Part 15
Il signor Albani nulla aveva risposto a quella fiera minaccia che tradiva l'odio nutrito dal marinaio verso gli autori, forse volontarii, della tremenda catastrofe. Si era limitato ad incrociare le braccia sul petto, guardando tranquillamente il viso del genovese, ancora alterato da una collera selvaggia.
[Illustrazione: — Giù un sorso, — continuò il marinaio, porgendogli una fiaschetta.... (Pag. 200).]
— Imbarchiamoci, signore, — disse Enrico. — Andremo a vendicare le vittime della _Liguria_. —
Il signor Albani non si mosse. Forse nel suo cuore, in quel momento, si combatteva un'aspra battaglia fra il desiderio di tutto obliare e quello di seguire la legittima collera del vendicativo marinaio.
— No, Enrico, — disse ad un tratto. — Il sole sta per tramontare e non conosciamo questi paraggi, che possono nascondere delle scogliere pericolose alla nostra scialuppa.
— Ci terremo lontani dalle sponde, signore.
— Non abbiamo nessuna fretta e possiamo accamparci su questa rupe.
— La fretta l'ho io, signor Albani. Li sorprenderemo nel sonno, i due miserabili, e li uccideremo.
— Non dobbiamo erigerci a giustizieri, noi, Enrico.
— Vorreste lasciarli vivere ancora?...
— La sventura li avrà domati.
— Hanno fatto saltare la nave, signore.
— Forse c'inganniamo. Chissà, l'incendio può averlo prodotto il caso.
— Ah!... no, non perdonerò mai a loro!...
— Perdono io.
— Voi!...
— Sì, Enrico. Io non permetterò che i Robinson italiani, macchino la loro isola con un delitto. No, amico mio, siamo generosi e cerchiamo invece di unire i nostri sforzi a quelli di loro pel bene di tutti.
— Ma.... signor Albani....
— Se sono colpevoli, penserà Dio a punirli.
— E sia, — disse il marinaio, — ma prima udranno se la mia voce tuonerà contro le loro infamie.
— Va' a legare il canotto, mentre io improvviserò un ricovero.
— Siete deciso ad accamparvi su questa rupe?
— Non è prudenza avventurarci su queste sponde che noi non conosciamo e che possono nascondere delle scogliere subacquee pericolose. All'alba spiegheremo le vele ed a mezzodì toccheremo di certo le coste meridionali dell'isola. —
Il marinaio, che pareva avesse spenti i suoi propositi di vendetta, scese la rupe e andò a legare la scialuppa onde impedire al flusso di portarla al largo, mentre il signor Albani, tagliate alcune foglie di arecche e alcuni rami, improvvisava un riparo.
Cenato con una kakatoa nera arrostita al mattino e con pochi biscotti, si misero accanto le cerbottane e s'addormentarono, certi di non venire disturbati su quell'alta rupe che era quasi tagliata a picco.
La notte fu tranquilla. Furono svegliati parecchie volte dalle grida rauche delle tigri, ma nessuno di quei pericolosi animali osò scalare la grande rupe.
All'alba i due Robinson si rimettevano in viaggio, con una fresca brezza che soffiava dal nord al nord-ovest.
Il tempo si manteneva splendido ed il mare tranquillo e solamente presso le sponde, la risacca lo sconvolgeva fortemente, in causa forse della grande profondità dell'acqua e della ripidità delle coste.
L'isola cominciava ormai a ripiegare verso il sud-est, ma senza baie e senza sporgenze. La grande montagna che dominava quel lembo di terra perduta nel mare di Sulu, era già molto lontana.
Fra breve la scialuppa doveva girare l'estrema punta meridionale, la quale si allungava in forma d'una penisola piuttosto stretta e molto bassa, poichè quando le foreste mostravano delle aperture, il marinaio, tenendosi ritto sul banco, riusciva a scorgere il mare delle coste orientali.
Verso le dieci, il signor Albani additava una lunga scogliera, e sulla spiaggia un'altra pertica sulla cui cima si agitava uno straccio.
— Devono avere laggiù la loro capanna, — disse il veneziano. — Quella punta è la più meridionale dell'isola.
— Ah! sono laggiù, — disse il marinaio, aggrottando la fronte. — Canaglie!... Sono curioso di vedere quale cera assumeranno vedendo le loro vittime.
— L'isolamento e la lotta per l'esistenza li avranno domati, Enrico.
— Non lascierò la mia cerbottana però, e al primo atto offensivo, vi giuro, signor Albani, che invierò due frecce avvelenate a quei traditori. —
La scialuppa fu diretta verso quel segnale, il quale sorgeva a fianco d'un fitto macchione di alberi altissimi. I due naufraghi aguzzavano gli sguardi sperando di veder apparire sulla spiaggia i due traditori, ma invano.
Solamente degli anhinga stavano appollaiati sulle scogliere, come uccelli che nulla hanno da temere.
— Che se ne siano andati? — disse il marinaio. — Se quei volatili, che sono ordinariamente così diffidenti, rimangono là, vuol dire che non ci sono abitanti su quella costa.
— Lo sapremo presto, — rispose il veneziano, che pareva un po' contrariato.
In pochi minuti la scialuppa superò la distanza e si arenò entro un piccolo seno riparato da una scogliera corallifera
La legarono ad una punta rocciosa, s'armarono delle cerbottane, non sapendo quale accoglienza avrebbero potuto ricevere e sbarcarono. Le prime cose che caddero sotto i loro sguardi, furono i rottami d'una scialuppa: un pezzo di poppa, un pezzo di chiglia e un pezzo di fasciame su cui stava ancora dipinto, in lettere rosse: _Liguria-Genova_.
— Sono adunque naufragati? — si chiese il veneziano.
— Così deve essere, — rispose il marinaio. — Le onde hanno infranto la loro scialuppa contro queste scogliere. Dio li ha puniti.
— Ma dove sarà la loro capanna?...
— Forse dietro quella macchia. —
Salirono la sponda e s'internarono nella macchia, procedendo con precauzione e senza far rumore. Fatti pochi passi, si trovarono dinanzi ad una casupola col tetto semi-sfondato, costruita con rami d'albero e cinta da una piccola palizzata di bambù.
All'intorno si vedevano delle penne di uccelli, dei tizzoni semi-spenti, dei pezzi di bottiglie e degli stracci. Un odore acre, insopportabile, usciva da quella piccola costruzione.
— Vi è qualche cosa che imputridisce là dentro, — disse il marinaio, arrestandosi.
— È odore di carne corrotta, — disse il veneziano, impallidendo. — Che i due naufraghi siano morti?...
— O che si siano uccisi?... È odore di morto.
— Andiamo innanzi, Enrico.
— Proviamo a chiamarli prima. Ohe!.. Marino!.. Harry!.. —
Nessuno rispose alla chiamata. Invece uscirono parecchi strani animaletti somiglianti ai ricci, ma più grandi, col corpo irto di aculei, ma col muso lungo e sottile, con una bocca piccolissima munita di certe lamine cornee e le zampe armate di artigli.
— Cosa sono? — chiese il marinaio, balzando indietro.
— Echidnei, — rispose il veneziano. — Sono i più strani animali che esistano, e si ignora ancora il loro modo di generare essendo conformati più come gli uccelli, che come gli animali.
— Sono pericolosi?...
— No, poichè non possono nemmeno mordere. Andiamo avanti, Enrico. —
Malgrado l'orribile fetore che usciva, i due Robinson entrarono nella catapecchia, ma subito si arrestarono, soffocando un grido d'orrore.
Colà, disteso su di un mucchio di foglie secche, stava un uomo coi lineamenti spaventosamente alterati, magro come un fakiro indiano, col petto ossuto semi-nudo, le mani contratte convulsivamente, e già in piena putrefazione.
Intorno a lui vi erano un fucile, una scatola che doveva aver contenuto della polvere, gli avanzi di un pesce e alcuni stracci.
Un solo sguardo, bastò ai due Robinson per riconoscere quell'uomo.
— Harry!... — esclamarono.
— Morto, — disse il marinaio. — Forse assassinato dal suo compagno.
— No, — disse Albani. — Non vedo alcuna ferita su di lui.
— Ucciso da qualche male, forse? —
Il veneziano, invece di rispondere, si curvò sugli avanzi di quel pesce.
— La giustizia di Dio lo ha punito, — mormorò. —
Raccolse il fucile, osservò la scatola per vedere se conteneva ancora della polvere, ma la rigettò via essendosi accorto che era vuota, poi uscì rapidamente seguito dal marinaio.
— Cerchiamo Marino, — disse. — Se ha mangiato quel pesce, non deve essere andato molto lontano.
— Quel pesce?... Ma cosa è accaduto, signore? — chiese Enrico.
— Quel disgraziato Harry è morto avvelenato.
— In quale modo?...
— Ha mangiato un tetrodone.
— Non vi comprendo.
— È un pesce velenosissimo. Forse quei due naufraghi, che devono aver sofferto delle lunghe privazioni dopo d'aver esaurite le loro munizioni, a giudicarlo dalla magrezza spaventosa di Harry, hanno pescato dei tetrodoni e si sono avvelenati.
— Ma sono pericolosi quei pesci?...
— Sì, Enrico. In questi mari, come pure in quelli dell'Australia e nell'Oceano Pacifico, vi sono alcuni pesci che non si possono mangiare senza pericolo. Quiros e Cook, i due grandi navigatori, per poco non morirono avendo mangiato certi pesci somiglianti agli spari e gl'isolani di queste regioni sanno che i tetrodoni sono velenosissimi.
— Ma Marino?...
— O è fuggito vedendo morire il suo compagno, od è caduto nella foresta.
— Lasciamo che le tigri se lo mangino e ritorniamo alla nostra capanna. Sono inquieto per Piccolo Tonno.
— No, Enrico, dobbiamo prima assicurarci della sorte di Marino.
— Ma forse le tigri avranno divorato il suo cadavere.
— Sarà rimasto il fucile.
— Credete che questi furfanti abbiano esaurite le munizioni?
— Ne sono certo. Devono essere fuggiti con poche cariche.
— E si saranno trovati presto alle prese colla fame, mentre noi, sbarcati senz'armi, senza nulla, nuotiamo nell'abbondanza per merito tutto vostro, poichè senza di voi, io e Piccolo Tonno ci saremmo ben presto trovati nelle istesse condizioni dei due maltesi. Pure in quest'isola abbondano gli alberi fruttiferi, e per due marinai non doveva essere difficile procurarsi dei mangostani, dei durion, delle noci di cocco, ecc.
— E credi tu che le frutte possano bastare, Enrico?... Per alcuni giorni sì, ma poi le forze se ne vanno se non si mangiano delle materie fecolose o della carne. Chissà quali scorpacciate di frutta avranno fatte quei due disgraziati per ingannare la fame insaziabile che li rodeva, ma hai veduto in quale stato abbiamo trovato Harry e.... To'!... Cos'è questo? —
Si era curvato lestamente e si era impadronito d'una scatoletta che si trovava semi-nascosta fra le foglie secche.
— Una scatola da capsule vuota, — disse. — Questa è prova che le loro munizioni sono state esaurite.
— Zitto, signore.
— Cos'hai?...
— Guardate!...
— Dove?...
— Lassù, su quell'altura!... È lui!... —
CAPITOLO XXIX
Il maltese
Erano allora usciti dal macchione che copriva quella penisoletta, formante il limite estremo della costa meridionale.
Il terreno saliva dolcemente formando una specie di collina ingombra di gruppi di arecche, di banani selvatici, di cespugli e di rotang i quali si allungavano sul pendio in forma di smisurati serpenti.
Un uomo saliva penosamente l'altura, appoggiandosi ad un bastone. Poteva avere trent'anni: era di statura alta, ma magro al punto che le sue vesti stracciate gli danzavano attorno le membra ischeletrite.
I suoi capelli e la sua barba incolta e nerissima, gli davano un aspetto poco rassicurante, selvaggio.
— È lui, Marino! — ripetè il marinaio.
— In quello stato!... — esclamò Albani, con voce commossa. — Se tardavamo a rintracciarlo, non avremmo trovato che un cadavere.
— Ehi, Marino! — gridò il marinaio, che pareva avesse dimenticato completamente i suoi propositi di vendetta.
Il maltese udendosi chiamare per nome si arrestò di botto, girando intorno uno sguardo smarrito, poi facendo uno sforzo supremo cercò di affrettare il passo, come se volesse fuggire.
— Fermati, disgraziato, — gridò il veneziano. — Non ti vogliamo fare alcun male. —
Il naufrago però pareva che non lo udisse. S'aggrappava ai cespugli, agli sterpi, ai sassi e continuava a fuggire verso la sommità del colle. Doveva però essere esausto di forze, poichè traballava ad ogni passo e sembrava che dovesse cadere per non più rialzarsi.
I due Robinson si erano messi a inseguirlo, scalando rapidamente le rupi e intimandogli di fermarsi, ma senza buon esito. Una paura invincibile doveva aver invaso il maltese, il quale ormai doveva aver riconosciuto i suoi inseguitori.
Ad un tratto però, dopo d'aver superata una rupe, le forze bruscamente lo abbandonarono e cadde in mezzo ad un cespuglio, senz'essere più capace di risollevarsi.
Albani ed il marinaio in pochi salti lo raggiunsero.
— Disgraziato, dove volevi fuggire? — gli chiese il primo.
Il maltese aprì due occhi semi-spenti e disse con voce rauca:
— I vendicatori!... Tanto meglio: sarà finita.
— No, i vendicatori, — disse Albani. — Non spetta a noi vendicare le vittime della _Liguria_ da voi incendiata. —
Nell'udire quelle parole, un lampo aveva illuminato gli sguardi del maltese.
— Incendiata!... — esclamò. — Da chi incendiata?...
Poi fissando uno sguardo bestiale sulle loro tasche che apparivano gonfie, mormorò con voce semi-spenta:
— Muoio di fame! —
Il marinaio si sentì toccare il cuore da quella domanda. Prese una manata di biscotti e glieli porse, dicendogli con una certa emozione, che invano cercava di nascondere:
— Prendi, camerata. —
Il maltese si gettò su quei biscotti coll'avidità d'un lupo a digiuno da tre settimane, stritolandoli voracemente.
— Giù un sorso, — continuò il marinaio, porgendogli una fiaschetta di bambù piena di succo fermentato dell'arenga saccarifera. — Ti farà bene, camerata. —
Il naufrago ingollò il contenuto, poi restituì la fiaschetta dicendo:
— Grazie, Enrico: ecco come voi pagate le canaglie della mia specie!
— Lascia andare: noi abbiamo dimenticato tutto, è vero, signor Albani?...
— Sì, — rispose il veneziano.
Il maltese li guardò a lungo, mentre i suoi occhi incavati si riempivano a poco a poco di lagrime.
— Ma è vero che la _Liguria_ è stata incendiata? — chiese egli, con un singhiozzo.
— Sì, — rispose Albani con voce grave. — Voi avete commessa un'infamia che ha costato la vita a quasi tutto l'equipaggio.
— Ma no, signore! — esclamò il maltese. — Harry mi aveva giurato d'aver dato fuoco a pochi stracci imbevuti di petrolio per spaventare l'equipaggio e impedirgli di darci la caccia.
— Ed invece aveva dato fuoco alla dispensa per scatenare un incendio tremendo e far saltare la nave.
— Allora quell'infame ha mentito!... Signor Albani, Enrico, vi giuro sulla memoria di mia madre che io non ho acceso quel fuoco e che Harry mi aveva ingannato. Ma.... e così.... è saltata la _Liguria?_...
— Con tutto l'equipaggio.
— Allora appiccatemi: voi ne avete il diritto.
— No, la terra dei Robinson italiani non si macchierà d'un delitto: ti portiamo il perdono. —
Il maltese si era precipitato alle loro ginocchia, piangendo. Il marinaio ed il veneziano lo rialzarono dicendo:
— Non se ne parli più; tutto è dimenticato.
— Grazie, signori: io sarò, d'ora innanzi, il vostro schiavo.
— No, schiavo, ma nostro amico. Seguici alla scialuppa.
— No per di là, — disse il maltese con terrore, vedendo il veneziano scendere in direzione della capanna. — Là vi è Harry.
— Lo abbiamo veduto. Dimmi: è molto tempo che è morto?
— Sette giorni, signore.
— In quale modo?
— Mangiando un pesce.
— Lo avevo sospettato.
— Io mi ero recato nella foresta per cercare delle frutta, non avendo ormai più nulla da porre sotto i denti, e Harry si era recato alla spiaggia per cercare delle ostriche. Quando ritornai, lo vidi rotolarsi per terra in preda a dolori atroci.
Credetti dapprima che fosse stato morsicato da un serpente velenoso, ma alla mia domanda m'indicò gli avanzi d'un pesce che aveva arrostito a poi mangiato.
Cercai di calmare i suoi dolori, facendo bollire in una scatola di latta delle erbe che credevo medicinali, ma tre ore dopo il disgraziato aveva cessato di vivere.
Allora mi prese una paura invincibile e fuggii su questa collina. Erano sette giorni che io erravo fra queste macchie come una belva feroce, sfinito dalla fame, senza aver più il coraggio di scendere alla capanna.
Abbiamo sofferto, sapete, signore: voi vedete in quale stato miserando io sono ridotto. Sono pelle ed ossa. —
— Ma non vi eravate diretti verso le coste del Borneo?
— È vero, signore, ma non possedendo alcuna bussola e temendo di smarrirci sempre più, ritornammo al nord sperando di raggiungere l'Arcipelago di Sulu, finchè una notte naufragammo su queste coste.
La scialuppa si era sfasciata contro le scogliere ed a grande fatica potemmo toccare terra con un fucile, trenta cariche e alcune bottiglie di Marsala.
Finchè avemmo polvere e palle potemmo vivere alla meglio abbattendo degli uccelli, ma quando terminammo le munizioni ci trovammo ben presto alle prese colla fame. Le frutta della foresta non erano sufficienti a mantenerci in forze e soffrimmo dei digiuni tremendi che ci ridussero a scheletri viventi.
— Una domanda.
— Parlate, signore.
— Sapevi che noi eravamo qui?...
— Sì, — rispose il maltese. — Avevamo intrapreso un viaggio nell'interno dell'isola sperando di trovare degli indigeni, ed un giorno vi scorgemmo mentre stavate coltivando un campicello.
— E perchè non siete venuti a chiedere ospitalità?
— Per paura di venire presi e appiccati, come ne avreste avuto il diritto. Ma.... avevamo anche veduto il Piccolo Tonno; è rimasto nella scialuppa forse?...
— No, alla capanna.
— Una capanna, un campicello, una scialuppa, un recinto con degli animali, delle scimmie!... Ah!... Quanto v'invidiavamo, signor Albani!... Voi in mezzo all'abbondanza e noi morenti di fame. Oh!... l'abbiamo espiato il nostro delitto, credetelo.
— Non avrai più nulla da invidiarci, Marino. D'ora innanzi farai parte della nostra famiglia e tutti lavoreremo pel benessere della nostra piccola colonia. Alla scialuppa, Enrico: più nulla abbiamo da fare qui. —
Scesero la collina e aprendosi un passaggio attraverso alla foresta, giunsero sulla spiaggia che percorsero fino alla piccola baia, presso la quale stava legata la scialuppa.
Volsero un ultimo sguardo alla catapecchia sotto la quale il maltese Harry dormiva l'eterno sonno, spiegarono la vela e presero frettolosamente il largo girando la penisola, volendo visitare le coste orientali della loro possessione.
Quella penisola fu chiamata di Harry, a ricordo del disgraziato maltese.
Il mare non era più tranquillo come prima, essendo cresciuta la brezza. Larghe ondate venivano dall'est e correvano a infrangersi, con grande fragore, sulle scogliere dell'isola, rimbalzando e spumeggiando.
Anche il cielo, che al mattino era limpidissimo, andava coprendosi di nuvole le quali salivano dal sud-sud-est, minacciando d'invadere tutta la vôlta celeste e di rovesciare sull'isola un furioso acquazzone.
I Robinson però, vedendo che la scialuppa, malgrado la sua pesante costruzione si manteneva benissimo, balzando agilmente sulle onde, continuavano a tenersi al largo, avendo fretta di giungere alla loro abitazione.
Il signor Albani tuttavia non si ristava dal rilevare le spiagge dell'isola, assegnando nomi alle piccole insenature, ai capi, alle penisolette e alle scogliere.
Verso le quattro del pomeriggio, lo stato del mare peggiorò tanto da far nascere delle inquietudini. Delle ondate altissime continuavano a salire dall'est, minacciando di subissare la scialuppa, e raffiche impetuose gonfiavano la vela il cui albero si curvava in modo da temere che dovesse spezzarsi.
— Sono ondate di fondo, — disse il veneziano. — Qualche violenta tempesta deve essere scoppiata verso l'est.
— Pure stamane il cielo era limpido ed il mare tranquillo, — disse Enrico. — Noi non abbiamo udito alcun tuono.
— Le ondate di fondo, che sono prodotte dalla lunga continuazione d'una violentissima bufera, percorrono delle distanze incredibili, Enrico. Forse la tempesta che ha mosso questi cavalloni è scoppiata a parecchie centinaia di miglia dalla nostra isola, forse nei paraggi delle isole Sanghir, cioè nel mare delle Celebes o più oltre, alle Molucche od a Mindanao.
— E voi credete che queste onde possano percorrere tali distanze senza perdere la loro forza?...
— Sì, Enrico. Nell'Oceano Pacifico si sono osservate delle ondate di fondo che venivano da più di mille miglia.
— Ditemi, signor Albani, è vero che in certe tempeste si sono osservate delle onde alte qualche centinaio di metri?... Se devo dire il vero, io non ne ho mai vedute.
— Sono frottole spacciate dai marinai. È bensì vero che per coloro che sono a bordo delle navi, specialmente piccole, sembra che le montagne d'acqua abbiano delle altezze inverosimili, ma si è constatato che in media quelle altezze si riducono a pochi metri.
— Oh! questo poi....
— È verissimo, Enrico. Delle osservazioni accuratissime fatte nell'Oceano Atlantico durante delle furiose tempeste, hanno limitato quelle altezze a soli sei metri, però se ne sono vedute di quelle che toccavano i nove e anche i tredici.
— È sempre una bella altezza.
— Presso il Capo Horn invece ne furono vedute di quelle che toccavano i quindici metri ed il navigatore Dumont d'Urville affermò di averne vedute talune che superavano i trentatrè metri.
— Quali urti poderosi devono produrre quelle masse!
— Tremendi senza dubbio, per le navi che devono sopportarle. Bada alla scotta: sta per giungere una raffica impetuosa, Enrico. —
Il vento cresceva di violenza rapidamente col calare delle tenebre, soffiando dall'ovest, ossia da terra e le onde raddoppiavano la rabbia scagliandosi con maggior furia contro la scialuppa.
I Robinson erano allora giunti in un luogo pericolosissimo, essendo irto di banchi e di scoglietti a fior d'acqua, difficilissimi ad evitarsi.
Non essendo prudente tenersi in mare coll'uragano che cresceva a vista d'occhio, e con quella scialuppa che era così pesante e sprovvista di chiglia, decisero di poggiare verso la costa.
Disgraziatamente i banchi e le scogliere crescevano di numero sulla loro sinistra, e per colmo di sventura il vento era contrario e tendeva a ricacciarli al largo.
— Mille terremoti! — esclamò il genovese, che cominciava a diventare inquieto. — Temo che sia una cosa assai difficile l'approdare, signor Albani. Bisogna virare al largo o noi perderemo la scialuppa.
— Non scorgi alcun passaggio fra le scogliere?
— È impossibile vederlo, con quest'oscurità che ci piomba addosso e con questa spuma che rimbalza dovunque. Corriamo il pericolo di urtare.
— E al largo le onde ingrossano, — disse Marino.
— Tentiamo la sorte, amici.
— Vi dico che è impossibile, signore, — ripetè Enrico. — Qui non si passa.
— Allora viriamo al largo. —
Volsero la poppa all'isola e s'allontanarono verso l'est per girare quei banchi e quelle scogliere, ma pareva che si estendessero assai, poichè a due miglia di distanza si vedevano le onde a rimbalzare a prodigiosa altezza, come se trovassero degli ostacoli continui.
Il mare intanto non cessava dall'ingrossare spaventosamente ed il vento ululava sinistramente fra l'attrezzatura della piccola scialuppa. La notte era calata con grande rapidità e quelle tenebre, che solo di tratto in tratto venivano rotte da qualche lampo, rendevano maggiormente critica la situazione dei Robinson, poichè non potevano quasi più scorgere i frangenti che si moltiplicavano dinanzi a loro.
Enrico, a prora, sbarrava gli occhi e segnalava al veneziano i luoghi ove le onde si rompevano, ma non sempre riusciva a scorgere le scogliere o presentire la vicinanza dei banchi subacquei. Già due volte la scialuppa aveva toccato uno di quei numerosi ostacoli, correndo il pericolo di rovesciarsi o di spaccarsi.
Marino, colla scotta in mano, si teneva pronto a stringere il vento od a lasciar andare la vela, mentre Albani manovrava il lungo remo che serviva di timone.
Si erano già allontanati dall'isola cinque o sei miglia, ma quella fila di scogli continuava a pararsi dinanzi a loro senza permettere il passaggio. La scialuppa fortunatamente resisteva alla furia del vento e del mare, ma danzava disperatamente, precipitando negli avvallamenti dei marosi con delle scosse inquietanti e di quando in quando imbarcava acqua.
Ad un tratto, al chiarore d'un lampo, Enrico scorse verso l'est una massa oscura che sembrava uno scoglio di grandi dimensioni od un isolotto.
— Fulmini e terremoti! — esclamò.