibo disponibile.

Mentre i due marinai, immersi fino alle ginocchia, frugavano le scogliere vicine raccogliendo gli appetitosi molluschi e cacciando i granchiolini, il signor Albani, quantunque zoppicasse ancora, esplorava l'isolotto sperando di scoprire qualche testuggine o per lo meno qualche buca ripiena d'uova di quei rettili.

Ma le sue ricerche riuscirono infruttuose. Si scorgevano bensì sulle sabbie delle tracce recenti, ma non una testuggine emergeva sulla riva.

Risalì le rocce visitando i burroncelli, sperando di trovare almeno qualche pianta utile, ma non riuscì a vedere che dei cespugli semi-intristiti, delle piante arrampicanti quasi disseccate e degli sterpi. Abbondavano invece le lave, le pomici, specialmente in una valletta che risaliva verso la cima del cono.

Avendo trovato un vero torrente di lava raffreddata, ma che non sembrava tanto vecchia, servendosi d'una grossa pietra spezzò le diverse croste e s'accorse, che a una certa profondità, quella lava conservava ancora un certo calore.

— Cosa fate, signore, — chiese Enrico, che aveva terminata la sua raccolta. — Sperate di trovare qualche tesoro sotto quelle pietre?

— No, guardavo se fra queste lave vi erano delle sostanze minerali che potessero giovarci.

— Dell'oro forse?

— No, ma del ferro.

— E ne avete trovato?

— No, Enrico, ma ho fatto una scoperta curiosa.

— E quale, signore?

— Ho trovato delle lave che conservano ancora un certo calore.

— Delle lave eruttate da questo vulcanello?

— Sì, Enrico.

— E ancora calde! — esclamò il marinaio, con stupore. — Ma allora non è un vulcano spento.

— Se il cratere più non esiste, dev'essere spento.

— Ma noi non lo abbiamo mai veduto eruttare, signore.

— Può essere spento da venti, da cinquanta fors'anche da cento anni.

— Ma se dite che le lave sono ancora calde!... Dovrebbe averle eruttate pochi giorni fa e noi non abbiamo veduta alcuna fiamma in questa direzione.

[Illustrazione: — Grazie, _señor_, del vostro aiuto. Senza di voi, noi saremmo stati trascinati.... (Pag. 242).]

— Ti dirò, amico mio, che le lave, coprendosi quasi subito d'una crosta e avendo una irradiazione debolissima, conservano il loro calore per molti anni, anzi secondo taluni scienziati degni di fede, perfino per un secolo.

— Mille terremoti!... Se queste cose me le narrasse un altro, parola da marinaio, che non vi crederei.

— Aggiungerò che l'irradiazione delle lave è così minima, che si sono veduti dei vulcani vomitare massi di ghiaccio e lave insieme.

— Dei massi di ghiaccio uscire da un vulcano fiammeggiante?

— Sì, Enrico. In Islanda questo strano caso si è verificato sovente.

— Ditemi, signore, che sia molto antico questo vulcanello?

— Non lo credo, essendo le conchiglie che abbiamo vedute ammucchiate nei suoi burroni, ancora in ottimo stato.

— Ma io sarei curioso di sapere come fanno queste isole a sorgere dal mare. Che si sprofondino, si può ammetterlo, ma che si innalzino, mi sembra inesplicabile.

— S'innalzano in seguito ad una spinta formidabile che viene causata dalle masse di vapori racchiuse nella crosta terrestre. Come tu forse saprai, nell'interno del nostro globo, non sono spenti i fuochi. L'acqua che filtra attraverso i pori della crosta, trovandosi un dì o l'altro a contatto con quei fuochi, si evaporizza.

— Vi comprendo, signor Albani. Il vapore, non trovando sfogo, urta e spezza la crosta.

— Sì, Enrico, ma l'urta con forza irresistibile, rovesciando le gallerie sotterranee, producendo guasti immensi specialmente in alto e sollevando qua e là la crosta terrestre.

Un cataclisma simile, formidabile di certo, è avvenuto in un'epoca più o meno lontana sul fondo di questo mare e la spinta deve essere stata tale, da sollevare considerevolmente la crosta e da portare questo cono fuori dalle acque.

Le isole così formate non sono rare. Quasi tutte le Azzorre sono di origine vulcanica e anche non molti anni or sono, nel 1812 se non erro, una ne sorse improvvisamente presso le coste della nostra Sicilia, ma che i flutti più tardi distrussero.

— Quei sollevamenti producono dei terremoti?

— Sono anzi dovuti ai terremoti.

— Ma come si sarà poi spento questo vulcano?

— Forse per la brusca invasione delle acque del mare.

— Deve essere scoppiato come una bomba.

— Di certo, Enrico. Forse era molto più alto, ma scoppiando si sarà mozzato, riempiendo poi il cratere di rottami.

— Vi sono stati altri vulcani che sono scoppiati, signor Albani?

— Parecchi, ma non sempre in causa dell'irrompere delle acque e non sempre si sono poi spenti. Anche il nostro Etna è scoppiato formando la così detta Val del Bove, e così pure il nostro Vesuvio nel 79 subissando Ercolano, Pompei e Stabia sotto la pioggia di cenere e di lapilli. Quando nell'America centrale scoppiò il Coseguina, coperse le campagne circostanti d'uno strato di cenere alto cinque metri per una superficie di quarantanove chilometri, e la detonazione fu udita a millecinquecentosessanta chilometri di distanza.

— Fulmini!... Che rombo!...

— Quando invece nel 1698 scoppiò il Timboro nell'isola di Sumbava, causò la caduta di una tale massa di rottami eguali a tre volte la mole del Monte Bianco, si estese su una superficie eguale a quella dell'Italia e di mezza Francia, mentre le pomici galleggiavano sul mare con uno spessore d'un metro.

— Lampi e terremoti! Ringraziamo questo vulcanello che ha avuto il buon senso di scoppiare cinquanta o cent'anni fa. Da simili mostri è meglio tenersi lontani, signore. —

CAPITOLO XXXII

I segnali fra l'isola e lo scoglio

Alla sera i tre naufraghi risalivano il cono, portando con loro altri cespugli e delle bracciate di alghe marine che avevano raccolte sulle sponde dello scoglio e poi seccate al sole.

Avevano intenzione di accendere varii fuochi per meglio attirare la curiosità del mozzo. Forse vedendo ripetersi, anzi moltiplicarsi quei segnali, poteva finalmente comprendere che qualche disgrazia doveva essere toccata ai compagni.

Guardarono dapprima con profonda attenzione verso la punta estrema della loro isola e il maltese, che aveva lo sguardo più acuto di tutti, non tardò a distinguere ancora il punto luminoso, già osservato la sera innanzi. Pareva però che non fosse più a livello del mare, ma che ardesse su di una punta elevata, forse sulla cima d'una rupe.

— Che Piccolo Tonno sia andato a cucinarsi la cena sulle scogliere? — disse Enrico. — O che abbia acceso quel fuoco più in alto per renderlo meglio visibile?

— Io credo che il bravo ragazzo abbia un motivo per averlo acceso lassù, — disse Albani.

— E quale, signore?...

— Di accertarsi se si risponde.

— Affrettiamoci ad accendere i nostri fuochi. —

Coi rami e colle alghe secche formarono tre cumuli distanti parecchi passi l'uno dall'altro e li accesero, soffiandovi sopra per alimentarli meglio.

Quando si rialzarono, videro che il punto luminoso che si scorgeva sulla estrema punta dell'isola, erasi ingrandito considerevolmente. Poco dopo altri due punti comparvero, ad una certa distanza dal primo.

Un grido di gioia irruppe dalle labbra del maltese e di Enrico.

Ormai non vi era più dubbio: Piccolo Tonno corrispondeva ai loro segnali.

— Io sono certo che quel bravo ragazzo si è immaginato che siamo noi ad accendere questi fuochi, — disse Enrico.

— Lo credo anch'io, — disse Albani.

— Allora domani verrà in nostro soccorso.

— Ma in qual modo, se il canotto non esiste più? — chiese Marino.

— Costruirà una zattera, — rispose Albani. — Il ragazzo è intelligente e non indietreggierà dinanzi ad alcuna difficoltà.

— Bisogna continuare i segnali, — disse Enrico. — Andiamo a raccogliere dell'altra legna, Marino. —

I due marinai scesero nei burroncelli in cerca di altri cespugli, mentre Albani rimaneva in vedetta sulla cima del cono.

Era già trascorso un quarto d'ora, quando vide un quarto punto luminoso apparire quasi di fronte allo scoglio, ma assai basso, quasi a fior d'acqua. Ben presto però quel punto si dilatò, ingigantì, e una colonna di fumo, a riflessi rossastri, si alzò verso l'isola, sormontata da fasci di scintille. Pareva che laggiù ardesse un lembo della grande foresta.

— Piccolo Tonno ci avvisa che ormai sa che noi ci troviamo qui, — disse Albani ai due marinai, che salivano il cono carichi di rami e di piante arrampicanti. — Non ci possiamo ingannare.

— Ma come abbia fatto a saperlo così presto? — chiese Enrico. — Che qualcuno dei nostri oggetti sia stato spinto verso le sponde dell'isola?...

— Forse, — rispose Albani. — Qualche remo, o le cerbottane, o l'albero che si sarà staccato dalla scialuppa.

— To'! Un altro gruppo d'alberi che brucia un po' più al sud. Il piccino minaccia di distruggere tutte le nostre foreste.

— Non sarà così imprudente, Enrico. Alimentate i falò che stanno per spegnersi. —

Nuovi rami furono gettati sui tizzoni ardenti, ravvivando le fiamme. Il cono era ormai interamente illuminato e doveva essere visibile ad una grande distanza. Anche sull'isola però i fuochi proiettavano una viva luce, spiccando nettamente sul fondo oscuro del cielo.

Per due ore i naufraghi ed il mozzo continuarono a scambiarsi segnali, poi da una parte e dall'altra i falò si spensero. Ma nè Albani, nè Enrico, nè il maltese pensarono a dormire, nè ad abbandonare la vetta del cono, sperando di vedere apparire sulle spiagge dell'isola qualche altro fuoco.

Aspettavano ansiosamente l'alba, certi di vedere il mozzo navigare verso di loro con qualche zattera, ma pareva che quella notte fosse eterna e che le tenebre non volessero andarsene.

Anzi il tempo minacciava di mandare a male le loro speranze, poichè il cielo tornava a coprirsi di pesanti nuvoloni come se volesse far scoppiare un nuovo uragano, mentre la brezza aumentava soffiando, di quando in quando, con una certa violenza.

Se il mare tornava a montare, Piccolo Tonno non avrebbe certo potuto accorrere tanto presto a liberarli da quella prigionia, che ormai tutti trovavano insopportabile.

Verso le tre del mattino, il tuono cominciò a brontolare fra le nubi, mentre alcuni lampi solcavano il cielo verso l'est. Il mare già cominciava a muggire contro le spiagge dell'isolotto e sui frangenti.

— Mille milioni di folgori! — esclamò Enrico, furioso. — Che non ci lascino più, questi dannati uragani!

— Forse sarà l'ultimo della stagione, — disse Albani.

— L'ultimo o il penultimo, verrà a impedirci la partenza.

— Pur troppo, Enrico.

— Ah! Se Piccolo Tonno si affrettasse!

— Non oserà avventurarsi fra i frangenti ed i banchi prima che sorga l'alba. Armiamoci di pazienza e aspettiamo. —

Si accoccolarono dietro ad una rupe per mettersi al riparo dal vento, che soffiava con grande violenza su quella vetta isolata e attesero l'alba, tenendo gli sguardi fissi sull'isola.

Intanto l'uragano s'avanzava con estrema rapidità, ma questa volta veniva da oriente. Ormai tutte le stelle erano scomparse sotto fitte masse di vapori che il vento spingeva innanzi a sè, ed il mare s'alzava muggendo sordamente ai piedi dello scoglio. Se continuava, Piccolo Tonno non avrebbe certo osato affrontare da solo, su una zattera, quelle onde.

Alle quattro un po' di luce cominciò ad apparire verso oriente, tingendo le onde di riflessi color dell'acciaio.

Albani, il genovese e Marino si erano alzati in preda ad una viva ansietà, fissando i loro sguardi verso l'isola. Parve a loro di distinguere, quasi subito, una macchia grigiastra che filava lungo i frangenti.

— È una vela! — esclamò il maltese. — Sono certo di non ingannarmi.

— Che quel bravo piccino si sia già messo in mare? — disse Enrico. — Ah! Come lo abbraccierei volentieri quel coraggioso ragazzo!

— Sì, è una vela, confermò Albani, dopo un'attenta osservazione. — Ha di certo costruita una zattera e issato un albero.

— No, una zattera, — disse il maltese, che si era arrampicato sulla punta più alta del cono. — Vedo una macchia nera di forma allungata sotto quella vela.

— Tu hai le traveggole, camerata.

— No, marinaio, — rispose Marino. — Io ti dico che Piccolo Tonno corre in nostro aiuto con una scialuppa.

— Con una scialuppa! — esclamarono Albani ed Enrico.

— Sì!... Sì!... Ora la distinguo bene.

— Ma dove vuoi che abbia trovata una scialuppa? — chiese Enrico.

— Che sia la nostra? — si chiese il veneziano.

— È impossibile, signore!

— E perchè impossibile? Qualche corrente può averla trascinata verso la nostra isola e Piccolo Tonno può averla trovata arenata.

— Infatti, signore, se il ragazzo non l'avesse trovata, non credo che avrebbe risposto così presto ai nostri segnali. Piccolo Tonno è prudente, e invece di accendere quei fuochi avrebbe spento anche quello del fornello per tema di attirare la nostra attenzione, avendo tutti i motivi per crederci dei pirati.

— Sì, è la nostra scialuppa, — gridò Marino. — Ora la riconosco perfettamente. —

Ormai non era più possibile ingannarsi. Anche Albani ed Enrico potevano distinguerla, essendo già giunta presso i primi frangenti ed essendosi il sole mostrato fra uno squarcio delle nubi.

Piccolo Tonno la guidava con mano sicura, tenendosi lontano dai frangenti, per tema che le onde lo spingessero addosso a quei pericolosi ostacoli.

Vedendo addensarsi l'uragano, s'affrettava, tenendo una linea rigorosamente diritta per risparmiare via.

I marosi lo assalivano con grande impeto, ma egli non si spaventava per questo e lo si poteva vedere con una mano su di un lungo remo che gli serviva da timone e coll'altra alla scotta della vela.

Il signor Albani, Enrico ed il maltese, fuori di loro per la gioia, profondamente commossi, avevano lasciata la vetta del vulcanello e si erano radunati presso i primi frangenti.

— Bravo mio Piccolo Tonno! — urlava il genovese. — Sei un vero marinaio! —

Alle sette del mattino la scialuppa, dopo d'aver superato un banco, s'arenava sulla sponda sabbiosa, e il bravo ragazzo, che piangeva e rideva ad un tempo, si precipitava fra le braccia del signor Albani prima, poi di Enrico e finalmente di Marino.

— Ah! — esclama egli. — Vi avevo pianto credendovi tutti annegati. Un abbraccio ancora, signor Albani, un altro mio buon Enrico.

— Ma quando hai trovata la scialuppa? — gli chiese Albani.

— Ieri sera, poco prima del tramonto.

— Ma dove?

— Si era arenata presso i vivai delle testuggini. Potete immaginarvi quale fu la mia disperazione nel trovarla rovesciata, e quale fu la mia gioia quando scorsi i tre fuochi accesi su questo scoglio. Non dubitai più che foste voi e mi affrettai a rispondere.

— Avevi veduto il fuoco acceso due sere or sono?

— Sì, signore, e mi ero assai spaventato temendo che dei pirati stessero per approdare alla nostra isola. Quanto sono felice, signore! Vi credevo perduti ed invece trovo un compagno di più.

— Anche tu mi perdoni? — chiese Marino.

— Se ti hanno perdonato il signor Albani ed Enrico, vorresti che non ti perdonassi io?... Orsù, abbracciami: sei dei nostri, un Robinson italiano anche tu, ma.... e il tuo compagno? Eravate fuggiti in due.

— Ti narreremo tutto più tardi, Piccolo Tonno, — disse Albani. — Affrettiamoci a lasciare questo scoglio o correremo il pericolo di naufragare un'altra volta. —

Un ritardo poteva infatti riuscire a loro fatale, poichè le onde continuavano ad alzarsi ed il vento a crescere, mentre larghi goccioloni cominciavano a crepitare sulla superficie del mare.

Abbandonarono senza rimpianti quel vulcanello, dove avevano corso il pericolo di fare la fine dei naufraghi della Medusa senza quelle ostriche provvidenziali, e presero il largo mettendo la prua verso la costa orientale dell'isola.

Albani si era rimesso al timone, Enrico a prora per meglio vedere i frangenti, e piccolo Tonno ed il maltese alla vela.

L'oscurità cresceva di momento in momento. Il sole era già scomparso dietro ai densi nuvoloni e quantunque fossero appena le dieci del mattino, pareva che cominciasse ad annottare.

Fortunatamente il vento era favorevolissimo e la scialuppa, ricevendo le onde a poppa, non correva, almeno pel momento, pericolo alcuno. Filava come una rondine marina, lasciandosi portare da quelle masse liquide e spumeggianti, tenendosi a due o trecento passi dalla linea dei frangenti.

— Presto, presto, — diceva il signor Albani, che vedeva l'uragano ingrossare a vista d'occhio, e che di quando in quando veniva inondato dall'acqua. — Lasciate andare tutta la vela. —

Già le coste dell'isola erano perfettamente visibili, quando il marinaio, volgendosi verso l'est per misurare la distanza percorsa, vide sul fosco orizzonte due punti biancastri che parevano corressero dal sud al nord.

— Due uccellacci o due vele? — si chiese egli. — Guarda laggiù, Marino, tu che hai gli occhi più acuti di me. —

Il maltese si volse, fissando i suoi sguardi che potevano sfidare i migliori cannocchiali, sui due punti indicati.

— Sono due grandi vele, — disse poi.

— Un altro _tia-kau-ting_ forse? Non ci mancherebbe che un nuovo attacco dei pirati, ora.

— Guarda bene, Marino, — disse Albani.

— Mi sembra, dalla forma delle vele, che quella nave sia piuttosto una giunca, — rispose il maltese.

— Ti pare che si avvicini all'isola?

— Sì, tenta di appoggiare verso queste coste.

— Che siano pirati, signore? — chiese Enrico.

— Le giunche ordinariamente sono montate da marinai chinesi. Se fossimo nel golfo del Tonchino, si potrebbero avere dei dubbi, ma le giunche che navigano in questi mari esercitano un onesto traffico.

— Che l'uragano ci mandi altri compagni? Sulla nostra isola non vi sono porti che possano servire di rifugio.

— Forse quella nave spererà di trovarne. Se quei marinai troveranno modo di sbarcare, non avranno da lagnarsi di noi. Badiamo alla nostra scialuppa intanto: il mare ingrossa e minaccia di farci passare un brutto quarto d'ora. —

Non distavano allora che due miglia dall'isola, ma le onde, trovandosi strette fra la costa che era assai dirupata e la linea dei frangenti, ritornavano al largo tumultuosamente, provocando delle contro-ondate pericolosissime.

Il signor Albani si era alzato in piedi per meglio vedere dove si nascondevano gli scoglietti, segnalati isolatamente da uno spumeggiare incessante e da colonne d'acqua rimbalzanti.

La scialuppa, affogata sotto gli assalti di quelle masse liquide, pareva che ad ogni istante dovesse scomparire, ma si rialzava sempre.

A mezzodì girò un'alta scogliera che si estendeva dinanzi alla costa e si cacciò in una specie di canale formato da rupi tagliate a picco, in una specie di _fiord_ profondo, che era riparato dal vento e dalle onde.

— Finalmente! — esclamò Enrico.

Ammainarono la vela e legarono la scialuppa ad un enorme macigno mentre cadeva una pioggia diluviale.