Part 18
— Cerchiamo un ricovero, — disse Albani, salendo la costa. — Non possiamo, con questo tempaccio e così stanchi, recarci fino alla capanna.
— Ma i nostri magazzini non devono essere lontani, — disse Enrico.
— Due miglia, — rispose Piccolo Tonno.
— Sotto questo diluvio sono troppe.
— Ci devono essere delle caverne, — disse Albani. — Tutte queste rocce sono più o meno traforate.
— Cerchiamone una, signore. Io cado dal sonno e non mi reggo più, — disse Marino.
Stavano per volgere le spalle al mare e cacciarsi fra le alte rupi della costa, quando il maltese chiese:
— E la giunca?
— Si vede ancora? — chiese Albani, fermandosi.
Il maltese guardò verso l'est, ma più nulla si vedeva sull'orizzonte. Certamente la pioggia impediva di scorgerla o l'equipaggio aveva abbandonato l'idea di poggiare verso l'isola e aveva ripresa la rotta verso il nord.
— È scomparsa, — disse Marino.
— Meglio per loro, — rispose Enrico. — Si sarebbero fracassati su queste scogliere. Andiamo: è un vero diluvio questo e non abbiamo l'arca di quel bravo uomo che si chiamava Noè. —
CAPITOLO XXXIII
Il naufragio della giunca
Pioveva a dirotto, con furia indicibile ed i lampi cominciavano a solcare le tenebrose masse di vapori, quando trovarono una cavità che poteva servire a loro di ricovero.
Era una specie di grotta aperta alla base d'un'alta rupe, larga qualche metro, ma assai profonda, a quanto sembrava. Senza curarsi di visitarla per accertarsi se era sgombra od occupata da qualche pericoloso abitante della vicina foresta, vi si cacciarono dentro per mettersi al riparo da quel diluvio che precipitava dalle sconvolte nubi.
Rosicchiati alcuni biscotti di sagù, e vuotato un recipiente di toddy che il mozzo aveva imbarcati nella scialuppa prima di lasciare l'isola, si accovacciarono in un angolo, l'uno stretto contro l'altro, cercando di dormire, non avendo chiuso gli occhi durante tutta la notte. Erano più che sicuri, che nessun animale feroce avrebbe lasciato il suo covo per mettersi in cerca di preda.
L'uragano scoppiava allora con un assordante fragore di tuoni, segnando forse la fine della cattiva stagione.
La pioggia cadeva a torrenti, a colonne, come se fra le nubi si fosse spezzato il fondo d'un serbatoio immenso.
Il ventaccio ululava e sibilava entro le tenebrose selve torcendo i rami ed i tronchi e strappando le grandi canne dei bambù, ed il mare si rompeva con fracasso indescrivibile contro le scogliere, muggendo su tutti i toni.
Di quando in quando dei lampi abbaglianti solcavano le nubi, mostrando lo spumeggiante oceano, seguiti da scrosci così formidabili da far tremare l'isola intera.
I quattro Robinson, quantunque fossero molto stanchi, non erano capaci di dormire con tutto quel fracasso. Di tratto in tratto uscivano per dare uno sguardo alla loro scialuppa, temendo che anche dentro il canale irrompessero le onde e la sfracellassero contro la spiaggia.
Di frequente volgevano anche gli sguardi in direzione dello scoglio solitario, credendo di veder apparire improvvisamente la giunca scorta al mattino, ma quella nave non si vedeva più.
Verso sera, continuando a imperversare l'uragano, si cacciarono in fondo alla piccola caverna e accomodatisi alla meglio, cercarono di gustare un po' di sonno. I tuoni erano diventati più radi, ma il vento soffiava sempre con estrema violenza, contorcendo gli alberi delle vicine foreste.
— Speriamo domani di ritornare alla nostra caverna, — disse Enrico. — Mi pare che sia trascorso un secolo e rivedrò con piacere Sciancatello. —
I suoi compagni non risposero. Russavano già come ghiri.
Il loro sonno però non fu lungo, poichè non erano trascorse due ore, quando gli orecchi acuti del maltese furono colpiti da una detonazione che pareva provenisse dalla parte del mare. Non era lo scroscio d'un fulmine, nè lo sfasciarsi d'una montagna d'acqua contro le scogliere, ma un cupo rombo che rassomigliava allo sparo d'un piccolo pezzo d'artiglieria o per lo meno d'una grossa spingarda.
Sorpreso ed un po' inquieto s'alzò, lanciando sul mare burrascoso un lungo sguardo, ma non scorse che tenebre, fra le quali appena si distinguevano le creste spumanti delle onde.
— Che mi sia ingannato o che abbia sognato? — mormorò.
Ascoltò alcuni minuti, ma non udendo ripetersi quella detonazione, tornò a coricarsi. Stava per richiudere gli occhi, quando udì un secondo sparo.
Non si era ingannato: un cannone od una grossa spingarda aveva tuonato al largo.
— Signor Albani! — esclamò, scuotendolo vigorosamente. — In piedi, Enrico, su, Piccolo Tonno. —
Il veneziano ed i suoi compagni furono lesti ad alzarsi.
— Cosa succede? — chiese Albani.
— Si sparano delle cannonate sul mare, signore, — disse il marinaio.
— Delle cannonate!...
— Udite!... —
Un terzo sparo era echeggiato al largo, ripercuotendosi fra le rupi dell'isola.
— La giunca, forse? — si chiese Albani.
Abbandonarono precipitosamente la piccola grotta e si slanciarono verso la spiaggia senza curarsi dell'acquazzone che li inzuppava.
Essendo i lampi diventati radi, l'oscurità era così profonda da non permettere di scorgere ciò che succedeva sul mare. Però in mezzo ai fischi del vento ed ai muggiti delle onde, si udivano al largo echeggiare delle grida umane.
— Qualche nave minaccia di naufragare, — disse Albani. — L'uragano deve spingerla verso quest'isola.
— Ma non si vede, — risposero i tre marinai.
— Bisogna accendere un fuoco, per far comprendere a quei disgraziati che qui possono trovare dei soccorsi.
— Con questa pioggia!...
— Cercate di abbattere qualche pianta resinosa o gommifera. Ho scorto alcuni giunta-wan presso la grotta e bruceranno come paglie imbevute di resina. Avete qualche arme?
— Sì, — disse Piccolo Tonno. — Ho il mio coltello.
— Andate a tagliarli. —
In quell'istante sul tenebroso orizzonte si vide a balenare una fiamma e poco dopo s'udì echeggiare un colpo di cannone.
— Presto! — gridò Albani. — È una nave!... —
I tre marinai si slanciarono verso la grotta, tagliarono alcune bracciate di quelle grosse piante arrampicanti sature di gomma e le trasportarono sulla spiaggia ammucchiandole sotto la sporgenza d'una roccia.
Il signor Albani aveva già accesi alcuni fiocchi di cotone ed un pezzo di candela datagli dal mozzo. In pochi istanti i _giunta-wan_ presero fuoco quantunque fossero bagnati ed una grande fiammata s'alzò, illuminando le scogliere e le onde che venivano ad infrangersi contro la costa.
In quel momento il cielo, come se fosse geloso di quella luce, s'illuminò: un lampo immenso fendette le nubi come una immane scimitarra, facendo scintillare il mare fino agli estremi confini dell'orizzonte.
— La giunca! — avevano gridato i tre marinai.
Non si erano ingannati. Alla livida luce di quel lampo avevano scorto, a circa un miglio dalla spiaggia, una di quelle navi di forme pesanti e barocche, colla prua alta e quasi quadra, che i chinesi chiamano giunche. Certamente doveva essere quella segnalata al mattino.
Era stata veduta per pochi istanti, ma i tre marinai sapevano ormai che quella nave si trovava in condizioni disperate, poichè non avevano scorto alcun albero, nè alcuna vela.
Senza dubbio l'alberatura era stata abbattuta dalla furia dell'uragano e quella carcassa, impotente a dirigersi, veniva trascinata, spinta, scaraventata verso le scogliere dell'isola.
Di quando in quando il cannone tuonava sul ponte della povera nave e s'alzavano grida acute, grida disperate invocanti soccorso.
— Enrico, — disse il veneziano, che non poteva tenersi fermo. — Credi che si possa affrontare le onde colla nostra scialuppa?...
— No, signore; sarebbe un'imprudenza che ci costerebbe la vita senza poter recare alcun aiuto ai naufraghi.
— Ma noi non possiamo rimanere qui inoperosi, mentre quei disgraziati corrono il pericolo di venire subissati.
— Le onde li spingono verso di noi, signore, — disse il maltese. — Quando la giunca si sfascierà, saremo pronti a soccorrere i naufraghi.
— Taci!... Ho udito uno scroscio! —
Un urlo immenso s'alzò sul mare, seguito da un ultimo sparo e da uno scroscio terribile.
— A terra! — gridò il signor Albani, agitando un tizzone acceso e avvicinandosi alle scogliere.
Un altro lampo illuminò la notte.
La giunca ormai aveva investita la scogliera e si era rovesciata sul tribordo, sventrandosi contro le punte aguzze dei coralli. Al baleno di quel lampo i Robinson avevano scorto parecchie persone correre disordinatamente sul ponte inclinato della nave, in mezzo alle onde che montavano a bordo schiumeggiando e muggendo.
Il signor Albani, i due marinai ed il mozzo, muniti di tizzoni fiammeggianti erano balzati nella scialuppa la quale, trovandosi entro quella specie di canale riparato dalle scogliere, poteva prendere il largo senza correre il pericolo di venire subissata.
Puntando i remi sui bassifondi, in pochi istanti attraversarono il canale e si trovarono dietro alle rocce, ma proprio in quel momento si udì uno schianto più formidabile di prima e alla luce dei tizzoni i Robinson videro la povera nave aprirsi a metà, quindi sfasciarsi da prua a poppa sotto l'impeto irresistibile ed incalzante delle ondate.
— Fulmini! — esclamò Enrico, impallidendo.
— Sono stati inghiottiti! — urlarono il maltese ed il mozzo.
— No, disse Albani. — Odo delle grida! —
Infatti fra i muggiti dei marosi si udivano a echeggiare delle grida. Pareva che alcuni uomini fossero riusciti ad aggrapparsi alla scogliera.
— Coraggio! — gridò il veneziano. — Veniamo in vostro aiuto. —
S'aggrappò alle sporgenze della scogliera e si issò seguito da Enrico, mentre il maltese e Piccolo Tonno tenevano ferma la scialuppa.
Le onde balzavano sopra le rupi e le attraversavano scendendo dall'opposta parte come cateratte furiose, ma i due Robinson continuavano a salire perlustrando i crepacci e rimuovendo i rottami della nave.
Ad un tratto incespicarono contro degli ostacoli che stavano ammucchiati entro un crepaccio.
— Terremoti! — urlò il marinaio, rimettendosi prontamente in equilibrio.
Delle voci lamentevoli risposero a quella esclamazione.
— Vi sono dei naufraghi qui, — disse Albani.
Alcune forme umane s'alzarono dinanzi a lui, emettendo dei gemiti.
— Coraggio, giovanotti, — disse il marinaio. — Vi è una scialuppa pronta a trasportarvi. Su, mille fulmini!... Saldi in gambe e attenti alle onde.
— Caballeros, — disse una voce.
— To'!... degli spagnuoli! — esclamò il veneziano. — Seguiteci!...
— Dei poveri tagali, signore, — disse la voce di prima.
— Tagali o spagnuoli seguiteci, ma badate alle onde. Vi sono altri superstiti?...
— Mancano i chinesi.
— Enrico, incàricati dei chinesi se ne troverai ancora di vivi. Io mi occupo di questi poveri naufraghi. Affrettatevi o le onde vi porteranno via. —
Cinque persone si erano alzate e tenendosi per mano lo avevano seguito, scendendo con precauzione la scogliera. Il maltese e Piccolo Tonno li attendevano tenendo ancora accesi due grossi rami di _giunta-wan_.
Il veneziano ed i naufraghi salirono nell'imbarcazione. Solamente allora i Robinson s'accorsero che quei miseri strappati alle onde non erano tutti uomini: vi erano tre ragazze, un giovanotto ed un vecchio.
— Conducili alla sponda, — disse Albani al maltese. — Io vado a visitare la scogliera. —
Spinse la scialuppa al largo e raggiunse il marinaio, il quale frugava tutti i crepacci gridando a piena gola.
— Hai trovato nessun altro? — gli chiese.
[Illustrazione: Quattro anni dopo, cioè nel 1845, quando la squadra inglese approdò in quell'isola.... (Pag. 250).]
— Pare che le onde abbiano portato via i chinesi, — rispose il marinaio. — Non odo alcuna voce.
— E la giunca?...
— Il mare ha spazzato via tutti i rottami. —
Percorsero tutta la scogliera tenendosi strettamente per mano per meglio resistere alla furia dei marosi, visitarono tutti i crepacci, tutte le spaccature, ma non trovarono alcun altro naufrago.
— Il mare li ha inghiottiti, — disse il marinaio. — È inutile prolungare le nostre ricerche con questi colpi d'acqua che minacciano di trascinarci via.
— Disgraziati! — mormorò Albani. — Orsù, ritorniamo. —
Il maltese ed il mozzo, sbarcati i naufraghi presso la caverna, avevano riattraversato il canale e li aspettavano sotto la scogliera. S'affrettarono a raggiungerli e si fecero condurre sulla spiaggia.
— Pensiamo ai naufraghi, ora, — disse il veneziano. — Tu, Marino, va a tagliare una nuova bracciata di giunta-wan per asciugarci un po'. —
CAPITOLO XXXIV
I tagali
I naufraghi si erano rannicchiati dinanzi ai tizzoni, gli uni stretti addosso agli altri, per asciugarsi le vesti grondanti d'acqua.
Come si disse erano cinque: tre ragazze, un giovanotto ed un vecchio.
Erano tutti tagali, abitanti che popolano l'Arcipelago delle isole Filippine. Questa razza è una delle più belle, delle più intraprendenti, delle più industriose e delle più gagliarde dei mari della China.
La loro carnagione non è olivastra come quella dei Malesi nè bruna come quella dei Bughisi, ma bensì rossastra. Le loro gote sono prominenti, ma il contorno del viso è più romboidale che quadrato, il loro naso un po' prominente, i loro occhi lievemente obliqui ma non stonano, anzi hanno una certa grazia.
Le tre fanciulle, che potevano avere dai quindici ai vent'anni, erano graziosissime, con certi occhietti vivaci e neri, la carnagione leggiermente ramigna, le labbra d'un bel rosso incarnato e con denti più bianchi dell'avorio.
Indossavano delle sottanine a pieghe, a colori vivaci e una camicia ricamata, mentre i loro piedi sparivano entro scarpine di velluto a fregi d'oro. Al collo portavano collane di perle e agli orecchi grandi pendenti di provenienza spagnuola.
Il giovanotto non aveva più di venticinque anni, ed il vecchio doveva toccare già la sessantina. Erano entrambi di alta statura, snelli, ma il primo aveva i tratti del volto un po' diversi da quelli dei tagali e anche la carnagione che era più terrea, quasi grigiastra. Erano però entrambi vestiti di tela, ma colla camicia svolazzante fuori dai calzoni, secondo l'uso del loro paese.
Il vecchio, vedendo avvicinarsi il signor Albani, s'alzò, dicendogli:
— Grazie, señor, del vostro aiuto. Senza di voi, noi saremmo stati trascinati via dalle onde.
— Altre persone avrebbero fatto altrettanto, — rispose Albani, modestamente. — Ehi, Piccolo Tonno, abbiamo ancora un po' di _tuwah_?... Un sorso farà bene a questa povera gente.
— Sì, signore, — rispose il ragazzo.
Ritornò nella scialuppa e poco dopo saliva portando un recipiente di bambù pieno di quella forte bevanda ed una provvista di biscotti.
Le ragazze ed i due uomini, dopo nuovi ringraziamenti bevettero alcuni sorsi e mangiarono alcuni biscotti.
Il vecchio intanto narrava la sua istoria. Le ragazze erano sue figlie, il giovanotto era il fidanzato della più giovane e si erano imbarcati su di una giunca chinese in rotta per le Molucche, onde visitare una possessione che il futuro genero possedeva a Ternate, essendo molucchese.
Presso le Sanghier un violento uragano aveva assalita la giunca la quale era stata respinta verso l'ovest, malgrado gli sforzi disperati dell'equipaggio composto di quindici uomini.
Appena avvenuto l'urto, malgrado i consigli del capitano chinese, si erano gettati in acqua e le onde li avevano respinti sopra la scogliera. Poco dopo, la nave, sventrata dalle punte corallifere, scompariva con tutti coloro che la montavano.
— Abitavate a Manilla? — chiese Albani al vecchio.
— No, alle isole Calamine, — rispose il tagalo. — Ero capo d'un villaggio.
— Avete udito dal capitano chinese, il nome di quest'isola?
— No, signore. Credo che il capitano ne ignorasse l'esistenza.
— Dunque voi non sapete quale terra sia questa.
— Suppongo che sia una delle Sulu, poichè dalle Sanghir siamo stati trascinati sempre verso il nord-ovest.
— Lo credo anch'io, — disse il molucchese.
— Siete anche voi naufraghi? — chiese il vecchio.
— Sì, ma non inquietatevi per questo. Possediamo una casa, degli animali, dei viveri e un campo e non soffrirete la fame.
— Non possedete alcuna nave per abbandonare quest'isola?
— Una sola scialuppa, quella che avete veduto, la quale non può affrontare una lunga navigazione. Noi siamo come prigionieri su quest'isola, ma non ci lamentiamo, poichè col lavoro e colla perseveranza, ci siamo procurati tuttociò che è necessario all'esistenza umana.
— Ma noi?... — chiese il vecchio.
— Se vorrete, farete parte della nostra famiglia, della famiglia dei Robinson italiani, ma ad una condizione: che ci dobbiate obbedienza e che al pari di noi, lavoriate pel benessere di tutti.
— Signore, — disse il vecchio capo, con voce commossa. — A voi dobbiamo lo nostra esistenza, quindi disponete interamente di me, delle mie figlie e del mio futuro genero: noi, se lo vorrete, saremo vostri servi o come vostri schiavi.
— No, nè servi nè schiavi sulla terra dei Robinson italiani, — disse il veneziano. — Voi sarete nostri compagni, anzi fratelli, poichè come noi siete naufraghi e qui distinzioni non voglio che esistano. È vero, Enrico?... È vero, Piccolo Tonno e Marino?
— Sì, signore, siamo tutti eguali qui, — disse il genovese, — ma tutti noi riconosceremo in voi il capo, il governatore dell'isola.
— Ben detto! — esclamò il maltese.
— No, amici, — disse Albani.
— Sì, signore, — disse il marinaio. — Voi ci avete guidati, voi ci avete salvati dalla fame e dalle tribolazioni, voi, colla vostra sapienza e colla vostra abilità, ci avete data un'esistenza felice, è quindi giusto che noi tutti vi riconosciamo per nostro capo.
— Allora cercherò di mostrarmi degno della fiducia che riponete in me. Siamo tutti vigorosi, siamo tutti pronti a lavorare e cercheremo di trasformare quest'isola, pochi mesi fa deserta e selvaggia, in una colonia fiorente, degna della patria italiana.
— Viva il signor Albani! — urlarono il maltese, Enrico e Piccolo Tonno. — Viva il nostro capitano!... —
Intanto cominciava a spuntare l'alba e l'uragano andava calmandosi rapidamente. Il cielo si sgombrava, il vento, dopo d'aver urlato su tutti i toni, aveva ceduto e le onde si spianavano.
I Robinson decisero di esplorare un'ultima volta la scogliera per vedere se vi era qualche altro naufrago, o se potevano raccogliere qualche avanzo del carico della giunca che potesse tornare a loro utile, poi di partire per raggiungere la capanna aerea, avendo ormai quasi esaurito le provviste.
Albani ed i due marinai attraversarono il braccio di mare e si recarono sulla scogliera, ma la loro gita fu inutile, poichè nulla rinvennero. Le onde avevano spazzato via i rottami della nave, e nessun naufrago fu trovato.
Essendo in quel frattempo spuntato il sole ed essendosi il mare calmato, deliberarono di partire senza perdere tempo.
Non potendo però la scialuppa portarli tutti in causa della sua eccessiva immersione, il maltese, che aveva ormai una certa conoscenza dell'isola, fu incaricato di guidare i naufraghi verso le coste settentrionali, mentre Albani, Enrico e Piccolo Tonno s'incaricavano di ricondurre l'imbarcazione.
Questi diedero la cerbottana del mozzo, onde potessero difendersi in caso d'un attacco da parte delle tigri, poi spiegarono la vela prendendo rapidamente il largo.
Poco dopo anche il maltese ed i naufraghi della giunca si mettevano in cammino, seguendo la costa.
La Roma, spinta da un vento assai fresco che le permetteva di raggiungere una velocità di cinque nodi, si tenne a due miglia dalle spiagge per evitare le profonde insenature che l'isola descriveva e per evitare le scogliere che si stendevano in tutte le direzioni.
Se quella velocità non scemava, ai loro calcoli, potevano giungere nella piccola baia della costa settentrionale poco dopo il mezzodì.
— Come sono contento di rivedere la nostra capanna, — disse Enrico, che manovrava la vela in modo da farle raccogliere più vento che poteva. — Sarà inquieto quel bravo Sciancatello, non avendoci veduti a ritornare.
— Se non glielo avessi impedito, mi avrebbe seguito, — disse il mozzo.
— Quale sorpresa pei tagali, quando vedranno i nostri animali, la nostra bella casa, il nostro campo ed i nostri magazzini. Sono brave persone, i tagali, signor Albani?
— Sono i più industriosi ed i più robusti di tutte le razze dell'isole della Sonda. Sono compagni preziosi che ci saranno di molto giovamento.
— Bisognerà costruire delle altre capanne, signore.
— Si costruiranno.
— E raddoppiare, anzi triplicare le nostre provviste.
— Le triplicheremo e dissoderemo un bel tratto di terreno.
— Signore, — disse il marinaio, esitando. — Non vi sembrano belle le figlie del capo?...
— Sono graziose davvero, Enrico.
— Mi frulla in capo un'idea.
— E quale?...
— Terremoto!... — esclamò il genovese, che da qualche istante si grattava furiosamente il capo.
— Di' su, amico.
— Sapete, signor Albani, che non mi rincrescerebbe.... che....
— Parla, — disse il veneziano, che lo guardava sorridendo.
— Ormai ci sono.... orsù.... meglio che ve lo dica.... lampi e fulmini!... Se il capo mi dasse una figlia per sposa?...
— Ah!... furfante!... Tu pensi già a piantare famiglia!...
— C'è la maggiore che mi piace, signor Albani. Terremoto!... È una bella ragazza e mi sembra che deve essere anche molto buona.
— Si domanda.
— Ma il capo?...
— Credo che si terrà molto onorato d'imparentarsi con un uomo di razza bianca.
— Fulmini!... Che bella colonia!... E so che a Marino piaceva l'altra, sapete?... Il volpone la guardava con certi occhi da triglia!...
— Buono! — esclamò il veneziano, ridendo. — Ecco una colonia che non perirebbe più mai. Ne parlerò al capo.
— Voi?...
— E perchè no?... Fra un mese celebreremo tre matrimoni: il tuo, quello di Marino e quello del molucchese.
— Signore!... — esclamò in quell'istante il mozzo, che stava ritto a prora.
— Cos'hai?...
— La capanna!... Eccola lassù che sporge dietro quel gruppo d'alberi!... Urràh!... —
Il veneziano guardò verso la costa la quale piegava bruscamente verso l'ovest. Dietro ad un macchione di piccoli durion, si vedeva sorgere il tetto della capanna aerea.
Una viva emozione si dipinse sul viso di Enrico e del veneziano.
— Urràh!... urràh! — urlò il marinaio, con quanta voce aveva in gola.
Poco dopo videro Sciancatello correre sulla cima delle rocce seguito dalle due scimmie. L'affezionato orang-outan spiccava salti di gioia e dondolava comicamente la testa e le braccia.
La Roma, oltrepassata una scogliera, entrava nella piccola cala attigua ai vivai. I tre Robinson l'arenarono, tirandola in secco sulla sabbia.
Enrico, che era in preda ad una viva emozione, si prese Sciancatello fra le braccia e per poco non depose due baci su quelle gote pelose.
— Andiamo a vedere se l'uragano ha causato dei guasti, — disse Albani. — Sono inquieto pei nostri animali. —
Il ventaccio, malgrado la sua violenza, non aveva atterrate nè le tettoie, nè le cinte. Nemmeno la casa aerea, quantunque fosse così esposta, aveva sofferto.
— Affrettiamoci a preparare il pranzo pei nostri nuovi amici, — disse Albani. — Fra un paio d'ore saranno qui.
— Corro al vivaio a prendere una testuggine e dei pesci, — disse Enrico.
— Ed io vado a spillare del toddy e del vino bianco, — disse Piccolo Tonno.
— Io invece andrò a torcere il collo a un paio di tucani, — concluse Albani. — Prepareremo ai nostri compagni un vero pranzo e mostreremo a loro come delle persone laboriose possono trovare mille risorse anche su quest'isola deserta. —
CAPITOLO XXXV
La famiglia dei Robinson
Quattro ore dopo il maltese ed i naufraghi della giunca, che avevano marciato con grande rapidità, giungevano nella possessione dei Robinson italiani, dove gli aspettavano un pranzo poco meno che luculliano.
Rinunciamo a descrivere il loro stupore, la loro meraviglia, nel trovare su quell'estrema punta di quell'isola deserta e selvaggia una tavola così riccamente imbandita, una casa così comoda, quel campo coltivato con cura estrema, quel recinto già popolato di parecchi animali e di numerosi volatili, e quei magazzini riboccanti di viveri.