Part 16
— Cos'hai? — chiese Albani.
— Temo, signore, che dovremo spingerci assai lontani se vorremo girare questa dannata catena di frangenti. Mi sembra che si spinga fino a quell'isolotto che ho scorto all'est.
— Lontano assai?...
— Parecchie miglia di certo. —
Albani, non ostante il suo coraggio straordinario, provò una vera inquietudine.
— Se tentassimo di ritornare? — disse.
— Avremo le onde a prora, signore, — risposero Enrico e Marino.
— È vero, e la scialuppa correrebbe il pericolo di subissarsi di colpo, ma non oso spingermi tanto lontano dall'isola, amici.
— La scialuppa resiste, signore, — disse il genovese. — Se possiamo girare queste scogliere, troveremo al di là un mare più tranquillo, servendoci tutti questi ostacoli d'argine.
— Ma le onde aumentano e minacciano di spezzarmi il remo, ed il vento soffia sempre più impetuoso dall'ovest.
— Dannato uragano! — esclamò Enrico. — Orsù, bisogna andare innanzi, signore. Il pericolo è dinanzi come dietro a noi.
— Prendi un'altra mano di terzaruoli, Marino, — disse Albani. — Avanti, e che Dio ci protegga! —
La scialuppa, spinta da quel ventaccio furioso che aumentava sempre, filava come una freccia. Malgrado la sua pesantezza, saliva arditamente le onde librandosi sulle creste spumeggianti come un'alcione, poi precipitava negli avvallamenti, quindi risaliva ancora, ma imbarcava sempre acqua.
Enrico aveva dovuto abbandonare il suo posto d'osservazione a prora, e col suo cappellaccio di fibre di _rotang_, s'affannava a vuotarla per renderla più leggiera.
Le scogliere intanto continuavano sul tribordo. Al chiarore dei lampi si vedevano emergere le loro punte nere e aguzze, e attorno ad esse il mare si rompeva con mille muggiti paurosi, lanciando a grande altezza delle colonne di spuma.
Lo scoglio segnalato dal marinaio, lo si scorgeva ormai distintamente alla luce livida dei lampi. Pareva l'estremità d'un monte sottomarino, coi fianchi dirupati, la base corrosa in mille modi dall'eterna azione delle onde. Attorno a quel picco solitario, si vedevano le onde sfasciarsi con rabbia estrema e la spuma lo circondava da ogni parte come se presso di esso si estendessero altri scoglietti.
— Attenzione, signor Albani! — gridò d'improvviso Enrico, che aveva ripreso il suo posto a prora. — Dei frangenti a babordo!... —
Il veneziano, che si era alzato per essere più pronto ad agire, cacciò il remo all'orza, mentre Marino lasciava scorrere la scotta della vela.
La scialuppa era allora giunta di fronte allo scoglio e si preparava a girarlo.
— Vedi nulla dinanzi a noi? — chiese Albani.
— Mi pare che il mare sia sgombro dinanzi allo scoglio.
— Possiamo virare?
— Lo credo, signore.
— Vira! — gridò Albani.
Aveva appena lanciato quel comando, che un'onda gigantesca, prendendo la scialuppa di traverso, la scagliò fuori di rotta, verso la fronte orientale dello scoglio.
Avvenne un cozzo violento seguito da tre grida di spavento.
La _Roma_, rovesciata dall'impeto delle onde, si capovolse, poi scomparve in mezzo alla spuma, mentre l'uragano raddoppiava di violenza.
CAPITOLO XXX
I naufraghi
Pochi istanti dopo quel disastro, che privava i Robinson dell'imbarcazione, un uomo sorgeva fra le onde urlanti che si scagliavano rabbiosamente contro le basi dello scoglio. Era riuscito ad aggrapparsi alle punte di alcuni scoglietti e facendo sforzi disperati per non venire trascinato via dalle contro-ondate, saliva verso la sponda puntando i piedi nei crepacci e cacciando le dita nervose entro le fessure.
Sottrattosi agli assalti brutali dei marosi, s'arrestò gettando all'intorno uno sguardo smarrito. La scialuppa non si vedeva più, ma una forma nera si dibatteva fra la spuma, cercando di approdare.
[Illustrazione: I naufraghi. (Pag. 208).]
— Signor Albani!... — gridò. — Siete voi?...
— Chi chiama? — chiese il naufrago che si dibatteva.
— Sei tu, Marino?...
— Sì....
— Ed il signor Albani?... —
Una voce che veniva dal largo rispose:
— Eccomi!...
— Mille terremoti! — riprese il genovese, dall'alto della spiaggia.
Dove siete, signore?
— Non inquietarti, Enrico. Le onde mi portano. —
Intanto il maltese, che lottava alla base della rupe, era pure riuscito a mettersi in salvo, ma si era arrestato scrutando i flutti color dell'inchiostro.
— Eccolo laggiù, Enrico, — gridò. — Lo vedo nuotare a cinquanta passi.
— Tenete duro, signore, — tuonò il genovese. — Veniamo in vostro soccorso.
— È inutile, — rispose il veneziano. — Ci sono!... —
Un'onda l'aveva preso e lo spingeva verso lo scoglio. Fu veduto un istante librarsi sulla cresta del cavallone, in vicinanza dei frangenti, poi echeggiò un grido di dolore.
— Fulmini! — tuonò il genovese, impallidendo. — Marino!...
— Eccomi, camerata, — rispose il maltese che scendeva a precipizio la scogliera, per correre in soccorso del povero veneziano.
— Lo vedi?...
— No, — disse Marino con voce strozzata. — Non lo vedo più! —
Enrico si era lasciato scivolare giù dalla china.
Gettò un rapido sguardo sui frangenti approfittando d'un lampo, ma non vide più il signor Albani.
Una terribile commozione scompose i lineamenti del bravo marinaio, mentre un grido di disperazione gli erompeva dal petto.
— Perduto?... Ucciso forse?... — esclamò con voce rotta. — Marino.... Bisogna cercarlo! —
I due marinai, senza badare al pericolo, avevano raggiunta la base dello scoglio e si erano messi a correre lungo i frangenti, lottando disperatamente contro i marosi che minacciavano di travolgerli e di trascinarli al largo.
Parevano impazziti pel dolore. Si cacciavano fra i banchi e le rocce che circondavano la rupe, chiamando ad alta voce il loro disgraziato compagno; cadevano sotto l'assalto brutale, irresistibile, delle acque, ma si risollevavano e senza badare alle contusioni, alle punte aguzze che rovinavano i loro piedi, continuavano le loro ricerche correndo or qua or là e raddoppiando le chiamate.
Ohimè! Nessuna voce umana rispondeva: solamente i fischi del vento ed i muggiti del mare in tempesta si udivano attorno allo scoglio solitario.
Dopo un'ora di sforzi sovrumani, pesti, sanguinolenti, affranti, scoraggiati, si videro costretti a rinunciare a quella lotta che poteva tornare a loro fatale. Marino dovette trascinare Enrico sulla spiaggia, poichè il bravo marinaio stava per lasciarsi portar via dalle onde, non volendo troncare le ricerche, quantunque non fosse più in grado di reggersi in piedi.
— Vieni, camerata, — disse il maltese, spingendolo sotto una rupe che poteva ripararli dal vento e dalla pioggia che cominciava a cadere a torrenti.
— Bisogna cercarlo ancora, Marino, — singhiozzò il marinaio. — No, non può essere morto.
— Lo cercheremo più tardi. Tu non hai più forze, ed io non posso tenermi in piedi.
— Credi che sia morto?...
— Non disperiamo, Enrico. Le onde possono averlo spinto lontano da qui, sulla sponda di levante o meridionale.
— Ma non ha risposto alle nostre chiamate.
— Questi muggiti non gli avranno permesso di udirci.
— Povero signor Albani! Andiamo a cercarlo, Marino.
— Ma con questa oscurità è impossibile.
— Andiamo, ti dico.
— Ma le onde ti trascineranno.
— Ci terremo sulla spiaggia. Vivo o morto, bisogna che lo trovi. —
Il marinaio, che pareva fuori di sè, si era rialzato facendo appello a tutta la sua energia, e seguìto dal maltese si era messo a percorrere la spiaggia, mescolando le sue chiamate alle urla della bufera.
Di tratto in tratto si arrestavano, credendo di udire fra i fischi del vento, la voce del loro disgraziato compagno, poi riprendevano le ricerche spingendosi fino alla linea dei frangenti.
Pioveva a dirotto e l'oscurità era così profonda da non poter discernere un oggetto qualsiasi a sei passi di distanza, pure i due marinai non s'arrestavano. Curvi per resistere ai soffi tremendi del ventaccio, inzuppati d'acqua, scalzi, avendo perduto i loro stivali già assai malandati, frugavano i crepacci aperti fra le scogliere, entro i quali ingolfavansi le onde con cupi muggiti, le spaccature, le cavità, salendo e discendendo, aiutandosi l'un l'altro.
Raddoppiavano le chiamate per dominare i fragori della tempesta, ma senza mai ottenere una risposta. Esausti, s'arrestarono una seconda volta entro una cavità situata sulla sponda settentrionale dello scoglio.
— È morto, — singhiozzò Enrico. — Il mare lo ha inghiottito. —
Il maltese non rispose: anche lui aveva ormai perduto ogni speranza.
— Cosa faremo noi senza quell'uomo che era la nostra provvidenza? — continuò il marinaio, con crescente disperazione. — Che importa a me ormai di quest'isola senza di lui?... E tutto per salvare voi, incendiarii!
— Enrico! — disse Marino, con dolore.
— Sì, per salvare voi, — ripetè il genovese con voce rauca. — Senza di voi, non avremmo intrapreso questo viaggio fatale.
— È vero, — mormorò il maltese. — Hai ragione d'incolparmi, ma io troverò il signor Albani o il mare m'inghiottirà.
— Ti dico che è morto.
— Troverò almeno il suo cadavere. —
Si era alzato e stava per scendere lo scoglio, quando fra gli urli della bufera gli parve di udire una voce umana. Tornò rapidamente indietro gridando:
— Hai udito, Enrico?... —
Il marinaio, assorto nel suo dolore, parve che non lo avesse inteso.
— Ma non hai udito? — ripetè il maltese, scuotendolo.
— Che cosa? — chiese il marinaio, alzando il capo.
— Una voce umana.
— Dove?
— Laggiù, — disse il maltese indicando la punta estrema dello scoglio.
— Lui, forse?...
— Taci! —
Fra i muggiti delle onde si era udito un grido. Pareva che un uomo invocasse aiuto.
Enrico era balzato in piedi.
— Sì! — esclamò. — Ho udito, Marino.
— Il signor Albani?
— Non lo so, ma accorriamo. —
Si erano lanciati tutti e due innanzi, lasciandosi scivolare per le chine col pericolo di fiaccarsi il collo o di rompersi le gambe sulle scogliere sottostanti.
La voce si udiva sempre, ma ad intervalli e sembrava che fosse proprio quella del signor Albani. Pareva che provenisse dalla punta estrema dello scoglio, ma essendo quella parte assai dirupata ed interrotta da spaccature, da rocce che dovevano essere cadute dall'alto e da frane, i due marinai, che non avevano alcun lume, non potevano procedere speditamente per non cadere nell'abisso aperto dinanzi a loro.
Dopo dieci minuti però, giungevano alla punta estrema, la quale in causa forse della sua forma, era maggiormente dirupata e guastata dalle onde che dovevano batterla senza posa. Sostarono un istante tendendo gli orecchi e udirono distintamente una voce fioca che invocava aiuto, ma pareva che salisse fra le onde.
— Mille milioni di fulmini! — gridò Enrico. — Che il signor Albani sia ancora in acqua?... E non un lume per poterlo scorgere!
— Ma è impossibile che nuoti ancora, — disse il maltese. — Sono già due ore che la scialuppa si è rovesciata, e nessun nuotatore potrebbe resistere tanto tempo con queste ondate.
— Ma viene dal mare, ti dico!... Odi?... —
Non era possibile ingannarsi: la voce echeggiava alla base dello scoglio, ma, cosa strana, questa volta sembrava che uscisse di sotto terra, piuttosto che fra le onde:
— Signor Albani! — gridò Enrico. Siete voi?...
— Sì, — rispose la voce, un istante dopo.
— Nuotate ancora?
— No.... sto per affogare....
— In nome di Dio, ditemi ove siete! —
Questa volta non ottenne alcuna risposta.
— Scendiamo, Marino, — disse Enrico. — Forse sarà aggrappato ai frangenti. —
Scesero la ripa e s'inoltrarono lottando contro le onde che li assalivano da tutte le parti. Tenendosi per mano, per essere pronti ad aiutarsi scambievolmente, giunsero poco dopo dinanzi ad un'apertura nera, che sembrava s'internasse sotto la sponda.
— Una caverna marina! — esclamò il maltese.
— Entriamo, — rispose Enrico con voce risoluta.
— E non affogheremo lì dentro?... Le onde la invadono.
— Non importa: avanti! —
Attesero che le onde spinte innanzi dal vento si rompessero, poi si cacciarono arditamente entro quella oscura galleria, dove l'acqua muggiva e rimuggiva infrangendosi contro le pareti.
— Signor Albani! — gridò Enrico. — Siete qui?
— Aiuto, Enrico, — articolò una voce fioca.
Il marinaio, sospinto da una nuova onda che si rovesciava entro la caverna con mille fragori, si lasciò trascinare innanzi e andò a cadere contro un corpo che non aveva la consistenza della roccia, e che pareva si tenesse coricato in fondo all'antro marino.
Rammentandosi, in quel momento, dell'orribile cefalopodo che lo aveva assalito nella caverna dell'isola, balzò in piedi per fuggire, ma un gemito lo trattenne.
— Ma siete voi, signor Albani? — gridò.
— Aiutami, Enrico, — disse il veneziano. — Le onde mi affogano.
— Mille terremoti!... Voi, signore! Siete ferito forse? — chiese precipitandosi verso il disgraziato compagno.
— Sì, Enrico.... portami via di qui. —
Il marinaio si curvò cercandolo a tastoni, e trovatolo, lo afferrò fra le robuste braccia, serrandoselo contro il petto. Marino veniva in suo aiuto.
Attesero che l'onda si ritirasse, poi abbandonarono precipitosamente la caverna, correndo lungo la spiaggia per non venire trascinati fra i frangenti.
Giunti sotto la sporgenza della rupe che poco prima avevano scoperta, si arrestarono, coricando il signor Albani nel luogo meno esposto alla pioggia e al vento.
— Grazie, amici, — balbettò egli con voce fioca.
— Ditemi, signore, dove siete ferito? — chiese il marinaio reggendogli il capo.
— Sono tutto contuso e ammaccato, ma spero che non sia cosa grave. Mi pare di avere le costole spezzate, tanto violento è stato il colpo ricevuto dall'onda che mi ha scagliato contro i frangenti.
— Gran Dio!
— Rassicurati, Enrico, non sono rotte, — disse Albani, sforzandosi a sorridere. — E la scialuppa?
— Perduta, signore; ma lasciamo che il mare se la porti e occupiamoci di voi. Cosa dobbiamo fare?
— Vorresti chiamare un medico, forse?...
— Scherzate! Ammirabile uomo!
— Lasciami riposare qui e per ora non chiedo di più.
— Ma voi soffrite!
— Bah!... Tutto passerà, Enrico. Domani mattina vedremo se si è guastata qualche molla della mia macchina, ma spero che tutto sia intatto. Sono scombussolato e ben pesto, ecco tutto.
— Ma era molto tempo che vi trovavate nella caverna?
— Un paio d'ore di certo, se non di più.
— Vi hanno spinto le onde?
— Non lo saprei. Quando fui gettato sui frangenti, ricevetti tale urto da smarrire i sensi o poco meno. Cosa sia poi accaduto, io non lo so; quando ritornai in me mi trovai in fondo alla caverna che le onde invadevano, minacciando di affogarmi. Facendo uno sforzo disperato mi trascinai fino all'estremità dell'antro, e là svenni una seconda volta.
— Non avete udito le nostre grida, signore? — chiese Marino.
— Era impossibile udirle, poichè le onde che invadevano la caverna producevano dei fragori assordanti.
— Vi avevo creduto morto, signore, — disse Enrico. — Quale disgrazia per noi, se voi foste mancato!
— Avreste ormai potuto fare anche senza di me.
— No, signore. Senza di voi la nostra isola non avrebbe avuta più alcuna attrattiva.
— Bravo giovane, — mormorò il signor Albani, commosso. — Quanta affezione in questi uomini di mare! —
CAPITOLO XXXI
Sullo scoglio
L'uragano imperversò tutta la notte senza un istante di tregua. Il mare, furiosamente aizzato dal ventaccio impetuoso di ponente, flagellò senza posa lo scoglio con tremendi muggiti, irrompendo con crescente impeto entro le spaccature e le caverne marine, smuovendo dei massi del peso di parecchi quintali e lanciando i suoi sprazzi fino sotto la rupe dove trovavansi rannicchiati i tre naufraghi.
Anche la pioggia continuò a cadere, scrosciando sopra le cime dell'isolotto e scendendo attraverso le balze in torrentacci impetuosi.
Verso l'alba però, le nubi che si erano accumulate in cielo, si ruppero sotto un vigoroso vento del settentrione e l'acquazzone cessò quasi istantaneamente.
Poco dopo il sole fece capolino fra uno squarcio di quelle masse di vapori, fugando bruscamente le tenebre e illuminando il mare ancora tempestoso. L'isola apparve subito verso l'est, ma ad una distanza tale che i naufraghi si guardarono in viso sbigottiti.
— Ma è la nostra isola o un'altra? — si chiese il genovese. — È impossibile che ci siamo allontanati tanto!
— Non ne scorgo altre, — disse Marino. — E poi la nostra deve trovarsi in quella direzione.
— È molto lontana? — chiese Albani, il quale trovandosi ancora coricato, non riusciva a scorgerla bene.
— Almeno venticinque miglia, signore, — rispose Enrico.
— Tanta via abbiamo adunque percorsa ieri sera, per trovare un passaggio fra i frangenti?... Ciò è grave, amici miei. Aiutatemi ad alzarmi.
— No, signore, rimanete coricato; siete ancora assai debole.
— Mi sento meglio, Enrico.
— Ma voi siete ferito, signore. Vedo delle goccie di sangue sui vostri calzoni.
— Ho una contusione sopra il ginocchio destro, ma è nulla, amico mio. Credevo di aver riportato delle ferite ben gravi. —
Appoggiandosi alle braccia del genovese e di Marino, si alzò e guardò verso l'est.
Ad una distanza di venticinque e forse di trenta miglia, si scorgeva l'alta montagna dell'isola, spiccare nettamente sul fondo luminoso del cielo, ma le coste non erano visibili. Una fila di frangenti, staccandosi dallo scoglio, si stendevano in quella direzione, ma quegli scoglietti, tutti di origine corallifera, non erano uniti, anzi pareva che ad una certa distanza, mancassero totalmente. Forse più oltre esistevano quei banchi che avevano impedito alla scialuppa di passare, ma essendo il mare ancora assai agitato, non si potevano scorgere.
— La cosa è grave, — ripetè il signor Albani, che era diventato pensieroso. — Come attraverseremo noi queste venticinque o trenta miglia, ora che abbiamo perduta la scialuppa?... Che siamo destinati a rimanere prigionieri su quest'isolotto?...
— Voi riuscirete a trarvi d'impiccio, signore, — disse Enrico. — Voi sapete tanto che potrete trarre utilità da tutto.
— Ma quest'isolotto mi sembra un arido scoglio privo di tutto, Enrico.
— Non lo abbiamo ancora visitato, signore.
— Aiutatemi a salire quella rupe. Di lassù potremo meglio vedere se la linea dei frangenti si estende fino alla nostra isola e accertarci delle risorse che potrebbe offrire questo scoglio. —
I due marinai passarono le loro braccia sotto le ascelle del veneziano e sorreggendolo lo condussero sulla cima dell'isolotto, il quale alzavasi una cinquantina di metri sul livello del mare.
Di lassù potevano dominare tutto il mare all'intorno, distinguere, un po' confusamente però, le alte sponde della loro isola e riconoscere con un solo sguardo il loro nuovo rifugio.
Il signor Albani non si era ingannato. Quell'isolotto, che sorgeva all'estremità di quella lunga fila di frangenti e di banchi, non poteva offrire a loro alcuna risorsa, nè fornire in modo alcuno, i mezzi per far ritorno alla loro capanna.
Pareva che fosse l'estremità d'un antico vulcano, sollevatosi in causa di qualche cataclisma sottomarino, poichè i suoi fianchi erano coperti di vecchie lave, di lapilli e di incrostazioni marine. Si vedevano soprattutto, anche verso la cima, numerosi gusci di conchiglie e pezzi di quel corallo, così comune in quei mari, dove i piccoli infusorii costruiscono quelle meravigliose scogliere che poi finiscono col diventare delle vere isole.
Quello scoglio aveva però delle dimensioni ragguardevoli, poichè poteva avere una circonferenza di oltre mille metri. Non era tuttavia tutto dirupato: mentre le sue coste meridionali scendevano quasi a picco, quelle settentrionali e occidentali calavano dolcemente e alla base si spianavano formando una vera spiaggia sabbiosa.
Nessun albero cresceva fra quelle rocce; solamente pochi magri cespugli e delle piante sarmentose si vedevano crescere in fondo ai burroncelli, alimentate dalle piogge che dovevano raccogliersi in quelle bassure.
Gli animali dovevano mancare, ma non così gli uccelli, poichè su certe rupi tagliate a picco sul mare, si udivano di quando in quando dei cicalecci allegri.
Probabilmente dovevano essere rondini marine della specie delle salangane, volatili assai comuni in tutte le isole di quegli arcipelaghi e sopratutto in quelle deserte o poco abitate, non amando di essere disturbate.
— E così, signore? — chiese Enrico al veneziano, il quale continuava a osservare l'isolotto. — Credete che si possa riguadagnare la nostra isola?
— Temo, amico mio, che questa avventura inaspettata ci faccia passare dei brutti momenti, — rispose Albani. — Dimmi: credi tu che la scialuppa si sia fracassata contro i frangenti?
— No, signore, poichè si è capovolta prima di toccare la sponda di questo dannato scoglio.
— Se non si è spezzata, galleggerà adunque ancora.
— Lo credo, essendo tutta d'un pezzo e assai pesante.
— Speriamo che le onde l'abbiano spinta sui frangenti e arenata su qualche banco. Senza di quella noi non potremo lasciare quest'isolotto.
— Ma le onde possono averla spinta assai lontana, signore, — osservò Marino. — Il vento soffiava dall'ovest e l'avrà trascinata all'est.
— È vero, — disse Albani, scuotendo il capo.
— Ma vi sono i frangenti, — disse Enrico. — Possiamo, nuotando, passare dall'uno all'altro e avvicinarci all'isola.
— Ma vi sono delle interruzioni considerevoli nella linea, — rispose Albani. — E poi tu sai che in queste acque i pescicani e le torpedini sono numerose e non possediamo ora alcuna arma per difenderci.
— Saremo adunque costretti a perire di fame su questo deserto scoglio?...
— Non disperiamo così presto, Enrico. Quando il mare si sarà calmato, vedremo se i frangenti ed i banchi ci permetteranno di avvicinarci all'isola e poi, chissà, un grande fuoco si potrebbe forse scorgere dalla piattaforma della nostra capanna.
— Avete ancora l'acciarino e l'esca?
— Sì, Enrico, è sempre rinchiuso nella sua scatoletta impermeabile.
— E credete che Piccolo Tonno possa scorgere un fuoco acceso su questo scoglio?
— Forse, poichè io credo che questo vulcanello non sia molto lontano dalla costa settentrionale. Intanto, amici miei, cerchiamo un ricovero e se è possibile qualche cosa da porre sotto i denti. Le conchiglie non devono mancare su quella spiaggia sabbiosa. —
Lasciarono la cima e girando attorno alla base di quel cono vulcanico, riuscirono a scoprire una profonda cavità sufficiente a ripararli dai raggi del sole che erano cocentissimi, essendosi ormai il cielo sgombrato in gran parte dai vapori che lo coprivano.
Il signor Albani e Marino si spogliarono delle loro vesti per metterle ad asciugare, ma Enrico continuò a esplorare l'isolotto colla speranza di trovare arenata la scialuppa o di scoprire, in fondo a qualche burroncello, degli alberi che potessero fornire una zattera.
Le sue ricerche furono però vane, poichè non vi erano che cespugli e anche questi erano poco numerosi e non in grado di fornire un galleggiante qualunque. Visitando però la spiaggia sabbiosa, fece un'ampia raccolta di datteri di mare, di conchiglie di varie specie e trovò anche alcune di quelle deliziose ostriche chiamate di Singapore, pesanti qualche chilogramma. Vide anche numerose tracce di testuggini, ma non riuscì a scoprirne alcuna, quantunque fosse certo che ve ne fossero nascoste in mezzo alle scogliere.
Si provò a sollevare qua e là le sabbie, non ignorando che quei rettili hanno l'abitudine di seppellire le loro uova, ma senza frutto, essendo abilissime nel far sparire le più piccole tracce.
Ritornando trovò anche un serbatoio d'acqua di capacità considerevole, racchiuso fra due rocce profondamente incavate. Quella scoperta lo rallegrò assai, poichè non vi era almeno il pericolo di morire di sete, nel caso che la loro prigionia si prolungasse.
Durante la giornata il mare continuò a mantenersi agitatissimo, impedendo ai naufraghi di poter accertarsi fin dove si estendeva la linea dei frangenti e dove si ergevano i banchi che avevano impedito il passaggio alla scialuppa. Solamente verso sera le onde cominciarono ad abbassarsi, ed a percuotere con meno violenza la base dello scoglio.