I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso

Part 9

Chapter 93,790 wordsPublic domain

«La zia Caterina ci guardò, stupefatta. Lei che sapeva com’era andata la cosa, pareva soddisfatta di vederla accomodata così facilmente.

«Il nonno fece ancora il suo risolino bonario, e disse:

— «Già! Già!...

«Poi riprese a bisticciarsi colla zia Rosa, che gli leggeva forte il giornale, e che pronunciava Nicotèra, mentre lui voleva che dicesse Nicòtera.

«Noi, che, fuori sul balcone, avevamo udite quel «_già, già!_» tanto condiscendente, ci abbracciammo e saltammo di gioia, ridendo piano.

«E dicevamo:

— «Vedi? ci eravamo esagerata la misantropia del nonno.

— «Alle volte ci si figurano le cose più difficili di quello che sono...

«Non avevamo mai amato tanto il nonno come quella sera.

«Mezz’ora prima del solito, io corsi a preparare una sua bibita che prendeva sempre prima di andare a letto, fatta con acqua calda, limone e fondo di caffè, e che si chiamava _acqua caffettata_, mentre mia sorella rientrava in salotto e si metteva a leggergli lei il giornale, con certi Nicotera tanto sdruccioli, che ruzzolavano come palle, nella noia dell’articolo di fondo.

«E Mario interruppe la lettura, per offrire al nonno le pianelle ed il berretto da notte, mellifluamente, a grande stupefazione del povero vecchio, che lo ringraziò sorridendo di quella strana offerta.

«Però, la mattina dopo, mia sorella tornò a mettere le cose in dubbio.

— «Io vorrei che il nonno ci desse proprio un consenso formale. Se ho da dire la verità, più ci penso, e più mi pare che abbia preso quell’invito come una burla.

«E mio fratello anche lui diceva:

— «È quasi certo. Il nonno è furbo. S’è buscato tutte le nostre gentilezze, il caffè mezz’ora prima, la lettura coi Nicotera sdruccioli, le pianelle ed il berretto da notte, e l’eroismo gastronomico della Maria che s’è gonfiata di pasta col latte; e lui intanto ci ha canzonati.

— «Cosa fare?

— «Cosa fare?

«Mario ci diede un consiglio serio.

— «Andate nello studio e ditegli la cosa francamente.

«Io pregai mia sorella che ci andasse lei, come la maggiore. Ma lei non voleva; non aveva coraggio. Cercammo di persuadere Mario a pigliarsi lui quell’incarico, ma protestò energicamente.

— «Brave! Vi buttate in acqua e poi volete ch’io vi salvi. No. No. Del resto, io non sono il Beniamino del nonno. Vi guasterei l’affare. Tirate alla pagliuzza fra voi due chi deve parlamentare.

«Preparò lui le pagliuzze. La più corta toccò alla Giuseppina, che si rassegnò.

«Io presi il vangelo, e mi posi a leggerlo con fervore, implorando nel mio cuore come una grazia, che mia sorella ottenesse il consenso desiderato.

«Mario la spinse nello studio, poi si mise in ginocchio dietro l’uscio, facendo delle grandi smorfie, come se pregasse, e dei segni di croce per mettere in caricatura me; e picchiandosi il petto disperatamente, esclamava:

— «Faccio voto d’andare in Terra Santa sulle ginocchia logore de’ miei calzoni, purchè il nonno me ne comperi un altro paio, ed offra un piatto di maccheroni col latte a quelle belle signorine!...

«Ad un tratto l’uscio dello studio fu spinto con violenza, mandando Mario a gambe levate; e la Giuseppina uscì tutta rossa, cogli occhi pieni di lagrime, e disse subito stizzita:

— «Ecco! L’ho detto io, che non se ne faceva nulla! Non ci aveva nemmeno pensato, lui! L’aveva creduto uno scherzo. Bello scherzo spiritoso, nevvero?

— «Infatti..., il nonno mostra d’avere un’idea un po’ meschina del vostro spirito.... Volete che lo sfidi?

«Io interruppi Mario per domandare alla Giuseppina:

— «Ma quando gli hai detto che si diceva per davvero?

— «Quando gliel’ho detto, ha risposto la sua gran parola irrevocabile: «_Non se ne parli altro!_»

«Infatti, pel nonno, quella era una sentenza senza appello. Sarebbe stato perfettamente inutile parlargli della nostra parola impegnata, della nostra mortificazione d’amor proprio, della cattiva figura che si farebbe tutti!...

«Queste considerazioni, per lui, non avevano importanza. Quando una cosa non gli accomodava, la metteva addirittura da parte con quella sentenza inesorabile: «Non se ne parli altro.» E non si curava affatto delle conseguenze. Crollava le spalle, e sorrideva di compassione alle nostre suscettibilità, che chiamava leggerezze.

«Ora non c’era altro a fare, che trovar un modo di cavarcela alla meglio.... o alla peggio.

«Il ripiego della febbre, suggerito da Mario non era effettuabile. Il nonno non era uomo da permetterci una commedia simile, neppure un giorno. Era troppo schietto e semplice.

«Se eravamo ammalati ci faceva curare con premura. Ma non tollerava smorfie, nè finzioni.

«Bisognò rassegnarsi, e scrivere semplicemente alle signorine Liprandi, che in causa di certi affari del nonno, che lo trattenevano in città, s’era dovuto smettere d’andare a pranzo «alla villa» per cui il domani non potevamo andarle a prendere per la partita combinata.

«Era assurdo, perchè in tal caso, avremmo dovuto pregarle di venire ad imparare la famosa pittura orientale a casa nostra in città, e di rimanere a pranzo con noi egualmente.

«Quelle signorine capirono che questa seconda parte del biglietto mancava per qualche ragione. Tanto più che a noi non venne neppur in mente la temerità inaudita, di proporre al nonno di rinunciare ai suoi cari pranzi del Cascinino per accomodare quel nostro pasticcio; e si continuò ad andar fuori il mattino, per non tornare che la sera.

«Per conseguenza le Liprandi, non potendo immaginare il vero motivo della nostra scortesia, la semplice avversione del nonno ad ogni specie di novità, si offesero, e non vennero più a vederci. Tanto, che credemmo d’aver perduta per sempre quell’amicizia che era la nostra gloria.

«La ricuperammo invece in un’altra circostanza, che fu un vero trionfo per noi. Ma un trionfo breve. Il regno dei cento giorni.

. . . . . . .

L’Emma e la sua amica erano state a sentire la mia storiella, con un’attenzione benevola da signorine bene educate, e si erano degnate di far bocca da ridere alle burle di Mario ed al nostro imbarazzo.

Quando però, alludendo a quell’altra circostanza, feci capire che c’era una seconda storiella da dire, la Emma, con una premura, che non oserei dire se fosse di desiderio o di sgomento, ma inclino a credere di sgomento, mi domandò:

— E vuol raccontarci anche quella, marchesa?

Io non mi lasciai scoraggiare e risposi:

— Sì, voglio raccontarla, perchè gioverà a farvi apprezzare quanto valgono i divertimenti che i nostri genitori vi procurano, e che voi vi pigliate con indifferenza, come cose che vi siano dovute, perchè non ne avete mai provata la privazione. Giacchè la Elisa si ferma qui a pranzo, domanderò anch’io da pranzo alla tua mamma, per potervi raccontare questa sera la storiella Num. 2.

Le due signorine, sempre ben educate, fecero «_a mauvais jeu bonne mine_» e mi ringraziarono.

_Non se ne parli altro!_

EPISODIO NUM. 2

Quelle gite quotidiane, inesorabili, che si dovevano fare al Cascinino, con qualunque tempo ed in qualunque stagione, erano, alle volte, molto uggiose.

«Nell’inverno specialmente, quella spedizione era seccantissima per noi, e si faceva a gara a chi non andrebbe.

— «Io debbo finire un ricamo....

— «Io debbo fare un esercizio di francese....

«Ma il nonno non ci menava buone quelle scuse. La gioventù, secondo lui, aveva sempre bisogno di moto; al moto si doveva sacrificare ogni cosa....

«In sostanza credo che, oltre al nostro moto, gli premesse anche d’aver compagnia nella sua passeggiata, sebbene non parlasse quasi mai. Perchè il nonno amava raccontare, ma non conversare.

«Ad ogni modo, non voleva andare al Cascinino solo nella sua seconda gita del pomeriggio. Ci si rassegnava nella prima, che faceva il mattino dalle dieci alle dodici, perchè le zie trovavano che, per due ragazze giovani, sarebbe stato sconveniente uscire due volte nella giornata, a meno che una fosse per andare in chiesa.

«S’erano dunque accomodate le cose alla meglio, alternandoci, e facendo un giorno per ciascuna ad andare al Cascinino, durante i tristi mesi dell’inverno novarese, rigido, umido, nevoso.

«Si camminava nella neve, sul ghiaccio, nel fango.

«La casa era chiusa. Il nonno apriva; s’entrava nella sala buia, si spalancavano le imposte, e s’accendeva il fuoco nel camino.

«Quella vampata era la gioia del nonno ed il nostro tormento, perchè toccava a noi toglierci i guanti, e, vestite da passeggio, romper la legna e fare il fuoco.

«Una volta ch’io m’ero provata a chiamare la contadina, il nonno mi aveva dato sulla voce: «che non ero una principessa, e che una ragazza doveva esser sempre pronta a tutte le occupazioni casalinghe, anche le più modeste....» Una ramanzina che era durata un quarto d’ora.

«E non bastava di farla la vampata, bisognava anche goderla, come diceva lui, bruciandosi il viso al fuoco e gelandosi il dorso in quella così detta sala, che era una stanzaccia terrena, con delle finestre alte alte, alle quali s’arrivava appena salendo in piedi ad una sedia, ed ingombra d’una tavola quadrata, tanto larga, che a stento si poteva girarle intorno. Una tavola tutta screpolata, vacillante, scricchiolante, minacciante rovina; perchè il nonno, che aveva la passione del ferro vecchio, una vera manìa, andava comperando a tutte le fiere, sui banchi dei rigattieri, agli incanti, una quantità di serrature arrugginite, di catenacci, di chiodi, di chiavi, di viti; e ne aveva, col tempo, talmente riempita la cassetta di quel tavolone, che un bel giorno s’era sfondata sotto il peso, e, nel cadere col carico formidabile che aveva nel ventre, aveva fatto piegare la tavola, spezzandone due gambe.

«Il nonno poi aveva rattoppato alla peggio quel mobilaccio monumentale e venerabile.

«Dico rattoppato, e non fatto rattoppare, perchè era un’altra sua manìa di fare da sè, quando poteva; ed anche quando non avrebbe potuto, perchè si può figurarsi com’erano bellini quei mobili che rabberciava lui, inchiodando delle vecchie lastre di ferro ai due pezzi staccati d’una gamba di tavola, o d’una spalliera di sedia, per tenerli uniti.

«Con che occhi li guarderebbero le nostre signorine, quegli orrori, fra i quali noi siamo cresciute, ridendone un poco, anche molto, ma senza crucciarcene però, e sopratutto senza vergognarcene menomamente, vagheggiando anzi, se ci fosse stato possibile, di ricevere fra essi le nostre amiche ed anche di farvi degli inviti.

«Gli altri ornamenti di quella famosa sala, erano: un divano di pelle lustra e fredda che metteva i brividi, ed un grande e massiccio cantonale di quercia, solido che avrebbe sostenuto un cannone, e la cui unica destinazione era di reggere un piccolo Napoleone a Sant’Elena, «le braccia al sen conserte» chiuso in un tempietto di vetro.

«Quella statuina era l’idolo, la passione del nonno, e gli forniva ogni giorno l’occasione di raccontarci qualche episodio della vita gloriosa di quel suo eroe non mai abbastanza ammirato.

«Dopo la vampata e l’episodio napoleonico, si saliva al piano di sopra, squallido, coi letti disfatti e respinti in un canto, con dei palchi come quelli dei bachi, rizzati in mezzo alle stanze, e carichi di frutta conservata per l’inverno, che mandava un odore nauseabondo.

«Il nonno ci faceva salire a prendere una mela, una pera o un grappolo d’uva, per aiutarci a pazientare, aspettando che lui avesse finito il giro della casa e del fondo.

. . . . . . .

«Una sera io tornai dalla passeggiata al Cascinino con una grande, una stupefacente novità.

«Noi si darebbe un ballo alla villa!!!

«Per fortuna Mario era in collegio, altrimenti Dio sa che scene avrebbe fatte! Mia sorella, che pure non era una gran riditrice, fece una quantità d’esclamazioni, e finì per abbandonarsi sul divano in una convulsione di risa contorcendosi e gridando:

— «Oh! no! no! È troppo buffa! È troppo buffa!

«E la zia Rosa, che si trascinava dietro da trent’anni una malattia di fegato, e coi suoi poveri occhi gialli, vedeva dei malanni dappertutto, mi afferrò il polso, e mi disse tutta spaurita, preparandosi a guardarmi in bocca:

— «Metti fuori la lingua!

«Mi credeva in un delirio di febbre.

«Veramente la cosa era tanto nuova, tanto impreveduta, tanto straordinaria, che avevano ragione di non volerla credere.

«Eppure era vero.

«Quel giorno, al Cascinino, dopo aver fatto il giro delle stanze di sopra che erano quattro, due da ciascun lato della scala, e comunicavano fra loro da una parte pel pianerottolo, e dall’altra per un corridoio interno, il nonno aveva detto queste precise parole:

— «Ora che, ai balli, c’è quella brutta moda di non stare in sala, di fare la coda, qui si potrebbe benissimo dare una festa; perchè quattro coppie in qualunque di queste stanze ci possono ballare comodamente, poi uscirebbero man mano dal pianerottolo, passerebbero nella prima stanza di là dalla scala, e rientrerebbero dal corridoio...

«Quando vidi l’incredulità con cui in casa era accolta la mia fausta novella, ripetei alla Giuseppina ed alle zie quel discorso del nonno, tutta eccitata dall’idea gloriosa di far passare la coda d’una festa da ballo... dal pianerottolo.

«Mia sorella, che aveva smesso di ridere per riprender fiato, mi disse con un’aria sbalordita:

— «E perchè il nonno ha detto questo, tu t’immagini che daremo un ballo davvero? No! Veramente sei troppo immaginosa, Maria! Un giorno o l’altro scriverai dei romanzi!

«Povera sorella! Non pensava certo, allora, che quel malinconico oroscopo la farebbe indovina!

«Io, più che mai impuntigliata a dimostrare che non avevo raccontata una frottola, esclamai:

— «Ma no! Ma no! Il nonno ha detto di più. Si sono fatti dei progetti. Si farà portare un pianoforte, ben inteso. Si toglieranno dalle stanze i letti ed i palchi della frutta; si faranno ridipingere le pareti...

«Un’altra risata di mia sorella mi troncò le parole in bocca.

— «Oh! Oh!!... Ridipingere le pareti! Il nonno!... Oh! ma davvero ti gira la testa. Ha ragione la zia Rosa. Metti fuori la lingua! E chi è il Raffaello che farà questo lavoro?

— «Via! non s’hanno a dipingere davvero; s’intende ricolorirle... darci una tinta...

«Ero così mortificata che non sapevo più stare allo scherzo e rispondevo seria seria e scimunita.

«Dovetti lottare tutta la sera contro l’incredulità della Giuseppina e delle zie, e contro le loro burle.

«Finalmente il nonno uscì dallo studio, ed io lo aggredii addirittura, domandandogli francamente, a bruciapelo, come una ragazza sicura del fatto suo:

— «Nevvero, nonno, che s’è combinato di dare una festa da ballo al Cascinino?

— «Ah! sì. Ho veduto che i locali si prestano, rispose lui, tutto sorridente al pensiero di quei suoi locali che amava tanto.

— «E quando daremo questa festa? domandò mia sorella, sempre con un’aria d’incredulità e di burla.

— «Ma... questa primavera, disse subito il nonno.

«Io trionfavo. Ma la Giuseppina tornò a domandare ridendo:

— «Si ballerà intorno ai palchi dei bachi da seta?

«Il nonno, che sentì in quelle parole un accento d’ironia, come un voto di sfiducia ai suoi locali ed al suo tenimento, rispose:

— «Ma no! Che bisogno c’è? Non manca lo spazio. I bachi si possono mettere a pian terreno; in sala, in cucina, nella serra....

«La serra era un corridoio senza stufa, dove si ritiravano nell’inverno i vasi di fiori che sarebbero morti stando al freddo di fuori, e che morivano gelati di dentro.

«Mia sorella non potè a meno di osservare:

— «Staranno caldi i bachi nella serra!

«Però, vedendo che il nonno insisteva sulla possibilità, per quanto discutibile, di dare quel ballo, cominciò a trovarmi meno immaginosa, ed a prender sul serio la mia grande nuova.

«Dal prenderla sul serio ad appassionarsene non c’era che un passo. Perchè, sebbene cominciassimo già ad avere quello spirito critico, che ora rende tanto esigenti ed un po’ infelici i giovinetti, non eravamo ancora arrivati a farcene un cruccio, e ne usavamo soltanto per trovare il lato buffo d’ogni cosa e per divertircene.

«Pel resto della serata non si parlò d’altro che della festa. Si disposero, colla fantasia, le sale, i lumi, i rinfreschi. Dei rinfreschi molto ridicoli, che noi credevamo adatti ad una festa campestre, tutti di frutta, di latte, di cose di campagna, ed assolutamente disadatte ad un ballo.

«Io, che ebbi sempre un senso esagerato di pietà anche per le miserie che lo meritano meno, ed un bisogno inconsiderato di larghezza che ha mantenuto sempre lo squilibrio nel mio bilancio con una costanza degna di miglior causa, avevo immaginata un’altra assurdità, che mi pareva magnifica: di spargere qua e là per le sale, sui mobili, delle scatole di guanti. E questo perchè mi ero commossa sproporzionatamente alle piccole festine di provincia dov’ero stata, vedendo dei giovanotti, poveri impiegati della posta, del telegrafo, della prefettura, con dei guanti troppo vecchi e sporchi.

«Andammo a letto colla fantasia eccitata, gloriose di quell’avvenimento insperato, che permetteva alla nostra vanità di fare degli inviti, di ricevere, d’essere ringraziate e ricercate dai ballerini, come lo sono sempre, ad un ballo, le padroncine di casa, anche quando non sono punto attraenti.

«Il domani la Giuseppina, che non rideva più, volle stendere la lieta degli inviti, e, naturalmente, mettemmo avanti a tutti le Liprandi, felici di potere in quell’occasione riparare alla scortesia che avevamo dovuto fare nell’estate, per quel disgraziato invito a pranzo, e di ricuperare la loro amicizia.

«Non si può immaginare cosa più stravagante di quegli inviti che combinavamo pel nostro ballo.

«Mentre doveva essere una seratina affatto intima, agli uomini si doveva mandare un invito, scritto o stampato, ma sempre un invito formale per lettera, perchè noi di uomini non ne conoscevamo neppur uno. Il nonno non voleva giovinetti per casa. Si dovevano dunque invitare i ballerini dai guanti vecchi, che avevamo veduti nel carnovale alle festicciuole dove avevamo fatta la nostra breve comparsa prima di mezzanotte, ed altri giovani che vedevamo in istrada, e dei quali sapevamo appena il nome, oppure non lo sapevamo nemmanco, e contavamo di domandarlo sui connotati.

«Cominciammo a parlarne colle cugine, poi colle prime amiche che incontrammo. La voce corse, e ben presto tutte le nostre conoscenti furono informate che nella primavera vi sarebbe una festa da ballo alla nostra villa.

«Un bel giorno, dopo un lungo abbandono, capitarono a farci visita le Liprandi tutte in ghingheri, e ci dissero con quel loro fare tanto affabile e grazioso:

— «Abbiamo sentito che ci farete ballare, nevvero?

«Noi, che non vedevamo l’ora di dare la stura alla grande nuova, con tutto il suo seguito di progetti, confermammo gentilmente l’invito, sottinteso nella loro domanda, e cominciammo subito a discorrere della disposizione dei locali, e dell’orario, e dei vestiti...

«Dicevamo con una grande affettazione di semplicità:

— «Non si dovrà fare del lusso... figurarsi! Quattro salti in campagna... Ma ci vestiremo di chiaro, però; sarà della stagione, ed anche più allegro...

«Il che era quanto dire modestamente:

«Badate a farvi belle, ad ornarvi di colori gai, perchè noi intendiamo che la nostra festa riesca elegante.

«Le Liprandi, che non avevano bisogno d’incoraggiamenti in fatto di toletta, proposero subito varie combinazioni, una più bella dell’altra, compiacendosene già in anticipazione, come se si vedessero in uno specchio.

«A Novara le voci hanno presto fatto a compiere il giro della città; allora era anche più piccola d’adesso, e quella voce, nel suo giro, doveva bussare soltanto alle porte della borghesia modesta.

«In capo alla settimana la novità di casa nostra non era più ignorata da nessuno; e noi si venne a sapere, molto indirettamente, e con un misto d’orgoglio e di sgomento, che se n’era parlato in un caffè!

«Poi ebbimo altre soddisfazioni inaspettate.

«Una signorina molto bionda, molto miope e molto altera, che, colla scusa che non vedeva bene, non salutava mai nessuno in istrada, ci fece dire dalle Liprandi che desiderava di fare la nostra conoscenza.

«Non ci era mai accaduto d’inspirare a nessuno un desiderio simile.

«Infatti, venne colle nostre belle amiche a farci una visita, e la maggiore delle Liprandi, che parlava bene, avviò il discorso con garbo, per preparare l’invito.

— «Queste signorine, disse alla bionda miope, hanno una _bella villa_ fuori di porta Vercelli.

«E l’altra, che non s’era mai degnata di guardare l’umile Cascinino del nonno, rispose tutta in un sorriso:

— «Oh lo so! La conosco. Ci si passa per andare alla Vigna Grande.

«La Vigna Grande era la sua villa. Una vera villa, quella. Non di lusso, nè elegante; ma certo adatta per passarvi il tempo della villeggiatura, e da non confrontarsi colla nostra capanna.

«Ma era l’idea del ballo che rendeva quelle ragazze tanto indulgenti e complimentose verso il povero Cascinino. Troppo complimentose; tanto, da parere che ci burlassero, perchè, mentre noi balbettavamo con dei falsi attucci modesti: «Oh! la nostra non è una villa... Le sta meglio il nome che le ha posto il nonno: il Cascinino... ecc. ecc.» la Liprandi maggiore c’interruppe, per dire, sempre alla sua amica:

— «Ma no, no. Se tu vedessi, di dentro, è bellissima!

«Poi, un po’ confusa di quella bomba che aveva sparata, riprese:

— «Modesta, sai; campestre, anzi. Ma graziosa. E contano anche di darvi un ballo, appena comincerà la primavera.

«L’altra, che era venuta per quello, fece le meraviglie, come se non ne sapesse nulla.

«La tentazione di formulare un invito era così forte per me, che soggiunsi subito:

— «Sarà un’occasione di vedere il nostro Cascinino, se vorrà favorirci in quella circostanza.

«E si tirò via, una serie di salamelecchi, che a me ed a mia sorella andarono in tanto sangue.

«Certe altre signorine, che avevano il banco immediatamente davanti al nostro in Duomo, e che ci salutavano appena con un’aria di degnazione, perchè avevano un titolo di nobiltà e molti anni più di noi, cominciarono a farci dei sorrisetti amichevoli quando si voltavano ad aprire il banco prima della predica. Ed un giorno una, la più giovane, profittò della combinazione ch’io era ancora inginocchiata, per cui le rimanevo vicina, per dirmi, mentre metteva la chiave nella toppa:

— «Le piace questo predicatore?

«Era un modo d’entrare in discorso, per poi concludere, come concluse:

— «È tanto, che ci si vede ogni giorno nella quaresima, che mi pare di conoscerle, e m’è venuto naturale di rivolgerle la parola.

«Io balbettavo delle cose inconcludenti, tutta intimidita, perchè erano tre zitellone che non m’inspiravano nessuna confidenza.

«Ma loro si voltarono tutte a fare dei sorrisetti e dei cennini graziosi col capo; e quella che aveva parlato, mi disse a bruciapelo, facendomi arrossire e confondere:

— «È un pezzo, sa, che volevo parlarle. Mi è tanto simpatica!..

«Infatti d’allora ci parlarono ogni giorno, e fin dal giorno seguente, cominciarono a fare delle allusioni alla villa, ed alla festa da ballo... «che chissà come doveva riescir bella! Una festa campestre...!»

«Naturalmente, ricaddi a capo fitto nel tranello, e sfoggiai le mie graziette in un invito.

«Quel fermento, quel chiacchierìo, durò una settimana in città. Poi, siccome eravamo in piena quaresima, ed alla primavera mancavano ancora due mesi e più, il fermento cessò, e della nostra festa non si parlò più che fra noialtre amiche.

«E finì la quaresima, e venne la Pasqua, che quell’anno fu verso la metà d’aprile, poi l’aprile finì, e cominciò il maggio, tutto biancheggiante di margherite e rosseggiante di rose.

«Era primavera!

«Ma, a misura che il tempo di concretare il gran disegno s’avvicinava, l’enormità della cosa si faceva più chiara alla nostra mente, ed un segreto sgomento c’invadeva.

«Sarebbe stato tempo di provvedere a far dipingere le stanze, a far portare il pianoforte, a diramare gl’inviti....

«Il nonno non faceva la menoma allusione a tutto questo.