I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso

Part 8

Chapter 83,760 wordsPublic domain

«Le due fanciulle erano sedute di dentro ai due lati, rincantucciate contro le pareti della carrozza per non schiacciare la mamma, che era seduta in fondo in mezzo a loro.

«Come Andrea, anche la Delfina doveva aver pensato a quell’ultima occhiata, perchè si era messa dalla parte della farmacia, a destra.

«Tutti salutarono Andrea, senza fermarsi. Il signor Ripamonti gli gridò che lo aspettava a casa la sera dopo, le ragazze chinarono ripetutamente il capo e sorrisero. La Delfina sorrise più a lungo, lo guardò fisso, lo salutò colla mano, poi abbandonò il braccio fuori della carrozza, e lasciò cadere un fogliolino piegato.

«Andrea corse innanzi sulla strada, dove il foglio era caduto, e stette là a custodirlo finchè la carrozza fu scomparsa.

«Allora, sicuro di non esser veduto, si chinò, raccolse il biglietto, corse in casa, traversò la farmacia in fretta, e salì a rinchiudersi nella sua camera.

«Non so se pianse lassù, o cosa fece. Non lo disse mai. Ma certo in quel breve istante, mentre la carrozza passava, mentre egli salutava e sorrideva, aveva sentito il suo avvenire spezzarsi, la sua più cara speranza svanire per sempre.

«Io l’avevo provato un anno prima, per lui, quel dolore. E so quanto è tremendo per un cuore giovane.

«Il biglietto della Delfina diceva:

«CARO ANDREA,

«Io accetto, per obbedienza figliale una vita di sacrificio. Accettatela anche voi per sentimento di carità. Sposate la mia povera Editta; toglietela a quell’esistenza tribolata, a quei maltrattamenti che la uccidono.»

«È la sola prova che posso domandarvi del vostro amore, e ve ne sarò grata, e vi benedirò per tutta la vita, e pregherò per voi.»

«DELFINA.»

«Andrea esitò qualche tempo.

«Il sacrificio era troppo grande pei suoi venticinque anni.

«Ma una sera trovò l’Editta col capo fasciato; ed il signor Ripamonti non esitò a dirgli che, un pugno violento della madre, l’aveva fatta cadere contro un mobile, dove aveva battuta la fronte in mal modo.

«Dopo qualche giorno l’Editta scomparve dal tinello, dove stava di solito radunata la famiglia. Andrea ne domandò conto alla signora Ripamonti; ed ella rispose che l’aveva rinchiusa in camera, perchè era colpevole di sacrilegio.

«Allora Andrea si rammentò la preghiera della Delfina, e si risolvette al sacrificio eroico. Sposò la povera gobba, per sottrarla alla persecuzione di quella pazza.

«Ora che si cura prima d’ogni cosa l’igiene, la salute, lo sviluppo fisico, quel matrimonio sarebbe considerato più mostruoso che sublime.

«Anche allora, molti esclamarono inorriditi:

« — Avranno dei bambini deformi!

«E parlavano dei Greci che gettavano i bambini contraffatti giù dalla rupe Tarpea, perchè non si moltiplicasse la loro razza disgraziata.

«Può darsi che a forza di discorsi scientifici si possa dimostrare che avevano ragione.

«Ma Andrea non almanaccò tanto. Fu generoso, pietoso, ed obbedì alla preghiera della Delfina.

«Grazie alla sua carità eroica, quella povera gobbina visse sedici anni tranquilla, circondata da cure amorevoli.

«E sua madre, non vedendosela più continuamente accanto, si calmò, ed evitò il manicomio, al quale l’avrebbe condotta indubbiamente la sua pazzia religiosa.

«È certo che, se Andrea si fosse veduto crescere intorno una corona di bambini deformi avrebbe sofferto; si sarebbe anche pentito del suo eroismo.

«Ma la provvidenza gli risparmiò quella prova. Egli non ebbe figli. Forse fu quello il compenso della sua buona azione.

«Ad ogni modo, in quel matrimonio, come in ogni atto della sua vita, Andrea fu nobile, generoso e buono.

_Nota._ — Questo racconto, che forse sembrerà a molti improbabile, è tutto, tutto verissimo, e non vi ho aggiunto del mio altro che la forma letteraria. L’AUTRICE.

_Non se ne parli altro!_

EPISODIO NUM. 1

Un giorno dello scorso inverno ero in casa d’una mia amica, la signora Neris, quando la sua figliola, Emma, tornò dalla lezione di tedesco, conducendo con sè una compagna, per far insieme il còmpito, che era molto difficile.

Entrò in sala, e presentò la compagna con tutta disinvoltura.

— Mamma, la signorina Vitta, che ha la bontà di venir a lavorare con me.

Poi, rivolgendosi alla sua amica, riprese accennando noi:

— La mia mamma... La Marchesa Colombi...

La signorina Vitta s’inchinò con un garbo da vera donnina, s’intrattenne un minuto rispondendo alle domande della signora Neris, ed appena il discorso accennò a cadere, si rivolse all’Emma, e le disse:

— Quando vuoi che andiamo a lavorare...

Uscirono dal salotto tutte e due; ma, dopo pochi minuti, la Emma tornò per prendere la cartella dei libri che aveva dimenticata.

Sua madre, con un pensiero cordialissimo, le disse:

— Puoi trattenerla a pranzo la tua amica, se ti fa piacere.

L’Emma pensò un tratto, poi disse con aria infastidita:

— Bisognerebbe avvertire i suoi parenti...

— Li avvertiremo per mezzo della persona di servizio che verrà a prendere la ragazza.

— No... Potrebbero non acconsentire, ed allora dovrebbero mandar qui un’altra volta a pigliarla. Sarebbe un disturbo.

— Si potrebbe mandar la nostra cameriera ora, e domandare il permesso di trattenere la signorina.

L’Emma non manifestò nessuna soddisfazione, e disse anzi con un fare sprezzantuccio:

— Ne parli magnificamente, mamma, di questo pranzo. Ma io vorrei sapere che pranzo c’è.

— Oh, il solito.

L’Emma si mise a ridere, e domandò:

— Fai del proselitismo per la società di temperanza? Confessalo.

Poi soggiunse:

— Dì, davvero; cosa si può aggiungere alle dolcezze della nostra _mensa di famiglia_?

La signora suggerì: un antipasto, un piatto di mezzo freddo, una crema, ed una bottiglia di vino dolce spumante.

La figliola crollò il capo disapprovando:

— Si capisce troppo che è un pranzo di ripiego.

La mamma, troppo buona, le disse ancora:

— Ma, se non ti fa piacere, non invitarla, sai. Io lo dicevo per te...

— Sì, a me farebbe piacere... Ma vorrei anche che noi non si facesse troppa cattiva figura. L’Elisa ha dei gusti molto raffinati.

La mamma osservò:

— Ad ogni modo, non potrà figurarsi che noi facciamo ogni giorno un banchetto. Dacchè la invitiamo «_à la fortune du pôt_» non può aspettarsi che un pranzo di famiglia. E, come pranzo di famiglia, il nostro non è da sprezzare.

— È questo invitare «_à la fortune du pôt_» che non è signorile, quando il _pôt_ ha delle fortune discutibili come il nostro.

Io stava a sentire a bocca aperta, sbalordita.

Non seppi trattenermi dal domandare a quella ragazza:

— Quanti anni hai, figliola mia?

— Ne avrò presto quindici. Sono vecchia.

— Ma è certo che sei vecchia! Sei ben sicura di non avere trent’anni?

Lei mi rispose con un’aria da scettica:

— Chi è mai sicuro di nulla a questo mondo?

— Ma tu, tu, non senti che hai quindici anni, che sei quasi una bimba, che hai un babbo, una mamma....

— Oh! babbo e mamma si fanno sentire, se non altro, per farmi dei predicozzi e per dettare delle leggi!

Diceva questo sorridendo, come per burla, ma, in fondo, si sentiva che le pesavano le leggi.

Io ripresi:

— Ma nel tuo cuore di fanciulla amata, vezzeggiata, viziata anzi, non esulta l’allegrezza della gioventù? Dianzi, all’udire che potevi invitare la tua compagna a pranzo, non hai giubilato? Non hai sentito un impeto di riconoscenza per la mamma che è tanto cordiale colle tue amiche?

L’Emma baciò sua madre con aria di protezione, e disse ridendo:

— Oh! la cordialità della mamma non la manda in rovina! Ha sentito che trattamenti luculliani? Un antipasto, un piatto freddo ed una crema, abilmente intercalati al rancio del focolare domestico....

E vedendo la sua compagna, che, stanca forse d’aspettarla nello studio, tornava in sala a cercarla, le disse:

— Giubila, Elisa. Ci si prepara un divertimento sfarzoso; una gioia pazza. Qui, la marchesa non può darsi pace ch’io non faccia le capriole per la gioia. Indovina di cosa si tratta.

L’altra rispose subito, con un gesto ed una cera che parevano dire: «_Transeat a me calix iste!_»

— No, no! per carità! Non posso soffrire i giochi innocenti. Specialmente gl’indovinelli.

Io pensava che, infatti, co’ suoi _gusti raffinati_, come diceva l’Emma, doveva essere molto difficile divertire quella ragazza.

L’Emma riprese:

— Ti si invita al nostro pranzo di gala! Alla folle ilarità della nostra serata di famiglia!

L’invitata rispose con un fare perfettamente cortese:

— Oh grazie. La tua mamma è troppo gentile... Ma mi aspettano a casa.

La signora Neris non osò insistere. L’Emma disse:

— Non è proprio il caso di pregarti, perchè ti annoieresti più che in casa tua...

L’Elisa alzò le mani e gli occhi al soffitto, esclamando:

— Oh! in casa mia!

Io domandai, sempre più curiosa, e sempre più sbalordita:

— Scusa. Ti annoi anche in casa tua?

Quella signorina dai gusti raffinati, mi guardò, meravigliata ch’io le dessi del tu senza conoscerla, poi mi rispose:

— Ma quanto! È un abisso, un incubo di noia!

Io ripresi:

— Sei forse sola, senza fratelli nè sorelle?... Scusa sai; io do sempre del tu alle ragazze. Non ho ancora potuto avvezzarmi a considerarle persone serie, come siete voialtre.

Ella fece un cenno del capo, graziosamente, per indicare che scusava, poi esclamò:

— Ma che! Sola! Ci chiamiamo legione! Siamo sei; si figuri!

— Mi figuro che giocherete, che riderete, che vi bisticcerete qualche volta, e che starete allegri.

— Quanto a bisticciarci, sì, ci bisticciamo spesso. Ma ridere non è facile. Manca di ilarità la nostra casa. Siamo due sorelle, vestite tutte e due ad un modo, uguali, minuziosamente uniformi, come due vasi del Giappone, come due candelabri da caminetto borghese, come due _pendants_; molto ridicole; ma, sa, il ridicolo fa ridere gli altri, e noi ci fa quasi piangere. Abbiamo due fratelli in collegio... studiosi! — Sono cose che capitano soltanto a noi! — Hanno sempre delle uscite di favore pei loro meriti, e le nostre domeniche le passiamo tutte a portare in giro per Milano quei due soldatini dotti, in grande uniforme, che fanno voltar la gente in istrada! Ed il resto del nostro tempo, quando non si è a scuola, si fanno delle esclamazioni ammirative dinanzi a Nini ed a Baby, i due piccini, tanto bellini, tanto carini, e tanto noiosini....

La signora Neris profittò di quella geremiade per dire:

— Ebbene, qui non c’è nè il suo _pendant_ che le fa venir da piangere, nè i _noiosini_ che strillano. Resti oggi con noi; ci rallegrerà tutti col suo spirito....

Finalmente la signorina Elisa, con molte smorfiette, lasciò cader dall’alto il suo consenso, al quale l’Emma fece questo commento, poco lusinghiero per la sua famiglia:

— Poverina! Come ti compiango!

Io mi sentivo invasa da quello sgomento, da quel sentimento d’un pericolo prossimo, che m’inspirano sempre l’indifferenza, lo scetticismo, la mancanza d’ilarità e di gioia nella gioventù.

Da un pezzo i miei poveri vecchi, il nonno e la signora Giovannina, erano morti.

Confrontando la mia adolescenza, che a quella gente austera sembrava già pretensiosa e scettica, coll’adolescenza vecchia di queste giovinette, la mia mi parve gaia come una risata, al paragone. E, sopratutto, la mia era stata più semplice e meno fortunata.

Profittai d’un’uscita della signora Neris che andò a dare degli ordini per la sua ospite inaspettata, e feci con quelle ragazze la parte che faceva il nonno co’ miei fratelli e con me. Cominciai da un predicozzo, per finire con una storiella.

Ecco il predicozzo:

— Avete troppe soddisfazioni, ragazze. Tutti i vostri desiderii sono appagati. Non vi resta nulla a desiderare nel campo delle cose semplici e possibili. Per questo, quando vi capita una cosa piacevole, non la apprezzate, perchè l’avete ottenuta con troppa facilità, e v’immaginate delle cose più difficili ad ottenere, e, per conseguenza, ai vostri occhi, più belle. E così vi create degli ideali impossibili, ed avete il gusto guasto dalle raffinatezze. Una, non è contenta d’avere un’amica a pranzo, perchè non può offrirle un pranzo di gala, l’altra si fa pregare ad accettare, perchè forse non vede la prospettiva d’una serata elegante...

La Emma m’interruppe con quel suo fare di superiorità un po’ ironica, che sembrava burlarsi di me:

— Ma perchè, marchesa, s’immagina che invitare un’amica a pranzo sia una cosa tanto peregrina?

— Perchè a’ miei tempi era, se non peregrina, molto rara di certo, nella nostra condizione di borghesi non ricchi. Perchè io non ho mai avuta questa gioia, e tutte le mie compagne, figlie di famiglie modeste, come la mia, come la vostra, erano, su per giù, nello stesso caso. Perchè, un giorno, questa soddisfazione che voi disprezzate, io l’ho desiderata con tutto l’ardore del mio amor proprio compromesso, della mia parola impegnata...

— E non l’ha ottenuta?

— Non si ottenevano mica molte cose, ai miei tempi! E bisognava prendere il mondo come veniva. Si borbottava un poco fra noi, qualche volta si arrischiava una timida protesta; ma si finiva sempre a piegare il capo alla volontà dei superiori, una volontà indiscutibile ed inesorabile.

La signorina Elisa osservò con un sospiro:

— Allora dovevano essere anche meno allegre di noi!

— Confesso che cominciavamo già un po’ a prendere gli atteggiamenti da vittima che prendete voialtre; ma soltanto nei momenti di contrarietà, e per poco. In generale, eravamo molto più allegre, perchè avevamo delle esigenze molto più moderate; ed anche quelle, per moderate che fossero, i nostri genitori ce le sapevano reprimere con fermezza. Ci si allevava nel sentimento della sommissione.

— Ma era una tirannia!

— Chissà! Anche noi, allora si pensava così. Ma, col tempo, ci ha risparmiati molti dolori, quella così detta tirannia; perchè ci aveva avvezzati alle contrarietà della vita, e quando le incontrammo più tardi, serie ed inevitabili, avevamo imparato a sopportarle senza debolezza. Non so se voialtre, che a quindici anni discutete un pranzo, e non lo trovate abbastanza raffinato per meritare d’essere offerto ad una bimba, che trovate ridicolo vestirvi come le vostre sorelle, e noioso passeggiare coi vostri fratelli, sapreste, poi rassegnarvi, da donne fatte, alle limitazioni che impongono le rendite ristrette o l’avarizia d’un marito, alla privazione d’ogni divertimento, alla vita affatto casalinga, che tocca a moltissime spose, mentre magari il marito esce ogni sera e si diverte.

La Emma, che probabilmente si annoiava della piega troppo seria ch’io aveva data al discorso, osservò, colla confidenza con cui trattava sempre con me, come con tutti superiori ed inferiori:

— Credevo che questa predica dovesse metter capo ad un raccontino come quelli del suo nonno...

— Infatti; ma non c’ero arrivata ancora.

— Allora, scusi, sa; ma il suo nonno era meno... era un po’ più divertente; non faceva delle dissertazioni morali tanto lunghe... almeno a giudicarne da quanto riferisce lei...

— È perchè io, quando vi ripeto i suoi racconti, ne abbrevio la parte noiosa.

— Ma è una buona abitudine, marchesa. Badi di non perderla, per carità.

— Profitterò della tua lezione.

E ridendo dell’impertinenza schietta di quella bimba, cominciai a raccontare.

. . . . . . .

«Una delle nostre grandi contrarietà, toccò appunto, a me ed a mia sorella, per un invito a pranzo.

«Avevamo due amiche, le signorine Liprandi, maggiori di noi di parecchi anni, molto belle e molto eleganti, che ci davano una gran suggezione, ma della cui amicizia andavamo molto superbe.

«Alle volte, nell’estate, venivano la sera al cascinino del nonno, che noi parlando con loro chiamavamo sempre «villa» per darci un’aria un po’ elegante anche noi; e si mettevano tanto in gala, che a noi pareva che facessero una gran degnazione girando con quei bei vestiti pei filari della vigna, e mettendosi in bocca i chicchi dell’uva con quei guantini attillati e chiari. E quando avevano fatte queste cose, noi non si finiva d’esclamare:

— «Come sono buone! Come sono semplici! Non hanno nessun orgoglio!

Pareva che si trattasse di due principesse.

Del resto erano buone e semplici davvero, e tolta la manìa di vestir sempre in gala, avevano le stesse abitudini casalinghe che avevamo noi, si divertivano facilmente, s’accontentavano di tutto. Ed anche l’eleganza delle loro tolette, non costava di molto, perchè si facevano gli abiti loro stesse con un’abilità invidiabile.

«Una volta mia sorella aveva imparato uno di quei lavori di cattivo gusto che inventano tratto tratto i giornali di moda, e contro i quali l’arte dovrebbe bandire delle pene severe.

«Si chiamava «_pittura orientale_» e serviva ad imbrattare delle belle stoffe di seta, con fiori, frutti, augelli, destinati a disgustare per sempre l’umanità, contro tutte le flore e le faune dipinte, ed a far piangere all’arte le sue lagrime più amare.

«Le Liprandi, invece di disgustarsi, s’innamorarono di quei delitti di leso buon gusto, e desiderarono d’imparare a commetterne.

«Era d’estate, e noi avevamo l’abitudine di pranzare alla «villa.» Ci si andava il mattino dopo la colazione. Si pranzava al tocco; e si tornava in città la sera a cena.

«Quel giorno che si parlò colle Liprandi, in casa loro, della «pittura orientale» mia sorella disse:

— «Bisognerebbe che si potesse stare insieme un po’ a lungo, se volete imparare; almeno tutto un pomeriggio.

«Loro risposero:

— «Noi non domandiamo di meglio; ma come si fa?

«Mia sorella riprese:

— «Potreste, un giorno, venire da noi presto presto, e rimanere fino alla sera.

«La Giuseppina intendeva presto presto nel pomeriggio; al tocco e mezzo. Invece le Liprandi, che in casa loro pranzavano alle cinque, udendo quell’invito che sopprimeva il loro pranzo, credettero che volesse dire di pranzare da noi; e l’Elena, la maggiore, rispose con molto garbo:

— «Grazie; grazie tante. Noi accettiamo senza complimenti. Quando vorrete, potremo esser pronte alle nove del mattino.

«Io provai l’impressione di cadere in un abisso. Sentii istintivamente che davvero entravo in un ginepraio, dal quale sarebbe stato difficilissimo uscire.

«Tuttavia, il sentimento della cortesia, ed anche un po’ la vanità di farla da signorina ricca ed indipendente, che può fare inviti _nelle sue terre_, mi spinsero a rispondere:

— «Benissimo. Passeremo a prendervi alle nove, ed andremo alla «villa» insieme; e poi la sera, o la vostra mamma verrà a prendervi, o vi accompagneremo a casa noi. Nevvero, zia?

«La zia Caterina assentì con un’aria molto spaurita.

«Le Liprandi ci ringraziarono ed approvarono tutto cordialmente. Si discusse il giorno, e si combinò per il prossimo venerdì. Il posdomani.

«Vi fu un momento di eccitazione e di gioia nel fare il programma della giornata. Si stabilirono per bene le ore dell’andata, dell’arrivo, del lavoro, dello spasso in giardino, del pranzo...

«Io mi ubbriacai al punto da dire, come una vera padrona di casa:

— «Mi dispiace che, da noi, si mangia di magro il venerdì...

«E loro dissero che non importava; anzi.... E tornarono a ringraziare. Poi venne in sala la loro mamma colla parrucca, e ci ringraziò anche lei, e noi trionfammo coll’aria cortese di due signore, che, possedendo una villa, potevano permettersi il lusso di far degli inviti.

«Ma, appena fummo uscite da casa Liprandi, la zia Caterina disse:

— «Cosa dirà poi il nonno, di questo invito?

«Noi rispondemmo con due sospiri.

«Pur troppo, l’aria e la luce della strada avevano richiamate anche noi alla realtà, e ci era entrato un gran freddo nel cuore all’idea di annunciare al nonno, che, così, di nostra testa, avevamo invitato due signorine a pranzo.

«In casa nostra, a nostra ricordanza, tolte le zie, ed i parenti che venivano dalla campagna, non s’era mai invitato a pranzo nessuno. Neppure la signora Giovannina.

«La zia riprese:

— «Come farete a dirglielo?

«Io sospirai ancora:

— «Ma!

«E mia sorella fece eco con un altro sospiro:

— «Ma!

«Appena fummo a casa raccontammo il caso a nostro fratello, che era tornato dal collegio per le vacanze:

«Egli fece una gran risata ed esclamò:

— «Brave! Voi le studiate tutte per mettervi negli impicci!

«Si vedeva che lui non sperava nulla di buono. Ma, invece di crucciarsi come noi, trovava il caso molto buffo, e si divertiva un mondo alle nostre spalle.

«Io gli domandai tutta costernata:

— «Cosa diresti di fare?

— «Io mi metterei a letto colla febbre... o senza; e, ad ogni modo, scriverei a quelle signorine che ho la febbre, e che l’avrò per tutto il resto dell’estate e fino all’autunno inoltrato...

— «Credi proprio che il nonno dirà di no?

— «Io non so. Provate a dirglielo...

«E fece un’altra risata.

«Quella sera, a cena, io mi feci un gran coraggio e dissi forte, come per parlare al nonno, ma senza guardarlo, e cogli occhi fissi nel mio piatto:

— «Venerdì verranno le Liprandi con noi al cascinino.

«E mia sorella, vedendomi saltare il fosso così, mi seguì in fretta, come per non lasciarmi perir sola, e soggiunse:

— «Verranno, perchè abbiamo bisogno di star insieme a lungo. Vogliono imparare la «pittura orientale...»

«Il nonno, tutto intento a mettere del latte e dello zucchero nella pasta asciutta, com’era sua abitudine, rispose distrattamente:

— «Bene, bene!

«Poi soggiunse, accennando quegli ingredienti eterogenei:

— «Voi, già, non ne volete...

«Io un po’ per gratitudine di quel «bene, bene!» che mi aveva incoraggiata, un po’ per la speranza di rabbonirlo e d’indurlo alla concessione maggiore, mi sacrificai eroicamente, ed inaffiai abbondantemente di latte il mio piatto di pasta, poi dissi, facendo uno sforzo per ingoiarne un cucchiaio:

— «È buona!

«Mio fratello, che se la godeva pazzamente, mi volse un’occhiata derisoria, e suggerì:

— «Mettici anche un po’ di zucchero. _Farà meglio!_

«Avevo il cuore che mi batteva fin in gola.

«La Giuseppina era pallida. Perchè, in sostanza, il più grave non era ancora detto.

«Ad un tratto Mario, con una gran sfrontatezza, disse forte, trattenendosi a stento dal ridere:

— «Resteranno anche a pranzo, quelle signorine!

«Io chinai il volto sulle mie povere lasagne natanti nel latte freddo, sul quale il burro coagulato formava dei dischi gialli; ero letteralmente soffocata dalla palpitazione. Mi aspettavo una grande protesta del nonno; magari una sfuriata, sebbene non ne facesse mai.

«Ma non udii nulla.

«Alzai gli occhi a guardarlo, e vidi che sorrideva bonariamente alla sua minestra inzuccherata.

«E non rispose.

«Era contento? Si doveva considerare quel silenzio come un consenso?

«Fu una discussione che durò tutta la sera sul balcone fra noi tre ragazzi, mentre il nonno di dentro discorreva colle zie, che venivano sempre a passare la serata con noi.

«Mario, citando il solito «_chi tace consente_» pretendeva che non si dovesse parlarne più, e presentare addirittura le signorine Liprandi a tavola.

«Io inclinavo un poco a questo partito eroico; perchè, insomma, quando una cosa è fatta, è fatta. Tutt’al più, il nonno ci avrebbe sgridate dopo; ma intanto, noi non si mancava all’impegno preso; non si faceva una figuraccia.

«Perchè, quanto a fare il menomo commento scortese dinanzi alle sue ospiti, per quanto poco desiderate, il nonno non ne era capace. Anzi, aveva la galanteria de’ suoi tempi colle signore, e biasimava i giovani moderni, specialmente mio fratello, di non averla.

«La Giuseppina però si oppose a quel ripiego. Temeva che un atto di meraviglia del nonno, che non poteva mancare dinanzi a quell’avvenimento nuovo nella storia di casa nostra, facesse capire a quelle signorine l’irregolarità dell’invito, e le mortificasse, mortificando anche noi.

«E ripeteva saviamente:

— «No no; esporle ad un’accoglienza equivoca, è assai più inospitale che non invitarle.

«E Mario, che non perdeva un’occasione di burlarsi della nostra avventatezza, rispose con aria grave:

— «Ah! Infatti! Io vi consiglierei di _non invitarle_!

«Poi, ad un tratto, senza avvertirci di nulla, entrò un passo dal balcone, e disse:

— «Sanno, zie? Venerdì vengono a pranzo al Cascinino le signorine Liprandi.